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Fiori di Cadillac - Fuori dalla Storia, lo schifo ci salverà dall'apatia

La recensione in anteprima del nuovo album della band

18 Marzo 2020

Spesso il pop viene preso come un genere senza senso, frutto di hit studiate a tavolino, dove una serie di personaggi più o meno loschi confezionano il prodotto come se fosse una torta da vendere al supermercato, piena di colori e sapori finti.

La verità è come sempre nel mezzo e se accanto a ciò vi sono progetti che rientrano in tale descrizione, vi anche chi ha la voglia, passione e coraggio di volere arrivare a tanti facendo però un qualcosa di personale, testimone del passato quanto del possibile futuro.

Il nuovo album dei Fiori di Cadillac, Fuori dalla Storia, gira proprio su questi solchi. Ad un primo impatto potrebbe ricordare il classico it popper che fa sua la lectio magistralis dei TheGiornalisti di Controcampo: rimandi 80s, synth leggeri e tanta tanta melodia. Rimandi ad oggi degenerati in «Struggimento d'ammoore e lacrime strappastoria» (cit. Capatonda). Insomma roba che pare la versione aggiornata di quel che andava in Hitlist Italia su Mtv nei 90/2000.

La canzone Old Gennaio però ne fa piazza pulita e si butta altrove. Sta nel primo tipo di pop evidenziato: il coraggio di produrre qualcosa non solo per pochi eletti ma per molti mantenendo la qualità. Ribadiamolo.

Le storia dei Fiori fa pensare ad una poetica Baudelairiana che si infrange sulle coste tempestose della modernità digitale. Rapporti frammentati quanto i bit, esperienze che colpiscono l'empatia e minano la fiducia, raccontano di persone che sanno contaminarsi solo per il tempo che riescono a stare assieme.

Nessuno si piange addosso, pensa prima fosse meglio, ma ci si guarda allo specchio, si accetta quel che si è nel tempo in cui si vive, abbandonandoci ad esso per cercare di comprenderlo, superarlo e magari trovare davvero un equilibrio.

Dal sound fatto di synth algidi come fuochi fatui nell'oscurità di databank morenti, al cantato lascivo, il mood settato parla di lasciarsi andare, puntare al Momento, un eterno presente, fuori dal tempo, dalla storia. Troppa inutile ansia pensare al futuro, troppa pensare al passato.

Questa modernità, eterea di web, diventa una lunga sbronza immonda nei meandri del sapere, dove la conoscenza dura una giornata e già quella dopo deve essere aggiornata perché con la stessa velocità cambiano le persone. Resilienti? No, schegge impazzite; per questo diviene duro andare d'accordo con continuità: neo-fragilità morale.

A volte il mondo sembra solo un immenso dancefloor dove un pazzo ubriaco balla immerso nelle luci sterilizzate di un locale svuotato, a due passi dall'alba. Non ce ne andremo docili nella notte, ma chissà se la supereremo!

A volte ci chiediamo se tutto questo finirà, se questa timidezza mista a mestizia e insicurezza ci allontani irrimediabilmente; la costante di una realtà sfavillante sullo schermo ma Grigio Fucile nella concretezza. Siamo espressionisti e splash page di qualche manga di second'ordine?

I piccoli momenti sono quelli che vorremmo vivere, quelli a cui si riesce ancora a dare vera attenzione, cura, ma sono gli stessi che buttiamo via Martini dopo Martini...

Tutto ciò narra un solo album? Certo, dunque se avete lo stomaco ribaltato per affetti negati e alcolici ingeriti, la colonna sonora ora c'è. Pop, di qualità, diverso dal piattume che gira nelle playlist di Spotify.

Lo schifo ci salverà dalla noia e da ogni apatia (da La Festa)

 
 

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