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Swiss Army Man: un film per uscire dall'isolamento

La recensione del film con Paul Dano, Daniel Radcliffe e Mary Elizabeth Winstead

7 Giugno 2020

Ancora al cinema non si può andare. E, sarà una mancanza mia, in questi mesi ho fatto fatica a trovare nei servizi di streaming novità che mi facessero battere il cuore. Quindi, nell'attesa che l'industria cinematografica torni a stupirci, deluderci e farci innamorare, vi propongo un film non recentissimo ma, io credo, adatto al periodo.

Adatto al periodo perché è un film poco noto, che potreste esservi persi, ideale da recuperare e gustare in questo periodo di lentezza cinematografica. Ma anche perché parla di persone sole, sole come a volte ci siamo sentiti durante la quarantena, come spesso ci sentiamo nella vita. E poi per altri motivi che però ancora non vi dico.

Si tratta di Swiss Army Man (2016) scritto e diretto dal duo Daniel Kwan e Daniel Scheinert, in arte i Daniels, ed è, per dirla con le parole dei registi, un film che parla «di amore e di scorregge», che a sentirla così può sembrare una provocazione, e invece no, parla proprio di quello.

Paul Dano interpreta Hank, ragazzo imbranato che, durante un viaggio in barca alla ricerca di se stesso, naufraga su un'isola deserta. Nell'apertura del film lo vediamo, in preda alla fame e alla disperazione, tentare il suicidio. A bloccarlo sarà la vista di un cadavere misteriosamente apparso sulla spiaggia: si tratta di Manny (Daniel Radcliffe), un corpo morto con dei poteri davvero particolari. Dall'incontro dei due ha inizio un improbabile e disperato viaggio di ritorno alla civiltà: Manny il cadavere comincia a parlare, ma, a parte il suo nome, non si ricorda nulla del mondo. E così il film mette in scena l'assurda impresa di un aspirante suicida che cerca di insegnare a un morto che cos'è la vita e che, nel frattempo, trova la forza per riabbracciarla dopo aver a lungo tentato di fuggirvi.

I Daniels sono prima di tutto registi di clip musicali, e come si vede. Ci sono rallenty, ci sono montaggi veloci, ci sono campi lunghi e poi subito primi piani, il tutto immerso in una luce giallognola che sa un po' da ricordo. Ci sono musiche bellissime e canzoni che danno il via a vere e proprie sequenze da video musicale. Swiss Army Man ha conquistato il premio alla miglior regia al Sundance Film Festival grazie al suo stile divertente, veloce, esagerato, ma è la storia raccontata l'elemento che davvero, ne sono certo, non potrà lasciarvi indifferenti. La amerete, la troverete insensata, vi lascerà disgustati.

Il fatto è questo: Hank cammina attraverso le foreste della California trascinandosi appresso Manny (che essendo un cadavere non può muoversi) e nel frattempo i due parlano di qualsiasi cosa venga loro in mente. Per Manny però, che non sa niente di niente e si affaccia al mondo privo di qualsiasi preconcetto, le bizzarrie biologiche del corpo umano (scoregge, escrementi, erezioni) sono affascinanti tanto quanto i grandi misteri dell'amore o della morte. Il cadavere rivolge quindi a Hank domande che lo imbarazzano, lo mettono a disagio, sono argomenti di cui non è bene parlare anche se non sappiamo spiegare perché. E così tra i due bizzarri amici i dialoghi sul senso della vita si alternano a quelli sulla cacca o su Jurassic Park, e poco alla volta Hank capisce che, nonostante la sua fuga nella natura selvaggia, si porta ancora appresso tutte le strutture e le ipocrisie della società in cui è cresciuto. Il fatto che durante la prima proiezione del film al Sundance Film Festival alcuni spettatori abbiano lasciato la sala turbati dalla bizzarria della vicenda è la dimostrazione che queste ipocrisie facciamo davvero fatica a lasciarcele indietro, anche quando si tratta semplicemente di andare al cinema.

Swiss Army Man ci provoca mettendoci di fronte ai nostri ingenui imbarazzi e nel frattempo colpisce con attimi di pura poesia, istantanee commoventi che toccano l'essenza più genuina della vita. È anche una riflessione su anima e corpo, sull'equilibrio tra i due: Hank, tutto pensiero e romanticismo, è rallentato dal peso di Manny che rappresenta la più schietta fisicità, fisicità senza la quale però i due rimarrebbero bloccati per sempre nella foresta. È un film che parla di tante cose, per questo il mio consiglio è quello di guardarlo in compagnia, così da poter ridere e imbarazzarsi durante la visione e discuterne poi, arricchendosi dei diversi significati che ognuno vorrà attribuirvi.  Le ottime interpretazioni dei due attori principali vi sapranno trasportare in un sogno imprevedibile, sempre in procinto di sfracellarsi, di degenerare nel demenziale, ma che grazie all'ottima realizzazione riesce a mantenersi in equilibrio e, alla fine, a convincere appieno.

Infine, quando più di adesso può essere appropriato un film che parla di ritorno alla vita dopo una lunga, surreale pausa, che parla del riavvicinarsi alle cose che un tempo erano normali guardandole con una nuova prospettiva. Perché anche noi, come Hank e Manny, ora siamo goffi, zoppicanti e impacciati, e però in qualche modo riusciremo una volta di più a riavvicinarci al vivere sociale, barcamenandoci tra le necessità fisiche e quelle di altra natura. Riusciremo a riprendere contatto con realtà, doveri e relazioni, sempre accompagnati dalla nostra colonna sonora quotidiana che alla fine è un po' come la colonna sonora di Swiss Army Man: è fatta di canzoni e flatulenze.

 
 

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