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Diario di una quarantena - settimana II

La vita in zona rossa, raccontata da Sherwood

21 Marzo 2020

Un’altra settimana di quarantena giunge al termine. È senza alcun dubbio un sabato strano, in cui ho trovato estremamente naturale svegliarmi alle 7.30, e troverò, altrettanto fisiologico, andare a letto a mezzanotte, senza essere uscita, senza aver visto nessuno dei miei amici.

Penso che in questo momento la musica possa rappresentare un volano per il nostro umore, d’altronde i flash mob di balcone in balcone sono nati con questo precipuo intento: sentirsi vicini, emotivamente, risollevandosi a vicenda.

Tuttavia, non ho alcuna voglia di ascoltare pezzi immotivatamente felici. La moda della rappresentazione felice del rintanamento in casa è tramontata più o meno sei-sette giorni fa, probabilmente sostituita dal Controllo del Vicinato privato. Ci stiamo trasformando nelle arcigne comari del profondo sud che, scostando le tendine, annotano visivamente la chiacchiera succulenta della giornata, per poi diffonderla in giro, in un telefono senza fili di cattivismo.

Azzurro di Celentano, d’altronde, si scontra con la nebbiolina della mattinata il cui cielo è tratteggiato da insidiose nuvole.

Sto ripiegando con pezzi strumentali, che già in tempi remoti, mi procuravano la fama di ragazza noiosa.

Rachmaninoff però, è più struggente che mai (Concerto Op. n.2 in Do Minore – Moderato). Determinate modulazioni sul piano, ora forti, ora silenti, in questo momento psicologico diventano tasti di sensibilità: piango dall’emozione come se fossi sull’orlo di una crisi nevrotica.

Eppur non lo sono. Mantengo la calma. Studio (un po’), scrivo (tanto), ascolto musica (troppo), tuttavia mi vien da pensare che quelli che una volta rappresentavano i nostri diversivi mentali, gli hobby, le passioni, ad oggi stiano per trasformarsi in imposizioni che ci dettiamo per restare lucidi, senza mai farci trascinare dal fiume in piena dell’insoddisfazione.

Le videochiamate si moltiplicano: le mie due amiche di Padova chiamano su whatsapp, una mi fa vedere il suo cagnone, l’altra la figlioletta che morirebbe dalla voglia di uscire a vedere i pesciolini nella vasca di Prato della Valle.
«Ci stringiam a coorte» e imbracciamo le rispettive croci come un’imbracatura salva-vita sull’Everest. Ci scambiamo pareri annoiati sulle nuove disposizioni decretali o sui film programmati nei palinsesti televisivi o nelle piattaforme streaming.

Alle volte fa capolino su di me il mio spettro più recondito: mia madre fuoriesce dal mio corpo, divento fissata e pignola su pulizia casalinga, predispongo liste di cose da fare con tempi contingentati e organizzazioni da far impallidire le società svizzere.

Alle volte rimpiango il lassismo di non saper cosa fare.

Una cosa resta indefettibile in questa quarantena: i miei genitori mai sapranno come far partire una videochiamata senza dover per forza vederli solamente di naso o di fronte. Una sorta di caricatura fumettistica che distorce i lineamenti dei personaggi, facendoli divenire deformi.

Tredici giorni fa, o poco più, poco meno, la vita di tutti noi ha subìto un brusco scossone, siamo stati catapultati in una vita-parallela, in uno scherzo crudele dai toni silenziosi, ma non per questo meno duri.
Restiamo in casa a lavorare, studiare, riflettere, a stendere le mani verso quelle degli altri, penzoloni su ringhiere o balconi, alle volte energiche, altre ben più molli, quasi inanimate.
Attualmente percepisco nella mia testa il silenzio della città, questo diviene un ronzio ovattato indistinto nei miei timpani.

Purtroppo la fobia del contatto (anche visivo) con gli altri, prende inesorabilmente il sopravvento. Quasi evitiamo il saluto o la chiacchiera veloce pur osservando il metro di distanza, siamo chiusi in una solitudine sghemba, invasa da news e contatori di morti gravosi, che scalfiscono pian piano quel che nel linguaggio – abusato – dei social, veniva definita resilienza. In questo momento è quasi un sostantivo che non si fa vedere, ma che so, moriamo tutti dalla voglia di sventolare al balcone, in uno sfottò ardito del tricolore.

La sintesi di questa settimana, la racchiudo in una semplice immagine: il signore di mezza età seduto per tutta la giornata sulla sua sediolina di vimini fuori al balcone. Osserva i passeggiatori dal piè veloce, le macchine scarne, la station vagon della Protezione Civile che vaga con gli altoparlanti dalla voce stridula e imperante: RE-STA-TE A CA-SA.
Lui fuma, e quando non c’è niente - proprio niente - da osservare abbassa lo sguardo al pavimento, come se tra quelle intercapedini delle fughe si fosse rintanato un qualcosa meritevole di tutta l’attenzione possibile.

È un Van Gogh incarnato, riassumibile nel quadro Sulla soglia dell’eternità.

 
 

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