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Boy & Bear – Limit Of Love

by MonkeyBoy (Vinylistics)

15 Dicembre 2015

Quando arriva dicembre c’è sempre quel momento in cui, prima del superclassificoneshow, si cerca tra gli album messi da parte per un ascolto futuro. Quest’anno ci siamo dati parecchio da fare, di materiale non recensito ce n’è stato tanto lo stesso per carità, ma le cose di cui avremmo voluto parlare e che rischiavamo di tralasciare si contano su, uhm, due dita. Di una, quella del dito medio, ne ha scritto sapientemente la mia socia e non mi dilungherò oltre. Dell’altro ve ne racconto invece ora. Si tratta dei Boy & Bear e del loro Limit Of Love, che quando il dito li indica lo stolto vede solo indie-folk. E invece.

Per me i Boy & Bear nascono col brano Feeding Line contenuto nell’esordio Moonfire del 2011. Quella canzone è stata rappresentativa di un momento particolare e sempre la sarà. Non che prima ci fosse stato chissà cosa; in realtà la band si forma nel 2009 dal progetto solista del frontman David Hosking (voce, chitarra), cui in breve si uniscono Killian Gavin (chitarra, voce), i fratelli Hart – Timothy (batteria) e Jonathan (tastiere, banjo(!), mandolino) – e Jake Tarasenko, sostituito da David Symes a partire dal 2012. Australiani dalla testa ai piedi, si inseriscono in uno dei filoni di maggior successo dei primi anni di questo secolo: il folk-revival. Il fatto di presentarsi come cinque campagnoli, tutti latte e sani principi, li aiuta non poco ad essere prima scoperti e poi pubblicizzati in modo clamoroso dalla celebre radio nazionale Triple J. C’è comunque sostanza, poiché sia il debutto sia il sophomore Harlequin Dream del 2013 vanno benone in fatto di vendite raggiungendo rispettivamente il numero 2 e 1 della classifica della terra dei canguri ricevendo (soprattutto il primo) premi a profusione. La critica al di fuori dell’isola è un po’ meno concorde e dopo un 2014 passato in giro per tre continenti con 170 live sul groppone è arrivato il momento del terzo disco e di tirare le somme di una pur giovane carriera.

Boy-Bear1

When in trouble, go big. Vale per la politica tanto quanto per la musica. Quando i problemi sono una tournée estenuante che rischia di lasciarti senza energie, quando il peso della scrittura grava sulle stanche spalle di uno solo e la critica è forse pronta a massacrarti se non tiri fuori una dozzina di pezzi più che buoni, bene allora non ti resta che affidarti ad un producer bello peso e vedere cosa succede. Esattamente quello che hanno fatto i Boy & Bear chiamando Ethan Johns (Kings Of Leon, Laura Marling, Ryan Adams) per registrare tra aprile e maggio scorsi al Real World Studio di Peter Gabriel. Johns interpreta molto bene il sovraccarico che grava sulla band e traduce la volontà di questa di tornare alle radici del sound proponendo di registrare Limit Of Love dal vivo direttamente su nastro, praticamente senza sovraincisioni. Per il giubilo (forse) di Hosking la composizione diventa un fatto condiviso tra tutti, ognuno dà il suo contributo in nome del vecchio adagio che si vince insieme, si perde insieme.

 

Messa così pare che la band abbia fatto chissà che azzardo, tirando fuori chissà che LP rischiosissimo che guarda ci giochiamo la casa. Niente di più lontano dalla realtà, anche se non è detto che chi va all-in sia più furbo di chi se la gioca passo dopo passo. Il singolo di lancio Walk The Wire in Australia ha avuto passaggi radio come Adele qui da noi e pur mostrando un inconfondibile marchio di fabbrica ha quel paio di elementi che la rendono una piccola evoluzione. Compare il sintentizzatore – anche se solo per due note – che accompagna un reiterato riff di chitarra – che di note ne avrà al massimo quattro – ma c’è una freschezza ed un senso di vissuto sconosciuti da queste parti (“It was the strangest night, the kind of scene I don’t fit into”). È tra le cose migliori insieme all’accoppiata centrale costituita da Showdown e A Thousand Faces. La prima, forse il vero momento esplorativo di tutti i 40 minuti, è pura atmosfera quasi liturgica guidata da organo, basso, e dalla voce evocativa di Hosking, che attraverso liriche piuttosto ispirate esprime assai bene urgenza ed insoddisfazione (“I could be on the right track, I could be on the right things, but maybe I want it too soon”). La seconda cambia tutto, essendo di fatto il solo vero uptempo dell’album. Torna il synth in primo piano per una allegra e divertente digressione negli anni ’80 più leggeri, dove le tastiere hanno la stessa dignità delle chitarre per qualcosa che ora è davvero synth-folk.... continua su Vinylistics

 
 

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