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Intervista a Mauro Sambo

Assaporare suono che sa di gelo e di profumo

2 Novembre 2015

Esploratore insaziabile, purista del non catalogabile creato attraverso anni di sperimentazioni visive e musicali. Un artista che ha religiosamente perseguito la strada della ricerca mai scordando le note di una chitarra suonata con la mano sinistra, una fonte reale di tempesta elettrica e innovazione mai abbandonata.

Mauro Sambo ispiratore di immagini multiformi. Iniziamo con il conoscere l'artista visivo. Un percorso segnato da esposizioni ed eventi che hanno segnato il tuo successivo passaggio al suono. Si parte dal...

Il mio percorso visivo “consapevole” inizia nel 1974 al mio primo anno di Accademia di Belle Arti a Venezia, trauma notevole ma positivo per me che arrivavo dall’Istituto d’Arte abituato più al decorativo che all’essenziale. Segna l’ingresso nel mondo adulto, nel mondo complesso dei segni e dei suoi significati, dove ogni cosa ha un senso e niente è lasciato al dilettantismo e all’ignoranza, si comincia a lavorare con e sui linguaggi. I primi riconoscimenti importanti con le borse di studio della Bevilacqua La Masa (1977) e del Premio Lubiam (1977 & 1978), la partecipazione a mostre in Europa e le prime Personali, la collaborazione con Paolo Cardazzo e la sua Galleria del Cavallino alla fine degli anni '80 segnano per me un importante periodo che culmina con la mia partecipazione alla XLIV Biennale di Venezia nella sezione di Aperto 90, sezione dedicata ai giovani emergenti nelle varie parti del mondo. Altre tappe fondamentali sono la mostra di sculture alla Tauro Arte a Torino (1993) e le performances:
“Transition” (1992) 
“ferita da taglio” (1993)
La Biennale però è anche un punto di non ritorno, mi fa capire che non posso più fare mostre “inutili” e dirado la mia attività partecipando solo a progetti che mi interessano o mi incuriosiscono.
Conversation (2012)
In anni recenti a cura di Chiara Bertola realizzo due mostre Personali nelle sale della Fondazione Querini Stampalia: “Un lungo viaggio immobile” (2002) e “5 orologi, 5 brani, 1 museo” (2015)

E' curioso assistere alla trasformazione di un artista in musicista, come è avvenuto il passaggio e perché?

Il mio primo lavoro sonoro risale al 1986 (https://plustimbre.bandcamp.com/album/senufo) e nasce dalla mia necessità di unire suono e immagine, dalla mia necessità di unire le due cose che segnano lo scandire dei miei giorni…La svolta definitiva avviene con le performances, l’unione di azione, suono e scultura. Nelle performance il rapporto tra scultura e musica è un rapporto di interscambio, la musica non è mai “contorno”, decorazione, ma i personaggi interagiscono con i musicisti e viceversa in un continuo gioco di rimandi, l’azione si sviluppa secondo un progetto che tiene conto sia della progettazione (il dipanarsi dell’azione segue direttive molto ferree) sia dell’improvvisazione (sembra un paradosso ma nonostante le regole ferree musicisti e personaggi godono di notevole libertà di azione), e quindi della casualità componente essenziale per tutto il mio lavoro.

Nelle performance esiste sempre un momento di transizione, di passaggio da uno stato ad un altro, le sculture subiscono delle manipolazioni e quindi dei cambiamenti anche notevoli, nelle installazioni è necessario sempre un prima, un durante e soprattutto un dopo, importante è la memoria (tutto il mio lavoro è fondato sulla memoria, sul tempo e sulla documentazione) sulle sculture delle azioni precedenti.
Nelle performance paradossalmente non è importante l’azione ma il suo risultato, ma il risultato non sarebbe possibile senza di essa.
Arte e vita sono una cosa sola, non possono essere separate, quello che fai è quello che sei, se sei “finto” o “vero” si vede dal primo segno o dal primo suono.
Visivo e sonoro convivono in me non come due cose distinte ma come due parti inseparabili.
A seconda dei periodi vivono apparentemente di vita propria, distanti tra loro ma l’influenza dell’una sull’altra credo non sia difficile da percepire. Spesso mi piace citare una frase dell’amico Giovanni Mancuso: ”ora ho capito che Mauro Sambo è un rarissimo sinesteta: quando ascolti vedi e quando vedi ascolti

Il tuo interesse per il messaggio legato alla visual art non ha mai subito battute d'arresto. Da cosa è stata dettata la scelta dell'uso del video come mezzo espressivo che tutt'ora accompagna il tuo suono.

Il video è un’altra possibilità, un mezzo diverso (diverso dai mezzi tecnici che abitualmente uso: Disegno, pittura scultura, foto e musica) per portare alla luce le inquietudini, l’insofferenza ed il dolore.
Trovo interessante rallentare il movimento fino a farlo (in alcuni casi) diventare quasi fisso, in questo gioca un ruolo primario l’influenza minimalista (sia in scultura che in musica), influenza fondamentale per la mia evoluzione artistica.
Ho sempre cercato la ripetitività, lavorato per serie, micromovimenti rubati al cinema e portati sulla carta (fotografica o da disegno), la cosa che trovo interessante è riuscire a ribaltare visione, il video diventa non più cinema ma quadro.
Il rallentamento mi permette un lavoro profondo sull’emozione.
Nei concerti il video “muto” è parte integrante delle performances, permette di improvvisare seguendo la “storia” che si dipana nella proiezione.


Torniamo alla musica e alle sue declinazioni. So che suoni parecchi strumenti e, per la gioia dei lettori più tecnici, amerei conoscere l'equipaggiamento 'standard' e 'sonico' da te usato nelle tue composizioni.

Il punto di partenza è sempre un registratore portatile, registro qualsiasi cosa reputi “interessante” dal suono dei miei strumenti acustici (ance, percussioni, flauti, corde) ai suoni più imprevedibili registrati per strada.
Il lavoro successivo sui suoni incamerati è un lento processo emozionale, per ogni suono, frase, scansione ritmica cerco una “manipolazione” che a seconda dei casi lo mantenga riconoscibile o lo stravolga completamente. Il punto di partenza di tutto il mio lavoro è il suono acustico (solo in rari casi uso dei suoni campionati) che con le manipolazioni diventa via via sempre più elettronico.
Nel momento stesso in cui registro un suono, so già con quale altri suoni dovrà convivere. Adopero i suoni come adopero i materiali per le mie opere visive, il mio approccio alla musica è sicuramente un metodo legato alla visione.

Domanda classica ma che serve per meglio comprendere la musica di chi ti sta davanti: i tuoi ascolti germinali, i tuoi punti di riferimento musicali.

Il primo ascolto che sconvolse la mia vita a 15 anni fu la chitarra di Jimi Hendrix, fino a quel momento ero convinto che la musica fosse una cosa poco interessante, nei primi anni sessanta gli ascolti alla radio di casa mia erano il festival di San Remo, qualche opera lirica, la musica melodica italiana, per me adolescente una noia mortale. Hendrix mi aprì un universo di emozioni fino a quel momento neanche lontanamente immaginato.
La mia naturale “fame” mi portò a esplorare il buco nero che si era creato e la necessità di suono “diverso” mi spinse ad ascoltare, non per generi, ma per quella che io reputavo la ricerca della qualità. A 16 anni ascoltavo i primi Black Sabbath contemporaneamente a John Coltrane, Luigi Nono e Ornette Coleman, i Soft Machine e Stockhausen, i King Crimson con Anthony Braxton, i Van Der Graaf Generator con l’Art Ensemble of Chicago.

E giungiamo al core dell'intervista: che musica componi, in quale genere musicale ti riconosci. Domande ovviamente retoriche, visto l'estrema peculiarità del tuo lavoro musicale.

Nel visivo, in quale genere mi riconosco?
Non mi riconosco in nessun genere, attingere da tutta la storia dell’arte non solo contemporanea è inevitabile, il minimalismo, l’arte povera, l’espressionismo astratto… (non può più esistere l’artista “ignorante”), ma se vuoi che il tuo segno sia riconoscibile devi dimenticarti di tutti e concentrarti sul segno che vorresti fosse il tuo “marchio”, devi eliminare, togliere, avere la lucidità di capire che quel segno bellissimo che hai fatto è già stato fatto, capire che devi continuamente controllare la tua tecnica, la troppa facilità esecutiva ti porta a rilassarti e di conseguenza a non “pensare”.
Quando suono applico lo stesso metodo.

Molti artisti della tua generazione, nello decidere come esprimersi, hanno scelto il linguaggio jazz o, in quantità minore, il suono contemporaneo. Tu hai scelto una particolarissima via intermedia nella quale queste due componenti vengono mixate in dosi alternate. Spiegaci.

Credo che nelle risposte precedenti ci sia la chiave di lettura…

L'improvvisazione, altra formula che ti appartiene.

L’improvvisazione è assolutamente necessaria, naturalmente deve essere all’interno di schemi prestabiliti, schemi dettati dalla tua cultura, dal tuo approccio emotivo alla situazione che si crea in quel particolare momento, sia che tu stia suonando in solo (il clima che si instaura con il pubblico non può non influire sul percorso intrapreso) sia che tu stia suonando assieme ad altri musicisti.
La mia scelta di suonare con altri musicisti è sempre legata al fattore umano, alla stima reciproca, alla comune ricerca della qualità.
Anni di ascolto di free jazz mi hanno portato a sentire questo scambio tra esseri umani prima che tra musicisti, nel free jazz non ho mai avvertito la voglia di far sentire che sei il più bravo o il più veloce, anzi ho sempre sentito il bisogno di sostegno, di fare in modo che anche il tuo compagno di viaggio tiri fuori il meglio e il più nascosto da se stesso.
La casualità è una cosa essenziale e necessaria nel mio lavoro.

Ciò che colpisce chi ti ascolta e magari arriva da altre esperienze musicali, legate ad un suono di matrice più 'popular' come chi scrive, è l'interesse che provoca il tuo suono anche se ascoltato solo per qualche minuto. Solitamente, inutile nasconderlo, il suono contemporaneo, l'improvvisazione jazz, rendono difficoltoso il percorso d'ascolto a coloro che non abitano usualmente tali paesaggi.

Mi piace citare un momento della mia vita di sedicenne; a quel tempo leggevo Ciao 2001 e in particolare seguivo Dario Salvatori che consideravo molto vicino al mio modo di pensare. Uscì a suo nome la recensione di Pawn Hearts dei Van Der Graaf, recensione fantastica, straordinaria, il disco dell’anno… a me non diceva niente, incomprensibile tutto quell’entusiasmo, ma chi sbagliava? Dario o Mauro, avevo troppa fiducia nel giudizio del critico per mettere in dubbio le sue dichiarazione e ascoltai ripetutamente per almeno 10 volte di seguito il vinile, alla decima la mia mente si aprì e mi trovai davanti un capolavoro assoluto. Credo che il desiderio di capire, la necessità di conoscere implichi sacrificio e fatica.

Una cosa che ho sempre notato in produzioni simili e ascoltando le tue cose, è l'assenza quasi totale di melodia. La linea melodica sembra non possa trovare asilo nelle tue composizioni se non ricreata attraverso la lucida sovrapposizione di noises e filamenti musicali sparsi nell'ombra fitta creata dai droni. Quale il tuo pensiero a tal proposito.

Questo testo lo avevo già pubblicato nel mio catalogo in occasione della mia personale “un lungo viaggio immobile” alla fondazione Querini Stamapalia a Venezia: …ho letto una volta un articolo che asseriva che le persone a cui piacciono le dissonanze, hanno una “malformazione” al cervello.
Ripensando a quel testo penso che la mia sia “enorme”.

Musica definita 'altra', suoni sospesi in un'elittaria cornice artistica che però intendono raccontare qualcosa di reale, vicino a noi.

Spero con la mia musica, apparentemente “elitaria”, di “raccontare” le inquietudini e le profonde emozioni che tutti noi viviamo in questo periodo della nostra vita.


Tu hai una notevole produzione discografica, come scegli di veicolare i tuoi lavori?

Solo raramente i miei lavori hanno una valenza fisica, sono legato a varie Net labels che promuovono il mio lavoro che è sempre scaricabile gratuitamente.
Ultimamente l’etichetta con cui collaboro di più è la greca Plus Timbre ma non posso dimenticare
la Ozky E – Sound, la Petroglyph Music, la Surrism Phonoethics, la Tape Safe.

Solitamente con chi condividi le tue esperienze compositive, quali i musicisti con i quali collabori maggiormente?

Come dicevo prima, il valore aggiunto alle collaborazioni è l’aspetto umano del musicista, con lui devo essere in sintonia moralmente.
Il primo in assoluto di ormai una lunga serie è stato Iganzio Lago, forse qualcuno lo ricorda nel gruppo fantastico dei G-Napajo, la seconda è stata mia figlia Matilde.
Il musicista con cui maggiormente collaboro è il batterista greco Chris Silver T. musicista e uomo fantastico.
Altra collaborazione a cui tengo molto è quella con Marco Colonna e Marco Visconti che ha reso possibile il cd “da lontano”
http://www.grapevinetelegraph.joomlafree.it/artisti/4-progetti-in-trio/8-da-lontano-vol-1.html
Guardando indietro, in questi anni mi accorgo però che ho collaborato maggiormente con percussionisti, penso a Chris, a Marcello Magliocchi, a Paolo Sanna a Ivano Nardi… forse la mia idea “sbilenca” di ritmo ha bisogno di un compagno che ogni tanto mi riporti nella “retta via”.
Credo che sia importante ricordare il mio Progetto 6’27”
Il progetto prevede un mio brano di 6'27" che verrà proposto a diversi musicisti che dovranno Improvvisare su di esso, in solo o in gruppo, in questo modo il brano cambierà e si svilupperà a seconda del musicista scelto. Variazioni che potranno essere infinite, micro variazioni legate alla mia formazione visiva; il minimalismo è una tappa fondamentale nel mio percorso artistico. I brani finiti formeranno un'opera che si potrà sviluppare nel tempo coinvolgendo sempre nuovi musicisti. Mi piace l'idea di come può cambiare il lavoro, le infinite possibilità di assimilazione e restituzione da parte dei musicisti coinvolti...https://soundcloud.com/project-627


So che tra Novembre e Dicembre dovrebbe uscire un nuovo lavoro: "Echi Lontani".

Sono impaziente, lo considero un disco importante.
E’ la documentazione dell’esperienza fatta a Bari nel 2014 su invito dei White Noise Generator, gruppo poliforme composto da Marco Malasomma, Gerardo Antonacci, Luca Antonazzo e Marcello Magliocchi, dopo una serie di concerti abbiamo registrato in studio “echi lontani”, il cd si divide in 4 tracce dove io (sono l’ospite) suono con i White Noise che si smembrano e si riuniscono in formazioni che vanno dal duo al quartetto, in un brano al trombone suona come ospite anche Carlo Mascolo.
L’esperienza barese, sia per l’aspetto musicale che per quello umano è stata una di quelle cose che mi hanno riconciliato con il mondo.

Altre occasioni per ascoltarti o vederti magari dal vivo?

Preferisco fare poche cose ma selezionate, ho in ballo qualcosa, ma per scaramanzia preferisco non dire niente.

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link utili: http://cargocollective.com/ossido

 

 
 

 
 

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