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San Remo e l’osservanza della Pazienza

di Mirco Salvadori

11 Marzo 2018

Mi inchino innanzi alla santità tecnologica ricorrendo ad un nuovo sistema di recupero immagini altrimenti perdute, lo faccio in ossequio all’antica tradizione dedicata all’osservanza della Pazienza, la stessa che San Remo usò nell’ascoltare le decine di racconti cantati dei suoi accoliti, giunti fin sotto l’eremo fiorito convinti di far vibrare per primi le corde più intime del suo cuore. Credo questa sia l’unica chiave utile per aprire il pesante portale dell’ultima cattedrale che ancora usa la sorpassata liturgia dedicata all’ascolto purificatorio, l’ascolto che sfianca e stanca (come scriveva Padre Wess nel suo volume intitolato le Voci nel Fumo – 1679). Raccontare tale liturgia per chi usualmente frequenta il minimalismo francescano è un’operazione non facile, esiste il rischio di perdere quella pacata serenità e obbiettività che si raggiunge durante l’abituale ascolto dell’antifona gregoriana. Proviamoci comunque.

La liturgia legata al ricordo della fede nella Pazienza di San Remo ha radici lontane. Si pensa iniziò ad imperare in ere remote tra i popoli che abitavano le zone montuose del nord-ovest della penisola a ridosso del Mare Ligure, espandendosi a macchia d’olio secoli dopo con l’invenzione del mezzo di comunicazine di massa per antonomasia, la radio, a cui seguì l’ancor più prodigiosa scoperta legata alla visualizzazione delle immagini a distanza chiamata televisione.
Sono trascorsi sessantotto anni dalla prima edizione inaugurata seguendo la liturgia moderna ribattezzata “Festival della Canzone Italiana”. Molti sono stati i suoi predicatori e assai di più coloro che hanno voluto porgere omaggio al Santo con le loro litanie. La cerimonia ha subìto notevoli cambiamenti nel corso del tempo trasformandosi da reale fenomeno nazional popolare, in pomposa e vuota celebrazione che volontariamente si pone al di fuori del flusso costante che, altrove, alimenta con lucente velocità il pensiero artistico e l’attualità nel saperlo esprimere.
La realtà odierna impone la vivida consapevolezza del percorso da seguire. Se un tempo bastava la Pazienza di un Santo, ora serve estrema lucidità e consapevolezza nel comprendere i meccanismi di una liturgia che premia il vuoto pneumatico dello schermo televisivo a scapito dell’espressività artistica. Quelle Voci nel Fumo così ben descritte da Padre Wess nel suo tomo, altro non sono che rantoli di un canto per troppo tempo iterato senza la minima capacità - e volontà - di agganciarlo ad un percorso artistico degno di tale nome.

Andiamo comunque ad analizzare l’ultima edizione di questa kermesse hellzapop all’etto cercando i motivi dello sconcerto nel concerto di voci e suoni che l’hanno accompagnata. Per motivata fede nella ragione tralascio la soubrette e mi soffermo sull’inquietante figura del presentator meynrikiano forgiato con del vetusto vinile andato a male, novello Golem che porta sulla fronte il segno di quella sua maglietta fina oramai trasformatasi in triste canotta bucata. Per tutta la durata dell’estenuante bagarre ho fissato la massa amorfa delle quinte, convinto che dietro il finto luccichio del plexiglas si nascondesse il buon Wassertrum, povero rigattiere condannato a figurare in eterno come genio del male. Purtroppo ho ascoltato solo stormi sconfinati di passerotti che volevano volarsela ad ali levate ma rimanevano impigliati nella pesantissima rete lanciata dal novello Golem, la stessa che lo ha obbligato, parafrasando Prokov, a comportarsi da “vanitoso vantandosi della propria forza di volontà” (cit.)

Bernard-Marie Koltès era un giovane rivoltoso con il dono – forse inconsapevole - della parola scritta. Se n’è andato troppo presto lasciandoci una serie di testi drammaturgici e qualche romanzo tra gli anni ‘70 e la fine degli ‘80. Uno di questi testi, maggiormente rispetto ad altri, è riuscito a far breccia tra la gente di teatro, popolo cui appartiene Pierfrancesco Favino, terzo conduttore festivaliero e ottimo attore che giustamente (non vedo perché) si guadagna – e bene - da vivere guidando tir carichi di prodotti Barilla e recitando al cinema e in teatro, compreso l’Ariston sul palco del quale ha messo in scena un estratto del monologo scritto dal Kortés e tratto da La nuit juste avant les forets . Pezzo notevole certo, interpretato con bravura e soggettività certo, un episodio teatrale che ha letteralmente sorpreso la nazione lasciandola senza fiato ma… dopo la dovuta pausa viene da chiedersi: come si è abituata questa nazione? Quanta e quale quantità di pattume ingoia quotidianamente attraverso quello schermo dalla forma sempre più enorme e rettangolare se un ‘semplice’, anche se toccante, passaggio normalmente recitato nei teatri riesce a stupirla al pari del primo passo dell’uomo sulla luna o della prima corsa del Rover su Marte o del vincitore a sorpresa del Grande Fratello? Quale educazione culturale nasconde tale coro di ooooohhhhh! Forse è la stessa che osanna un palco sul quale si esibiscono i nonni della piccola Kety ora cinquantenne, dimenticandosi dopo un solo secondo di Koltés (probabilmente mai conosciuto), di Favino e del terribile messaggio contenuto nel monologo perché diciamolo, qualsiasi cosa venga filtrata dallo schermo televisivo si trasforma subitaneamente in porn food da ingerire e poi espellere rumorosamente, tirando con noncuranza la catena dello sciacquone che cancellerà ogni segno di quanto bellamente ingurgitato.

Si sarà forse notato che all’interno di un articolo dedicato alla canzone, non una sola parola è stata spesa per tale espressione musicale. Il motivo è presto detto: dopo attenta visione replicata ad libitum, non si è notato nulla su cui dilungarsi musicalmente, nulla che possa rappresentare il genere canzone se non un simulacro riempito a vanvera con prestazioni imbarazzanti e testi inutili, a volte tristemente e volutamente pseudo-impegnati, tutti pensati attorno al riff studiato a tavolino per raggiungere il prima possibile la classifica, un immaginario enorme contenitore canzonettistico, un limbo nel quale tutti vanno a pescare trasformando l’ovvietà e il vuoto creativo in redditizio business travestito da chanson engagée.
Di tutte le ore passate davanti allo schermo che riportava indietro il tempo di qualche settimana, mi è rimasta impressa solo la mesta e spiacevole visione di un vecchio militante che, si spera a sua insaputa, ha deciso di aderire al bel pensiero usa&getta. Uno stanco teatrante per nulla a suo agio sopra un palco dove la finzione è regola, il contenuto è assente, la cultura latita. Un palco dove il cartello da lui impugnato con su scritto ‘ovazione’ rappresenta un’offesa e non una citazione. Segno dei tempi oramai irrimediabilmente cambiati, andati, incapaci di produrre quella rabbia, quello stupore, quella partecipazione a cui si rispondeva – caspita, a quei tempi si! - con reali e commosse ovazioni infiammate di vera e bruciante passione, la stessa che i passerotti hanno messo nel loro volo per fuggire da quella rete, il più lontano possibile.

 
 

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