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MI AMI 2018

These are better days baby

1 Giugno 2018
 - Momo

Dagli anni Zero c'è un viaggio pieno di sirene arroganti, sirene che ti invitano ad ascoltare il loro meglio, a chiuderti in un recinto per vivere nel verde i giorni di un'esperienza a nervi scoperti. Lo chiamano festival dei baci, li chiamano mostri innamorati, la chiamano musica importante ma sapessi com'è strano sentirsi innamorati (ancora) a Milano.

Il Mi Ami è un loco ameno dove tutto può succedere e a volte tarda ad arrivare come un'agognata primavera, dove i palchi prendono un nome gentile o un marchio di sponsor, e si fanno raggiungere come amici con la casa libera, dove metterti comodo quando sei in anticipo e incastrarti alla buona quando il party è nel vivo. Dove tutto si rovescia, dai bicchieri alle regole.'

È così che le parole di Bonetti mi accolgono come una fiaba del buongiorno mentre stringo le prime mani e ripristino l'orienteering tra palchi e orari, rassegnato alle coincidenze da perdere inevitabilmente fra un acustico a sorpresa dei Selton e il battesimo elettronico dei Typo Clan.

Nelle radure d'erba e cemento del Magnolia risuonano le vibrazioni del tempo, e strani miraggi degli anni trascorsi scorrono come zombie nel video di Thriller che inciampano nel terreno reso sconnesso dalle casse incrociate dei palchi, in quel prato godereccio dove tutti mangiano e fra qualche ora metterai dischi.

Giornalisti con o senza The, scenester attempati e giovani entusiasti si ritrovano a un matrimonio musicale con il messale recitato in coro di Galeffi, prima di lasciarsi andare a quel guilty pleasure sognante de casada chiamato Francesca Michielin, in un unico flusso di voce nomade fra gli stage che segna il trionfo di uno show breve,  corale e disarmante come quello dei Coma Cose.

La scena indipendente ha deciso che è tempo di cantare e il pubblico è pronto, tra una carezza d'erisimo in backstage e una dalla transenna in prima fila, prima di provare inutilmente ad addentrarsi nell'oceanico pubblico degli Ex-Otago, giustamente consacrati dal lo-fi al ci sei di un mitologico gotha dell'indie, perché i segni dell'altezza sul muro di un bimbo che cresce si sono negli anni trasformati in iarde di distanza da un palco sempre troppo stretto.

Con il Pertini ancora fumante mi sposto verso una meravigliosa collinetta, dove il flow di un genio della parola come Willie Peyote prende per mano ogni singolo spettatore, fra un'ospitata e un'ironia che colpisce etimologica e graffiante.

L'ora della call sta per suonare, e mi avvicino al Bar Sport dove un dellacasa maldive seleziona vibrazioni morbide che sembrano trasformare le acque del vicino idroscalo in una vasca proibita per un Nightswimming di georgiana memoria, come un fado che lascia sorridere in una nostalgia di esperienze mai vissute.

Metto dischi fra i due fuochi di Cosmo e Frah Quintale, ma fra i due musicanti il terzo gode dopo una partenza diesel, e tra i passaggi di Allo, Nikki, Lavinia, Carota e Soraya il mio flusso ibrido prende coppia e veleggia per gli avventori di un Bar musicale, tra una richiesta molesta e zingare del deserto senza i candelabri.

Carlo mi ha confidato un segreto che per fortuna s'avvera quando termino, e Pertini non caccia con mazze e pietre nessuno, ma abbraccia tutti assieme alla chitarra di Calcutta, in un karaoke da spiaggia improvvisato dove sarebbe bello che ci fossi, e che prosegue sul palco sportivo del Disco Pianobar di Gabriele e Carlo.

Ciò che succede dopo resta nei ricordi, bacio il cielo per andare a letto e mi preparo a baciarlo di nuovo in un nuovo giorno, mentre c'è un Sole perfetto e Giorgieness sfodera un tappeto di modulazioni perfette, anche nelle asperità più impegnative del suo torrente emozionale. Siamo storditi e il luppolo scorre, il caldo è duro come un testo di Giovanni Succi ma ci abbeveriamo tutti alla stessa fonte.

Passato e presente si scambiano i ruoli come abbracci di fronte al palco dei Bee Bee Sea, incandescenti dalla piastra rovente che fronteggia le dotte note dei Dunk, mentre curo la saudade da Selton con un live lenitivo fra Loreto e il Brasile, tra i goal di una squadra carioca vincente, pronta a superare col sorriso i prossimi caselli della carriera.

L'animo è bollente quanto la maglietta, e la Pordenone dei Futuritmi prende il microfono del palco Pertini senza intenzione di mollarlo. Prima tocca a Davide e ai Tre Allegri Ragazzi Morti, che si prendono le nostre ugole arroganti e il nostro cuore aperto in cerca di capire di che cosa parla veramente una canzone, tra un graffito dub su Milano e una ragazza che sognava Elvis.

Gian Maria è il prossimo, e assieme a Eva ed Elisabetta si compie di nuovo il miracolo Prozac+, che 20 anni fa spezzava le ossa a un ex mingherlino nella polvere di qualsiasi festival estivo. Si scoppia dal caldo ma ho i brividi. Ci guardiamo, ci parliamo e restiamo silenziosi, brizzolati o sfavillanti, viziati e ansiosi, imprecisi mentre le nuvole tacciono ma Piove anche per Niki.

Le Pastiglie del '96 non sono andate a male e sono ancora fortissime, e non Ho raccontato che Eva sembra essere uscita da un concerto d'allora senza colpo ferire, tra le stesse movenze e le stesse magliette, e i colpi di batteria sconfessano l'impressione iniziale - sbagliata - dei bpm mancanti. Sono un'immondizia, Stonata, Ics, Ringraziati scorrono agrodolci come il punk rock, e quando arriva Legami non capisco Più niente, perché arriva lei.

Acida. L'abbiamo cantata divertendoci, sofferenti e innamorati, distratti sul dancefloor o in una playlist trita e ritrita del DJ di turno o della radio ripetitiva, ma non basta mai, mai e mai. E dal vivo ha ancora lo stesso appeal di un pogo del '98, anche se le ossa dei millennials sembrano più deboli.

La calma è relativa e fuggente: Prima o poi arriva Betty tossica a devastare tutto, con un Angelo che scala gli acuti del Magnolia per sfiorare un aereo appena decollato, e sembra che Linate sia il centro del mondo, dove c'è tutto ciò di cui hai bisogno e dal qual già sai che sarà difficile andare via.

La nostalgia è una trappola dove vivere Un Minuto Per Sempre, sul cemento del Pertini o sul Prato della collinetta come Se non ci fosse più domani, guidati da GM, uguali o Diversi fino alla fine del concerto.

Francesco e Federico mordicchiano la luisona del Bar Sport giocando a fare gli Shazami, e tutto scorre prendendo appunti sui secondi che passano mentre già li rimpiangi, come una fotografia a tinte post-punk che ti accoltella malinconica dal palco di Tante Anna, dove Alessandro Baronciani affonda il suo segno nel diario del cuore senza matita o pennarelli.

Dischi per cantare, dischi per ridere e dischi per ballare scivolano su Linoleum, e purtroppo l'orologio della piazza segna l'ora dell'hangover, quello di ricordi e sentimenti, mentre di colpo schizzi sul palco per festeggiare con gli amici di Rockit una chiusura tra l'amore sbronzo dei Derozer, la botta dei CCCP e gli ultimi istanti di una nuova ora Zero.

Non so se è tutto davvero finito quando ci hanno chiusi fuori da quel cancello, ma questi brividi lasciano il segno ed è tempo di ricominciare a sentirli, o non smettere mai.

Nel dubbio, io ho già fatto l'abbonamento del 2019.

Dentro o Fuori,
vogliamo Giorni Migliori.

Grazie Clash, grazie Minnie's, grazie Mi Ami.
Un posto dove la memoria non ha breve termine.

 
 

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