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Godblesscomputers - Solchi, manciata di groove e ricordi

A cura di Matteo Molon

8 Settembre 2017

Cammino per la città di Padova in questo inizio settembre a tratti uggioso, e mi chiedo cosa sia rimasto dell’estate. Una manciata di pratiche di lavoro e di festival, in particolare Sherwood, tanti concerti e bicchieri vuoti. Un libro sui Ramones ancora da finire e la saga manga L’Attacco dei Giganti iniziata.

Sono ricordi. Ad ogni fine stagione, naturale ed umana, la testa si affolla di ricordi, e mi incasina, ma quest’anno è diverso. È un “mai più”: mai più caos e successivi repentini sbalzi d’umore, melanconia e incertezze.

Se prima essi serviano a generare confusione, pur nella loro piacevolezza, ora sono propedeutici a creare ordine; a sistemare le esperienze nella libreria di un’esistenza normale, senza accadimenti eccezionali, ma sempre volta alla ricerca di un miglioramento costante. Personale e nei rapporti con gli altri individui.

Questa è la tiepida razionalità che mi evoca il nuovo lavoro di Godblesscomputers, Solchi. Solchi (forse) come ricordi, come segni di vita che si imprimono indelebilmente e che nella maturità dei trent’anni impari a convertire in qualcosa di positivo, senza essere più esacerbato dai riflussi infausti di questa trasformazione.

Non sono accecato, nell’ascoltare, da attimi di gioia immensa seguiti da un vuoto di eccitazione. Non rimango nemmeno semi-indifferente (ci mancherebbe!). Latitudine e longitudine stanno altrove, è una lunga camminata assopita, avvolta dai suoni ovattati di dischi dai timbri caldi, dischi di strada e di casa. Dentro c’è un intero mondo di black music: soul, funk, R&B nel tocco e hip hop nelle batterie. Ci sono perfino la Giamaica e il dub.

Ricordo ancora quando due anni fa intervistai Lorenzo poco prima dell’uscita di Plush and Safe, e ascoltando adesso Solchi mi rendo conto dei cambiamenti dettati dal trascorrere del tempo. Plush and Safe coglieva un certo distacco riflessivo e poetico traducendolo in elettronica, una dimensione dove il ruolo di spettatore era ancora forte, oggi sembra Godbless abbia deciso di mettere le mani avanti e di fare il suono del tutto suo. Per questo motivo, pur essendo differente dai precedenti lavori, il nuovo Lp mantiene intatta la cifra stilistica, espandendola. Non la definirei una sperimentazione ma una naturalissima evoluzione, ordinata e consapevole.

Dell’intera scaletta Adriatica mi colpisce particolarmente per le pennellate di jazz che ben si adagiano sul selciato, evocando qualcosa di recondito e difficilmente identificabile ma che ha molto a che fare con i nodi alla gola sciolti quando si decide agire, e lasciare andare. “Mai più”.

Solamente Freddo, brano conclusivo, per assurdo, cita echi passati, divenendo un’ultima occhiata al libro delle fotografie, poco prima di chiuderlo.

Non so perché l’album, infine, pare parlare di figli e genitori, e di figli che diventano genitori idealmente, acquisendo quella sicurezza e quell’amorevolezza latenti, nel pensiero e nell’azione, capaci di permeare ogni gesto quotidiano e di distinguere (forse) un ragazzo da un adulto.

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Il bel video del singolo Just Slow Down:

 
 

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