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Pubblicato negli Stati Uniti nel 1957, "Il commesso" è considerato da molti l'opera più importante di Bernard Malamud. Negli ultimi anni, e dopo un lungo periodo di oblio, Bernard Malamud è tornato a occupare in Italia quella posizione di primo piano che gli è stata da tempo riconosciuta in patria, all’interno tanto della letteratura ebraico-americana, quanto della letteratura americana tout court. Ad assumere l’iniziativa di una ripubblicazione sistematica dell’opera di Malamud è stata "minimum fax", come sempre attenta nell’accompagnare alla ricerca di nuove voci la riproposizione dei classici che meglio hanno resistito all’usura del tempo, corredati di introduzioni o saggi affidati a scrittori e critici contemporanei. A partire dal 2006 la casa editrice romana ha riproposto sette degli otto romanzi di Malamud, e le sue prime due raccolte di racconti, con prefazioni o «ricordi» di nomi importanti, italiani e stranieri. Il nuovo fermento che ha circondato la produzione narrativa di Malamud – e che è stato accompagnato da un costante riscontro anche di pubblico – sfocia ora nella pubblicazione, per i Meridiani Mondadori, dei due volumi della sua opera omnia Romanzi e racconti (volume I: 1952-1966; volume II: 1967-1986).

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Bernard Malamud: “Il commesso” (8)

15 Marzo 2018

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1957, Il commesso è considerato da molti l'opera più importante di Bernard Malamud. Negli ultimi anni, e dopo un lungo periodo di oblio, Bernard Malamud è tornato a occupare in Italia quella posizione di primo piano che gli è stata da tempo riconosciuta in patria, all’interno tanto della letteratura ebraico-americana, quanto della letteratura americana tout court. Ad assumere l’iniziativa di una ripubblicazione sistematica dell’opera di Malamud è stata minimum fax, come sempre attenta nell’accompagnare alla ricerca di nuove voci la riproposizione dei classici che meglio hanno resistito all’usura del tempo, corredati di introduzioni o saggi affidati a scrittori e critici contemporanei. A partire dal 2006 la casa editrice romana ha riproposto sette degli otto romanzi di Malamud, e le sue prime due raccolte di racconti, con prefazioni o «ricordi» di nomi importanti, italiani e stranieri. Il nuovo fermento che ha circondato la produzione narrativa di Malamud – e che è stato accompagnato da un costante riscontro anche di pubblico – sfocia ora nella pubblicazione, per i Meridiani Mondadori, dei due volumi della sua opera omnia Romanzi e racconti (volume I: 1952-1966; volume II: 1967-1986).

ReadBabyRead #377 del 15 marzo 2018


Bernard Malamud 
Il commesso
(primi tre capitoli)

(8a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


Erano i primi di novembre e all'alba l'oscurità della notte durava ancora nella via, ma il vento, con meraviglia del negoziante, imperversava già. Gli sbattè con violenza il grembiule in faccia mentre si chinava a raccogliere le due cassette di latte dal bordo del marciapiede. Ansimando, Morris Bober trascinò fino alla porta i pesanti recipienti. Nel vano, un voluminoso sacco marrone pieno di panini di pasta dura e la testa grigia, il volto stizzoso della Poilisheh che se ne stava rannicchiata là ad aspettare di farsene dare uno.
«Come mai così in ritardo?»
«Sono le sei e dieci», disse il negoziante.
«Fa freddo», si lamentò lei.
Lui girò la chiave nella tappa e la fece entrare. Di solito riponeva le bottiglie del latte e accendeva i caloriferi a gas, ma la polacca era impaziente. Morris vuotò il sacco di panini in una cesta metallica sul banco, gliene scelse uno senza semi, lo tagliò a metà e lo avvolse in un foglio di carta bianca. La donna infilò il pane nella sporta di corda lasciando tre centesimi sul banco. Morris incassò la vendita nel vecchio e rumoroso registratore di cassa, ripiegò con cura e ripose il sacco del pane, finì di portare dentro il latte e sistemò le bottiglie nel frigorifero, in basso. Accese il calorifero a gas in negozio e andò nel retrobottega ad accendere l'altro.


L’eroe mite e dignitoso di Malamud, lo scrittore che amava Charlot

Appena Bernard Malamud seppe di aver vinto il National Book Award si mise in strada e passeggiò a lungo. Camminò per le vie che conosceva e proseguì per alcuni isolati sperduti, quando sentì di essere stanco si addentrò in un parco pubblico. Si sedette su una panchina, era quasi sera, e ci pensò su. Non rifletté sulle conseguenze del premio letterario più importante d’America, gli venne in mente la madre. Era morta giovane lasciandolo solo con il padre, un droghiere gentile di Brooklyn con la devozione per la famiglia. La madre e il padre: festeggiò così lo scrittore ebreo più importante e discreto degli Stati Uniti. Era il 1959 e lui aveva quarantacinque anni, un’esistenza alle spalle di mezza orfananza che gli aveva portato dozzine di mestieri, dalla fabbrica ai negozi alimentari, fino al concepimento di un romanzo capolavoro: Il commesso

Lo aveva pubblicato due anni prima, l’effetto che generò fu lo stesso che si avvera nelle scorribande tra ragazzini, quando il più fragile della compagnia compie un’impresa inaspettata. E produce sgomento. Così il narratore che veniva dalla tetra Brooklyn divenne il maestro indiscusso di un giovane Philip Roth e il collega a cui guardare con ammirazione, il riferimento è a Saul Bellow. L’intero mondo letterario seppe che la potenza di Malamud covava nella semplicità, e nell’onestà. Per lo sguardo e per la scrittura. Per l’azzardo di restare nella modestia degli uomini. 

Il commesso è questo, racconta la storia di Morris Bober, un piccolo negoziante ebreo che si trova in difficoltà per l’apertura nella stessa via di un’altra drogheria e di un negozio di liquori. Gli affari calano, la miseria arriva. Crescono le opportunità di farla franca in altre maniere. Morris non cede, si arrocca nella sua rettitudine e si consuma nello sforzo. Finché un ragazzo di origine italiana, Frank Alpine, si offre di aiutarlo senza compenso per imparare il lavoro sul campo. Morris tentenna, poi accetta perché la salute inizia a mancargli e perché vuole assicurare un futuro alla figlia e alla moglie. È la scelta che avvia la missione di ogni personaggio, umiliando le illusioni religiose, esaltando le certezze etiche. 

Destino, sacralità, morale. La cattedrale di Bernard Malamud scardina i miraggi quotidiani con una storia che è il punto massimo nella lotta tra un omino giusto e un Dio impietoso. «Sgobbava per ore e ore, era l’onestà fatta a persona – non poteva sfuggire alla propria onestà, era la sua palla al piede; sarebbe scoppiato se avesse imbrogliato qualcuno, eppure si fidava degli imbroglioni. Era Morris Bober e non poteva avere una sorte migliore. Con un nome così era come se il non possedere ce l’avessi nel sangue». Nella storia yiddish un bober indica una persona o una cosa che vale poco. Un’ombra nell’ombra. Invece qualcosa resiste: la dignità. Morris Bober non la perde mai. E quando sta per farlo la ritrova nelle origini. Nella madre e nel padre, appunto. Ancora meglio, nell’infanzia. «Morris era pieno di malinconia e passava delle ore a sognare del suo passato. Ricordava quelle verdi distese. L’uomo non dimentica mai i luoghi in cui correva da bambino»

Malamud ricordò sempre quell’infanzia, soprattutto l’episodio che lo aveva cambiato. Aveva poco più di dieci anni e il padre gli regalò un’intera enciclopedia, The Book of Knowledge, come premio per essere sopravvissuto a una feroce polmonite. Era la prima volta che un libro entrava in casa. Quando il ragazzino si vide davanti la sfilza di volumi, capì che il mondo non era solo fatto di merce da vendere, di una naturale cortesia verso i clienti o di gare tra coetanei nel quartiere. C’era dell’altro, e andava esplorato. Lo aiutarono dei buoni insegnanti al liceo e un’innata propensione a raccontare qualsiasi vicenda nei minimi particolari. Da sempre il piccolo Bernard assillava chiunque per una descrizione minuziosa dell’ultimo film visto. Era la vera passione malamudiana: i film, e soprattutto Charlie Chaplin

Molto tempo dopo quel battesimo culturale, lo scrittore di Brooklyn ammise che il tocco amaro dei suoi libri e la gentilezza della sua prosa venivano proprio da Charlot. Anche il modo di pensare per immagini era in debito con quell’alfabeto. Così il suo Morris Bober diventa un Chaplin quotidiano, mesto e acuto, rancoroso, timido. L’amaro del negoziante sopravvive nei gesti accorti, si avvera nella propensione al bene. Lungi da ogni sentimentalismo, Il commesso dà fiato alla discrezione del cuore. È lo stesso pudore narrativo che Malamud insegnò nei corsi di scrittura per quaranta anni. «Si impara da ciò che si insegna, e si impara da quelli a cui si è insegnato», disse a Daniel Stern in una delle poche interviste rilasciate. Non lo dimenticò mai, con questa missione continuò a trasmettere il mestiere del narratore finché riuscì. Era un modo per incontrare sensibilità formidabili («Imbattersi in un gruppo di lettori veramente seri è qualcosa di miracoloso»), e per viaggiare. 

Malamud perlustrò in lungo e in largo il continente americano e l’Europa, amava moltissimo l’Italia. Per un po’ visse a Roma e non è un caso che Frank Alpine sia di origine italiana. Ogni suo personaggio in un modo o in un altro rimane esule, è l’omaggio ai genitori immigrati dalla Russia. Anche Morris Bober ha la stessa ferita, non territoriale ma di alienazione. La minaccia viene dallo straniero: due norvegesi aprono un alimentari nella stessa via, sanno usare la pubblicità e vendono prodotti di qualità superiore. La strada che l’ha protetto ora è confine di guerra. Così Malamud trasforma il calore del luogo di nascita in ghiaccio. Anche il clima segue il suo disegno, la neve è l’unica traccia del Dio scorbutico. Nevica nel momento sbagliato: quando c’è di mezzo il riscatto finale di un uomo. «La neve di primavera commuoveva Morris profondamente. La guardava cadere, scorgendovi scene della sua fanciullezza, ricordando cose che pensava di aver dimenticato. Provò un desiderio irresistibile di trovarsi fuori, all’aperto». Morris Bober rispetta il suo vangelo. Va, esce. Sfida il cielo. E compie il suo destino. 

Malamud combatté per tutta la vita con l’incertezza di saper scrivere un libro. Più diventava celebre, maggiore era l’ansia di non riuscire a creare una storia. Lo diceva anche ai suoi studenti: «Convivete con l’insicurezza e osate». Lui osò sempre, e ogni volta tornava a trovarlo la paura di fallire. Forse fu proprio il suo timore atavico a condurlo in strada quel pomeriggio di vittoria del National Book Award. A convincerlo a passeggiare oltre le strade conosciute, a metterlo seduto sulla panchina di un parco pubblico. A fargli scansare un pensiero di gloria, a favore della madre e del padre. E a riportarlo a scrivere, per altri venticinque anni, narrazioni formidabili. 

Ribadì la sua esitazione sempre. Tranne a Daniel Stern, quando gli chiese se esistesse nel mondo la possibilità di non raccontare più storie. Prima di rispondere, Malamud aspettò un istante, poi disse: «Questo succederà quando la gente non farà più sesso»

Marco Missiroli
da Corriere della Sera, 19 ottobre 2013


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Miles Davis, Human Nature [John Bettis/S. Porcaro]
Brad Mehldau Trio
Holland [Sufjan Stevens]
Miles Davis
Time After Time [Cyndi Lauper/R. Hyman]
Brad Mehldau Trio
Where Do You Start? [Johnny Mandel/Marylin Bergman/Alan Bergman]
Miles Davis
, Back Seat Betty [Miles Davis]
Cyndi Lauper
Time After Time [Cyndi Lauper/R. Hyman]
Miles Davis
Yesternow [Miles Davis]
Brad Mehldau TrioHey Joe  [Billy Roberts]
Miles DavisJean-Pierre (Reprise) [Miles Davis]
Miles DavisAmandla [Marcus Miller]
Miles DavisParaphernalia [Wayne Shorter]
Miles DavisFreaky Deaky [Miles Davis]
Miles DavisGondwana [Miles Davis]
Miles DavisCobra [George Duke]

 
 

Copertina:
Kate Greenhouse (nella parte di Helen Bober) in una scena del film “The Assistant” (1997), diretto da Daniel Petrie e basato sull’omonimo romanzo di Bernard Malamud.

 
 

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