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Gemitaiz a Sherwood Festival 2018, come “Stare Bene”

di Matteo Molon

9 Luglio 2018

Una delle cose più belle che possono accadere a chi ascolta musica da tanto tempo, e intendo fin da piccolo, penso sia vedere crescere un artista. Vederlo passare da un seguito risicato a riempire palchi affollati sotto da una moltitudine di persone. Questa è la storia di molti dei fan di Gemitaiz, accorsi alla data di venerdì 6 luglio a Sherwood Festival 2018: averlo seguito dal 2006, dai primi tape di Affare Romano e Quello che vi consiglio, arrivando al terzo album solista, fra i più venduti dell’anno, più che soddisfazione è un piccolo piacere.

Significa che la sua musica nonostante tutto “tiene botta”, come si suole dire, a fronte di un alleggerimento/semplificazione dato dalla crescita della diffusione, il quale è un processo comune a chi fa successo: si passa dalla forma d’arte pura, grezza, ad una maggiormente definita e dotata di un lato dedicato all’intrattenimento puro. Questo non è di per sé un male, salvo vederlo dalla giusta prospettiva, ponderandolo con i personali gusti.

Nella sostanza l'accusa di commercializzazione eccessiva lascia il tempo che trova: il rap lo sa fare, lo sa scrivere, di flow ne ha molti e nessuno gli fa le “doppie”; ha un dj - produttore “Mixer T” che risponde al sacro vincolo dell’hip hop, ovvero l’accoppiata MC + Deejay; è uno che inserisce sempre un pezzo della sua persona nelle tracce, anche le più leggere. L’unica critica che si potrebbe tirare fuori dal cilindro è il continuo riferimento al "farla grande come un..", però anche qua, riflettiamo: Gemitaiz introduce questo momento nei testi come azione transitoria in mezzo ad altre, dunque, cercando di darvi una lettura senza andare a parare sui massimi sistemi, sembra un momento utile al rapper romano attraverso cui filtrare gli eventi esistenziali e metabolizzarli.

Davide riesce a intrattenere il pubblico, variegato per età e provenienza, per un'ora e mezza puntando più sul presente e meno sul passato. Potrebbe essere una mossa "facile" per venire incontro ai giovanissimi, follower di recente data, ma non credo sia così. I pezzi che performa vanno dai suoi a quelli in feat. (MadMan, Achille Lauro) e nell'insieme sono la fotografia della dimensione artistica attuale, niente sensazioni dal vivo di nostalgia canaglia. È uno sguardo, un lungo respiro aperto al futuro: bastano le canzoni di oggi per fare un ottimo live ed emozionare, senza dover andare troppo distante (On The Corner, Non se ne parla) come a volte, ad altri, accade, quasi a conferma che "prima eri effettivamente meglio". Nulla di ciò.

In aggiunta, e sempre considerazione a pelle personale, il Gemitaiz di oggi è diverso da quello degli inizi: nei primi tape v'era la figura di un adolescente sofferente nel profondo per esperienze vissute, una figura pregna di un dolore da gridare al mondo tutto (Out of my way 1); oggi invece ritrovo una artista più felice, consapevole, cresciuto, con ancora dei tormenti (ma chi non li ha?), il quale riesce a darsi e dare una quadratura e a stare Bene, come:

“Quei giorni a Ottobre con la felpa

Che poi la leghi in vita e lasci la maglietta

Con il sole in faccia ma che ti accarezza

Come sul lungomare senza il parabrezza

Senza sentire quell'ansia che poi ti rigira lo stomaco”

 
 

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