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"Seventeen Seconds", a measure of life

l’album dei Cure compie 40 anni

22 Aprile 2020

«è allora che tutto ha vacillato. Dal mare è rimontato un soffio denso e bruciante, mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua larghezza per lasciare piovere fuoco. Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell’impugnatura ed è là, in quel rumore secco ed insieme assordante, che tutto è incominciato. Mi sono scrollato via il sudore ed il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio della spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte sul corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia, e furono come quattro colpi secchi che battevano sulla porta della sventura»
(A. Camus – Lo straniero)

Sono passati 40 anni dall’uscita di quello che probabilmente è l’album che più ha influito alla mia crescita, non solo musicale. Forse non il migliore che ho ascoltato, ma senz’altro quello che più ha cambiato il mio approccio alla musica.
Avevo 14 anni quando sentii per la prima volta “A Forest” alla radio e fu una folgorazione. La trasmissione si chiamava "Nocturnal Emission" e lo speaker  (Mirco Salvadori) m'informò che “Seventeen seconds”, l’album dei Cure che la comprendeva, era uscito il 22 aprile del 1980. Il giorno successivo a quella rivelazione decisi, senza perdere tempo, di salire sull’autobus che mi avrebbe portato alla fermata più vicina al negozio di dischi dove lo comprai.
Ricordo molto bene l’emozione di quando, frugando nel reparto new wave degli scaffali, lo sguardo incrociò la copertina dell’album, perché provocò in me uno strano senso di estraneità, quel sentimento che spesso mi separa dal resto del mondo.
«Questa copertina non è nitida e precisa come quella del primo disco, solo immagini sfocate, confuse, quasi prive di colore. Sembrano rappresentare un periodo di introversione e di insofferenza» pensai mentre toglievo il cellophane per scrutare meglio la cover del disco.
All’epoca l’acquisto di un album era un evento e l’ascolto una cerimonia sacra, ci si doveva preparare a dovere. Spensi la luce della camera, lasciando solo la tremante luce di una candela, estrassi il vinile dalla custodia, appoggiai delicatamente l’ellepì nel piatto e feci scendere la puntina sul primo solco. Il mio apparato uditivo si apriva, grazie ai quei segnali sonori, ad un mondo misterioso e oscuro che all’inizio mi disorientò. Erano musica e parole che andavano a scavare interiormente, in profondità, e non c’ero abituato. Però contenevano quello di cui avevo bisogno in quel momento particolare: la ricerca di cure per ferite inedite. Amore e morte s'affacciano per la prima volta nella mia vita e lasciavano segni laceranti in una pelle ancora priva di scorza. Un troppo di realtà che m'investiva notte e giorno togliendomi l'aria. Ecco perché questa specie di autoanalisi tesa all’individuazione di quei maledetti 17 secondi, quegli istanti che in un attimo possono far morire un amore, stravolgere la vita, sembrava arrivare al momento giusto. Le canzoni apparivano come la descrizione di un malessere esistenziale derivante dal non senso e dall’assurdità di ciò che ti succede attorno ed erano perfette per un adolescente che si sentiva spaesato e fuori posto. La ricerca di una cura era essenziale per trasformare quei “dolori” in romantica malinconia condivisa, quel "mal stare" in quella dolce inquietudine che trasuda in molti artisti.
“Play for today”, il brano che apre il disco, già m’indicava le sole cose che invece un senso ce l’hanno: quelle che si possono sentire immediatamente sui nervi e sulla pelle.

«il problema non è quello di fare le cose giuste.
È quello che mi sento di fare che conta.
Dimmi che sbaglio
Non mi importa che lo pensi»
(Play for Today)


Contemporaneamente "Seventeen Seconds" spalancava alle mie orecchie una inesplorata foresta sonora che mi reclamava e mi esortava a inseguire la sua sensuale voce. Una selva piena di richiami, sonori e narrativi, da individuare nel sottosuolo come preziosi tartufi.
Farsi cane, annusare quei profumi forti, imparare a seguirli e a rompere i guinzagli del già sentito. Meglio perdersi, ancora ed ancora, che essere incanalati in sentieri segnalati che portano a mete conosciute e prestabilite.
Abbandonare le rette vie per seguire le contorte e sconosciute mappe disegnate da questo disco ha dato il via ad infinite transumanze alla ricerca di supporti fonografici che indicassero altre intriganti vie di fuga. Stavo per cominciare a trasformarmi in quel bulimico sonoro che in futuro diventai. Investivo in dischi tutti i risparmi ricavati dalle paghette settimanali e dalla sfiancante stagione estiva passata a vendemmiare e pagata in nero. Ed “in nero” non era solo il mio salario ma di nero avevo anche cominciato a vestirmi. Pur sapendo che l'abito non fa il monaco cercavo comunque di indossare pienamente quegli stati d'animo “dark” che il mio sentire m'imponeva.
Come recita un vecchio adagio: “angoscia e tormento possono condurre, talvolta, al piacere” proprio come quei “17 secondi” che stravolsero, e forse salvarono, la mia vita.

All’interno del disco in vinile conservo, ancora oggi, uno stropicciato foglietto scritto da quell’adolescente di tanti anni fa e ispirato dalla canzone che mi fece conoscere questo disco: A Forest

Jack si alzò presto quella mattina, le goccioline di brina avvolgevano i contorni degli alberi ricoprendo la vegetazione di una brillantezza inconsueta.
Cominciò a muoversi piano piano come tutte le mattine per riprendere il possesso degli arti mentre gli alberi protesi verso il cielo grigio di quella foresta, l'unica miracolosamente intatta in tutto il mondo, sembravano condividere la sua tristezza.
Camminando e guardandosi attorno gli ritornarono in mente i versi di quella canzone mai dimencata: “Hear a voice, calling my name, the sound is deep, in the dark”.
Questa volta, però, il ricordo gli procurò una reazione diversa e cominciò a correre incontro alle sagome di quegli alberi fino a quando non sentì più quella voce che l'aveva illuso di aver trovato rimedio alla sua terribile solitudine. Poi comprese, si gettò a terra tra le foglie e pianse, pianse finché le tenebre non ricaddero su di lui e sulla foresta sempre più cupa e meravigliosa.
Allora Jack si alzò per contemplare la bellezza dello scenario rischiarato dalla luna.
"Dopo tutto era solo una canzone" disse tra sé e sé e riprese il suo cammino senza meta.

 
 

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