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Padova a mano armata - Sherwood Festival, Padova - 13 Luglio 2011

Calibro 35 Live Report

Registrazione integrale del concerto, intervista, foto e report

14Luglio2011

Report

Non ho mai partecipato ad un circolo di confessioni intime, ma il clima è ideale per iniziare ora. Lancio il sasso e mi assumo un complesso di responsabilità nazionali. Personalmente stravedo per Barbara Bouchet: come donna, attrice, cantante. Una Laura petrarchesca nell’era dei pantaloni a zampa d’elefante (prego cori di incredulità). Poi c’è Milano Calibro 9, una delle vette più alte del cinema poliziottesco italiano, e quella scena. Ugo Piazza/Gastone Moschin, che il Calibro ce l’abbia in gloria, è stato appena rilasciato dal carcere dopo un’ingiusta detenzione, ricordate?, e da bravo criminale in pasta con tutto va a farsi uno shot di J&B dopo l’altro nel suo bar preferito. La mdp di Fernando Di Leo ci mette una frazione di secondo a delucidare il perché di questa predilezione. Lei, la Divina, è avvinghiata ad un palo e balla la più indimenticabile delle lap dance su celluloide. L’inquadratura passa davanti, dietro, zoomata in campo largo, primi e primissimi piani, scorci arditi da sotto, mentre le paillettes del costume svolazzano qua e là e gli avventori del locale rimangono ipnotizzati. Eppure una postilla, a questo punto, appare doverosa. Un conto è ancheggiare nel più muto dei silenzi adoratori, oppure tra bisbigli, bestemmie, volgari apprezzamenti: la carica mesmerizzante va sfumando. Altra storia è se la balera di riferimento spara dalle casse un temino prog-funk a gradazione ritmica imprendibile, ricolmo di quella chincaglieria vintage che tanto piace a tutti: una persona normale dovrebbe cominciare a non capirci più nulla.

Andiamo avanti con il turgore esaltato del fan a briglia sciolta. Per una musa imprescindibile, degli artisti imprescindibili. Siamo ancora dentro la prima metà del concerto, quando i Calibro 35 accennano Bouchet Funk, rilettura osanniana dal tiro filologico impressionante. La polvere depositatasi sulle assi del palco dello Sherwood Festival viene spazzata via, colpo su colpo, dall’onda d’urto di Luca Cavina e Fabio Rondanini. Massimo Martellotta, camiciona a quadretti infilata dentro a dei pantaloni a vita alta, lascia folleggiare la sua sei corde nelle spire di un groove che diviene a tratti ossessivo, soffocante. In disparte il genio tra i geni: Enrico Gabrielli, bottiglia di whiskey in mano, sigaretta aspirata in bocca. Per capirci: il tizio che dal 1997 in avanti suona gli arrangiamenti di (quasi) tutti i dischi italiani che possedete in discoteca – et voilà! –, senza contare l’attività solistica con Der Maurer, i Mariposa, gli Afterhours del passato recente e, ma guarda un po’, i Calibro 35. In appena tre minuti di canzone quest’uomo riesce, nell’ordine, a fumare, suonare la tastiera, imbracciare un flauto traverso, riprendere con la tastiera, sfiatare in un sax spuntato fuori da non si sa dove, ancora il flauto, ancora la tastiera, ancora la sigaretta. Il pubblico è letteralmente annichilito.

Non ci si deve fidare di quello che dicono i Calibro 35, non solo quando si infilano un passamontagna di traverso. Alla Bouchet loro preferirebbero, in teoria, la Fenech: attendiamo fiduciosi un Edwige Blaxsploitation. Hanno paura delle grandi platee perché, affermano, il suono dev’essere più pesante e meno compresso, ed il loro habitat naturale risiede in locali piccoli. Un po’ di dubbi sulla riuscita generale ve n’erano: Calibro 35 soli headliner della serata a un euro, questo azzardo. E gli azzardi, specie se sotto tiro, vanno vinti. Una parola. Dopo due date di rodaggio complessivo, le munizioni del gruppo scaricano tutta la loro efferatezza nel cielo notturno in quel di Padova (odia), rivelandosi non come quelli-che-fanno-tipo-le-colonne-sonore-degli-anni-’70, ma come una delle realtà italiane più belle, mature, convincenti, spettacolari dell’ultimo decennio.

L’evoluzione del complesso è semplice e lineare: primo disco di sole cover (o quasi), secondo in cui le cover cedono molto terreno alla composizione di originali, bignamino terzo con ampia raccolta di outtakes, b-side e versioni alternative. Il pericolo, sempre dietro l’angolo, è che effettivamente il ricordo e l’affezione per una determinata estetica, per un determinato periodo storico, per una determinata cultura prendano possesso della discussione in merito e lascino le briciole all’apparato musicale. Il concerto di mercoledì ribalta ogni assunto e porta su un piedistallo sopraelevato la potenza intrinseca della musica. Appurata l’evidente preparazione tecnica dei componenti, gli ingredienti rimangono sempre gli stessi: shake funk, musica nera, esecuzione formalmente prog, tocchi di elettronica qui e là, psichedelia stroboscopica al retrogusto d’acido. Il mix riesce a parlare al presente attraverso un passato (ma che passato?) che non si vergogna affatto di portare sulle spalle gli anni anagrafici effettivamente trascorsi ma, anzi, li esibisce con fierezza e seduzione. Il concetto di ritmo, battito, pulsazione si rincorre per tutto il tempo e marchia a fuoco alcuni degli episodi più esaltanti, come Shake Baleraun colpo al cuore per chi ascolta A Dispetto Della Discrezione… –, il languido lounge pizzicato di Gentil sesso e brutali delitti, il folle proiettile infuocato di Gangster Story, lacerato da coretti (cantati all’unisono dalle prime file) e detonazioni percussionistiche. Poi, le sorprese. Come in Summertime Killer, dove le tastiere ululano come sirene della celere e le sfrenate ripartenze strumentali esplodono tra fuzz e dissonanze. Nulla può la forza mitigatrice del flauto di Gabrielli su Il Consigliori, che si sviluppa per piani d’accumulazione in un climax di cupezza e durezza elettrica mozzafiato. Verba volant, scripta manent: qui ed ora aggiungiamo carne al fuoco e diciamo che il riff di Eurocrime!composizione originale, si badi bene – è un candelotto di dinamite il cui fine intrinseco è quello di portare e generare il movimento altrui, tra cuscinetti di samba, giri di bossa e chorus sguaiati.

Vero, verissimo: l’apparizione in “Vallanzasca” di Michele Placido, Convergere In Giambellino parte integrante della colonna sonora dell’hollywoodiano “R.E.D.” con Bruce Willis, Helen Mirren e Morgan Freeman, la nuova sonorizzazione di “Milano odia: la polizia non può sparare”, la composizione della soundtrack de “La banda del brasiliano”, l’apertura ai Muse in uno stadio San Siro tutto da conquistare. Tante, ed enormi, sono state le conquiste del quartetto + uno, dal 2008 in poi. Eppure la risposta del pubblico di Sherwood è spiazzante per continuità, coinvolgimento e passione. All’assenza completa di cali di tensione da sopra il palco, si risponde da sotto con balli, applausi, urla, cori, richieste, inneggiamenti a papa Benedetto e a Scilipoti. Un filo rosso lega L’uomo dagli occhi di ghiaccio, energica sassata prog rock d’apertura, ai vari inediti snocciolati nel corso della tracklist – e che testimonierebbero uno spostamento dell’asse del gruppo verso sponde ancor più lisergiche –, alla forza cinetica de L’Esecutore. Il gruppo se ne va una, due, tre volte, salutando una folla sempre più eccitata e partecipe. Una, due, tre volte è costretto a tornare a calcare le assi. Con una cartuccia nella cintura: l’agognatissima Milano Odia, che era invece mancata all’appello al concerto dell’Unwound di tre mesi fa.

Il telone nero con il logo del gruppo ondeggia alle loro spalle. Se fosse colpito da una calibro 35, ne rimarrebbero probabilmente solo brandelli. Tema piuttosto il fruitore d’aria condizionata e l’inguaribile incallito del tanto-non-mi-sono-perso-niente: il prossimo bottino arriva in inverno, direttamente da Brooklyn. Con la speranza di rivedersi presto, in un gioco di sguardi degno del miglior Sergio Leone.

Registrazione del concerto

Intervista

Foto

 
 

www.calibro35.com

 
 
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