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Blood Orange – Freetown Sound

by MonkeyBoy (Vinylistics)

14 Luglio 2016

È sempre più facile spiegare perché un album è deludente e non il contrario. La bruttezza è immediata, cristallina, pare quasi un tradimento e alla fine si metabolizza in fretta. Al contrario, il nuovo lavoro di Devonté Hynes (aka Blood Orange)Freetown Sound, è di una bellezza complicata. Al suo interno ci sono tante cose, alcune sublimi altre sgradevoli da affrontare; c’è poco di facile ed è ostico fruirlo in modo scorrevole. Ma ogni singolo istante è talmente infuso di straordinario talento che abbiamo per le mani uno dei dischi dell’anno, senza storie.

Dev Hynes – cantante, autore, compositore, producer – inizia la sua carriera nei Test Icicles, dal 2004 al 2006 band indie rock con all’attivo un solo album pubblicato. Poi si trasferisce dalla natia Londra a New York per dare vita al progetto indie folk Lightspeed Champion, che porterà in dote un paio di dischi ed una consapevolezza inedita sul mondo che lo circonda. Dal 2011 debutta col nuovo moniker Blood Orange rilasciando Coastal Grooves, un primo rozzo tentativo di virare verso il funk e la new wave, bissato due anni più tardi dal ben più riuscito Cupid Deluxe. Nel frattempo lavora per e con tantissimi pezzi grossi tipo FKA twigs, Florence, i Chemical Brothers, Kylie Minogue, Sky Ferreira e potremmo stare qui tutto il giorno.

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Freetown Sound si pone come punto di arrivo sia della sua carriera d’artista sia come uomo in generale. Registrato negli ultimi due anni, da un lato vede Hynes solito padre-padrone della baracca – canta, produce, suona tastiere, piano, clarinetto, violoncello, chitarra e tutti i principali strumenti che vi capita di riconoscere – mentre dall’altro si circonda di numerosi amici/collaboratori che più eterogenei non si può. Tutti insieme per un tour de force a metà tra r&b, funk, synth pop e soul, 17 (!) brani che uniscono il passato il presente ed il futuro di Hynes mischiando le influenze – a detta sua, Dust Brothers e Paul’s Boutique dei Beastie Boys – alla sua musica e voce semidivina.

Fra le innumerevoli tematiche affrontate dall’album, quella personale è in un certo senso il motore scatenante di tutto. Il titolo è un riferimento alla città di Freetown, capitale della Sierra Leone, dove nacque suo padre. Ma è il viaggio verso Londra compiuto da questi e da sua madre (originaria della Guyana) proprio alla stessa età in cui lui se n’è andato a NY ad ispirarlo profondamente. Il magistrale synth pop anni ‘80 Augustine, dedicato all’omonimo santo di origine algerina, si apre con Hynes che canta “My father was a young man, my mother off the boat. My eyes were fresh at 21, bruised but still afloat” in modo talmente struggente che il groove micidiale per un attimo passa in secondo piano. Ma c’è molto di più, perché se il ritornello tratta la tematica queer (“Skin on his skin, a warmth that I can feel with him“) e ad un certo punto viene citato Trayvon Martin, dopo una pausa di pura astrazione il finale in lingua africana krio è dedicato alla figura di Nontetha, con tutto quello che ne consegue.

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Dunque scavando nemmeno troppo scopriamo che un altro tema fondamentale è quello politico-sociale, su un piano personale certo, comunque paragonabile a To Pimp A Butterfly o a Black Messiah, giusto per caprine la portata. Questo approccio, in verità già esplorato negli ultimi mesi dai singoli Sandra’s Smile e Do You See My Skin Through The Flames?, trova qui la sua massima espansione. L’iniziale By Ourselves, intro soul per pianoforte che può vantare un sample di Myself When I Am Real di Charles Mingus, contiene un discorso sul femminismo; l’ondulante e riflessivo r&bChance – con Kelsey Lu alla voce ed un sax assai ispirato – parla di disuguaglianze (“All I ever wanted was a chance for myself”) col più triste sarcasmo che vi possiate immaginare (“No one ever really cares what ‘Thug Life’ means”).

E ancora c’è spazio per la questione razziale sia in With Him – sorta di interludio soul-jazz con sample da Black is…Black ain’t documentario del 1994 di Marlon Riggs – sia in Love Ya, scintillate versione diCome On Let Me Love You di Eddie Grant per la voce di Zuri Marley, con fiati piano e clarinetto che conducono fino all’intervista in coda a Ta-Neshi Coates sulle minoranze etniche. Ma in questo solco èHands Up a rappresentare uno dei vertici compositivi assoluti del disco. Qui Blood Orange si fa accompagnare da Brydon Cook in un synth/indie pop che cita palesemente Prince e che si incentra con forza delicata (“Keep your hood off when you’re walking”) su Michael Brown e di nuovo Trayvon Martin, in cui alla denuncia fa eco un senso di ineluttabile dolore (“Sure enough they’re gonna take your body”) per quello che è uno dei cancri della società americana.

Freetown Sound è stato definito in sede di presentazione un album per quelli cui è stato detto di essere “non abbastanza neri, troppo neri, troppo queer, queer nel modo sbagliato” e sull’essere neri nel Regno Unito ed in America. Personalizzando al massimo questi conflitti, interiorizzandoli con la sensibilità che gli è propria, per reazione Dev Hynes è attraversato qua e là da una vena di malinconica tristezza. Augustine a parte, il mid-tempo r’n’b jacksoniano But You esprime tutti i dubbi e le paure di un animo nobile che cammina in una strada dove c’è solo una ragazza bionda davanti e lui cerca di non spaventarla. Non dissimilmente si comportano l’eccellente funk di Desirée o le meno notevoli Squash Squash e Better Than Me, forse l’unico episodio che lascia qualche rimpianto non riuscendo a sfruttare al meglio Carly Rae Jepsen in una specie di trip hop crepuscolare ma non originalissimo...continua su Vinylistics

 
 

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