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La palude dei fuochi erranti

cortocircuiti mentali innescati dal romanzo di Eraldo Baldini

16Febbraio2020

Mi hanno invitato ad un gioco sui social: pubblicare 7 copertine di libri (una al giorno per 7 giorni) senza alcun commento, solo le copertine.
Si spera che il gioco diventi virale e che riesca a promuovere la lettura. Ma il virus della lettura spesso contagia chi è già malato e difficilmente intacca chi del libro ha paura considerandolo portatore di quel morbo pericoloso chiamato cultura.
Però i sostenitori del gioco mi dicono: “E dai, pubblicare l’immagine della copertina di un libro è cosa innocua, è cosa sana e sicura”.
La parola "sicura" m’insospettisce sempre, deriva dal latino sinecura ovvero senza cura e in tempi di “corona virus” ciò mette paura. Tuttavia, ben si sa, la paura è essa stessa contagiosa e in molti casi crea una curiosa morbosità. Ecco detto il perché della decisione di partecipare, a modo mio, al gioco. Mi son detto: “in questo contesto vale la pena evidenziare un libro che parla di morbi che, magari nel passato, hanno seminato il panico” .
Vi voglio segnalare l’ultimo romanzo di Eraldo Baldini, “La palude dei fuochi erranti” (Rizzoli) che racconta di un villaggio nel 1630 , immerso tra campi e acquitrini, gli abitanti del quale vivono con angoscia la diffusione della peste, che ha già raggiunto le comunità vicine.
Durante la preparazione di una fossa comune in vista dell’epidemia, i monaci della locale abbazia scoprono numerosi scheletri, all’apparenza morti in maniera violenta. Mentre ci si interroga sulla vicenda, arriva nel villaggio il commissario apostolico Monsignor Diotallevi, chiamato a gestire i cordoni sanitari per limitare l’epidemia.
I lavori di allestimento sono funestati da eventi inspiegabili: fuochi sospesi, animali scomparsi, untori misteriosi e altri fenomeni, scatenano le più disparate considerazioni.
Sono eventi naturali? C’è lo zampino del maligno? Potrebbero essere provocati dall’uomo?
Più o meno le domande che ci facciamo oggi, terrorizzati più di ieri da tutto ciò a cui non diamo confini certi.
La palude è luogo che mi ha sempre intrigato, del resto sono nato e cresciuto nel basso Piave, in un territorio in cui le molte acque incerte definivano gli spazi e il tono delle esistenze dei miei antenati. Li definivano “vaghi” perché vivevano dove l'acqua esondava riprendendosi gli spazi dove avevamo progettato di stabilirsi, creando nuovi stagni, paludi. Come Salicornie riuscivano comunque a resistere nelle depresse zone centrali delle paludi, dove l’acqua ristagnava in superficie, restando sospesi tra terra e acqua, tra dolce e salmastro.

La modernità e le bonifiche ci hanno liberato da quel mondo instabile e dalla sua “mala-aria” con una trasformazione radicale dei luoghi dove tuttora abito. Una tabula rasa del mondo precedente che ha fatto uscire l'acqua, elemento instabile per natura, dalla quotidianità della vita dei nostri avi. Il rapporto che c'era con quel confine incerto tra terra ed acqua viene cancellato e con questo viene eliminata anche quella saggezza, indotta da quel territorio, che liberava dal bisogno di sicurezza, che a ben pensare non esiste mai, se non nel suo significato etimologico di assenza di paura (sine cura).
La paura è il modo migliore per aumentare l’insicurezza e l’unica sicurezza consiste nel non aver paura del possibile, nel volgere lo sguardo oltre il visibile. Proprio come fanno Maddalena e Luigia, le due donne che nel libro di Baldini sembrano essere le uniche dotate della capacità di convivere con l’instabile e capaci di vedere un disegno ben più malefico, a tal punto da relegare in un secondo piano anche la minaccia della peste imminente.
“Adesso ditemi: c’è il Diavolo, qui?” “Ce ne sono tanti. Ma non hanno l’aspetto che voi pensate”
La vecchia strega (Luigia) e la giovane ragazza dell’albero (Maddalena) sembrano veramente aver capito che il virus più pericoloso è l’avidità dell’uomo e che per questa malattia a poco servono i cordoni sanitari.
Ancora oggi non c’è antidoto ad una avidità umana che oramai ha consumato il pianeta.
Il contravveleno per bonificare il mondo e l’oltremondo si trova, anche oggi, nelle presenze sfuggenti, nel loro vagare oltre i confini certi. La palude è nemica degli approdi stabili, inadatta a stabilire primati, sconosciuta a coloro che vivono in terre alte.
Ecco perché è lì che più facilmente s’impantana l’avidità umana.
Infine, l’avrete capito, questo gioco a cui sono stato invitato, ovvero pubblicare 7 copertine di libri (una al giorno per 7 giorni) senza alcun commento, solo le copertine, si è trasformato nell’ennesimo cortocircuito dei miei neuroni.
Eh sì, devo ammetterlo, per sopravvivere faccio uso di antidoti, frequentemente sono libri come questo, e il loro principio attivo spesso deborda nel mio cervello cambiandone la geografia. Come succedeva nelle terre basse dei miei antenati, nella palude.

 
 

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