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La Femme – Mystère

by MonkeyBoy (Vinylistics)

16Settembre2016

A tre anni dal loro esordio sulla lunga distanza, Psycho Tropical Berlin, il collettivo dei La Femme torna con Mystère, sicuramente uno degli album più attesi in Francia. Pure io, che i francesi guardo sempre con sospetto per non dire di peggio, nel tempo sono stato stregato dalla band originaria di Biarritz e ne ho raccontato la storia qui. Dopo il successo e i numerosi premi del debutto, Sacha Got (chitarra, voce) e Marlon Magnée (voce, tastiere) – coppia che di fatto costituisce il nucleo creativo – insieme a Sam Lefèvre (basso), Noé Delmas (batteria), Clémence Quéllenec (voce, tastiere) e Lucas Nuñez (percussioni) si sono ritrovati tra un castello in Bretagna e Parigi per registrare questo LP che esce viaBorn Bad.

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Concluso in uno studio a L.A., dove Sonny Diperri (già al lavoro per gli Animal Collective) e Stéphane ‘Alf’ Briat hanno provveduto al missaggio, Mystére è un deciso passo in avanti nella carriera del gruppo. Curato nei minimi dettagli fin dalla copertina (che ovviamente finge di nascondere una vagina, vero mistero del mondo se ce n’è uno!) allarga lo spettro classico – psichedelia e punk, surf-rock, yéyé, Gainsoburg e Velvet Underground come se piovessero – verso cold wave, sonorità krautrock ma soprattutto pop, declinato nella dance o nell’elettronica a seconda delle esigenze. Piuttosto lungo – parliamo di più di 70 minuti, cosa comunque abituale per loro – scorre via in modo fluido e naturale, nonostante necessiti di un paio di ascolti supplementari per essere metabolizzato a pieno.

Il primo evidente cambiamento d’impostazione sta nella preponderanza di momenti rilassati rispetto alla frenesia e all’urgenza degli inizi. La Vide Est Ton Nouveau Prenom è una ballata acustica delicatissima, che unisce la chanson d’oltralpe alle atmosfere morriconiane da epopea western, mentre la pulsante ed oscura Exorciseur pur essendo un episodio che potremmo definire minore ha il merito di dilatare lo psych-pop in qualcosa molto simile ad una colonna sonora horror anni ’70. Ed in effetti una delle costanti della musica dei La Femme rimane il carattere cinematografico delle loro produzioni. Si vedano a questo proposito la sospesa Tueur De Fleurs (che manca però di un vero e proprio sviluppo), ma soprattutto Al Warda che inizia con un giro di batteria hip-hop e poi si sviluppa tra violini, sassofono e voci cosmiche in un’esperienza orchestrale e melodica unica, a dimostrazione della sapienza raggiunta dalla band nel manipolare il proprio sound.

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La calma che i parigini d’adozione lasciano volutamente trasparire è la cartina di tornasole di un lavoro quanto mai maturo, consapevole, sicuro di sé e dei propri mezzi. Ciò permette loro di muoversi verso nuovi territori secondo due direzioni principali. Una via li porta a confrontarsi con sonorità orientaleggianti fin dall’iniziale Sphynx che, tenendo fede al suo titolo, è una sorta di elettro-pop misterioso costruito su synth acquosi e dal mood rilassante nonostante una sensazione di fondo vagamente minacciosa e incalzante (“Dancer sous acide”). Altrove in Mystère saranno Psyzook Le Chemin ad approfondire la tematica musicale; mentre la prima cade un po’ troppo nei cliché tipici di chi si avventura nel folk-blues tuareg, la seconda vince proprio per originalità unendo languidi violini in simil-glissando a percussioni e ritmiche tribali efficacissime, così che a trionfare sia l’innato modo di intrigare del gruppo.

L’altra strada intrapresa conduce i La Femme ad una rinnovata sensibilità elettronica, fatta di synth e drum machine, che guarda agli anni ’80 e ad una certa pop-dance del decennio successivo. In alcuni casi, parlo di S.S.D (che sta per il quartiere parigino di Strasbourg Saint-Denis), le cose potrebbero andare bene invece di appiattirsi su una cassa in quattro ed un piano svogliato. Meglio riescono Elle Ne T’aime Pas – che fra tastiere e loops elettronici butta lì un “Ciao bella” con la sicumera dei forti – e soprattutto Mycose, un interessante ibrido tra pop e Kraftwerk con le chitarre a dare un tocco vagamente rock che poi si distorce sul finale. Momento in cui torna predominante la componente femminile della band che qui, oltre alle già citate cantanti, si avvale della collaborazione di numerose altre interpreti tra cui i ritorni di Clara Luciani e Jane Peynot e i debutti di Naomi Green, Mathilde Marlière, Angela Hureau, Sarah Ben Abdallah e Battista Acquaviva.

Ma non sarebbero i La Femme senza una manciata di tracce assolutamente gioise e scanzonate, almeno nella struttura sonora perché poi succede che i testi siano sempre più profondi di quanto non appaia. Ou Va Le Monde oltre ad essere singolo di lancio è anche uno dei picchi assoluti del disco, che racchiude in sé l’essenza cristallina del collettivo. Voce maschile e femminile si mischiano su un surf-psych dalle forti tinte pulp e dalle sfumature noir e yéyé. Septembre raggiunge il medesimo scopo in maniera opposta, incarnandosi in una quasi filastrocca volutamente infantile da cui emerge un substrato cupo e discordante, perciò assai intrigante. Chiude il terzetto Tatiana, un up-tempo che la band ha sempre fatto, che qui deborda verso il punk – alla loro maniera – ed il kraut, in cui proprio il saper mescolare con dovizia elementi differenti rappresenta la vera vittoria per Sacha Got e compagni....continua su Vinylistics

 
 

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