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Motta e I Hate My Village a #sherwood19 - Live Report

di Matteo e Simon

2 Luglio 2019

Introduzione

Chi dice che in Italia non sappiamo fare musica alternative? Ma poi, cosa vorrebbe dire fare musica alternative esattamente? Forse basterebbe applicare suoni distorti alle chitarre, scrivere testi trasgressivi e adottare atteggiamenti da ribelli.

Ne siamo davvero sicuri? Forse per fare musica alternativa non basta aggrapparsi a dei canoni stabiliti da vari etichettamenti popolari o giornalistici. Ma come fare allora? È necessario che l'artista prenda coscienza che la propria attitudine e la propria ispirazione non abbiano nulla di canonico, nulla di prescritto e nulla di troppo commercializzante. L'alternative nasce dal rock, come dal jazz, dall'elettronica, dal punk e non solo. Ecco spiegato in poche frasi come questa corrente abbia poco a che vedere con le etichette musicali di genere.

Il concerto

La sera del 28 giugno a Sherwood festival per fortuna il caldo torrido un po’ se ne va lasciando spazio ad un vento leggero che sembra portare le giuste vibes. L'occasione è quella del live di I Hate My Village + Motta sul main stage. Siamo quasi alla fine della terza settimana e tutto sta passando veloce, tra una diretta e l'altra.

Sulle 21.10 parte la superband formata da Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Rondandini (Afterhours, Calibro 35), Fasolo (Jennifer Gentle), Ferrari (Verdena). Con queste quatto persone abbiamo una parte grossa della musica alternativa italiana degli ultimi 20-30 anni. Ma quanto sono attuali e capaci di miscelare sound differenti: la cifra odierna della musica. La cifra degli I Hate è la jam sonora con riferimenti stilistici alla cultura africana, ai b-movie seventies e ad una ricerca che segue le trame dei suoni strumentali. Poche parole e molta musica.

Il sound sul palco è un funk acidissimo, un lungo filo che non riesce a fermarsi ma che assume forme diverse di volta in volta, una mancanza di definizione che però non per questo manca d’identità. Ricorda qualche volta un drago, un monte bianchissimo, una marea che si infrange sulla costa, un giaguaro in corsa, un cielo notturno sereno, la tempesta all'orizzonte. Le loro canzoni ibridano il funk già citato, rock, elettronica, ritmiche black in odor rap. È tutto shakerato e spedito nel cielo come un razzo Falcon di Space X, verso un domani dove il genere è sorpassato dalla linfa che dà vita alla musica, ovvero la sua energia, forse la Libido freudiana.

Il dettaglio più bello è vedere la gente ballare ma forse ancora più i musicisti che si divertono, lo noti sui loro visi, e in panorama di act sui palchi freddi come condizionatori d'ufficio, è un toccasana per l'empatia fra pubblico e artisti.

Atto secondo della serata, probabilmente quello più atteso. Si presenta Francesco Motta - in arte solo Motta - facendo immediatamente capire chi è al comando della serata. Si parte con La Fine dei Vent'anni, poi ritmi alti e serrati in quello che per i primi minuti di live potrebbe sembrare il concerto di una vera e propria rock band, andando ben oltre il sound più pop che si trova su disco. Motta si scuote, si esalta e cerca la carica giusta per continuare al meglio. Poi, una volta pronto, si placa. Come se avesse trovato l'adrenalina e al contempo la serenità che cercava. Il cantautore ama parlare con il pubblico, lo fa spesso tra una canzone e l'altra, senza alcun freno. Non ha paura di esporsi nemmeno sul proprio orientamento politico - “non mi vergognerò mai di dire d'essere di sinistra”, tema spesso celato nella musica di oggi.

Prima di Dov'è l'Italia - brano che lo ha reso celebre al grande pubblico grazie alla vetrina sanremese - racconta la breve storia di un pescatore di Lampedusa. In seguito non manca di ringraziare la sua prima band, i Criminal Jokers, con la quale si è formato musicalmente. Più volte ringrazia il Festival, arrivando a scusarsi per non averne preso parte nell'edizione passata e, In onore alla Foresta di Sherwood che lo ha ospitato varie volte nel corso della sua carriera, ha poi suonato Ogni Città, nota canzone del cartone animato Disney Robin Hood da cui venne resa celebre la foresta citata.

Un particolare momento di psichedelia pura ha accecato i fan quando Motta ha voluto creare una giostra di luci bianche intermittenti accompagnando uno dei momenti più scenici e adrenalinici della serata, conclusosi con il grande neon che mostrava in sequenza il nome dell'artista “M-O-T-T-A!”.

A prescindere dai gusti personali, è innegabile che il ragazzo toscano sappia come gestire il palcoscenico. Lo ha trattato come fosse stato casa sua, scombinandolo e dandogli il rispetto che merita.

Conclusione

Quando la musica che si suona non è di immediata comprensione, quando l'orecchio delle masse non è abituato ai suoni che vengono prodotti, risulta sempre un po’ più difficile arrivare al pubblico. Ma se hai l’attitudine giusta anche questo è possibile. Gli I Hate My Village ce lo hanno dimostrato; Motta, per chi ancora non si fosse convinto, ce lo ha ribadito.

 
 

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