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Death Index – Death Index

by MonkeyBoy (Vinylistics)

31 Marzo 2016

Non so se ve ne siete accorti ma su Vinylistics siamo parecchio devoti ai Merchandise, io in particolare sono a metà strada tra un semplice fan e una groupie. In questo articolo raccontavo un po’ di loro, della prima parte della vita artistica del gruppo, e di come dall’omonimo EP di debutto fino ad Es Muerte – passando per Terminal Jagger Jane’s Addiction Boxset(Strange Songs) In The Dark Gone Are The Silk Gardens Of Youth – fossero stati a loro modo punk, con un approccio totalmente do it yourself.

Fino a qui, la storia della band si può riassumere nell’emancipazione dalla scena punk di Tampa, Florida: voler venire via da un buco di culo del mondo musicalmente stantio e difficilmente stimolante. Ma, come si dice, a volte è impossibile resistere al richiamo del sangue. Quindi ecco il frontman Carson Cox ed il suo amico Marco Rapisarda che ci presentano il loro nuovo progetto,Death Index. Make some noise.

Death-Index-band-2016

Per farvi capire la bulimia musicale dei due, a tempo perso Cox canta anche nei Neon Blud e nei Church Whip (con Vassalotti) mentre Rapisarda è coinvolto in progetti come La PiovraSgurd eArchaic oltre ad essere dietro un paio di etichette tipo Hell, Yes! e No Good. Nonostante siano amiz di vecchia data (l’italiano spesso è stato indicato come manager dei Merchandise), il sodalizio si forma solo l’anno scorso quando esce il primo singolo Dream Machine a nome Death Index. L’album omonimo è stato concepito tra Palermo, Tampa Bay e Berlino: “Nato in Sicilia. Morto in America. Rinato a Berlino”.

Il tema centrale, lo si capisce facilmente, è quello della morte e per estensione del morire delle cose. La nota della casa discografica che lo distribuisce, la Deathwish (sic!), parla di “computer death, social death, animal violence” per inquadrare un contesto di disillusione e critica agli usi e costumi sociali contemporanei. Questo in teoria, perché poi in pratica le grandi tematiche sono relegate a puro contorno di 10 canzoni sparate in nemmeno 25 minuti ispirati, a detta del duo, a The Birthday Party e Suicide.

Death Index vive sulla dicotomia tra brani assolutamente frenetici ed altri che possiamo definire più rilassati, con una leggera preponderanza di questi ultimi. Alla prima categoria appartengono l’inizialeFast Money Kill, sorta di intro rumorosa e fracassona, in cui però sono celati già tutti gli elementi compositivi – batteria pesissima, chitarra aggressiva e satura, basso carico e synth lineari – la fulminea Fuori Controllo (nomen omen), le accelerazioni di We’ve Got A Number ma soprattuttoLittle ‘n’ Pretty.

Secondo estratto ufficiale dal disco, Little ‘n’ Pretty incarna la natura selvaggia del punk grazie alla guida di una chitarra compressa e ipercinetica e ad una batteria furiosa, con Cox nei panni di un minaccioso ‘grande lupo cattivo’ dotato di un’insaziabile e immane fame di dominio. Il cantante, qui molto meno onnipresente (e invadente) ma ben integrato nelle texture scritte dall’italiano, è il reale valore aggiunto del progetto. Col suo crooning da una parte dà maggiore profondità al sound mentre dall’altra assicura quelle melodie che smussano in parte l’impianto punk-noise-rock dei brani, redendoli più fruibili.

Rapisarda, che vive in Germania, ha dichiarato come i Death Index siano nati in un periodo in cui aveva delle idee per un nuovo soggetto musicale ma era senza cantante. Dopo aver registrato per tre giorni con Maurizio Baggio (al lavoro anche coi Soft Moon) è stato raggiunto nella capitale tedesca da Cox – alla ricerca di ispirazione per il nuovo album della sua main band – che gli aveva già spedito delle demo vocali definite sorprendenti. Di giorno al lavoro per i Merchandise, la sera – stanco e ubriaco – si dedicava alla nuova creatura, mangiando cibo italiano vietnamita e turco. Come il tutto abbia potuto funzionare nessuno lo saprà mai, ma con l’apporto di Cox le canzoni di Rapisarda cambiano sound e struttura.

Ciò è particolarmente evidente nei pezzi più tranquilli, dove il tono apocalittico di Death Indexviene trasmesso con maggiore efficacia. Registrata a Kreuzberg, Dream Machine è un mid-tempo notevolissimo, che mette in mostra l’abilità di entrambi (soprattutto quella di Rapisarda nel saper suonare ogni cosa) e che ha il solo demerito di durare troppo poco, lasciando quasi insoddisfatti. La successiva The Meal – i cui testi parlano anche di Cristoforo Colombo – si gioca tra un riff di chitarra che si ripete all’infinito (in questo senso molto punk) ed una batteria marziale, con un fuzz così diffuso da sconfinare in ambito goth-glam.

L’intenzione della band è quella di rimanere fluida... continua su Vinylistics

 
 

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