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Liturgie Sonore

di Mirco Salvadori

26 Marzo 2019

Amo i djs
amo le casse...
amo stare sotto le casse...
Una volta mio nonno mi ha detto che le casse sono per i morti...
nel dubbio io sto lontana dalle casse...
Mi vesto da straccione perché fa rave...
Se non hai la giacca da snowboard non sei rave...
Se non sei a due feste contemporaneamente non sei rave...
Se non sei raver non puoi venire alle feste...
Non le capiresti...

Vanni Santoni | Muro di casse | Laterza 2015

Per molti che ora leggono queste righe, la stagione dei festoni pirata, del passaparola digitale, dello sfinimento chimico è finita da un pezzo. Lo spirito di quel periodo però perdura negli ascolti, ascolti che probabilmente hanno abbandonato i 180bpm assestandosi a quota assai più bassa, forse in totale assenza di beat. Qui a Diserzioni siamo abituati al silenzio, ci serve, è fondamentale per riuscire ad ascoltare e sorridere consapevoli che sul nostro giradischi il comando del pitch ha abbandonato le vette di veloce intensità preferendo sostare vicino alla spia luminosa che da anni segna il lento cammino nell'infinito spazio abitato dal suono.

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SAFFRONKEIRA
Automatism
Denovali Records

Era da tempo che non mi perdevo dentro strutture di suono così dense e avvolgenti. Ci eravamo lasciati quattro anni or sono sulle note create anche in comune con altri sound artists all'interno di
Synecdoche, un lavoro altrettanto immersivo ma non quanto questo. Raccontano che il tempo aiuti a creare consapevolezza e corposità al proprio pensiero, una pausa di silenzio servita a Eugenio Carìa in arte Saffronkeira per amplificare il suo sentire portandolo a livelli superiori, lì dove il suono si trasforma in esperienza sensoriale. Si spiega Automatism come un concept album dedicato alla progressione tecnologica, all'espressività digitale come nuova frontiera percettiva. Sono le macchine che parlano e si esprimono ma lo fanno usando un linguaggio che è assai vicino al cuore umano, il linguaggio dell'intensità musicale che abbatte qualsiasi barriera e resistenza. Questa è la caratteristica prima della composizione elettronica, il suo riuscire a donare piacere ed estrema commozione usando come medium la macchina comandata dall'uomo, unico essere in grado di piegarla ai suoi sogni e aspirazioni. Automatism è tutto tranne quanto verrebbe suggerito dal titolo, il suono fluisce attraverso i mille canali della suggestione colorandosi di intensa classicità mediata dal dilagante romanticismo digitale che riassume e sintetizza attraverso la spazialità infinita del suo verso, ciò che la poetica umana sta pian piano smarrendo.
“Le braccia di acciaio cromato del robot - capaci di piegare una sbarra dello spessore di sei centimetri - stringevano la bambina delicatamente, amorosamente e i suoi occhi splendevano di un rosso intenso.” (Isaac Asimov)

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FENNESZ
Agorà
Touch

“Its a simple story. i had temporarily lost a proper studio workspace and had to move all my gear back to a small bedroom in my flat where I recorded this album. It was all done on headphones, which was rather a frustrating situation at first but later on it felt like back in the day when I produced my first records in the 1990s. In the end it was inspiring. I used very minimal equipment; I didn’t even have the courage to plug in all the gear and instruments which were at my disposal. I just used what was to hand.” C.F.
Ho usato quanto avevo sottomano, a disposizione. Non sembra plausibile leggere queste righe mentre si ascolta il nuovo atteso album del sound artist viennese, tanto maestosa e immensa è l'esperienza d'ascolto che dona. Un ritorno a casa dopo cinque anni di silenzio e la riscoperta del piccolo mondo interiore che improvvisamente può trasformarsi nel più sconfinato dei luoghi, bastano un paio di cuffie e un minimo equipaggiamento tecnico. Esiste come una leggera brina rumorosa che ricopre tutte le tracce di questo lavoro, si sposta di brano in brano e va a ricoprire con il suo brusio tutta la potenza sonora che continuamente si sprigiona dalle macchine e dalla chitarra di un Fennesz trasformatosi nel giovane Christian alle prese con i suoi sogni sonici. Agorà è un album di distanze e tempo trascorso per coprirle, costruzioni e perdite che obbligano a riprendere nuovamente da quel poco salvato, del nucleo principale di un sogno che non può esaurirsi, neanche in assenza del controllo digitale costruito per tradurlo in romantico racconto sonoro.

---> listen

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APPARAT
LP5
Mute

Lo avevo lasciato sotto un cielo dal quale violenta cadeva lieve e candida l'ispirazione, mi ero immerso nell'ombra delle sue altissime mura dalle quali colava lenta e profumata l'essenza digitale, ricordo quando lo seguivo ballando sulle dolci vocalità di Ellen. Tracce come Ash/Black Veil o Black Water avevano abbattuto qualsiasi mia ulteriore resistenza davanti alla commozione. Sasha Ring rappresentava quanto cercavo, era purissima costruzione di melodia assemblata con violenta e dirompente poetica erede di un romanticismo che mai vedrà fine. A distanza di sei anni eccolo tornare nei miei ascolti e ciò che le cuffie mi passano è solo il ricordo di ciò che udivo. L'immediatezza del sentimento ha lasciato il posto ad una elegantissima composizione musicale che rispetta il canone introspettivo, ne aggiunge note e colori che per certi versi lo riportano indietro nel tempo, quando Sylvian ci raccontava di silenzi e jazz sommesso. L'intreccio ambient difficilmente lo abbandona e la sua voce continua a spargere piacere nell'ascolto ma si capisce che i tempi dei giochi, del quattro quarti in compagnia dei Modeselector sono definitivamente andati. Consapevolezza e maturità compositiva marcano il passaggio di LP5, un disco maturo che trasmette contenuta gioia passionale e lascia qualche ferita aperta dalla quale scorre un cenno di tristezza per il tempo che passa cambiando, come giustamente deve essere, il corso delle cose. Il re è morto, viva il re!

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FEDERICO MOSCONI
Light not Light
Shimmering Moods Records

La complessa polifonia di ciascuna parte è incorporata in un flusso armonico-musicale nel quale le armonie non cambiano improvvisamente, ma si fondono l'una nell'altra; una combinazione distinguibile di intervalli sfuma gradualmente, e da questa nebulosità si scopre che una nuova combinazione di intervalli prende forma (Gyorgy Ligeti). Una frase forse azzardata, proveniente da un mondo lontano rispetto a quello che Mosconi ci fornisce nell'ascolto del suo ultimo lavoro. Una frase azzardata che personalmente trovo assolutamente calzante per l'universo sonoro del sound artist italiano. In Light not Light il suono si dipana formando uno schermo sul quale la componente cinematica e onirica della musica mosconiana prende forma abbandonando le sue invisibili fattezze per trasformarsi in racconto reale, visibile. La luce si sostituisce al buio in uno scambio alternato di suggestioni che si nutrono autonomamente rispetto al suono anche se senza di esso non sarebbero. Una cerimonia ambient che conosce lo scorrere delle stagioni e ad esse si affida, lasciandosi alle spalle l'immobilità del suono e il suo lento perdersi nella nebbia dell'usuale scolastico.

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CATHERINE WATINE
Géometriés Sous-Cutanéenes
Time Released Sound

Esiste quindi chi ancora continua a proporre lavori complessi ma non per questo accademici, chi sa inserire la materia popolare in un percorso musicale culturalmente aristocratico, chi miscela con estrema sapienza il suono contemporaneo con l'armonia cinematica, chi media tra portamento classico e libero movimento pop-rock. Le geometrie sotto cutanee di questa compositrice e pianista francese, ex punk, oscuramente bristoliana, affascinano e ridanno ossigeno al suono, liberandolo da qualsiasi genere ed etichetta nei quali si tende ad imbrigliare. Per certi aspetti sembra di tornare agli ascolti senza fine degli anni '70, lunghissimi medley che contenevano ciò che un tempo classificavamo come progressive anche se in realtà non lo era. Con la Waitine si viaggia veloci attraverso lenti e continui cambi di prospettiva magicamente legati tra loro dal sortilegio della preparazione musicale. Il pianoforte a fare da gentile ospite che man mano intrattiene e fa parlare le mille anime che vivono all'interno di un'opera destinata a girare in repeat sul mio giradischi per parecchio tempo.

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EQUAL STONE
Below Zero
CD 6 panels Digipack ltd edition of 100 - Glacial Movements

Il mondo nel quale siamo nati e cresciuti sta cambiando, si sta trasformando in un luogo sempre meno vivibile, lo dobbiamo alla nostra scelleratezza. Il clima sta cambiando, tanto che etichette come la Glacial Movements, tra qualche decennio dovranno provvedere a cambiare nome. I ghiacci si stanno sciogliendo trascinando nel loro dissolversi anche quell'idea di solitudine e isolamento da sempre legata al loro lento e sonoro muoversi. Dischi che rimarranno come testimonianze di lontane stagioni regolate da temperature sotto zero e coraggiose esplorazioni nel bianco accecante della solitudine. Disco denso e imperioso, questo dell'olandese Amandus Schaap in arte Below Zero, lavoro irto di glaciali ondate noise lungo le quali si dipana il racconto dell'iterazione sonica gravida di plumbeo rigore nordico. Il suono inteso come sostanza che produce emozione è scomparso, al suo posto sta sorgendo un solido e impenetrabile intreccio di fredda geometria digitale capace di preservare il gelo della solitudine bianca il più a lungo possibile.

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ENRICO CONIGLIO + NICOLA DI CROCE
Mergariam
Flaming Pines

Suoni a margine, verrebbe da dire citando il titolo del libro di Nicola Di Croce che si occupa delle politiche nella pratica dell'ascolto (Meltemi Edizioni). Un campo questo costellato di ascolti per nulla diretti, materia riservata ad un pubblico abituato a considerare il suono come prodotto della realtà nella quale siamo immersi, il respiro del territorio e delle sue diverse espressioni socio-culturali. Impervio è il compito di chi tenta una traduzione del linguaggio cattedratico usato nella descrizione dei lavori che contengono tali elementi. Per tentare di 'spiegare' un ascolto complesso come quello proposto per esempio in questo volume firmato da Coniglio e Di Croce, sembra sia quasi imprescindibile la conoscenza del percorso culturale e artistico di teorici quali- elencati d'impulso e senza reali corrispondenze - Russolo, Schaffer, Oliveiros e molti altri. L'instintività sonora viene azzerata e diventa materia di studio perdendo la sua componente base, la poetica. Operazione più che logica, vista nella prospettiva di chi, come in questo caso decide di proporre il battito reale del cuore industriale veneziano, ovvero ciò che ne resta. Mergariam, Marghera e più precisamente il suo Porto, luogo per certi versi carico di echi storici legati a battaglie operaie, morti per inquinamento, esodo forzato della fascia popolare più debole dal centro storico lagunare dentro i suoi confini metropolitani. Un luogo che nell'immaginario dei molti è oramai abbandonato a se stesso ma che in realtà continua a produrre echi vitali, gli stessi che sono racchiusi nei venti minuti di questa traccia che descrive con la lucidità e freddezza del field recording, le pulsazioni industriali di un luogo che sembra capace di vivere mediando tra un futuro di incertezze e il ricordo di quanto è stato. Personalmente trovo sia questa la cifra che distingue Mergariam, il field recording usato come mezzo capace di abbattere il tecnicismo teorico-accademico mostrando la sua potenza espressiva senza pari, basta saperlo ascoltare.

 
 

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