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"Il Figlio di Saul" di László Nemes

Recensione di Luigi Finotto

18 Aprile 2016

Il Figlio di Saul è un film di László Nemes. Con Géza Röhrig.

Opera pluripremiata e dopo aver visto il film direi che i premi sono tutti piu’ che meritati .

Breve cenno sulla trama: Protagonista del film è Saul Ausländer (Géza Röhrig), membro dei Sonderkommando di Auschwitz. Gruppi di ebrei aguzzini di altri ebrei, per ordine dei nazisti. Orrore nell’orrore, l'inferno dantesco in confronto è una passeggiata salubre. Isolati dal resto del campo i sonderkommando sono assoldati per "accompagnare" i loro fratelli per l’ultimo tratto verso la camera a gas, poi rimuovere i corpi e quindi cremarli. In questo frangente spesso si impossessavano anche dei loro abiti e degli eventuali pochissimi effetti personali: Siamo nella catena di montaggio dello Sterminio, i forni, la cenere da smaltire , le docce da lavare, via un carico sotto l'altro. Nella catena di montaggio, a sterminare ebrei, sono altri ebrei, resi schiavi e carnefici, in attesa di tornare ad essere vittime . Il gruppo,in questo caso, si prepara alla rivolta , prima che una nuova lista di sonderkommando subentri a loro condannandoli a morte. Saul riconosce nel cadavere di un ragazzino suo figlio. Il suo scopo, adesso, è quella di dare una degna sepoltura a quello che ritiene suo figlio: degna sepoltura è la ricerca di un rabbino, tra i disgraziati in attesa della camera a gas e la sottrazione del cadavere del bambino alla medesima sorte degli altri. Saul partecipa al tentativo di fuga,con sulle spalle il ”figlio” morente perchè è l'unico modo per uscire dal lager e attuare il suo proposito anche se cosi facendo ostacola e compromette il piano di fuga. Le vicende del gruppo e la tragedia enorme e incommensurabile della Shoa sembrano,a questo punto, lambire e intercettare la sua ossessione ma stando sempre e comunque a margine. Film sulla Shoa ne sono stati fatti diversi, questo però indubbiamente si distacca dagli altri e per certi versi ne e' la negazione, l'antitesi. La scelta stilistica di Nemes che e' il vero punto di svolta del film, tale da renderlo un capolavoro, è incomprensibile se non si tiene conto di un punto etico filosofico che dal dopo guerra è stato oggetto di discussione. La Shoah è rappresentabile, e ancor di più lo è nell’ambito delle arti visive? La ricostruzione è un atto di simulazione/finzione che inevitabilmente indulge su binari retorici,su espedienti narrativi che finiscono per rendere tutto, o quasi, accettabile, fruibile? Le conclusioni di Nemes sono affermative. L'orrore e la violenza o meglio ancora la loro rappresentazione spettacolare sono elementi ampiamente metabolizzati,al punto che anche la "messinscena” della sopraffazione al livello più vertiginoso e incomprensibile, come quello dei campi di sterminio, non sfugge a questi codici estetici, dei quali il pubblico e' totalmente assuefatto. Rappresentare è fuorviante, riduttivo e soprattutto strumentale. L’unica maniera possibile di accostarsi a questa immane tragedia del XX secolo è, probabilmente, per Nemes,quella dell’evocazione e non della ricostruzione . L’impostazione stilistica del film è coerente alla convinzione della non rappresentabilità della Shoah. La forma è sostanza, lo stile e' il punto di vista e il punto di vista e' imprescindibile dall'etica e dalla morale: non si può capire e apprezzare il film senza comprendere questi presupposti essenziali.


Il film è apparentemente in “soggettiva” . La macchina da presa è costantemente dietro le spalle dell'attore Géza Röhrig, lo insegue,lo affianca, a volte sembra quasi che il protagonista impalli la nostra visione,si ponga come ostacolo fisico tra lo spettatore e la scena,si crea talvolta una sorta di simbiosi,quasi una sovrapposizione fisica, tra lo spettatore e il protagonista: volutamente Nemes lascia sullo sfondo, confusa, la visione dell’orrore e lo fa tramite un geniale ricorso all'espediente tecnico della sfocatura, come per enunciare visivamente che non intende ne rappresentarla, ne ricostruirla. I cadaveri e gli atti violenti sono quasi sempre non mostrati, collocati fuori campo, oppure non decifrabili,appunto sfuocati,non messi a fuoco. Il peso insopportabile dell’orrore è, dunque, collocato al di fuori dall’inquadratura, poiché non riedificabile visivamente, oppure evocato tragicamente dalle urla, dagli ordini perentori in tedesco, dal rumore, dalle babele di lingue,dal caos che si percepisce intorno e sullo sfondo. I rumori sono la vera colonna sonora del film e il frastuono cacofonico che sentiamo e il medesimo che ossessiona il protagonista. La regia evita cosi' ogni deriva consolatoria che può scaturire dalla visione diretta che,inevitabilmente esorcizza l’angoscia, ”spiega”, razionalizza, persino banalizza e soprattutto, stabilisce una distanza rassicurante tra lo spettatore e l'orrore . Qui, invece, avviene il contrario: si lascia spazio all'immaginazione, la cui forza è inaudita, assai piu' devastante, sia psicologicamente che emotivamente, della rappresentazione/descrizione visuale. La regia è ipnotica. Lo spettatore e' appeso al protagonista e lo segue passo passo ,come potrebbe fare un bambino terrorizzato e sperduto in un labirinto, di cui non intravede l'uscita ma solo il groviglio di trame , di vicoli ciechi.
In simbiosi con lui, con ogni sua traccia emotiva, con ogni sua ossessione o speranza, lo spettatore cerca la fuga dall'inenarrabile aggrappandosi all'unico brandello di umanità per quanto folle e fragile. Il bambino e' una sorta di Cristo metaforico che redime il male, che si contrappone ai corpi ridotti a tronchi umani e come immondizia scaricati, deprivati di ogni umanità. In realtà e' il figlio di tutti, dell'umanità. Non verrà seppellito e alla fine, in una sorta di magia di cui solo l'arte è l'unica fonte e custode, risorge....cosi sembra.


PS magistrale il piano sequenza iniziale. Tre o quattro minuti che sono di per se già il compendio del film stesso sia dal punto di vista formale stilistico che contenustico. Simili virtuosismi li ho visti solo in qualche film di Orson Welles

 
 

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