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Oscar – Cut And Paste

by MonkeyBoy (Vinylistics)

7 Giugno 2016

Se la storia ci ha insegnato una cosa – magari non l’unica, ecco – è che il pop non è per musicisti improvvisati o impreparati. Se altri generi soprattutto di declinazione rock (penso a garage, psych, lo-fi e compagnia) sono pieni di gente che mette su band in cinque minuti e fa un album all’anno tipo i Thee Oh Sees (ma loro possono), il pop, anche quello indie, richiede quella pazienza fondamentale di chi sa di buttarsi in una realtà sovraesposta ed altamente concorrenziale. Oscar Scheller queste cose le sapeva già a quindici anni, perciò non c’è da stupirsi se solo ora, alla soglia dei venticinque, pubblichi il suo esordio Cut And Paste. E l’Inghilterra si spella già le mani.

Oscar

Originario del nord di Londra, figlio d’arte – sua madre frequentava il Mud Club, suo padre suonava nella band new wave The Regents nei ’70-’80 – Oscar studia al St. Martin College per diventare scultore. Poi capisce che per fare qualche soldo deve assecondare l’inclinazione familiare verso la musica. Si chiude nella sua camera da letto e, a differenza di quello che fa la maggior parte dei suoi coetanei in quella situazione, compone un po’ di brani e qualche demo accorgendosi di avere una dota innata per le melodie. Nel 2014 registra sul suo MacBook un EP, Beautiful Words, venendo subito notato da quelli della Wichita Recordings. Dato che è molto furbo e molto saggio non si affanna per pubblicare subito un LP; piuttosto rilascia una serie di singoli assai fortunati per tastare il terreno, ricevendo in compenso passaggi in radio e una prima notorietà.

Gli inglesi sono dei fottuti nostalgici, si sa, per cui il britpop riecheggiato da un millennial come Oscar fa subito presa sui loro cuori sensibili. Si parla subito di band come Blur e soprattutto Elastica, e l’elegante tono baritonale à la Morrissey non fa che aumentare la febbre, già oltre i livelli di guardia. Dal canto suo Oscar ci mette canzoni killer come il singolo di lancio Sometimes, una sorta di power-pop per tastiere e chitarra a metà tra la band di Albarn e i Dandy Warhols. L’ostinazione di riarrangiare e riproporre un brano scritto già due anni fa ma non considerato da nessuno la dice lunga sulla lucidità del nostro, che la mette ad inizio album conscio delle sue potenzialità.

Dice che gli ci sono voluti 3/4 anni per mettere insieme questi dieci pezzi e, sebbene nessuno se ne accorga, l’approccio è totalmente do it yourself visto che compone, suona e produce tutto lui. L’attenzione dedicata agli arrangiamenti è notevole. In Be Good il groove di basso e batteria – con qualche innesto di loops ed elettronica soft – è talmente riuscito che paradossalmente il piatto forte della casa, il ritornello, passa in secondo piano. Ancora meglio fa in Good Things dove su un beat hip hop vecchia scuola costruisce un’ondulante inno ottimista (“We’re all waiting for good things to happen, everybody knows it’s true”) che al contrario ha nel refrain (compreso il finale la-la-la) il momento vincente. Il già citato cantato da crooner è anch’esso talmente educato e sofisticato da presuppore molto studio dietro, si veda come esempio Feel It Too, cui la parte vocale conferisce una venatura di sofferenza che ben si sposa al tono lo-fi della canzone.

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Tra i brani già ascoltati in precedenza funziona molto bene Breaking My Phone sia per aggressività che per linee melodiche al solito di buon gusto e orecchiabilità. Semmai, al netto della somiglianza con Albarn, il difetto maggiore sta nell’esaurire quasi subito quello che ha da dire e di ripeterlo un po’ troppo a lungo, testi compresi (“I keep on breaking my phone after I’ve spoken to you”). La genesi di Daffodil Days è invece piuttosto divertente, col titolo che deriva da un messaggio mandato ad un amico dopo una giornataccia, in cui il correttore automatico dello smartphone scrive ‘daffodil’ invece di ‘difficult’, mentre per il resto si nota in Oscar un gusto molto british nel dar forma al sound poppy coi tipici saliscendi. Infine, ultima di questo lotto, Beautiful Words è un upbeat dal ritornello micidiale che torna ad avvolgersi di positività nonostante sia stata scritta dopo una rottura e parli dell’essere insicuri e del sentirsi dire che le cose vanno bene.

Quest’ultima è emblematica del modo di trattare un tema sempre molto caro alla gioventù, l’amore, più come sentimento che come atto fisico. In effetti Oscar ne sublima il concetto in quello che lui stesso ha già definito ‘gangsta melancholy’. Only Friend, nonostante sia pericolosamente Beirut, è un po’ triste ed un po’ spensierata, grazie alla presenza d’alleggerimento di una voce femminile – Marika Hackman, amica di Scheller – e al dualismo basso/synth. Fifteen, scritta ben dieci anni fa quando il cantante era appunto quindicenne, scava nel dolore (“But when I see your face and I want to die”) tanto quanto lui esplora le profondità della sue corde vocali nel brano più morrissesque che possiate immaginare, anche se un minuto in meno avrebbe fatto davvero bene.

Ciò detto non stupiamoci se i testi risultano in larga parte naif seppur diretti ed onesti. In Cut And Paste non troverete pensieri profondi o riflessioni taglienti come una lama. Vi sono invece racconti sul passare del tempo, su relazioni tormentate ma non troppo con le ragazze e sogni futuri, come testimonia la conclusione di Gone Forever, probabilmente il momento più debole ed inconsistente, una sorta di ninnananna lenta e dreamy così ingenua (“Nothing’s as it seems, there’s a land where hopes don’t meet with dreams”) che relega la malinconia a sentimento da b-side...continua su Vinylistics

 
 

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