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L’africa non è nera (Mursia editore)

un romanzo di Paola Pastacaldi

5Settembre2015

 E' un romanzo la cui lettura non può, secondo me, lasciarci indifferenti. E’ molto più di un romanzo, è uno squarcio incredibile su un pezzo della nostra storia, tanto importante quanto rimosso. L’autrice, Paola Pastacaldi, come una sorta di Virgilio dantesco ci accompagna per mano in quella che fu l’avventura coloniale italiana in Africa, piu’ precisamente in Eritrea. Lo fa con discrezione, tenerezza, competenza,conoscenza dei fatti, rispetto ma, soprattutto, con una potente forza etica , senza mai sottrarsi al compito di rappresentare la realtà storica senza edulcorarla o piegarla a contestualizzazioni di comodo o comprensioni ex post.

La Pastacaldi narra una vicenda che in parte penso sia quella della sua famiglia. Tutto inizia nel 1935. Il trevigiano Francesco parte per l’Eritrea come avevano fatto e stavano facendo migliaia e migliaia di italiani. Nel suo paese si occupava di strade e la propaganda fascista incentivava molti italiani ad avventurarsi in quello che era il posto al sole dell’impero,il nostro far West da civilizzare e, soprattutto la terra di sfogo per tutti quei proletari o contadini o piccoli artigiani che piu’ degli altri avevano il senso dell’avventura o forse solo qualche bocca da sfamare e non sapevano come. Francesco, andato per costruire strade come faceva in Italia, si trova ben presto a commercializzare acqua buona da distribuire agli italiani della colonia, dal momento che non c’era un efficiente rete di erogazione idrica. In poco tempo si sistema, cresce economicamente e in qualche modo si arricchisce. La sua vita come quella degli altri italiani e’ dura, tutta circoscritta in un microcosmo comunque protetto e ovattato ma sempre irrorato da quell’adrenalina di chi si sente pioniere. Asmara, nel frattempo cresce molto ma in modo ordinato e architettonicamente spettacolare. E’ una città giardino, già con un piano urbanistico efficiente e con un incredibile crogiolo di stili: dal liberty, all’Art decò ,dal classico fino al futurista,dallo stile razionale a forme ardite di modernismo. Il centro di Asmara e’ una sorta di esposizione a cielo aperto di prodigi architettonici . Nell’ottica del colonialismo italiano l’Eritrea non e’ concepita come una colonia ma come una vera e propria estensione della madrepatria,un territorio d’oltremare,un pezzo d’Africa che doveva in tutto e per tutto ricalcare per stili, abitudini l’Italia. Decine e decine di migliaia di italiani sbarcarono in eritrea. Molti laboriosi, operosi, capaci, ingegnosi , altri semplici perditempo, presi solo dal sogno di poter in qualche modo realizzare una fortuna in una terra in cui tutto appariva possibile. Francesco vive nel bel mezzo di questo passaggio storico, in una trasposizione tropicale del fascismo. Sono anche gli anni delle leggi razziali (In Eritrea ben prima che in Italia), della netta divisione tra italiani e indigeni, della penalizzazione delle unioni miste, della marginalizzazione totale dei meticci. Francesco assiste a ciò senza condividerne i contenuti ma senza far nulla di particolare per distaccarsene. Lavora, acquisisce camion, distribuisce l’acqua, arriva a farsi il primo villino nel quartiere esclusivo degli italiani. Ogni qualvolta che il vento del fanatismo fascista lo sfiora si gira dall’altra parte fa finta di nulla e lascia passare. Il Libro e’ preciso nella descrizione storica e non e’, ripeto, indulgente sulle malefatte del colonialismo italiano e non cerca, come hanno fatto altri storici, nelle realizzazioni in loco degli italiani, una sorta di compensazione ai crimini dei medesimi.

Ci sono pagine nelle quali sono presenti gli echi degli eccidi fascisti , a colpi di gas nervino , ad Addis Abeba contro la popolazione civile(1938), non mancano precisi riferimenti ai campi di detenzione e alle stragi varie. La Pastacaldi riesce a delineare molto bene anche il rapporto tra italiani e eritrei (sudditi),sempre improntato anche se talvolta edulcorato da una certa bonomia italica, a una gerarchia di tipo razziale e oggettivamente razzista e a uno sfruttamento sistematico. Gli eritrei sono spettatori passivi della crescita del paese: prestano le loro braccia, la loro fatica, assistono alla privazione delle loro terre, frequentano le vite dei bianchi giusto il tempo necessario per servirli e poi come fantasmi si rintanano nelle loro baracche,nella loro miseria. Le donne eritree assolvono anche alla importante funzione di supplire alle carenze affettive e ai richiami ormonali dei maschi italiani. Sono decorative, stanno li, remissive e belle, pronte all’uso. Su questi presupposti si e’ sviluppata la storia coloniale italiana e da queste premesse e’ scaturita più di una generazione di meticci abbandonati al loro destino come paria o impresentabili. La storia dell’avventura coloniale italico fascista finisce nel 1941,in piena seconda guerra mondiale. Gli inglesi scalzano gli italiani e l’Eritrea si defascistizza. Per la seconda volta la Storia (quella con la esse maiuscola) presenta il conto a Francesco e cosi a tutti gli italiani presenti. In pochi giorni gli italiani perdono la boria dei padroni e in qualche modo diventano anch’essi sudditi degli inglesi. Dal 1941 fino i alla fine dell’amministrazione controllata inglese (primissimi anni 50) inizia un nuovo capitolo della storia degli italiani in Eritrea. Periodo difficile, doloroso ma pur sempre attivo e con una gran voglia di riscatto da parte di chi ormai considerava quel lembo d’Africa parte di se. In quegli anni Francesco riesce a far venire ad Asmara la figlia Lidia (probabilmente la mamma dell’autrice del libro). Sono gli anni in cui gli eritrei iniziano a maturare una coscienza di popolo e un conseguente anelito di emancipazione e liberazione. Inizialmente questi sentimenti sono espressi brutalmente e istintivamente da forme banditesche sempre più violente (il fenomeno dei banditi shifta che colpiscono prevalentemente gli italiani). Sono gli anni in cui i meticci escono dal guscio dell’invisibilità e iniziano il lungo percorso della ricerca di una identità. Sono gli anni in cui gli italiani si dividono tra chi ritorna nella madrepatria ormai in pieno dopoguerra e dall’altra rilanciano la sfida di rimanere ancora in Africa. Francesco torna a Treviso ma li sancisce un pò la sua morte civile: l'Africa se l'hai amata non la puoi lasciare, ti possono cacciare o indurti a scappare ma ovunque andrai li' morirai. La figlia di Francesco si innamora di un meticcio (Pietro), lo sposa ma viene travolta dalle conseguenze devastanti di quel processo storico e , prova sulla sua pelle come sia difficile e complicato rapportarsi con persone di altra cultura, di altro colore quando, solo qualche anno prima li trattavi da sudditi e ora te li ritrovi ostili e vendicativi e per un paradosso crudele della vita persino innamorati . Prova queste contraddizioni in seno al suo rapporto d’amore, al suo matrimonio con un meticcio ( “ basta una goccia di sangue nero per fare di un uomo un nero”). Lidia tornerà anch’essa in Italia. Suo marito, il meticcio Pietro rimarrà ad Asmara, convinto che quello sia l'inizio del tempo in cui i sudditi prenderanno possesso di ciò di cui sono stati privati. Non c'è un lieto fine, non ce’ neanche una fine. C'è’ l’inizio di un’altra storia,in cui lo sfruttamento e la superiorità degli uni sugli altri si ammanteranno di formule piu’ politicamente corrette rispetto al colonialismo. E’ una storia che conosco bene perche’ e’ anche la mia storia, mia personale , di uomo nato in Eritrea nel 1965.

Stilisticamente parlando il libro e’ di gradevole lettura: scorre come l’acqua fresca. Quella della Pasticaldi e’ una scrittura sensoriale,quasi tattile, emotiva. Se posso fare un paragone forte, sembra come, leggendolo,di aprire i libri per bambini, i Pop Up, ossia quei testi che sfogliandoli si aprono e dalle pagine emergono come delle sculture di carta che tramutano le parole in costruzioni tridimensionali. E’ un po cosi. C’e’ una descrizione dei corpi,degli umori, degli odori, dei profumi, delle sensazioni tattile. Il rapporto tra italiani e africani passa anche per lo stupore dell’altro,per l’odore acre del sudore, per la pelle liscia bagnata, per qualcosa che attrae e respinge. L’Eritrea e’ uno scrigno che sprigiona profumi,sapori,natura impervia e dolce che,però, attende remissiva di essere violata. L’Africa e’ un affresco di luci e suoni . Non sono pagine nostalgiche,di colore,di banale letteratura esotica. No. L’Eritrea della Pastacaldi e’ come un sogno che molti italiani hanno coltivato e molti altri hanno cercato di realizzare. Quando poi il sogno e’ finito altri italiani ancora si sono ritrovati svegli con gli occhi aperti e con i piedi impiantati in un paese reale con gente reale ,nella fatica quotidiana di sfangarla. I risvegli traumatici degli italiani in eritrea, sono stati fondamentalmente due : nel 1941 (quando gli inglesi sconfissero gli italiani),poi il sogno dopo il 1950 riprese. L’altro risveglio fu tra il 1974 e il 1975,quando la guerriglia eritrea provò la spallata al regime etiopico che si difese con un colpo di stato che gettò il paese in un buio assolito.Fu un risveglio terribile, credetemi.

Leggetelo , e’ bello. Sono pagine di Storia : Storia di due popoli, di due nazioni. Storia di amore, di diffidenza, di paure,di timori, di profumi, di italiani in Africa e di africani.

 
 

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