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Eravamo i bambini del sole, i suoi figli. Ora un patrigno ci sorveglia, si chiama Dionysus

Il ritorno dei Dead Can Dance - di Mirco Salvadori

3 Ottobre 2018

Mais, ô mon cœur, entends le chant des matelots! Scriveva Mallarmé in Brise Marine. Ascolta quindi la voce di chi molto ha viaggiato assorbendo come spugna sul fondo dell’oceano le mille vibrazioni che attraversano le sterminate pianure marine. Entra nell’incantamento della melodia che giunge da luoghi sconosciuti, lontani. Immergiti dentro quei stupefacenti racconti e ascoltali in silenzio, mano nella mano con il canto di chi ha saputo brillare come e più del sole attraversando i confini del tempo. Ancora, per l’ultima volta, sii il figlio dell’astro infuocato e ora morente. 

1984 – Dead Can Dance – 4AD

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1985 – Spleen And Ideal – 4AD

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1987 – Within The Realm Of A Dying Sun – 4AD

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1988 – The Serpent's Egg – 4AD

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1990 – Aion - 4AD

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1993 – Into The Labirynth – 4AD

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1994 – Towards The Within – 4AD

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1996 – Spiritchaser – 4AD

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2012 – Anastasis – PIAS

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Questo il lungo racconto dal quale emergiamo stupefatti, incapaci di tornare alla realtà, in preda dell’incantesimo provocato da una voce e da un suono che mai hanno cessato di espandere il loro potere divinatorio, mai fino al giorno in cui i vivaci colori di una maschera Huichol proveninete dalle montagne della Sierra Madre, nel lontano Messico, improvvisamente ci ha riportato al presente.

A ben guardare risulta quantomeno curioso pensare che una maschera creata da un popolo dedito alla cultura del peyote abbia il potere di riportare alla realtà chi la fissa con incredula insistenza ma così é. La copertina dell’ultimo lavoro dei Dead Can Dance si stacca nettamente da tutte le altre. La grafica si trasforma proponendo uno stile che personalmente trovo discutibile, anche se in linea con il pensiero legato alla continua curiosità di Brendan Perry per le altre culture, bisogno che si manifesta tramite l’utilizzo di strumenti originali legati a tradizioni musicali che vanno dall’Iran alla Slovacchia, un “pensiero tribale” che mai ha abbandonato il nostro e che é messo in gran rilievo nei solchi di Dionysus, l’ultimo disco del ritrovato duo anglo-australiano in uscita a Novembre.
Il padre un tempo venerato si sta trasformando in distaccato patrigno e i sintomi iniziano a farsi sentire, sono piccole fitte di malessere così come piccole sono le migliaia di perline che compongono i lineamenti di quel viso irriconoscibile.

Il titolo dell’album spiega le ragioni dell’album stesso. La riscoperta di riti e divinità annientate dalla diffusione globale delle religioni monoteiste, cristiana e mussulmana. Queste le motivazioni presenti nella presentazioni del disco, da noi racchiuse in pochissime – certamenti insufficienti – parole. Una scelta artistica che amiamo pensare nasconda il bisogno di tornare a credere in qualcosa di sublime, magico, affascinante. Tornare a credere nella bellezza, un sentimento del quale ormai si stanno perdendo le tracce. Per far questo si ricorre al suono più viscerale che si conosca, quell’impasto magico e onirico nel quale il duo é maestro. Ovviamente i decenni sono trascorsi, il lungo cammino affrontato li ha visti allontanarsi per poi tornare assieme, é stato testimone di sublimi opere soliste firmate dall’uno e travagliate apparizioni dell’altra. Il tempo passa, dicevamo, e obbliga l’artista a restargli a fianco con la stessa capacità di cambiamento che il tempo stesso applica alle stagioni che si susseguono. Da qui l’attesa del miracolo, un evento che ben raramente si presenta quando i musicisti calcano le scene da decenni. I due atti che compongono la nuova opera divisa in sette ‘cantici’, purtroppo non contengono segnali che tale miracolo sia accaduto.

Ciò che più delude é la ripetitività di un canone sonoro oramai usato in tutte le sue sfumature, é l’approccio ‘demodé’, nel senso della modalità, ad un argomento che si poteva esprimere musicalmente in modo realmente innovativo. Il miscuglio musicale permeato di world music, tribalità, venti dell’Asia e dell’Oriente, canti e canzoni proposte in loop con la medesima struttura per tutta la durata del disco. Le due voci, le stesse per le quali un tempo letteralmente ci si strappava le vesti, sembra abbiano perso colore, intensità e bellezza, si proprio quella a cui si accennava prima. A parer di Perry un elemento innovativo é rappresentato dall’inserimento di registrazioni della natura e dei suoi rumori, perché tutto suono. Non volendo peccare di alterigia e con il massimo e dovuto rispetto per chi ha creato dei capolavori musicali, verrebbe da chiedere al musicista australiano che ne pensa del soundscape o del field recording.
Dionysus sarà un disco che farà faville, ne siamo certi. Tutto é stato ridotto e pensato per il pubblico dell’ossimoro, quello che ama l’impatto ‘diverso, strano ma facile’ e il contenuto di questo lavoro lo è: diverso e falsamente interessante per chi non trasporta nelle proprie vene il suono dei Dead Can Dance da decenni, facile perché non dimostra il benché minimo sforzo innovativo.
C’é solo da sperare nei concerti previsti per il 26 e 27 Maggio a Milano, forse gli antichi maestri riusciranno a produrre la loro magia ancora per una volta, forse l’ultima.

DEAD CAN DANCE – DionysusPIAS Recordings out 2.11.2018

 
 

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