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Mogwai live report

Estragon, Bologna - 9 Marzo 2011

30 Novembre 1999

Aspettavo con molta impazienza il ritorno in Italia dei Mogwai. Nonostante io sia un loro ascoltatore invasato mi sono fatto scappare il tour 2009, ma questa volta ho racimolato quattro compagni d’avventura muniti di prevendita e tutti ansiosi ci siamo diretti mercoledì 9 marzo all’Estragon di Bologna. Arriviamo in via Stalingrado con largo anticipo, si sa che per i concerti infrasettimanali si rispettano gli orari! Dopo i leggeri inconvenienti avuti con il personale poco organizzato si riesce ad entrare nel capannone: bello ed accogliente. Non c’è ancora molta gente ma puntualissimo alle nove, sale sul palco un omone gigante con la sua chitarrina classica che poco prima, dietro il banco merchandising, era pronto a venderti i tappi per le orecchie personalizzati Mogwai: un avvertimento?RM Hubbert , con forti erre scozzesi, ci avvisa subito che possiamo chiamarlo amichevolmente Hubby. Con la sola forza delle dita e della sua chitarra classica sfoggia un repertorio di post-rock acustico utile quanto basta a scaldare bene l’ambiente e ad “addomesticare” le orecchie. Nel frattempo il pubblico arriva numeroso riempiendo il locale e molto maleducatamente ignora l’evoluzione sonora di quest’ omone; rincuora il fatto di vedere che non sono l’unico ad aver consumato i dischi “Made in Glasgow”. Terminata l’esibizione, Hubby saluta ed esce di scena prendendosi la sua meritata dose di applausi, lo segue una lunga ed estenuante attesa figlia di un’evidente lentezza organizzativa. Lo staff dell’Estragon e i roadies della band pasticciano un po’ nell’impostare e nell’assettare il palco per lo show , ma queste cose non si dovrebbero fare prima? Magari è solo il frutto di qualche fraintendimento linguistico…vabbé tutto è molto dilatato e quindi molto incline al post rock. Il concerto, finalmente, inizia alle dieci o poco più e Stuart Braithwaite saluta tutti molto timidamente: “We are Mogwai from Glasgow” Aprendo con “White Noise” e “Killing all the flies” subito spiccano due cose: la poderosità sonora e il sincronismo visivo con cui luci, filmati e video originali, ben studiati, rafforzano le già note capacità emotive della band scozzese. Arriviamo a “New Path to Helicon pt.1”, e qualcuno già si lascia travolgere da forti reazioni emotive come pianti e sospiri: impossibile biasimarli! Lo show è un crescendo di potenza, il gruppo non dà segni di rilassamento sfoggiando tutto il suo repertorio con una scaletta che sembra dire “…e il bello deve ancora arrivare”. Continui accavallamenti di nenie chitarristiche, ritmi esplosivi, linee di basso tanto placide quanto distorte e inserimenti melodico-elettronici a comporre uno tsunami di note unico nel suo genere. Bravi. Pochissime parole come di consueto e alla fine di qualche pezzo solamente dei “grazie” pronunciati da Stuart, niente di più. Dopo “Friend of the Night”, che personalmente è stato il momento meno memorabile della serata, se non altro per il piglio alienato con cui hanno affrontato il brano, che lasciava intendere un certo senso di frustrazione da “pezzo di etichetta”, il concerto prende un’altra piega . Superato questo scoglio, Braithwaite, Aitchison, Bulloch, Cummings e Burns sembrano sciogliersi, portando avanti lo spettacolo con maggiore fluidità e con una più accentuata disinvoltura. Terminato il repertorio, inframezzato da qualche assaggio del nuovo album “Hardcore will never die, but you will”, e dopo il solito rito del “Fuori! Fuori!” da parte del pubblico, i Mogwai tornano sul palco. Come tutti i grandi che accettano la sfida del “giochiamo a chi resiste di più”, portano letteralmente tutti i presenti a provare due sensazioni: sordità e nausea (in senso buono). Il bis infatti dura un tempo indefinito, potrebbero essere passati cinque minuti come sei ore. Inizia con “George Square Thatcher Death Party”, un brano dalla voce e dai riff di chitarra tirati a rendere l’ambiente ancora più urlato e ribelle, finisce con un’apoteosi di noise e sperimentazione sonora che spacca i timpani e scalda il cuore: “My Father, My King”. Comincia Braithwaite, con un arpeggino delicato e continuo, a cui si accoda Cummings, con un ulteriore rafforzo distorto, poi Aitchison, a gonfiare ed incupire, Bulloch, a ribollire, ed infine Burns, ad esplodere. La potenza è ad un passo dall’essere vittima di se stessa e i decibel sono al massimo delle loro capacità . L’applauso nasce spontaneo e tutti si aspettano che i cinque tornino nei camerini a prepararsi per la data di Milano del giorno seguente, invece no. Si ricomincia: Braithwaite ancora sull’arpeggino, Burns questa volta imposta un beat di bassa frequenza e in chiusura Cummings si dà alle astrazioni soniche rimasto solo sul palco, con il compito di tramortire definitivamente la platea bolognese, arrivata al termine quasi completamente priva di udito. Solo l’intervento dei roadies pone fine a tutto questo. Tornato il silenzio, a noi fortunati testimoni di cotanta espressione monolitica di trascinamento emotivo, non è restato altro che riprendere il cammino verso casa cercando di smaltire al meglio la piacevole labirintite che ci ha colpiti, con la radio rigorosamente spenta. Concerto memorabile.

Andrea Monte


 
 

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  • Mogwai - Rano Pano [live @ Estragon Bologna]
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