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Le frontiere instabili dell’acqua

Note a margine della lettura di “Fiumi” di Martin Michael Driessen (Del Vecchio Editore)

19Luglio2020

Mi capita spesso quando leggo un romanzo – ma solo se il libro mi piace molto – di andare con la mente ad altre storie, a volte solo a semplici immagini vissute, e questo succede perché ho una malattia congenita che mi porto appresso fin da piccolo: vago con la testa tra le nuvole creando incroci, rimandi, frammenti di memoria che si commettono tra loro creando mappe dentro i miei neuroni.
Perché le parole a volte mi entrano nel profondo del cervello, smuovendo i ricordi depositati sotto la superficie della vita.
Il racconto che in questo caso ha creato un corto circuito nelle mie sinapsi è tratto da “Fiumi” di Martin Michael Driessen (Del Vecchio Editore)

Nei tre racconti che compongono il libro si compie un’indagine sull’essere umano attraverso le frontiere instabili dell’acqua e più precisamente dell’acqua che scorre nei fiumi.
Nel terzo in particolare si narra la storia di Pierre e Adèle, cresciuti all’ombra di un fiume e appartenenti a due famiglie, i Corbé e i Chrétien, che non fanno altro che farsi la guerra da anni a causa di angherie secolari che si tramandano da generazioni. La terra alla destra del torrente apparteneva ai Chrétien, quella alla sinistra ai Corbé: era così da sempre. Le due famiglie si odiavano, e anche il loro odio risaliva alla notte dei tempi. I Corbé erano ugonotti, i Chrétien cattolici. Eppure il fiume silente sembrava rimanere indifferente a queste esistenze consumate dall’odio e continuava a scorrere accompagnando impassibile le vite che si susseguivano lungo le sue rive. Così Pierre e Adèle si ritrovano dopo anni sempre fermi su sponde opposte, incapaci di vedere in quel fiume che separa le loro terre, un bene proficuo per dare un futuro ai propri figli: «Non si scambiano una parola dal giorno in cui avevano bisticciato lungo il torrente da bambini».

Questo racconto mi ha ricordato certe rivalità tra paesi, tra campanili situati alla destra e alla sinistra delle sponde del fiume dove sono cresciuto e in particolare mi ha fatto tornare alla mente una storia che ascoltavo dalla voce di un vecchio pescatore che viveva in riva alla Piave quando ero bambino: 

Quando la Piave non era ancora il «fiume sacro alla Patria» ma portava il nome di una ninfa generosa e inquieta, quando con le sue dolci curve seduceva il bagnante ma contemporaneamente poteva anche ingannarlo con le sue instabili correnti, successe che due baldanzosi giovini si sfidarono nelle sue acque. I due maschi, del genere alfa, provenivano dai due villaggi che nascevano sulle rive opposte del fiume e l’oggetto della contesa era una giovine vacanziera (si dice figlia di nobili veneziani) che sostava sdraiata sulla spiaggetta di un’isola che si trovava al centro del corso d’acqua. Ogni giorno raggiungeva la spiaggetta col barchino del padre e si distendeva al sole sulla sabbia.
Proprio in quella seducente curva il letto della Piave s'allargava e si divideva in due braccia che si stringevano su un isolotto la cui linea costiera combaciava con quella della sponda del fiume. L'isola sembrava fosse un frammento spezzato o più probabilmente la Piave s'era creata una via isolando un pezzo di riva dalla sponda madre. In quel braccio di fiume la corrente, apparentemente calma, formava piccoli e pericolosi vortici, dei mulinelli quasi invisibili ma che, a quanto sembra, non erano così innocui.
I due contendenti dalle sponde opposte si guardavano in cagnesco ma si trattenevano dallo sfidarsi apertamente per paura di essere giudicati come dei campagnoli zoticoni dalla bella veneziana.
In un giorno pieno di nuvoloni che promettevano tempesta imminente, approfittando dell’assenza della bella, i due alfa non ebbero meglio da fare che sfidarsi tuffandosi nell’acqua del fiume. Erano là che si prendevano a schiaffoni quando la piena della Piave li sorprese e, restando avvinghiati, finirono trascinati fino alla foce, dove ambedue furono ritrovati spiaggiati come naufraghi. Solo più tardi vennero a sapere che la Piave, durante la piena, aveva confuso i territori e che oramai i loro villaggi si erano fusi in uno unico. La bella giovine veneziana, con la fine della bella stagione, smise le sue migrazioni verso l’isola e i due alfa firmarono una tregua scambiandosi due capponi che sono simbolo di quella pratica (castrazione), in uso fin dai tempi della Grecia antica, per far fronte alle difficoltà di tenere più galli in uno stesso pollaio.

Scusate mi sono perso, da dove ero partito? Ah sì volevo parlarvi di un libro: “Fiumi” di Martin Michael Driessen (Del Vecchio Editore) e sono finito per raccontarvi una storia presumibilmente frutto della mia immaginazione.
Sono proprio inguaribile. Continuo ad alimentare la mia malattia congenita che porta la mia testa ad andare tra le nuvole, a connettere suggestioni nate dalle parole lette con altre storie che riemergono dagli anfratti nascosti della mia memoria. O della mia immaginazione, non ricordo più bene.
Ma questo succede solo con i libri che mi piacciono.

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SCHEDA LIBRO:

Titolo: Fiumi
Autore: Martin Michael Driessen
Traduttore: Stefano Musilli
Illustratore: Maurizio Ceccato
Editore: Del Vecchio Editore
Collana: Formebrevi
Anno edizione: 2020

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ps) Secondo la storia ufficiale la tregua tra i due villaggi del basso Piave (Patto d’Amistà) risale al 1200 e rievoca la festa di San Donato patrono di Musile, in quanto in quel tempo, sulle rive della Piave, venne eretta e consacrata in suo onore una cappella. In quei tempi però la Piave, priva di argini, cambiava spesso il proprio corso, sgrondando ora sulla destra e ora sulla sua sinistra. Le popolazioni di Musile e di San Donà venivano così a trovarsi a volte in un unico territorio e altre volte, invece, separate dalle acque del fiume. In seguito a un'alluvione, avvenuta intorno al 1250, la Piave avrebbe lasciato l’antica cappella dedicata al vescovo martire sulla sua riva destra, nel territorio di Musile. Gli abitanti di San Donà, allora, si accordarono con quelli di Musile per mantenere il nome di San Donato anche se la cappella non si trovava più nel loro territorio. In cambio avrebbero consegnato ogni anno ai cittadini di Musile due capponi vivi.

 
 

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