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a cura di Mirco Salvadori

Il disincanto dell’impossibile paninaro nell’assetata Milano da bere

Conversazione con ROBERTO FRANCO autore de "Il Segreto degli Anni Ottanta" – Algra Editore

5 Dicembre 2017

Solitamente il lettore si ritrova testimone di racconti ambientati in epoche di grandi cambiamenti, si identifica nel protagonista, rivede sé stesso in stagioni lontane, riesce a vivere in prima persona il percorso di formazione descritto tra le righe di una storia che ha un inizio e probabilmente una fine. Ma se vorrete provare altre esperienze di lettura, cedete la vostra curiosità affidandola alle frasi che compongono il romanzo scritto da Roberto Franco. Vi porteranno a condividere il quotidiano di un adolescente nella Milano degli anni ottanta e tutto il fervore e l’impegno, la condivisione e la passione che sgorgava a fiumi dalle pagine fino ad ora lette all’improvviso svaniranno, trasformandovi in testimoni atterriti di una stagione capace di annientare e distruggere quanto fino ad ora costruito. Il Segreto degli Anni Ottanta è anche questo, la notevole forza disgregante del suo contenuto e il modo con la quale viene distribuita.


Osservatore dei movimenti politici e delle culture marginali, narratore e critico musicale. Questo si legge di te nella retrocopertina del tuo ultimo libro. Cerchiamo di fare un riepilogo meno riassuntivo e scopriamo chi è e di cosa si occupa Roberto Franco.

Sono sempre stato morbosamente interessatoalle correnti sotterraneeche si intrecciano al succedersi degli eventi che ai miei occhi, fin da bambino, è sempre stato qualcosa di paradossale, apparentemente inspiegabile. A come gli eventi si legano alla memoria collettiva, al mito quanto alla vicenda storica vera e propria. Da qui le mie passioni: la storiografia, la mitologia, la filosofia politica, la musica anche come fenomeno sociale - passioni che hanno determinato in seguito i campi della mia attività pubblicistica.

La musica riveste una rilevanza importante, oserei dire vitale, nel tuo percorso. Quali sono i suoni che ti appartengono, da dove giungi e quale musica oggi, ritieni sia interessante ascoltare e perché.

Ho vissuto come uno Zelig svariati trend degli anni Ottanta, dal Metal all'Hardcore all'Indie – dal Dark alla Neopsichedelia. Con l'avvento del Grunge, nei primi anni Novanta, persi un po' di interesse verso il rock coevo e mi spostai decisamente verso la Grey Area, recuperando Dark, Post-Industrial ecc. ed esplorando l'ambito in maniera più approfondita. Per quanto riguarda la tua seconda domanda, la musica che oggi mi attrae si trova nell'ambito dell'Avant-Jazz o dell'avanguardia in generale, soprattutto elettronica, poiché ritengo che ormai le pur immense possibilità della forma-canzone pop-rock si siano esaurite. Ma è un'opinione assolutamente personale, non una tesi. E poi alcune produzioni melodiche mi piacciono ancora.

Roberto Franco è anche un critico musicale – orribile definizione, lo so – una cosa che si percepisce anche dalla lettura del tuo ultimo libro. Come la vedi e la vivi l’attuale situazione musicale italiana.

 Mi sorprende come, dopo decenni di mutamenti epocali, permanga in Italia la suddivisione le cui radici risalgono più o meno agli anni Sessanta del secolo scorso, tra l'artista canta in italiano – e può quindi avere l'attenzione dei media nazionali con tutto ciò che ne consegue, e quello che canta in inglese e deve per forza andare a cercare il successo all'estero. Ciò escludendo realtà di nicchia, per esempio la scena sperimentale dove noi italiani abbiamo oltretutto una forte tradizione. In questo modo anche la nostra musica cosiddetta “alternativa” ha raramente un riscontro (e un confronto) a livello globale, e per sopravvivere deve inevitabilmente virare verso il solito cantautorato, di cui francamente, salvo qualche eccezione, non se ne può più.

Un tuo parere sulla nostra stampa specializzata, cartacea e digitale.

Trovo un' eccessiva indulgenza verso formazioni o singoli artisti “alternativi” italiani che se fossero, toh, scozzesi o olandesi sarebbero probabilmente rasi al suolo senza pietà da alcuni tra coloro che li incensano – naturalmente è una mia personale impressione. A parte questo, nonostante l'impoverimento progressivo del settore dovuto all'avvento di Internet e della musica liquida, fruibile senza mediazioni, mi meraviglio spesso del numero di bravi critici e giornalisti musicali specializzati che in Italia sacrificano tempo e ingegno per un lavoro che rende ormai poco o nulla – quindi il parere se devo essere onesto è in generale positivo.

Torniamo alla scrittura intesa come narrazione e recensione. Tre volumi pubblicati e una serie di collaborazioni con vari blog letterari. Parlacene.

Il mio libro libro, “Urbane morti”, uscito nel 2001, era una sorta di incubo metropolitano in cui brandelli della Memoria storica di Milano, dal terrorismo alla “mala” degli anni Settanta, ricomparivano e si diffondevano intersecandosi a vicende coeve in una narrazione che voleva assomigliare a un romanzo ma aveva una struttura surreale-paradossale Hoffmanniana. Ancor oggi non saprei ben definire cosa mi è realmente venuto fuori alla fine, ma il testo scorreva e il libro ha avuto i suoi estimatori. Una decina di anni più tardi, in occasione di una malattia che mi costrinse a una temporanea infermità, scrissi “All'alba dei nidi infranti”, un romanzo su un neonazista omosessuale che avevo in mente da decenni. Più psicologico che politico, anche se la psicologia esplorata, come in tutti i miei lavori, era anche quella di un “corpo collettivo”, cioè di un certo tipo di estrema destra “nordista”, filotedesca e in qualche modo “separatista” e cui origini risalgono perlomeno al tempo della Repubblica Sociale, se non prima. L'unico blog letterario su cui orgogliosamente ancora scrivo è “Critica Impura”. Per il resto, che si parli di blog o riviste ho scritto perlopiù di musica, storiografia, filosofia politica.

Il segreto degli anni ottanta è il tuo ultimo lavoro uscito per Algra Editore, un volume che decisamente spiazza. Abituati come siamo alle enciclopedie musicali, alle varie monografie dedicate a qualche formazione o movimento musicale del passato, rimaniamo decisamente sorpresi scoprendo che in realtà questo è un libro di formazione, anche e soprattutto musicale. Nelle pagine che via via scorrono, si incontra un universo abitato dai ragazzini bene della “Milano che si sta arricchendo, che sta diventando la capitale di qualcosa di unico al mondo” (pag. 50), dai loro coetanei meno fortunati, dalla realtà scolastica di quel periodo e soprattutto si impatta contro l’ingrombrante volume di ricordi musicali appartenenti proprio a chi, negli ‘80, era un adolescente. Spiegami questa scelta.

Volevo scrivere un'opera quasi “monumentale” sull'epoca che al tempo stesso possedesse una trama forte, sorprendente, e protagonisti ben costruiti le cui vicende potessero avere anche una valenza universale. Oltre a questo ho cercato di rendere quegli anni rinunciando a facili schematismi andati poi in voga (la “Milano da bere”, il Riflusso “ecc. come si fosse trattato di situazioni occorse automaticamente), poiché i fatti sono stati molto più complessi. Ho così intrapreso un colossale lavoro di ricerca, servendomi di innumerevoli fonti scritte e orali. La musica all'epoca era al centro dell'attenzione dei giovani. Per molti adolescenti conteneva quasi il senso di un' esistenza priva delle radici culturale di quella dei fratelli maggiori. Era come vivere senza passato e trovare approdi musicali in modo di dare direzione, o semplicemente colmare un vissuto in fieri.

Seguendo le avventure di Dani, il protagonista, si ascolta quanto lui ascolta, si acquista compulsivamente quanto lui acquista, per certi versi si rivive la propria adolescenza (assolutamente meno agiata e personalmente assai più lontana nel tempo). Il suo malessere diviene anche quello del lettore quando realizza la vacuità di questo immenso vagare in un mare magnum musicale che non ha né capo né coda, non ha una direzione, si sfilaccia in mille ascolti, i più disparati ed improbabili. Cosa hai voluto esprimere con la figura del protagonista.

Non la vedrei esattamente in questo modo. La ricerca musicale del protagonista è tutt'altro che vaga in senso stretto sotto la patina folle e semi-casuale di cui si ammanta. Segue una pulsione di spreco che in qualche maniera continua a meravigliarlo e a ossessionarlo nel piccolo rifugio segreto del comprare un disco dopo l'altro potenzialmente senza alcun limite. In tal modo egli riesce ad essere in qualche maniera parallelo al mondo iper-consumistico di tipo orgogliosamente parassitario che lo circonda e da cui è fatalmente escluso (molti dei primi capi paninari erano esibiti non per via della bellezza o qualità, davvero molto povere, ma per dar da vedere che li si era potuti pagare con i soldi dei genitori, anche se poi la tendenza si complicherà).

Le discussioni politiche e culturali che si facevano a casa le trovava irreali, fuori dal mondo, fonte di vergogna” (pag. 9). I segreti degli anni ottanta si occupa anche di politica ma in modo assolutamente trasversale e con una visuale da adolescente. E’ come se avessi voluto applicare alla formula politica, la stessa modalità di quella musicale. Capirai che per un ex adolescente cresciuto a Porci con le ali, questo eterno vagare nell’immobilismo crea alcuni problemi. Forse è proprio questo il tuo intento, descrivere l’assoluta immobilità di una generazione che aveva deciso di non scegliere, di divorare e farsi divorare dall’esplosione consumistica che tutti aveva ipnotizzato, con i sgargianti colori dei Monclair, le Timberland, le felpe Best Company infilate nei pantaloni, le fibbie del Charro e i calzini a scacchi di Burlington.

Io credo che gli adolescenti all'epoca avessero fame proprio di quello, di un immobilismo che era poi una fuga dalla storia. Perché quel che oggi appare assolutamente normale e consolidato, lo spendere vagonate di soldi per un capo di vestiario per via del brand, allora era inaudito, sovvertiva completamente la narrazione storico-politica fino a poco prima imperante e in qualche modo se ne estraniava per trovare rifugio in un'anti-narrazione. Intendiamoci: i fighetti esistevano anche prima dei paninari così come i figli di papà con i vestiti costosi. Ma quell'esibizione collettiva, pubblica, generazionale di parassitismo era qualcosa d'altro, una forma di atemporalità Peterpanesca che dava senso a una nuova surreale cronologia, al sorgere nudo di una nuova epoca, vaga e statica perché scandita da novità mediatiche più che reali .

Torniamo alla musica e alle continue accurate descrizioni, mi verrebbe da dire recensioni, di quanto acquistato e ascoltato. Si va da Patrick Hernandez agli Human League passando per i Novecento e i Psychic tv. Come mai la scelta di una scrittura così altamente descrittiva, forse un po’ troppo accurata se pensata per un ragazzino di tredici anni.

In realtà io volevo descrivere il passaggio dalla musica New Romantic ed “edonista” alla musica più“consapevole”, “impegnata”, attenta alle radici del rock e della musica popolare del passato (e quindi, va da sé, “autentica”) che già nell'83 stava prendendosi la ribalta nel Regno Unito, dove soggiornava annualmente il Caposcout, intelligente e furbo propagandista-manipolatore della “Nuova era della consapevolezza”.Ma il passaggio da un tipo di musica a un'altra (e da un paradigma socio-psicologico all'altro) soprattutto in Italia, è avvenuto in maniera lunga, complessa e contraddittoria, fermo restando che gruppi New Romantic ormai fuori moda a livello globale come Duran e Spandau trovavano proprio in Italia il loro ultimo grande mercato. La mia è una descrizione corale di questo passaggio nelle sue infinite contraddittorietà. Se sommi le variazioni di approccio alla musica del protagonista (che sono intelligenti ma ingenue, talora fino alla comicità involontaria) del Capo scout, dei suoi accoliti e di qualche altro personaggio, hai una visione complessa e paradossale ma non imprecisa di cosa stava avvenendo in campo socio.musicale soprattutto nei mesi intorno al Live Aid; quindi il ritratto non schematico ma realistico di un'epoca in cui era ancora la musica a muovere i valori generazionali.

Questo è anche un romanzo sulla ‘violenza’ nei rapporti tra adolescenti, sull’isolamento, l’impossibilità di comunicare con il proprio simile. Problemi che non hanno tempo e tutt’ora si manifestano quotidianamente nelle scuole italiane. Era tua intenzione denunciare tale situazione o fa semplicemente parte della narrazione.

Non scrivo mai romanzi di denuncia. Detto questo non è tanto il bullismo attivo, ma l'isolamento e l'esclusione sono agli occhi del protagonista elementi fondanti sia della vita sia adolescenziale che, alla fine, adulta. Certo, egli idealizza un'infanzia prepuberale e scevra da condizionamenti socio-economici come una sorta di Arcadia e questa è ovviamente una grande ingenuità. Ma il resto del suo ragionamento, a mio avviso molto attuale, è più o meno questo: se nel mondo adulto il “bullismo”, magari in senso più lato e sofisticato, permane identico poiché non c'è una fine al sistema gerarchico generale della società, come si può denunciare e combattere efficacemente il “bullismo” adolescenziale in sé? Da qui il suo pessimismo abissale, che si può non condividere ma che fa parte del personaggio e pone inoltre una domanda cui a mio avviso non è mai stata data una sufficiente risposta, almeno a livello mediatico-istituzionale.

Una curiosità riferita all’enorme mole di musica pop e da classifica spalmata lungo il racconto: come hai fatto a ricordare così lucidamente così tanti nomi, anche marginali. Come sei riuscito ad estraniarti così nettamente dal tuo mondo musicale che so assolutamente lontano e altro, diverso da questo.

I nomi li conoscevo, la musica era nella mia memoria perché quell'epoca l'ho vissuta. Alcuni (pochi) li apprezzavo già al tempo, altri li ho rivalutati in seguito. Riguardo tutta un'altra pletora di artisti di cui ho scritto e che mi appaiono tuttora di una mediocrità abissale, diciamo che sono capace a volte di un'autodisciplina che rasenta il masochismo. Oltretutto volevo che i gusti e le preferenze fossero quelle dei personaggi e non i miei: lo sforzo creativo di scrivere un romanzo corale anche sull'evoluzione della musica dell'epoca mi ha ripagato ampiamente della tortura di certi riascolti.

Ultima domanda alla quale sei libero di non rispondere. Quelli descritti sono i tuoi anni ‘80? Realmente leggevi Tutti Frutti e acquistavi i dischi dei Novecento?

Concedimi, appunto, di non rispondere.

 
 

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