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Deakin – Sleep Cycle

by MonkeyBoy (Vinylistics)

9Giugno2016

Da fan sfegatato degli Animal Collective mi trovo a seguire le vicende dei componenti del gruppo con molta attenzione. L’anno scorso Panda Bear ha pubblicato il suo grande ritorno solista mentre qualche mese fa è uscita la nuova fatica del Collettivo, Painting With. Nella famiglia di Baltimora c’è sempre stata piena libertà di andare e venire. Al contrario del famoso detto questa casa è davvero un albergo, e il membro più scostante e meno presente fra i quattro è senza dubbio Joshua Caleb Dibb, in arte Deakin. Solo in cinque occasioni su dieci ha dato il suo pieno contributo alla causa e se la sua assenza nel capolavoro indiscusso degli AnCo, Merriweather Post Pavillion, è la vera macchia sul suo curriculum, giunti al debutto in solitaria la curiosità attorno alla sua figura come musicista e artista in generale è assai cresciuta.

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A parte i dischi con la band, in 38 anni Deakin ha già avuto modo di mostrare le sue doti remixando lavori per Goldfrapp (Little Bird), Phoenix (Love Like A Sunset) e Pantha Du Prince (Welt Am Draht). Il progetto Sleep Cycle nasce addirittura nel 2009, quando su Kickstarter Deakin apre una raccolta fondi in modo da finanziare un viaggio in Mali per suonare al Festival au désert, realizzare un libro ed un CD, e con quello che sarebbe avanzato donare qualcosa a Temedt, una OGN maliana che si batte nella lotta contro la schiavitù. Tre anni e 26000 dollari dopo il viaggio, senza album e senza aver reso il favore ai donatori, Dibb afferma che i soldi sono andati tutti in beneficenza, che non se l’è sentita di farsi pagare dai fan per fare musica e che sta ancora lavorando sul disco, rimandato a oltranza a causa del suo perfezionismo maniacale e, aggiungerei, anche della sua ansia da fallimento.

Questa vicenda a metà fra ingenuità e disorganizzazione – che ha attirato su di lui molte più critiche di quanto meritasse – arriva a conclusione con l’uscita di questo lavoro pagato quasi totalmente di tasca sua, spedito in formato cassetta a tutti quelli che avevano contribuito su Kickstarter e reso disponibile agli altri sul Bandcamp dello stesso Deakin. Tutte e sei le canzoni sono state concepite nel 2010, ma solo quelle ‘ambient’ sono state registrate allora. L’anno scorso Dibb si reca nello studioRare Book Room con Nicolas Vernhes per registrare due brani, Footy Good House. In quelle session si avvale di Tim DeWitt (in arte Dutch E. Germ , ex dei Gang Gang Dance) per la parte di batteria della prima, mentre Peter Kember (cioè Sonic Boom) si occupa del mixaggio della seconda.

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Due cose appaiono subito evidenti. La prima è che Sleep Cycle si gioca quasi tutto sul dualismo tra psichedelia e folk, cosa che non stupisce poi più di tanto. La seconda è che Deakin ha una voglia matta di farsi finalmente conoscere per quello che vale veramente, smarcandosi quando occorre dal marchio Animal Collective o comunque dall’idea attuale che abbiamo di loro. Così trova ampiamente giustificazione aprire con la chitarra acustica su base vagamente ambient di Golden Chords, elettro-folk calmo e rilassato, in cui una voce dal registro allo stesso tempo alto e tenue rivela testi personali (“Stop believing your being’s been shattered and distorted because, brother, you’re so full of love”) dotati di un carattere mistico che mancava dalla discografia del Collettivo da tanto tempo. Allo stesso modo, i due intermezzi Shadow Mine e Seed Song rafforzano questa spiritualità ritrovata. La prima è una via di mezzo tra un mantra ed un’orazione in lingua africana (probabilmente originaria del Mali) costruita all’insegna del minimalismo assoluto con voce e una qualche specie di strumento non identificato; la seconda, leggermente più complicata, riprende su un drone acquoso la struttura della preghiera, questa volta con tanto di simil coro.

In mezzo agli interludi si trovano i due brani centrali per livello lirico e compositivo, in cui solo apparentemente Deakin torna nella comfort zone della sua main band. Just Am fin dai primi dieci secondi è assolutamente riconoscibile come Animal Collective, infarcita di loops synth e tutta una serie di elementi che arricchiscono il sound pur mantenendo la calma dettata da Golden Chords. Tuttavia grazie ad una melodia solida e ad un beat pulsante e penetrante, questo dub-pop non si perde mai in fronzoli o inutili arzigogoli virtuosi, ma anzi rimane sempre focalizzato nonostante sia il più lungo del lotto, alleggerito dal pianoforte mentre con sincerità si mettono a nudo dubbi e incertezze di tanti anni (“I’ve lost my voice, I need direction”). L’ottima Footy scava nella stessa direzione con una riuscita ancora migliore. Al di là di un inizio volutamente disorientante, il groove è assai più pesante grazie ad un basso carico e una batteria psichedelica e incattivita quanto basta. Al solito – ma arrivati a questo punto non stupisce più – la prova vocale è da rimarcare tanto per personalità quanto per duttilità, mentre permane intatta l’anima innalzante e trascendente.

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La conclusiva Good House chiude i giochi e idealmente anche il cerchio tornando alla semplicità sonora dell’inizio. Qui il tono è quasi cosmico ma cambia poco, perché su un incedere cadenzato Deakin stratifica un carnevale di suoni elementari in tonalità pastello, in bilico tra spirituale buddistica rinuncia alle passioni del mondo (“Spit out all the rage, you’re safe now, don’t fight”) ed eterno miglioramento di sé (“So I breathe my way down, and I breathe my way deeper. When I’ve grown, I ascend”). Come già per gli altri brani non se ne avverte la durata (che qui supera i sette minuti) a dimostrazione di quanto Deakin pieghi le sue capacità di scrittura alla totale padronanza dei tempi e degli strumenti...continua su Vinylistics

 
 

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