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Sugar Candy Mountain – 666

by MonkeyBoy (Vinylistics)

3 Agosto 2016

Mentre sto scrivendo questo pezzo è mercoledì, cioè il giorno in cui sul blog pubblichiamo le playlist di Reverberation Radio. Ormai due anni fa, uno dei gruppi che più mi colpì nelle selezioni della web radio californiana – anche perché presente ben più del minimo sindacale – furono gli Sugar Candy Mountain da Oakland, nella zona dello Joshua Tree. Come per altri, il tempo a disposizione non mi ha permesso di parlarne prima ma ora che è uscito (via PIAPTK Records666, il loro terzo album, è giunto il momento di dirne un paio anche su di loro.

Riducendo il discorso all’osso, la band è in realtà un duo formato da Ash Reiter (voce, chitarra) e da Will Halsey (voce, batteria, chitarra, tastiere) – quest’ultimo coinvolto anche in altri progetti tra cui Blank Tapes. Di volta in volta Reiter e Halsey sono stati affiancati da musicisti e turnisti sia per il lavoro in studio sia per i live. A questo giro, per dare un seguito all’omonimo debutto uscito su cassetta nel 2011 ed al fortunato sophomore Mystic Hits di tre anni fa, gli Sugar Candy Mountain si sono ritrovati tra l’autunno del 2014 e la primavera del 2015 prima a San Francisco e poi nel loro studio di Oakland.

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Sotto la supervisione del produttore Jason Quever (proveniente dal progetto Papercuts), il gruppo ora di base ad L.A. ha deciso di ampliare i propri confini rigidamente chiusi nello pysch-pop di Mystico nel confuso elettropop in salsa beatlesiana dell’esordio verso un pop più indie e più dreamy allo stesso tempo. Se vi servono riferimenti dovete cercare fra Os Mutantes e gli anni ’60 del pop più barocco, senza dimenticare la cinematografia bondiana e l’ombra sempre lunga di Kinks e Beach Boys.

Fin dalla copertina – col suo senso di moderno eden di plastica e con tanto di serpente tentatore – pare chiaro che il tema principale sia realtà vs percezione. Anche il titolo, 666, è messo appositamente in contrapposizione col nome della band, naif ed innocuo come quelli che vengono dalla montagna del sapone (delle caramelle zuccherose in questo caso). Quindi si procede per opposti e col fine di confondere, di annebbiare. L’iniziale Windows e più avanti anche Tiredimplementano lo scopo tirando fuori un inaspettato surf che viene ottimamente declinato verso la psichedelia nel primo brano – ondeggiante e con un riff killer – mentre è più classicamente rock nella seconda. Questa, che si apre con un lennoniano “Why am I tired all the time?”, fa della capacità ipnotica del duo la sua forza primaria, usando semplicemente un buon giro di basso e la duttile voce della Reiter.

Se è vero che qua e là qualcosa di beatlesiano esce sempre, Atlas dimostra anche influenze più recenti – in questo caso Jacco Gardner – ripiegate verso un brano trippy e dalle melodiche luccicanti, pur con qualche discontinuità di troppo. Altrove, più precisamente in Change ed in Being, sono invece gli onnipresenti Tame Impala a fare capolino. La prima è poco più di un intermezzo di neo-psichedelia derivativa e liricamente in zona misticismo nel ripetere “All that you touch you change”; la seconda è uno degli episodi meno fortunati perché troppo monocolore, nonostante ritmiche precise e venature dreamy che ci mettono tutte le buone intenzioni del caso.

666 è tutt’altro che un album perfetto, ma per essere nati come progetto casalingo e poco più che amatoriale gli Sugar Candy Mountain nel giro di due album e mezzo hanno raggiunto una capacità di scrittura davvero notevole. La title-track, probabilmente il vero apice del disco, è la summa del loro potere seducente da una parte e narcotico dall’altra, di quel saper usare lo humour più nero anche in contesti astratti e nichilistici (“I’ve watched the battle above the clouds, it was on the tv in the gift shop, another war with the volumer turned down”).

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Se dal punto di vista strettamente musicale abbiamo detto più o meno tutto, lasciatemi un’ultima riflessione sul ruolo della Reiter. La sua centralità all’interno della band è cresciuta disco dopo disco, ed ora possiamo affermare che la sua voce – evocativa pur senza avere un timbro particolarmente originale – è perfettamente funzionale nel creare le giuste atmosfere e nell’incorniciare le emozioni suscitate dai vari brani. Nella semplicità della gioiosa Eye On You o tra gli echi dell’insistente e percussiva Who I Am, la vocalità di Ash Reiter riesce sempre ad aprire una dimensione ulteriore, spesso spezzando il circolo ritmico della ripetizione e proiettando le melodie verso spazi infiniti...continua su Vinylistics

 
 

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