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di Mirco Salvadori - foto: Mike Marchesan

Live report - Saffronkeira / Enzo Favata

Panic Jazz Club – Marostica 25.02.2018

27 Febbraio 2018

Ci sono le vicine alte colline a delimitare l’orizzonte segnato dalle mura di una cittadella che al centro del suo cuore conserva il silenzio di una piazza risplendendente nell’indefinito procedere della notte e dell’inverno che l’accoglie. Passeggio leggero, immerso nel freddo respiro di una stagione inconscientemente amata, seguo il suo lento e gelido fluire che mi accompagnerà fino alle porte di un luogo nel quale non può insinuarsi, si scioglierebbe subito in mille gocce di acqua di mare trasformandosi poi in leggera brezza estiva, la stessa che spira sulle solitarie spiagge dalle quali proviene il suono che ora sto ascoltando.

Eugenio Carìa in arte Saffrokeira, un’attitudine all’indagine profonda tra i delicati circuiti che trasportano il suono digitale dalla primaria fonte algoritmica direttamente al cuore. Enzo Favata, sassofonista che appartiene all’universo jazz. Mondi apparentemente lontani che nascono e convivono lungo le coste della Sardegna, un’isola che conosce l’arte dell’incantesimo e del suo rapimento.
Ecco quindi il gelo ritirarsi tornando nuovamente a coprire il pavimento a scacchi di una piazza completamente deserta, un prezioso spicchio di antico splendore ezzelino sul quale ora inizia a danzare un suono che porta con sé il calore della passione mediterranea.
All’inizio si percepisce solo un soffio di vento, un leggero fruscio che pian piano monta portando con sé il rumore del mare. Bastano pochi attimi per immergersi nella visione che trasporta lontano, oltre quelle mura, oltre le alte colline, via dal notturno gelido nord-est. La struttura articolata del jazz cattedrattico si plasma con il divenire elettronico permeato di profumazione ambient. Lo strumento a fiato sembra vagare sognante mentre detta la sua poesia avvolto nel canto digitale di sirene alle quali non si può rifiutare l’ascolto. L’impermeabilità del suono elettronico di ricerca, adatto ad un pubblico questa sera latitante, lascia spazio alla dolcezza di un racconto dai contorni addolciti dal lento beat preso in prestito dal chill-out, nella leggerezza di un carpet sul quale ben si adagia il suono di Favata nel corso di un dialogo che assume tinte più incisive verso la fine, con patterns ed esternazioni di profonda avvenenza elettronica e visionarietà jazzistica.
Mi riavvio verso la Laguna incontrando sul mio cammino un deserto di asfalto e auto accartocciate, cartoline di un mondo ben lontano dall’universo di profonda pace e sensualità incontrato ai margini di una gelida piazza dal pavimento a scacchi.

di Mirco Salvadori
foto: Mike Marchesan

 
 

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