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Claude Lelouch vs Joe Cocker

ovvero: Parigi, la Velocità e quel piccolo dimenticato aiuto...from my friends

14 Dicembre 2015

Rimango inchiodato davanti al video, mai avevo visto Parigi, i suoi palazzi, le sue vie, i suoi monumenti, scorrere davanti ai miei occhi a tale velocità. I semafori urlano di rosso furore mentre il rombo del motore si fa ancor più aggressivo e incosciente lasciandosi alle spalle la paura dell’impatto e davanti un mare di sanpietrini da calpestare con quattro ruote gonfie di rabbia e voglia di azzerare il tempo, capaci di raggiungere il futuro in quei pochi secondi che servono alle marce per dare ossigeno al motore: prima, seconda, terza, quarta, quinta, avanti, sempre avanti trasformandosi in pura velocità comandata da un pensiero che accellera prima ancora che il pedale tocchi il fondo della corsa. Io amo credere alle leggende metropolitane, quelle che raccontano di un impassibile Jacki Icks lanciato oltre i 200 Km orari, lungo le strade di una Parigi immersa nel silenzio dell’alba mentre al suo fianco Claude Lelouch filma quello che sarà il suo C’ètait un rendez-vous. Era il 1976.



Lo sguardo rimane incollato all’urlo dei cilindri mentre la celebrazione della velocità manda in frantumi lo schermo del portatile e piega il pensiero, rendendolo docile alla lettura...la velocità...ma tu quanto hai corso e quanto ancora corri? Quanti chilometri ti separano da quel 1976 e dalla musica di quei tempi? Premi ancora sull’accelleratore lasciandoti dietro viali e viali di suoni? Perchè questa continua voglia di passare gli incroci dell’ascolto mentre il semaforo segna rosso. Mai un’area di sosta nella quale fermare la corsa mentre una cassetta rimette in funzione quel lettore mai veramente messo in pensione o un disco inizia nuovamente a girare sopra quel meccanismo che i dischi li faceva girare.



La memoria fa decelerare il pensiero, i freni entrano in azione prima che la barriera del suono venga nuovamente superata (con il rosso) permettendo alla guida di dirigersi verso un mondo diverso, alieno rispetto a quello dei tuoi ricordi che ora viene illuminato dalle luci della retromarcia. Ma si, si torna indietro fino a ritrovare il ricordo primario pigliandolo al volo, la portiera aperta e il mangianastri a tutto volume...

l primo album della tua vita e quella versione dei Beatles mai veramente amati ma qui reinterpretati con una sfarzosità soul fitta e vibrante, quasi un mantra al quale è impossibile sottrarsi, anche oggi a distanza di secoli. Guardo nella mia memoria e incredulo mi chiedo se realmente amavo Joe Cocker e il soul (?!), se realmente ascoltavo fino allo sfinimento “With A Little Help From My Friends” e la mia memoria mi risponde che si, che questa Mad Dogs & Englishmen version l’ho letteralmente consumata perchè lì dentro ci trovavo tutto quel materiale psichedelico di cui mi sarei nutrito in seguito, perchè era una meraviglia assecondarla seguendo l’andamento della sua onda, l’intro che precedeva l’esplosione iniziale, il cantato che stravolgeva maledettamente la troppo delicata bellezza beatlesiana, il coro imponente e meravigliosamente freak e quel crescendo che ti lasciava tramortito e sorridente, al limite dell’ipnosi.


Un piccolo e dimenticato aiuto che scompare sempre più velocemente dallo specchietto retrovisore del ricordo mentre la strada si fa via via più stretta fino a scomparire del tutto, nel mondo futuro del suono indefinito. Pulsazioni extracorporee silenziose e affascinanti come mille universi che collidono anni luce lontano dalle dalle nostre coordinate ma mai e poi mai vive e reali come poteva esserlo una comune hippy sopra un palco in quel lontano 1970.

 
 

 
 

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    video

  • C'était un rendez-vous - 1976
  • Joe Cocker - With A Little Help From My Friends (Mad Dogs & Englishmen, 1970)
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