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Intervista ai C'mon Tigre

Abbiamo fatto tre domande alla band protagonista dell'apertura dello Sherwood Festival 2015

12 Giugno 2015
- Dopo aver visto il vostro live possiamo affermare che vi piace tenere un profilo basso anche sul palco. Dico anche perché basta scorrere il vostro profilo Facebook per vedere che con il pubblico vi piace condividere solo certi aspetti. Come mai questa scelta in un'epoca in cui tutti si spingono per diventare più "social"?
 
È una questione di priorità, a noi piace molto fare le cose, ci piace meno parlarne. Preferiamo dedicare tutte le energie possibili in questo senso, in un'epoca in cui tutti sovrapproducono e condividono anche le briciole è importante almeno dare tutto quello che puoi per far si che le cose che produci abbiano senso di esistere, e questo richiede molte energie. Stupido e anacronistico sarebbe negare l'importanza dei social network in questo momento storico, noi cerchiamo di usarli quando abbiamo effettivamente qualcosa da comunicare. La nostra è una scelta precisa, l'empatia con il tuo pubblico non può essere forzata da atteggiamenti innaturalmente confidenziali. Non parliamo mai di fatti personali, ne dissertiamo sui problemi del mondo, facciamo musica.
 
- Oggi che il mercato della musica è sempre più orientato ai servizi di streaming, quanto pensate possa influire nel prossimo futuro? Nello specifico come vedete la situazione in Italia, dove sappiamo che suonare in giro è già difficile?
 
Penso allo streaming come alla conclusione di un percorso in atto da decenni. Il p2p degli anni 2000 ci ha insegnato che si può ascoltare musica senza responsabilità, lo streaming elimina semplicemente la questione del possesso, rendendo accessibile in qualsiasi momento un brano cade la necessità di possederlo. Ci si appropria legittimamente della musica senza darle effettivamente un peso, in modo spesso totalmente gratuito. Questo tipo di processo credo abbia reso più curioso l'ascoltatore, perché riesce ad appagare un istinto in maniera fulminea, musica in qualsiasi momento e di qualsiasi tipo, e la cosa si alimenta come fosse fuoco, la cultura musicale si amplia per cui in senso lato Dio benedica lo streaming. Può essere uno strumento di conoscenza e di ricerca. Il rovescio della medaglia è però spiacevole, si comprano meno dischi, l'industria musicale di certo non ne guadagna. Producendo un effetto domino che banalmente conosciamo tutti. Questo perché ci si sente legittimati all’ascolto ma non si sente di dovere di pagare quello che si consuma.
Mi sembra continui ad esistere una forma di meritocrazia in tutto questo, perché se è vero che la bulimia musicale comporta spesso un ascolto più superficiale, si crea di contro una forma di rispetto per la musica che ti tocca nel profondo, spingendoti ad acquistare un disco. Più o meno quello che succedeva quando entravi in un negozio e chiedevi di poter ascoltare qualche disco, e se ti piaceva molto lo compravi. 
Per quanto riguarda l'Italia nel caso specifico non ti saprei proprio rispondere, noi crediamo fermamente che sia il momento di confrontarsi con un mercato internazionale. E che il mercato o meglio l'industria della musica italiana sia piuttosto limitata e limitante non è una novità. Sulla questione in particolare non ti so rispondere.
 
- Come vivete il suonare in studio e davanti a un pubblico? Siete soddisfatti del livello raggiunto o siete sempre alla ricerca del suono perfetto?
 
Personalmente il suonare in studio mantiene l'intimità in uno stato di grazia, sono momenti legati soprattutto alla composizione, quando percepisci l’esatto istante in cui un’idea si fa realtà. È uno dei momenti che preferisco in assoluto. Suonare davanti ad un pubblico è un atto performativo, la gente vuole vedere oltre che ascoltare e devi concentrarti su altre cose oltre alla musica. Direi che ci sentiamo benissimo in entrambe le situazioni.
Siamo molto soddisfatti del percorso fatto finora, il suono perfetto non arriverà mai se lo si tramuta in ossessione. Continueremo a cercare suoni, ma non quelli perfetti.
 
 

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