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Il Ponte delle spie di Steven Spielberg

Recensione di Luigi Finotto

10 Gennaio 2016

Potrebbe mai Spielberg sbagliare un film? Certo che no, infatti “ Il ponte delle spie” è un bel film, fatto come si deve, con una ricostruzione ambientale precisa, senza sbavature che ben rende all’uomo di oggi la conoscenza quanto meno di primo livello, del tempo della guerra fredda, cronologicamente vicino ma storicamente ormai perso nell’archivio della memoria ne piu ne meno come le guerre puniche. Il film e’ ambientato negli anni 1957/60. La trama e’ semplice e lineare. Un pittore, Abel, è una spia russa ma è scoperta. Gli attribuiscono un avvocato d’ufficio, tale Donovan, il quale riesce a evitargli la sedia elettrica. Donovan si rivela particolarmente abile al punto che la Cia lo designa informalmente a trattare uno scambio di spie e soldati con i sovietici. Volutamente, secondo me, Spielberg sceglie una trama scarna con poche divagazioni, con un numero di personaggi ridotto all’osso e con uno sviluppo narrativo per lo piu’ prevedibile. L’intenzione di Spielberg era piuttosto quella di riproporre con precisione una fase storica,della quale bene o male siamo figli e, nello specifico, di scandagliare il mondo delle spie costituito per lo piu da regole che sfumano nei tradimenti, da certezze che nascono all’alba e svaniscono prima del tramonto, da personaggi che aggiornano l’agenda dei nemici regolando ,di conseguenze ,le loro menzogne. La guerra fredda fu combattuta con le armi per interposti alleati ma fu combattuta anche e soprattutto con la propaganda, con le spie, con la costruzione del nemico, con la diffusione scientifica e metodica della paura e dell’attesa dell’evento nucleare. La guerra fredda fu una guerra in preparazione di un’altra guerra che a parole si voleva evitare ma non tanto al punto di non esserne affascinati . Furono anni in cui il sistema occidentale comprese che la “democrazia” oltre ad essere il meno peggio dei consessi civili era anche, all’occorrenza una buona valigia di attrezzi che potevano essere utilizzati per qualsiasi scopo,compreso quelli estranei a uno stato di diritto, per poi essere riposti nella valigia stessa.

In questo contesto opaco, Spielberg costruisce la figura dell’avvocato Donovan. Donovan si staglia come eroe civile, come campione dei valori costituzionali e dell’umanesimo. La dignità va oltre le circostanze, il nemico è tale fin quando combatte, dopo torna a essere un uomo tra gli altri, sottoposto a quelle stesse regole che vincolano altri uomini. L’espiazione di una colpa e anch’essa una regola, non e’ una legge del contrappasso che richiama sempre la colpa stessa. Donovan, nel momento in cui la spia e’ di fatto inerme, lo eleva a suo simile, nel momento in cui la Cia utilizza la sua abilità per contrattare uno scambio di spie, si prende l’incarico e lo esegue per ciò che significa in se e non per le esigenze, piu’ o meno nobili del committente. Donovan, secondo un immaginario tipicamente americano (alla Frank Capra) e’ un cittadino comune, tranquillo,persino banale nella ritualità quotidiana e professionale, reso però inconsapevolmente eroico dal semplice agire secondo coscienza,secondo diritto e, soprattutto secondo “american way of life”. L’eroe americano, a differenza degli altri eroi, non e’ quello che sovverte un sistema ormai marcio e vecchio, gettando oltre l’ostacolo il cuore e l’anima ,egli è piuttosto, quello che difende il sistema dalle sue stesse tossine mantenendo, però, cuore e anima al di qua dell’ostacolo: insomma Un uomo giusto che ama il suo Paese ma, assai di più, i valori che esso dovrebbe incarnare, una sottigliezza americana, in verità assai scaltra e furba. Spielberg ricalca questo schema classico della cultura e della storia americana e lo cala, da par suo, nella guerra fredda, evitando retoriche e sbavature patriottiche. Certo, da buon americano cede a taluni clichè tipici dei film spionistici, cioè quello di caricaturare i sovietici e “imbruttire” oltre il verosimile metodi e quotidianità del nemico comunista. La Cia stessa non ne esce bene, con la differenza però che, il male americano è sanabile, quello comunista sovietico è strutturale. Le menzogne degli americani sono strumentali, quelle dei russi sono metodiche. La parte migliore del film, a mio parere e’ la prima parte, quella completamente ambientata negli USA. Emergono i contrasti e la lenta e arcigna consapevolezza civile di Donovan; si evince in maniera evidente quel processo di costruzione pervasiva di tensione e terrore del nemico, che parte dalle scuole e giunge in ogni aspetto della società civile; si descrive l’escalation militare che segue pari pari un processo di indottrinamento fanatico . La seconda parte, ambientata a Berlino, seppur interessante, mi e’ apparsa piu’ stanca, in alcuni frangenti forse anche un po’ di maniera .


Assai incisivi e brillanti i dialoghi, pervasero da un sottile humor nero. Notevole veramente la figura del colonnello Rudolf Abel (La Spia Russa): personaggio sottile,compassato e ironico, interpretato da un grande Mark Rylance. Un’interpretazione dai gesti essenziali, di “sottrazione” che in più di un’occasione ruba la scena al pur bravo Tom Hanks (Donovan). Rudolf Abel, alla fine, per noi spettatori più che una spia e’ un pittore,ciò che probabilmente lui piu’ di ogni altra cosa avrebbe voluto essere. In qualche modo è il miglior omaggio che ne fa Spielberg, restituendocelo cosi, come un’artista, probabilmente anche talentuoso, che eventi della vita, che non conosciamo e non giudichiamo, hanno reso soldato fedele e leale di una potenza nemica, mentre l’artista non e’ mai un nemico. Spielberg cosparge il film di umanesimo, di primato dell’uomo su ogni altra esigenza e, in questo, sta la cifra morale del film, al di la dell’intreccio. L’incipit del film e’ folgorante. Non so se consapevolmente ma e’ la citazione di un celebre quadro di uno dei più grandi pittori americani del novecento Norman Rockwell, cioè il "Triplo Autoritratto", in cui l’artista si rappresenta nell’atto di rappresentarsi, cosicché la sua figura risulta ripetuta tre volte. La scena è proprio cosi e la somiglianza fisica tra Abel e Rockwell in qualche modo c’e’, cosi come pure Rockwell,in un gioco di rimandi al pari di Donovan, fu un americano fino al midollo ma nel frattempo attivo in ogni impeto di civiltà e progresso che ha attraversato il suo paese, anche in negazione alle scelte del suo paese.
Bel film,da vedere!

 
 

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