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Telekinesis – Ad Infinitum

by Monkeyboy (Vinylistics)

7Dicembre2015

Forse non tutti sanno che Telekinesis è il progetto dietro al quale c’è Michael Benjamin Lerner polistrumentista (batteria, chitarra, basso, tastiere ed ovviamente voce) originario di Seattle. Fin dall’esordio nel 2009 con Telekinesis! il nostro è sotto contratto con la Merge Records; per la label di Dhuram nel 2011 è stato pubblicato 12 Desperate Straight Lines, il lavoro della consacrazione con un paio di pezzi che facilmente conoscerete tutti (o quasi). Due anni dopo è stata la volta di Dormarion, album con buone idee ma non portate del tutto a compimento e che comunque non è riuscito a raggiungere lo standard del precedente. Sposato di recente, Lerner ha anche coverizzato This Time Tomorrow dei Kinks per un album tributo a Wes Anderson (sì, c’è chi lo fa) prima di entrare nel suo studio casalingo di Seattle per buttare giù il quarto disco sulla lunga distanza.

Ma le cose non vanno come previsto, dopo aver messo mano alla chitarra si rende conto di suonare sempre gli stessi accordi, di tirare fuori sempre lo stesso sound e ciò lo esaurisce non poco. Dichiara di essere arrivato ad un punto di non ritorno in cui ha giurato a se stesso che non avrebbe mai potuto fare un altro disco di puro power-pop. È sempre encomiabile quando un artista accetta la sfida del cambiamento, che si tratti di country o di indie-rock. Dunque, dopo aver passato gli ultimi due anni collezionando ed imparando ad usare una montagna di sintetizzatori vintage, si rende conto che lì risiede la risposta a tutti i suoi problemi. Chiama ad aiutarlo nella produzione Eric Elbogen degli Say Hi, entra nella macchina del tempo destinazione anni ’80 e torna indietro giusto giusto per pubblicare Ad Infinitum.

telekinesis-band-2015

Gli anni ’80 è un bel dire, c’è stato dentro di tutto dall’infimo al sublime. Gli eighties cui fa riferimento Telekinesis sono quelli di Depeche Mode (tanto) e Cure (qualcosina), con qualche divagazione su cui mi soffermerò in seguito. Di certo non perde tempo a sfoggiare le sue nuove vesti: il beat con cassa in 4/4 di Falling (In Dreams) è una dichiarazione più che sufficiente a far capire l’antifona anche alle orecchie più ruvide. I synth spadroneggiano creando un’atmosfera elettronica che comunque sia alla fine suona sempre Telekinesis, e non è solo un caso. La successiva Sylvia – che per il giro di basso e la batteria sarebbe più opportuno chiamare Anna, come quella di Will Butler – non fa altro che consolidare il mood, e ti trovi improvvisamente tra giacche con le spalline e capelli cotonati. Ora, ad essere onesti, già in Dormarion vi erano esperimenti coi sintetizzatori e prodromi di quanto fatto qui (vedi alle voci Ghosts And Creatures e Ever True) ma in Ad Infinitum si compie proprio la transizione da power a synth-pop e Lerner non fa nulla per nasconderlo.

Furbescamente, il singolo di lancio è stato In A Future World, che si apre con dei suoni alla Close Encounters ed in cui compare anche una bella drum machine, tanto per ribadire il concetto. Passato lo straniamento iniziale, abbiamo un incipit tutto sommato buono; al di là del fatto che tutto urli ‘elettropop’ la produzione è curatissima, il sound viene fuori pulito e diretto. Per bilanciare Lerner butta lì pure un pezzo convenzionale come Courtesy Phone, in pieno territorio Telekinesis, in modo da non sconcertare più di tanto i fan della prima ora. Un atto comprensibile ma non del tutto condivisibile, sia perché non c’entra un cazzo col resto sia perché è la vecchia storia dei due passi avanti uno indietro. Per sua e nostra fortuna, a seguire c’è uno dei momenti migliori, Sleep In, la cui base è un beat assai hip-hop (vecchia scuola, of course) dove funziona tutto, il mood, le vocine dei cori, il groove un po’ dirty.

Qual è il rischio di fare un album derivativo, tra l’altro attingendo dal decennio più saccheggiato di sempre da chi fa synth-pop in ogni salsa? Ovviamente quello di esagerare, suonando esattamentecome ti aspetti che suoni uno che vuol far traspirare quell’ispirazione. Tutto questo è Edgewood, diciamo l’angolino sfortunato, così indebitato con i primissimi Depeche Mode (quelli di Speak And Spell) da aver senso solo in un catalogo retrospettivo, certamente non in un LP datato 2015 che vuole far parlare di sé. Anche qui, la bipolarità di Lerner lo porta a cannare completamente il primo colpo e ad azzeccare il secondo, nelle sembianze di It’s Not Yr Fault. Per farvi un’idea pensate ai Bronski Beat e a quella cumpa, ma in modo che tutto funzioni meglio, il brano abbia ritmo e mordente e passi via che è un piacere....continua su Vinylistics

 
 

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