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Tregua Mai - Marco Pandin e il progetto F/Ear this!

intervista a cura di Mirco Salvadori

30 Marzo 2020

Quelli nati da poco, quelli che giungevano dalle frastornate spiagge del rock esausto, quelli che ancora pogavano sotto i palchi ricoperti di sputi scaduti, quelli già fuori tempo massimo e affascinati dalla nuova scintilla, tutti attratti dal fulgore luccicante di un'anima nuova che si esprimeva attraverso più lingue, molte delle quali legate a stili e mode ben definite. La storia si ripeteva, ciò che venne conosciuto come inedito verbo musicale sarebbe divenuta l'ennesima moda alla quale ci si sottometteva con superba e inconscia austerità. Esisteva comunque una zona in cui l'ombra si allungava ulteriormente e non era l'ombra cara agli amanti del gotico. Periferie, quartieri operai, disoccupazione, vita difficile, impegno politico, gioventù cresciuta nel disagio, nuova generazione pronta alla vera rivolta anarchica, lontana dalla divise e dai lustrini, immersa nella dura realtà impermeabile alle mode. Questa è una storia che viene tramandata da generazione a generazione, quella di una gioventù che mai si concesse tregua.

Il 1987 è stato un anno magnifico - in realtà molte annate lo sono state in quei tempi -per la quantità e qualità di opere discografiche che uscivano e riuscivano a stupirci. In quell'anno per esempio usciva “Substance” dei New Order, cito un disco (quasi) a caso. Il mondo della tendenza musicale si ritrovava in piena rivoluzione, il punk era ormai musica sdoganata ma non tutti i giovani che si sentivano parte di questo movimento ci si ritrovavano a loro agio.

Gli anni Ottanta sono un discorso complicato del quale la colonna sonora rappresenta soltanto una parte, anche se molto importante. Era la musica che abitava nelle nostre orecchie di ventenni, trovo che l’argomento meriterebbe un approfondimento ed un minimo di introduzione storica. Ma penso anche che raccontare un gruppo, una corrente, una moltitudine, sia un’impresa che riesce solo agli scrittori più dotati, o ai poeti. Io posso impegnarmi a raccontare attraverso una lettura critica dei miei ricordi, incontri ed esperienze quello che di me stesso sono riuscito a capire in questi anni - ed anche questa è una cosa mica facile. Ci provo. I miei compagni ed io eravamo gente semplice: ascoltavamo e leggevamo di tutto, macinavamo tutto e inghiottivamo tutto. Ci incuriosiva tutto. Mi sembra importante questa cosa che dici, cioè che allora noi ragazzi ci si stupiva di quella musica: era la reazione più spontanea. Certa letteratura certa pittura certa musica dopo il Sessantotto dai musei e dai palazzi dei ricchi si riversavano nelle strade e diventavano forme di cultura accessibile e condivisibile, quando appena pochi anni prima che io e te nascessimo c’erano stati il fascismo e la guerra e la voglia di libertà si pagava con il carcere se non con la vita. I miei genitori volevano per me quello che loro non avevano avuto - tipo una certa pace e giustizia sociale, un tetto sotto cui non temere bombe, pasti più o meno regolari e sani. Hanno sempre cercato di sostenermi, così hanno dato ascolto alla vecchia preside delle scuole medie che insisteva per farmi proseguire gli studi. Frequentare le scuole superiori era segno di una certa emancipazione sociale: si supponeva imparassi delle cose utili al mio futuro lavorativo e così è anche stato, ma lì dentro ho imparato di più dagli incontri e dagli scontri ideologici, dagli scambi, dalle letture. Bruce Springsteen in “No surrender” dice press’a poco: “Da una canzone di tre minuti abbiamo imparato più di quanto ci è stato insegnato a scuola”. Per me è stato proprio così: mi è sempre piaciuto leggere e ascoltare musica e soprattutto mettermi a curiosare tra i testi delle canzoni, se ci penso sono stati questi la mia letteratura. La mia fortuna è stata incontrare qualche insegnante giusto che mi ha indirizzato verso alcuni libri giusti e capitare nel mezzo di ambienti giusti. Mi sono ritrovato a bazzicare gli anarchici frequentando le radio libere e i giri marginali in città, c’era una libreria anarchica a Venezia proprio sulla strada fra piazzale Roma e l’università, poi ho incontrato il punk e conosciuto di persona vari gruppi anarchici inglesi tipo Crass, Flux of Pink Indians, Poison Girls che il mio gatto proprio detestava, e tutte le ragazze e ragazzi strani e meravigliosi conosciuti ai concerti, i Raf Punk a Bologna, il Virus, il Victor Charlie, il Tuwat, Franti, Kina, Detonazione… Quello che sono è un insieme di tante cose, che ognuno di questi incontri mi ha lasciato dentro. Una canzone ciascuno, o anche solo un pezzetto, una scheggia, una scintilla.

Come ben descrivi nella presentazione della nuova edizione di “F/Ear this!”, esistevano giovani assai più coinvolti socialmente e politicamente che non accettavano quelle, per loro, nuove mode. Tu eri uno di questi. Raccontaci chi eravate e come vivevate questo vostro comunque sentirvi contro, anche contro quella nuova onda che aveva invaso la vita e gli ascolti di moltissimi giovani non omologati.

Beh sì, a Venezia noi eravamo ragazzi fortunati: erano aperti in città degli spazi sociali importanti come biblioteche e piccoli teatri, si organizzavano parecchi cineforum a pochi soldi, la Fenice spalancava abitualmente le porte agli studenti durante le prove generali. Alle varie feste dell’Unità e dell’Avanti! venivano a suonare spesso dei musicisti importanti, come pure ai raduni dell’estrema sinistra. Penso che soprattutto grazie alle radio libere a partire dalla metà degli anni Settanta si sia potuta ascoltare nel nostro paese parecchia musica strana: contaminazioni, esperimenti, o più semplicemente cose fatte in paesi lontani che avevano forme sonore inaudite. Bologna e Padova erano città grosse dove accadevano concerti e si organizzavano raduni, ed erano a facile portata di treno. Anche a Mestre e dintorni erano stati aperti alcuni negozi di dischi: certi erano gestiti da gente giovane e trattavano materiale d’importazione per cui non era difficile mettere mani ed orecchie su musicisti e produzioni musicali indipendenti. Sin dai primi anni Settanta era nata e si era sviluppata in Italia un certo tipo di stampa a target giovanile: era possibile trovare dei fari o degli specchi in edicola e in libreria, e quindi era relativamente facile trovare informazioni o, senza pretendere così tanto, almeno del materiale infiammabile per innescare disastri con la nostra fantasia. Ma ogni rivista, ogni giornale, ogni libro, ogni cassetta, ogni disco avevano un prezzo: questa che adesso suona come una banalità costituiva invece un problema insormontabile per chi come me non aveva soldi, o non ne aveva abbastanza. Non mi vergogno affatto nel confessare che ho rubato parecchi dischi e libri che diversamente non avrei potuto conoscere. E la povertà aggiungeva oppressione all’oppressione che già vivevamo: gli anni di piombo, i posti di blocco, le bombe nelle piazze e gli attentati sui treni, il dilagare dell’eroina. Posso riassumere brevemente la lista di prospettive sociali che ci venivano offerte: dopo la scuola c’era il servizio militare obbligatorio, bisognava trovarsi la morosa, trovare un lavoro, sposarsi, fare figli. Nei momenti liberi dai turni in fabbrica si poteva giocare a carte al bar sotto casa, oppure darsi ad altri passatempi tipo alcool e sigarette, droga più o meno pesante, giornali porno, teppismo gratuito, rincoglionimento davanti alla televisione: era il non futuro dei Sex Pistols. A me francamente stavano sul cazzo - mi stava sul cazzo che col mio non futuro ci facessero dei dischi e lo vendessero ai ragazzini. Questo non futuro mi stava molto stretto alla gola, e un giorno parlando con il mio amico Franco viene fuori che stava molto stretto alla gola anche a lui. E stava stretto anche a Mauro, a Sandra, a Ermanno, a Rosa, a Loris, a Giovanna a parecchie altre ragazze e ragazzi amici miei: nel disegnare il nostro destino sembrava si fossero completamente dimenticati dei nostri desideri e dei nostri sogni, non c’era affatto posto per la nostra fame di scoprire vedere conoscere sperimentare. Zero speranze, insomma. Chi poteva andarsene l’ha fatto, ma in tanti siamo dovuti rimanere e siamo rimasti e c’è stato parecchio da muovere il culo per non finire sotto terra o al SERT. Il punk, sebbene non fossimo affatto un collettivo punk o un gruppo in qualche misura politicizzato, ha senz’altro contribuito a farci stare insieme, a mettere in funzione tra di noi certi meccanismi di aggregazione e non altri - ad esempio non c’erano capi, si prendevano decisioni insieme ed in maniera informale, era possibile prendere iniziative e soprattutto era possibile cambiare idea senza doversi sentire in colpa. Se mi metto a guardare adesso, direi che con molta naturalezza incoscienza spontaneità e gioia stavamo sperimentando l’autogestione delle nostre vite - niente di meno. Mica poco, per dei ventenni problematici persi nella periferia dell’impero.

Come risposta ad una sorte di immobilità non solo musicale che sentivi e difficilmente sopportavi, decidi di pubblicare una raccolta altra, diversa da qualsiasi classica compila punk potesse essere stata pubblicata in quel periodo. Racconta.

Dovrei raccontare di me e mi accorgo che invece parlo spesso di “noi”. Dico “noi” per raccontare un gruppo di ragazze e ragazzi dello stesso quartiere o di quartieri press’a poco simili, accomunati dalle scarse possibilità economiche, dalle assenze dei nostri padri occupati nei turni degli stabilimenti, e dalle assenze causa lavoro nero delle nostre madri - tutte a montare gocce di vetro di Murano per i lampadari dei ricchi, oppure a cucire tagliare rammendare stoffe per conto dei negozi di vestiti del centro storico, mia mamma impiraressa. Dico “noi” per spiegare lo spirito di branco che scorre nel respiro di chi spende le sue ore libere di bambino a star dietro ai fratelli e alle sorelle nati dopo. Dico “noi” che abitavamo stanze minime e sovraffollate in piccoli appartamenti in affitto, casermoni supereconomici da nove dodici diciotto ventiquattro trentasei appartamenti senza fogne né strade asfaltate, le luci solo sulla statale. Buchi umidi senza riscaldamento, senza televisione, senza telefono. La nostra benzina fino all’adolescenza è stata la fantasia, siamo cresciuti immaginando cose, fantasticando su come sarebbe stato il presente se… e invece non è stato. Troppa paura per spingersi a immaginare domani, fra un mese, un anno. Attorno a Rockgarage eravamo una dozzina di ragazze e ragazzi dei quartieri a rischio, più un gruppo folto di sostenitori, età media vent’anni. Ci eravamo non-organizzati in un collettivo e pubblicato una fanzine e poi fatto dischi e cassette. Non c’era mai stato praticamente niente di simile in zona. Siamo partiti da zero, nel senso che nessuno aveva una qualche esperienza nel settore: ci siamo improvvisati scrittori, critici ed esperti musicali, grafici, disegnatori tutti a sostegno dei nostri compagni che più o meno sapevano suonare e si erano aggregati in bande musicali. Non importava affatto il genere espressivo: la musica la fanzine i concerti erano dei pretesti per poterci riappropriare della nostra vita o almeno per cercare di darle un senso accettabile, che non lasciasse troppo amaro in bocca. Per certi versi Rockgarage era una fanzine del cazzo: raccogliticcia, senza orientamento, frammentaria, contraddittoria. Eppure, proprio per quegli stessi certi versi, Rockgarage è stata un laboratorio politico indipendente dove si è messa in pratica l’autogestione e sperimentata l’aggregazione sociale non gerarchica. Dico questo adesso che ho più di sessant’anni, ma allora non eravamo affatto politicizzati: si pensava solo a tener duro, ad andare avanti, a cercare di vivere invece che sopravvivere. Il primo numero di Rockgarage risale al 1982, l’ultimo è uscito nel settembre 1984; tra il 1984 e il 1986 sono usciti a nome Rockgarage alcuni dischi e cassette (Degada Saf, Plasticost, Politrio, Hakkah, Funkwagen etc.). L’attività attorno a “F/Ear this!” e P.E.A.C.E. è immediatamente successiva a Rockgarage - praticamente quando ci si è accorti che ci avevano rubato tutto e non valeva la pena continuare. Un giorno abbiamo avuto la cattiva idea di affidare tutto il nostro lavoro ad un distributore commerciale, dal quale abbiamo ricevuto solo bugie e nessun soldo, così siamo stati costretti a chiudere. Ho imparato molto da quel grosso errore: ho deciso di continuare a sbattermi da solo e cercare di fare quanto più possibile per conto mio senza dover dipendere da nessuno - men che meno dai distributori. Per “F/Ear this!” la spinta decisiva è stata l’incidente di Chernobyl, un guasto ad una centrale nucleare che distava da casa neanche un paio di giorni di viaggio. Per chi come me e i miei amici abitava in una città di stabilimenti chimici fabbriche di plastica e raffinerie il pericolo era particolarmente sentito. Era la primavera del 1986 e non è che allora noi ragazzi si vivesse così tranquilli, a consumare le giornate cazzeggiando tra new wave, sintetizzatori, discoteca e spritz. L’idea era di muoversi, protestare, alzare la voce, far sfogare la pressione e l’incazzatura. Ci siamo detti: sappiamo suonare sappiamo fare un disco allora facciamo un disco - sarebbe stata una raccolta collettiva, tutti i soldi che raccogliamo li destiniamo ad A/Rivista Anarchica. Quel giornale aveva dimostrato un interesse sincero nei nostri confronti: ci trattavano da persone invece che da fenomeno sociologico, ed avevano messo a disposizione dello spazio e dell’attenzione per chiunque avesse delle cose da comunicare, da proporre e discutere. Nessun altro lo aveva mai fatto. Nel primo 1984 ho incontrato Paolo Finzi e Aurora Failla ad una riunione della redazione, mi avevano invitato perché si erano incuriositi di questo sbarbo che scriveva di punk anarchico e musiche indipendenti su Rockerilla: mi hanno proposto di scrivere un articolo di prova, gli è piaciuto e da allora sono un collaboratore e fiancheggiatore stabile.

Il progetto Rockgarage ti aveva aiutato dal punto di vista dell'esperienza o ti sei lanciato nel vuoto?

Certo, con Rockgarage e collaborando con Rockerilla e soprattutto la A/Rivista Anarchica ho imparato col tempo a dare una certa forma scritta ai miei ragionamenti. Ho anche accumulato una certa esperienza frequentando musicisti e gruppi e gironzolando per cantine e studi di registrazione, in radio e nel backstage ai concerti - così da sviluppare una certa capacità come produttore indipendente di dischi e cassette. “F/Ear this!” è nata dalle riflessioni personali e dalle discussioni collettive attorno alla paura del disastro nucleare che si veniva ad aggiungere a quella per la guerra, per il lavoro che non si trovava se non in nero e sottopagato, per la militarizzazione della società, per l’avvelenamento dell’ambiente, per l’AIDS che condizionava in maniera pesantissima la libertà sessuale che era stata appena conquistata. L’idea era quella di raccogliersi ed alzare la voce insieme, di farsi sentire - dove con Rockgarage ci si era accontentati di restare nei confini prima locali e poi nazionali, stavolta sarebbe stato necessario creare collegamenti con altre persone di altre zone geografiche. Allora internet non era ancora diffuso, ci si è affidati al passaparola e all’ufficio postale e con nostra enorme sorpresa la cosa ha funzionato: tra l’estate e l’autunno del 1986 sono arrivate decine di proposte di collaborazione, cassette, bobine, lettere, dischi. Il problema è che è arrivata tanta roba, troppa - invece che un disco bisognava farne almeno due, e anche così è rimasta fuori un sacco di gente.

Chi ti ha affiancato nella realizzazione del progetto?

Mi hanno dato una mano un paio dei vecchi compagni di Rockgarage. Fabio Scroccaro dei Detonazione si è occupato del riversamento delle registrazioni dalle cassette su bobina e del montaggio del master analogico. Vittore Baroni ha realizzato le immagini per il libretto attingendo agli archivi della Trax ed utilizzando del materiale grafico inviato da alcuni musicisti insieme ai nastri. Vittore ha anche avuto l’idea del titolo. Per realizzarlo ci eravamo messi insieme ad altri individui e piccoli collettivi incontrati nei nostri giri indipendenti, un assembramento di fanzinari, microscopiche etichette, gruppi musicali e teste calde - ne è venuto fuori P.E.A.C.E., un collettivo di collettivi. Diversissimi come potevano esserlo i Plasticost e Giacomo Spazio e i Franti: tutti hanno contribuito, tutti hanno aiutato concretamente ciascuno com’è stato capace, non ultimo diffondendo “F/Ear this!” ai propri concerti. Oltre che dall’Italia sono arrivati contributi grafici scritti e sonori un po’ da tutta Europa e dal Nordamerica, quasi tutti nomi sconosciuti ma sorprendentemente anche gli Embryo, un gruppo tedesco che è riduttivo definire mitico e profetico, ed i Nurse With Wound - protagonisti indiscussi nonché pionieri della sperimentazione industrial inglese. Un paio di pezzi li ha mandati anche Stephen Thrower, che dai Possession aveva appena raggiunto i Coil: di passaggio a Venezia era venuto a trovarmi ma io ero via per studio - ci siamo scritti e sentiti per telefono ma non ci siamo mai incontrati. C’è una registrazione dal vivo al CBGB’s dei Doctor Nerve, una degli HUM e un’altra dei Don King - tutte formazioni attive nei circuiti off-wave di New York City con cui erano stati presi contatti sin dai primi tempi di Rockgarage. Dalla Francia sono arrivati contributi da Philippe Fichot, tuttora attivo con Die Form, e dai Look De Bouk del giro di Rock In Opposition. I Franti hanno mandato del materiale scritto ed una meravigliosa versione di “Voghera” registrata dal vivo durante una trasmissione di Radio Popolare di Torino curata da Alberto Campo con Renato Striglia e Paolo Ferrari. E’ un pezzo dove si riflette sulla maternità all’interno di un carcere femminile, credo sia uno dei loro pezzi più dolorosi e strazianti - aveva fatto parecchia impressione quando l’ho fatto ascoltare a Dial House.

Un titolo che è anche un bel gioco di parole tra Paura e Ascolto. Spiegaci.

Come ho detto, il titolo l’aveva pensato Vittore Baroni ed è davvero un gioco di parole curioso. L’idea era di fare un concept album sulla paura e abbiamo chiesto contributi più o meno collegati o collegabili all’argomento: andavano bene cose scritte, disegni, musica. Speravamo molto fortemente che aderisse gente strana - e meno male che così è stato: sarebbe stato piuttosto imbarazzante e come minimo difficoltoso ritrovarsi a gestire contributi tipo canzoni di lotta e di protesta, come pure dei vuoti a perdere punkrock. Parecchie sono proprio sorprese spiazzanti, tipo Pete Wright dei Crass che invece di un forse prevedibile manifesto anarcopunk ha scritto un esercizio zen assieme a Kishi Yamamoto - allora era la compagna di Adrian Sherwood. C’è una registrazione casalinga della poetessa americana Annie Anxiety che legge un suo testo mentre la figlia di un’amica sta improvvisando al pianoforte. Un altra sorpresa è venuta da Nick Didkovsky dei Doctor Nerve che ha mandato un estratto della performance allestita assieme a Limpe Fuchs (una protagonista del krautrock e del circuito alternativo tedesco, faceva parte degli Anima Sound) per un festival di musica d’avanguardia notturno al Loft di Monaco. E’ stato presto chiaro che ne sarebbe venuto fuori un miscuglio poco o per nulla identificabile e men che meno inscatolabile in un qualche genere espressivo codificato. Una raccolta anarcoide senza direzione né indicazioni né planimetria - pensa che non abbiamo neppure riportato i nomi dei partecipanti in copertina, e chiuso la confezione con un adesivo con sopra l’a cerchiata. Questo lavoro è stato sul cazzo a parecchia gente, in certi giri anche anarchici “F/Ear this!” è stata considerata robaccia incomprensibile e politicamente inservibile, mentre per i giri punk ultrapoliticizzati era solo una raccolta di merde d’artista.

Suoni, immagini, parole - che caratteristiche dovevano avere?

Abbiamo pubblicato solo una parte del materiale raccolto. Era tecnicamente impossibile farci stare dell’altra musica nelle quattro facciate dell’album, ed economicamente fuori discussione l’aggiunta di un terzo disco. Abbiamo dato a tutti carta bianca, tutti hanno aderito gratuitamente e spontaneamente. Le registrazioni sono state utilizzate proprio così come sono state realizzate, nel senso che non si è intervenuti in studio per migliorarne la qualità tecnica. Parecchio di questo materiale è stato realizzato con attrezzature economiche, sono registrazioni casalinghe fatte su cassetta per cui la qualità della riproduzione, paragonata agli standard di oggi, è quella che è. Ma allora non ce ne fregava niente della confezione: l’importante era non restare fermi, non restare zitti. Non ho affatto cambiato idea: in questi anni ho ascoltato e pure pubblicato registrazioni di fortuna che hanno un impatto formidabile, anche oggi sono più concentrato sul significato dei messaggi che non sulla qualità della riproduzione.

Una carrellata sul contenuto della prima edizione - te la senti di farla?

Direi che innanzitutto c’è il meglio della scena marginale italiana di allora: Detonazione, il Politrio con Giorgio Canali, Franti, LA1919 con Luciano Margorani, 2+2=5, Thelema, Weimar Gesang. Mancano i gruppi patentati col bollino di anarchici su Frigidaire e Rockerilla, tutti occupati a mandare avanti la parrocchia. Tranne quella manciata di nomi più o meno noti nei giri indipendenti che ho già fatto prima, ha partecipato un sacco di gente sconosciuta. Tipo le Two Tone - due ragazze di Eindhoven, pianoforte e voce, allora avevano fatto solo qualche uscita in pubblico e offrivano quelle loro prime registrazioni. Come altri due mai visti né sentiti prima, i francesi Erik Baron e Pascale Jakubovski che avevano da poco pubblicato una cassetta col nome Orient-Express. Come i tedeschi The Blech che stavano registrando il loro secondo disco e pure Body and the Buildings che stavano invece registrando il loro album di debutto - tutta gente che direi molto poco probabilmente tentava di agganciarsi per avere una qualche visibilità, meccanismo questo che stava invece alla base di parecchie altre raccolte. Alcuni partecipanti erano poco noti allora, ma sono riusciti nel tempo a divenire dei musicisti di riferimento, come Giancarlo Toniutti allora fresco di studi di musica elettronica al conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, o Gregorio Bardini considerato anche all’estero un flautista eccellente e non solo.

Cosa ha rappresentato per te questa storica uscita?

Il progetto l’ho seguito io con un piede ancora dentro Rockgarage e l’altro dentro Catfood Press (cioè quello che poi è diventato stella*nera), e questa raccolta per me rappresenta un passaggio importante dal lavorare in branco al ritrovarmi con la responsabilità di dover prendere delle decisioni da solo. Ero un fanzinaro deluso dalla scena rock indipendente, e mi sentivo a disagio nel circuito punk sedicente alternativo. Non sono mai stato capace di mettere in piedi una casa editrice o un’etichetta discografica: ho offerto quello che potevo offrire, cioè me stesso e i miei ragionamenti. Niente contratti né obblighi ma una stretta di mano ed un abbraccio, niente compensi per la partecipazione così da poter destinare gli eventuali guadagni a sostegno della stampa anarchica, niente promesse difficili e impossibili a mantenersi ma un impegno costante a far sì che la gestione economica del progetto fosse trasparente. Poi sono andato avanti su questa strada, ho realizzato altre raccolte collettive a sostegno di A/Rivista Anarchica e curato e pubblicato parecchio altro materiale.

Dopo 33 anni decidi di pubblicare una seconda edizione. Di cosa dobbiamo avere ancora paura?

Il motivo più grossolano e banale per rimettere le mani addosso al progetto è stato che un giorno qualche anno fa rimettendo un po’ d’ordine in garage è saltata fuori una cartellina con dentro la copertina originale disegnata da Franco Raffin di Rockgarage, copertina che al tempo avevamo scartata con motivazioni che ripensandoci sono ridicole - era “un po’ troppo Joy Division”, quanto siamo stati stupidi. Nella cartellina c’erano anche le tavole originali realizzate da Vittore e altra roba. In più la presenza degli scatoloni di bobine in garage oltre che occupare spazio metteva ansia. Un altro motivo è stata l’incazzatura nell’accorgersi del periodico affiorare di vecchie copie dell’album poste in vendita nei giri dei collezionisti a prezzi schifosi, e bisognava secondo me tentare di darci un taglio. Un altro motivo ancora direi che lo stiamo sperimentando tutti sulla nostra vita di questi giorni: il tema è caldo e condiviso, la paura non passa di moda. Giocando sporco sulla paura si accumulano ricchezze e consenso.

“F/Ear this!” 2020 è stata pubblicata da tre label indipendenti, tra cui la tua stella*nera. Spiegaci come sono andate le cose.

Ci si conosce e ci si vuole bene da allora. Stefano Gentile di Silentes mandava avanti con il fratello Manuel la fanzine Nashville Skyline ed uno dei primissimi gruppi punk veneti, gli Hyxteria. Dethector aveva messo in piedi con suo fratello Luca l’impresa impossibile di un piccolo centro di distribuzione anarcopunk in Cadore, inoltre suonava con i Detriti - uno dei gruppi che adoro. Siamo molto amici, ci si incontra spesso ed è stato naturale ritrovarsi a fare delle cose insieme. “F/Ear this!” non è la nostra prima uscita collettiva, abbiamo già pubblicato il cd di Lalli e Stefano Risso e di recente anche The Last Five Minutes.

Vedo che in questa nuova edizione ci sono delle tracce non presenti nella prima.

Con l’aiuto di Marco Giaccaria e di Marco Milanesio sono riuscito a recuperare alcune delle vecchie bobine e cassette, sopravvissute in un mucchio di scatoloni a qualche trasloco. Come dicevo prima con Vittore e gli altri avevamo messo in giro la voce e nell’era pre-internet la velocità delle comunicazioni era quella che era, parecchia roba ha continuato ad arrivare anche dopo che “F/Ear this!” era stato pubblicato - questo è il caso di Scott Marshall, i pezzi di Funkwagen e Rivolta dell’Odio erano arrivati mentre si stava già montando il master. Un paio di contributi sono stati riciclati in raccolte successive - tipo il pezzo dei Funkwagen che è presente in una compilation di Rockgarage a sostegno di Amnesty International, quello dei Davaiciass e un altro inviato dalle Two Tone sono poi finiti su “Voix vulgaires #3”. Alcune bobine erano purtroppo deteriorate e inutilizzabili, anzi alcune delle registrazioni che siamo riusciti a salvare sono la documentazione in tempo reale dell’ultimo scorrere del nastro sulla testina prima di sbriciolarsi - osservo che questo fatto ha aggiunto una certa drammaticità al pezzo dei 2+2=5 (non abbiamo neanche tentato di ricostruirlo da vinile e l’abbiamo lasciato così) e una certa nebbia polverosa al contributo senza nome di Massimo Giacon e Mimì Colucci. E’ stato ritrovato un frammento inedito dei Plasticost, e passato in digitale anche il contenuto di un’altra bobina che avevano inviato i Possession. Purtroppo un bel po’ di roba, a volte neanche identificabile perché mancavano le indicazioni sulle scatole, è andata irrimediabilmente persa.

Un'operazione questa prettamente legata alla passione o ha ancora un senso pubblicare queste raccolte multimediali nel secondo ventennio del 2000?

In qualche modo sono figlio del punk anarcopacifista e della controcultura hippie, sono uno che sogna ad alto volume, eppure sono sempre stato uno spaesato: sono nato nel 1957 quindi a me è successo di vivere i miei vent’anni troppo tardi per il 1968 e gli hippies. Penso di essere stato anche fuori tempo massimo per il punk, che sembrava essere più adatto ai ragazzini: avevo preso i dischi di Patti Smith e dei Television e li amavo, e da lì avevo cominciato ad ascoltare musica punk, quella che girava allora. Quei dischi dei vari gruppi punk che si potevano trovare nei negozi tipo Damned o Ultravox a me facevano cagare, o come minimo pena: diffidavo della “musica punk”, quella delle spille da balia e delle magliette strappate apposta. Non ci trovavo dentro proprio niente. Per me i Sex Pistols erano banali, John Lydon tutto spettinato che diceva “fuck” e faceva le linguacce al fotografo era tutt’altro che trasgressivo. Peggio, era inconsistente, quando fino a poco tempo prima con certi miei compagni si andava a manifestare in piazza con i sassi e la fionda in tasca. Sai, ho sviluppato una certa devozione per san Fabrizio da Genova che ha detto: “e al dio degli inglesi non credere mai”. Io e i miei amici eravamo sfigati frustrati e isolati, non c’erano dei modelli da imitare. Eppure i punks anarchici mi avevano devastato: le loro canzoni erano assolutamente concrete, mi ci riconoscevo, riconoscevo quei posti, come ci si sentiva, il rumore dentro. Mi sono reso conto che era una maniera radicalmente diversa di fare della musica politica, abituato com’ero a tutt’altra roba, agli Stormy Six e agli Area insomma, e a tutt’altro livello di trasgressioni, che so, a Lindsay Kemp, a Dario Fo, a Frank Zappa, gente che aveva un certo spessore - altro che le spille da balia, appunto. Altra differenza importante: Sex Pistols, Damned, Clash, Ultravox eccetera i gruppi punk grossi, quelli coi dischi dentro alle vetrine dei negozi, avevano tutti firmato dei contratti con grosse case discografiche, invece gli anarcopunks si stampavano i dischi e le cassette da sé e se li distribuivano per conto proprio e a basso prezzo, s’era sviluppato intorno anche un gran bel giro di fanzine, che erano un’alternativa dal basso alla stampa musicale. C’era un abisso tra i dischi dei Crass e delle Poison Girls, i primi gruppi anarcopunk con cui sono venuto a contatto, e quelli di “musica punk” di allora. E non era soltanto un problema di qualità del suono, di produzione, di confezione: era un problema di comunicazione e di impatto culturale molto più complesso e articolato: facevano tutti una musica di merda, lo sapevamo noi e soprattutto lo sapevano bene loro e a nessuno non gliene fregava niente, ma i dischi degli anarcopunks offrivano degli spunti, non era solo un blando lamentarsi per la mancanza di futuro, o un atteggiamento, una posa per la foto di copertina. Il punk era comunque una mentalità nuova, un modo di pensare discutibile e magari non del tutto condivisibile ma mi è servito a rivedere certe convinzioni, a ripensare certi atteggiamenti. Potrei citare un vecchio volantino dei Crass: l’arte e la creatività sono le nostre armi più potenti. Io ci credo ancora. Per me tutto questo mescolare sogni e realtà è una cosa normale, spontanea, è il tipo di anarchia che sento dentro da quando ero un ragazzino, è il tipo di anarchia che so esprimere. Come dicevo prima non ho una formazione politica, la mia letteratura sono stati i testi delle canzoni. Il mio ricordo più vivo del 1968 è mio padre in lacrime combattuto tra la necessità consapevole degli scioperi e la necessità disperata di pagare l’affitto e le medicine per mia madre, ed è un ricordo vivo che contrasta aspramente con la propaganda editoriale e televisiva di quegli anni. Come pure degli anni Settanta ricordo i ragazzi ammazzati nei cessi dall’eroina, ricordo quelli ammazzati per strada dalla polizia alle manifestazioni, ricordo i carri armati a Bologna - altro che le discoteche e il disimpegno e le stronzate finite in cima alla hit parade.

Sono trascorsi 33 anni - che mi dici Marco, cosa e come sono cambiate le cose.

Lo ripeto spesso: stella*nera è il mio impegno politico, non la mia etichetta discografica. Ho organizzato parecchie iniziative a sostegno di A/Rivista Anarchica, ho sparso la voce e chiesto aiuto a molta gente: certo ho raccolto tanti "no grazie", ma anche solidiarietà e adesioni di altrettanti musicisti, spesso non anarchici. Ho raccolto contributi di gente come André Duchesne, David Moss, Eugene Chadbourne, i Walkabouts, i sudafricani anti-apartheid Kalahari Surfers, gli svizzeri giamaicani Peeni Waali, Tony Coe, Linton Kwesi Johnson, Lady June, Jello Biafra, Lawrence Ferlinghetti… persino Judith Malina del Living Theatre ha letto un testo per me. Ci sono musicisti non anarchici con cui amo collaborare e che hanno acconsentito a pubblicare con me i propri lavori: non è un progetto politico che ci unisce, ma un’amicizia profonda, ci conosciamo da tanto tempo e ci piace stare insieme, ci prendiamo cura l’uno dell’altro, facciamo fatica a stare lontani. Voglio dire che sono persone care a cui tengo molto, persone che sono state vicinissime a me e alla mia famiglia nei momenti più difficili. Ho avuto una figlia gravemente disabile, e questo mi ha tenuto parecchio lontano dalla strada. Non ho mai preso un centesimo per me. Buona parte di quanto è stato ricavato finora è andato a sostegno di A/Rivista Anarchica - le spese per mantenere in piedi stella*nera sono minime e si recuperano velocemente. Comunque, il discorso che ci tengo a fare è che fondamentalmente non mi interessa vendere cd: voglio fare cose che facciano pensare, voglio che queste musiche siano fonte di ispirazione e di ragionamento e magari di discussione.

Cosa abbiamo il dovere di ascoltare?

Penso dovremmo aprire gli occhi e le orecchie al mondo, il cuore poi verrà da sé. Più che un dovere ascoltare è una fortuna: la musica ed il silenzio ci danno la possibilità di riflettere, meditare, ragionare. Usiamola per costruire ponti che ci arrivino dentro, per mandare messaggi, per accendere fuochi nella notte. La musica ci succede intorno come il vento, come il calore del sole, come le onde del mare sulla riva. Non importa che sia musica cosiddetta classica oppure jazz oppure qualcos’altro: sia Egle Sommacal che Stefano Battaglia che Mario Brunello che i Godspeed You Black Emperor mi hanno spalancato delle enormi finestre dentro, e ad ognuno ci sono arrivato per una strada differente. La mia curiosità mi ha permesso di ignorare i confini di genere, di non preoccuparmi degli steccati, delle etichette. Per me è stato molto importante stabilire dei rapporti anche profondi con i vari musicisti, condividere cibo e letture e visioni e musica oltre che opinioni e speranze: trovo sia molto bello avere fame dei gusti dei tuoi amici, rende l’amicizia più salda. Penso che aver incontrato Bruno Romani dei Detonazione mi abbia spinto ad ascoltare John Coltrane, così come frequentare Massimo Franco Andrea e gli altri Funkwagen mi ha senz’altro indicato un percorso preferenziale per aprire la mente ed arrivare a Miles Davis. Incontrare Federico Fiumani mi ha fatto addentrare in certe oscurità e magari apprezzarle, così da farmi avvicinare a letture impreviste - avevo Federico da qualche parte in mente quando ho letto la prima volta Pierluigi Cappello e Giuliano Bugani. Anche alcuni incontri più recenti sono stati per me occasione d’illuminazione: avvicinarmi a Luca Serrapiglio, Nicola Guazzaloca, Francesco Guerri, Jacopo Andreini, Roberto Dani, Roberto Bartoli ha senz’altro reso la mia vita migliore. Provo una profonda gratitudine per tutti.

Marco Pandin si è rimesso in corsa, a quanto pare. Ho visto una nuova uscita firmata Matteo Uggeri con Alberto Carozzi. Che altro ci riservi per il futuro, magari una serie di ristampe dei numeri di Rockgarage?

Di Rockgarage si sta già occupando la Materiali Sonori: hanno raccolto i nostri tre 7” e l’ellepì in un album doppio che dovrebbe essere pubblicato a breve in collaborazione con Spittle. Gli ho chiesto di avere accesso al master per pubblicare con stella*nera una versione a tiratura limitata su due cd, infilandoci dentro qualche bonus. Con Alberto Carozzi degli Sparkle in Grey c’è stato un incontro casuale da cui si sono sviluppati curiosità ed interesse reciproci, e da qui una collaborazione che farò di tutto per mantenere. Una cosa che mi accorgo avrei dovuto chiarire prima è che stella*nera da progetto personale nel corso di questi ultimi anni si è trasformata in un progetto collettivo: c’è collaborazione attiva con alcuni compagni come Dethector, Marco, Miguel e Franz - in pratica abbiamo accatastato ciascuno i propri tiramenti di culo e deliri e gli stiamo dando fuoco, ma lentamente. Ci sono dei lavori in corso assieme ai Kina e a Thollem McDonas, come pure parecchia voglia di fare qualcosa assieme a Bob Corn ma non è che ci si sia organizzati, che so, un catalogo, il calendario delle prossime uscite, cose così. Mica è un lavoro, non lo è mai stato.

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