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Close Up - Inquadrature di cinema e dintorni

Take one - Cinema e lavoro

15 Maggio 2020


Titoli di testa
premessa

Per convivere meglio con questa fase che ci aspetta, la redazione di Sherwood propone una novità nella sua webzine. Si chiama Close Up ed è la nuova rubrica dedicata al cinema e alle storie che ci racconta.
Va bene, l'ho fatta facile e ho detto tutto e niente. Il cinema, d'altronde, è un mondo eclettico e troppo immenso per poter pensare di essere esaurienti quando ci si avventura a scrivere della settima arte (Riciotto Canaudo, 1921).

E quindi, niente promesse, niente certezze, ma si parte, come un film, di cui non sai il finale ma hai visto il trailer o, forse, la locandina aveva una bella immagine e il font era accattivante, insomma, tutto ciò che può servire per convincerti, caro lettore, a intraprendere questo viaggio assieme a noi.
Qui e nelle prossime puntate (che chiameremo Take) puoi trovare consigli e suggestioni, chiaramente soggettivi di chi scrive,  sul mondo della celluloide.
Il filo conduttore di ogni take è la tematica comune che viene trattata al suo interno.

Spazieremo allora dal cinema d'autore al documentario, passando per qualche analisi teorica classica senza appesantirci troppo fino a ricercare aspetti tecnici interessanti a tal punto da diventare linguaggio e narrazione del film stesso.


Titolo
Close Up

Cosa signifiva Close Up? Nel gergo cinematografico è un'inquadratura, una sorta di primo piano o comunque una richiesta da parte del regista, di passare al dettaglio di un soggetto.
Tutto ciò può coincidere con una scelta stilistica e narrativa di entrare in intimità con lo spettatore, e portarlo ancor di più dentro e perchè no, a far parte della scena.
In che modo? Avvicinandolo.

Il suo significato letterale è, appunto, avvicinamento. Un termine che oggi è importante ricordare in un periodo oscuro e di distanziamento sociale come quello che stiamo vivendo.

Anche la scelta dei film cercherà in tutti i modi di essere fedele a questa caratteristica.
Prediliegeremo un tipo di cinema distante dai canoni di fruizione abituale ma che possa orientare lo spettatore a non eseguire una semplice pratica sociale (andare a vedere il film) ma ad instaurare una relazione più forte. Un cinema, per dirla in altre parole, che rende lo spettatore un soggetto perchè gli permette di vivere un'esperienza individuale, psicologica, estetica e quindi, soggettiva. Un cinema che richiede la necessaria partecipazione di chi ne sta fruendo.


Take one
Cinema e lavoro.

Il primo appuntamento di questa rubrica tratterà film legati al mondo del lavoro, e delle implicazioni sociali contemporanee.
E quando si parla di lavoro, si parla anche di dignità e di diritti. La scelta cade inevitabilente su tre registi che hanno dedicato la (quasi) totalità della loro produzione cinematografica a temi sociali e politici. Nei film di Ken Loach, di Stéphane Brizé e dei fratelli Dardenne si respira voglia di libertà e di ribellione, si parla di dignitosa lotta contro un sistema iniquo tutto condito da un realismo secco e immediato, senza battute sbagliate o un movimento di macchina inopportuno. E mai, un personaggio fuori contesto. Stiamo parlando di registi che hanno riscritto le coordinate del cinema del reale. Grazie ad un linguaggio maturo ed essenziale che non ha bisogno di artifici estetici e narrativi. Lo spettatore, in questi film, può arrivare ad identificarsi con la storia o meglio ancora, il personaggio o, in altri casi, aprire gli occhi su ciò che ci sta intorno.

Ma procediamo con ordine.

Rosetta - Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne POSTER

ROSETTA (1999)
di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne, (Belgio-Francia)
Palma d'oro a Cannes 1999

Rosetta è una ragazza che vive in un campeggio in un bosco con la madre alcolista che si prostituisce.
Ogni giorno si reca in città per trovare un lavoro perchè in continua e disperata ricerca di una vita normale come tutti. È, infatti, ossessionata dalla vergogna di essere un'emarginata e dalla paura di non essere accettata dalla società.

Non sappiamo nulla del suo passato, gli inseparabili fratelli registi non ce lo raccontano, proprio per non manipolarci ed ottenere un'interpretazione del personaggio più libera possibile.

" 9 dicembre 1996. Rosetta, la donna che s'indurisce per sopravvivere e finisce per perdere ciò che ha di più caro? È agganciata al lavoro. Da lì e solamente da lì potrà arrivarle il riconoscimento da parte degli altri. Appartenere alla comunità umana. Rifiutare con tutte le sue forze la morte sociale" (appunti di Luc Dardenne durante la stesura del film).

Si tratta di un film sociale e politico che si affaccia al Duemila ponendo la questione dei disoccupati e emarginati come una questione “di determinismo economico: per questa giovane donna l'occupazione è uguale alla felicità” (Roger Ebert).

Rosetta non prova amore ma solo rabbia e odio verso il prossimo. È dovuta crescere in fretta ma in un mondo sempre più opportunista e cinico. Vuole solo un lavoro per potersi emancipare e riscattarsi. Corre, corre spesso. E noi con lei.

Rosetta è tutto in questo film, è il titolo, è la scena (è presente dall'inizio alla fine), quello che vede lei, lo vediamo anche noi. La macchina da presa, rigorosamente a spalla, rimane incollata per 90 minuti alla protagonista, le gira intorno, si incammina e ci incammina con lei, gli zoom improvvisi sui particolari del volto e del corpo ci rivelano istantaneamente il suo disagio. Musica e dialoghi praticamente assenti.

Lo sguardo di Rosetta cerca il nostro sostegno, la nostra complicità: se comprendiamo la realtà dell'altro è possibile riconoscersi ed accettarsi. Il finale, in pieno stile dardenniano, lascia un barlume di speranza.


LA LEGGE DEL MERCATO (2015)
di Stéphane Brizé (Francia)
Vincent Lindon - Premio miglior attore - Festival di Cannes 2015

La loi du marchée è un film che racconta bene il tempo della crisi e le dinamiche di un'umanità ormai giunta allo stremo. Il protagonista è un uomo di cinquant'anni, Thierry, semplice, con una famiglia e dai solidi principi morali.
È stato licenziato dall'azienda per cui lavorava da 25 anni e trova lavoro in un supermercato come controllore. Ma il salto da vittima a carnefice è ben studiata dal sistema in cui si ritrova intrappolato. Come Rosetta, Thierry ha bisogno di un lavoro, sogna un posto fisso perchè ha una famiglia da mantenere. Il sistema riesce così a ricattare il suo desiderio a discapito della sua integrità morale. Un'altra guerra tra poveri si è scatenata.

Torna anche qui la scenografia ideale che diventa linguaggio e invita a far riflettere lo spettatore; Musica assente, forti rumori d'ambiente, stile realistico ed essenziale, attori non professionisti (il casting è formato da persone che nella vita reale svolgono le stesse attività che interpretano sullo schermo), inquadrature di 3/4 di spalle e di quinta, fotografia cupa, grigia, tutto molto schietto diretto e onesto. Duro.

"Ho spiegato a Christophe Rossignon il produttore e a Vincent Lindon che avrei voluto co-produrre il progetto con un budget ridotto e investendo la maggior parte dei nostri compensi nel film, naturalmente la troupe è stata regolarmente pagata. Non tutti i film possono essere realizzati in questo modo ma con questo è stato possibile. L’argomento, lo stile e l’aver autofinanziato il film, è una scelta di coerenza. È stata anche una conferma che i film possono essere realizzati in maniera differente, in un momento in cui l’industria cinematografica affronta il grande interrogativo di come finanziare le produzioni. Ho anche ripensato alla scenografia e all’allestimento così come alle mie motivazioni. Questo film è frutto della necessità" (Stéphane Brizé).

È un altro film di denuncia di un sistema che logora chi lavora o chi pensa al posto fisso come un miraggio. Il problema del lavoro non è la disoccupazione ma è il lavoro stesso. Un sistema che mette in dubbio la nostra etica, che porta ad un inevitabile conflitto tra deboli. Solo il finale aperto lascia una speranza: non sappiamo quale scelta farà il nostro protagonista. Il regista fa decidere allo spettatore da che parte stare.

"Thierry è un uomo normale – normale nonostante la sconfitta subita negli ultimi anni – in una situazione disumana: sono passati 20 mesi da quando la sua azienda lo ha licenziato e ora è obbligato ad accettare qualsiasi lavoro gli venga proposto. Anche quando questo posto di lavoro lo costringe in una situazione moralmente inaccettabile, cosa altro potrebbe fare? Diventare complice di un sistema spietato o lasciarlo e ritornare ad una vita instabile? Questo è il cuore del film. Il posto di un uomo nel sistema". (Stéphane Brizé)


SORRY WE MISSED YOU (2019)
di Ken Loach (Gb, Francia; Belgio)

"Un film partecipe e accurato che ci impone il confronto con la realtà dei precari, dei più deboli, dei nuovi schiavi". (Giancarlo Zappoli, critico)

Avevamo preannunciato che questa rubrica sarebbe stata incentrata sul cinema e lavoro ma anche che avrebbe portato alla luce film di un certo impegno politico e sociale. E allora non può mancare chi di questi temi ne ha fatto un vero e proprio marchio di fabbrica; Colui che ha prodotto una vera e propria filmografia resistente sempre attenta alle ingiustizie e alle disparità sociali. Parliamo di Ken Loach, oggi, novantenne regista britannico, sempre reattivo a indicare nelle sue storie la costante distinzione tra "buoni e cattivi".

Sorry we missed you, ultima opera del regista, è un crudo close up del capitalismo oggi che porta allo stremo i lavoratori (Tu non lavori per noi, lavori con noi) e alla logica dello sfruttamento con la naturale conseguenza di incrinare qualsiasi relazione umana, anche la più intima. Ancora una volta Ken Loach ci mette davanti il disagio sociale delle fasce più deboli, ci chiede di aprire gli occhi e di osservare una storia qualunque, di tutti i giorni, una storia che è, però, fotocopia della realtà in cui viviamo, una realtà normale in cui tutto è a-normale.

Al centro della storia vi è una famiglia inglese, lui, lei e i due figli. Dopo il crollo finanziario del 2008, lottano contro la precarietà e la disperazione di chi si ritrova alla ricerca di un lavoro, apparentemente autononomo ma che deve fare i conti con i ritmi incessanti, la scarsa tutela, la pressione e il tempo rubato.

Anche in questa pellicola, il regista sceglie attori non professionisti e dedica molto tempo allo studio dei personaggi realmente esistiti e appartenenti a quel mondo precario e incerto. Ci invita a credere veramente a ciò che raccontano, lo spettatore deve necessariamente immedesimarsi e provare empatia verso di loro. Per non rimanere indifferenti. Ma reagire.


Credits

Concludiamo questo primo appuntamento invitando ovviamente alla visione di almeno uno di questi tre film.  Si tratta di un cinema che si riappropria del suo rouolo etico e che quindi chiede, non troppo velatamente, un risveglio morale da parte dello spettatore. Una reazione, anche di rabbia, per le ineguaglianze sociali ed economiche che da troppo tempo ormai, sono attrici protagoniste del film della vita di ognuno di noi.

 
 

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