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Letizia Battaglia

Storia di una fotografa di mafia (che non si definisce tale).

16Aprile2020

Mi piace il concetto di fotografia autentica, che a parer mio va a braccetto con la scelta di soggetti autentici. In un’epoca in cui le immagini ci osservano da ogni angolo della strada e ci condizionano spietatamente sulle piattaforme social, è un quasi sollievo guardare una fotografia e sentire un buco nello stomaco che l’accompagna, che dà una strizzatina alle viscere, saltando così a piè pari il contesto di apparenza.

Letizia Battaglia è una fotografa palermitana, nota soprattutto per la sua documentazione dei sanguinosi anni di guerra della mafia siciliana. Non sono però gli unici ritratti in cui il suo talento si manifesta, con passione struggente e fuor di dubbio militante: Palermo è la vera grande protagonista, coi suoi bambini che giocano a pallone, le signore in piazza, gli innamorati che ridono e si baciano. Letizia Battaglia la definisce così: «È come se Palermo nel suo disordine fosse un input etico, morale, per chi vive fuori. Suscita rabbia e amore e fa venire voglia di intervenire». È una tra le prime donne fotoreporter italiane, e nello specifico la prima donna responsabile della fotografia dell’Ora, testata giornalistica palermitana.

Dopo una breve parentesi milanese, durante la quale conosce e fotografa Pier Paolo Pasolini, torna nella sua città natale e si scontra con una realtà massacrata dalla mafia, dalla corruzione e dalla povertà: uno dei suoi scatti più famosi ritrae l’istante successivo all’omicidio di Piersanti Mattarella, il suo cadavere tra le braccia del fratello, la folla, il tumulto.
Altrettanto commovente è la fotografia della madre di Peppino Impastato, ritratta accanto alla foto del figlio.

Non ama però la definizione che le è stata affibbiata, la fotografa della mafia. Era una semplice fotoreporter, e se l’obiettivo era fotografare di tutto, nel tutto c’era anche questo. I soggetti prediletti? Le donne. In un’intervista, Letizia Battaglia (84 anni, caschetto rosa e una sigaretta sempre accesa tra le dita) racconta:

«Mi fanno schifo le fotografie che alludono alla sensualità in maniera banale, perché è una cosa profonda, legata alla psiche e al vissuto personale, che non può essere rinchiusa in uno scatto. Se poi da una persona viene fuori un erotismo è un’altra cosa, ma la mia fotografia deve rispettare il privato delle donne».

Ricordo un meraviglioso scatto in bianco e nero (come tutti del resto, secondo la Battaglia il bianco e nero conferisce ai soggetti dignità, soprattutto quando gli stessi non sono piacevoli e facilmente assimilabili), una ragazza col viso metà in ombra e per metà esposto alla luce, le palpebre abbassate e le ciglia folte. Di nuovo mi verrebbe spontaneo fare un paragone con la nostra contemporaneità, e con la nostra corsa ad ostacoli verso l’ostentazione. E invece guarda te, se la bellezza non è una semplice foto ad occhi chiusi.

Credo che Letizia Battaglia abbia le capacità di insegnarci qualcosa più di molti altri, proprio perché non è sua intenzione farlo. Concludo consigliando vivamente (nel momento in cui potremo farlo) di assistere ad una sua esposizione. L’ultima è stata al Palazzo Reale di Milano (Letizia Battaglia - Storie di strada), e in entrata vi era scritto: «La fotografia l'ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora [...]. L'ho vissuta come salvezza e come verità. E proprio di verità si tratta.».

 
 

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