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Il suono dei fiordi

Julianna Barwick, Veronique Vaka e i VAR

27Luglio2020

Recensioni a cura di Massimo Menti: facebook.com/max.fljotavik

Islanda, patria di musicisti che da decenni continua a regalarci sonorità originali, ma anche rifugio di artisti che in quest’isola hanno ri-trovato sé stessi e ne sono stati profondamente ispirati.

JULIANNA BARWICK - HEALING IS A MIRACLE

La prima di cui vi parlo è Julianna Barwick, artista sperimentale di Brooklyn, che torna con un nuovo lavoro dopo 4 anni da “Will”, stavolta per l’etichetta Ninja Tune.  Si tratta di un album nato dall’improvvisazione e in seguito ad un cambiamento radicale nella propria vita, come può essere il trasferimento da una città come New York, nella quale ha vissuto per 16 anni, a Los Angeles.

E’ il titolo stesso “Healing Is A Miracle” a svelarci gli intenti e contenuto, una sorta di catarsi e rinascita. E’ come quando ti tagli una mano, racconta Julianna, ti fa male, ma due settimane dopo sembra quasi non sia mai successo. E’ sorprendente come il nostro organismo sia dotato di tali processi di guarigione e rigenerazione, quasi “miracolosi”. Concetto quello della guarigione, non solo da ciò che è visibile e palpabile, ma anche e soprattutto da quello che più temiamo e ci spaventa, da ciò che è nascosto, magari dentro di noi. Tema di grande attualità se ampliato e applicato al brutto periodo che stiamo purtroppo vivendo. Ed è proprio in questo che Julianna ci viene in aiuto. Musicista particolare, nota per i suoni eterei, fatti di echi, riverberi, litanie celestiali, costruite manipolando la propria voce con loop station e computer.  Una voce soave, incantatrice, a tratti fiabesca ed onirica. Strati su strati miscelati sapientemente, portano l’ascoltatore a raggiungere altezze dove l’aria si fa quasi rarefatta e dove le note e le parole diventano una coltre ambient estatica e rassicurante. Vocalizzi come voli pindarici sorvolano la costa islandese (video di “inspirit”), dilatazioni soniche che si intrecciano a lievi folate droniche.

Per questo disco l’artista americana ha voluto accanto a sé dei collaboratori d’eccezione.  L’arpista Mary Lattimore compone piccole note pizzicate, battiti d’ali di farfalla a mescolarsi ed inseguire la voce incantata della protagonista. I richiami all’Islanda non si limitano al solo video di “inspirt” e alla foto di copertina dell’album, ma si traducono soprattutto nel duetto con Jónsi dei Sigur Rós, con il quale la Barwick aveva già collaborato nel 2013 per l’album “Nepenthe” prodotto da Alex Somers. Le due voci risplendono nella bellissima “in light”, un flusso luminoso dove le due lunghezze d’onda si fondono perfettamente creando nuova luce.

“Healing is a miracle” è un disco quasi spirituale e profondamente ancestrale, che in un certo senso ha a che fare con la creazione e con l’intero universo. “Safe” ne è la conferma; ripetizione canora e loop si alternano diventando un mantra, che rincuora anche gli animi più restii nell’ariosa apertura finale. Il canto di Julianna non arriva però solo in alto a sorvolare spazi aperti e rarefatti (wishing well) ma riesce anche a raggiungere cupe profondità oceaniche divenendo richiamo cetaceo affiancato ad aliene distorsioni elettroniche nella Björkiana  “flowers”. Diventa invece puro strumento che con superba delicatezza, accarezza vellutato un tappeto sonoro alla Eluvium nella title track. I beats e le armonie in miniatura di Nosaj Thing chiudono infine con “Nod”  un album in grado non solo di affascinare ma anche capace di condurci  in un angolino tutto nostro per riflettere, meditare, estranei dall’ambiente circostante. Cosa di cui abbiamo sempre più bisogno.

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  VERONIQUE VAKA - ERLENDIS

Veronique Vaka violoncellista e compositrice canadese (classe 1986) si è invece trasferita in Islanda per completare la sua formazione con il master in composizione musicale presso la Iceland University of the Arts. All’inizio di quest’anno vede la luce la ristampa del suo album “Erlendis” uscito in sordina nel solo formato digitale nel 2015, registrato ai Greenhouse Studios di Reykjavik (che hanno visto passare tra gli altri Björk e Sigur Rós ) e co-prodotto da Alex Somers. 

“Erlendis” è nella traduzione letterale del vocabolo islandese  “un luogo estraneo”, ma allo stesso tempo è per Veronique Vaka un territorio quasi familiare vista la perfetta commistione tra la partitura orchestrale e i field recordings registrati in sito, che creano un tutt’uno organico e ben coeso.  “Minning um Himinn” è meravigliosamente cinematica, mi sembra quasi impossibile che nessun regista l’abbia ancora utilizzata per una scena di un film. Gli archetti scorrono sulle corde del violoncello e del violino,  ricavandone suoni dilatati, eterei, un flusso che lentamente avanza lasciando piccoli scorci nei quali si ode una flebile voce filtrata. Ricordi d’infanzia in un flashback onirico d’impronta sigurrossiana.

Rumori ambientali, scricchiolii, sono probabilmente quelli di un ghiacciaio che respira, tra le cui crepe si inseriscono visionariamente le melodie di pianoforte del compositore Björn Pálmi Pálmason per il quale la partitura di “Hvönn” è stata espressamente composta: malinconia sub-artica che poeticamente riscalda sotto una coltre cristallizzata. Ancora note distillate di piano si stagliano nell’oscurità, suoni alieni di un archetto che scorre sui tasselli del glockenspiel, atmosfera sinistra ed inquietante, brezza gelida sulla costa di un fiordo (Verndari). Un coro angelico, echi celestiali, bagliori accecanti, richiami sulle modulazioni droniche del registro più basso del violoncello, sono l’altra faccia della medaglia di un’isola dai forti contrasti (Gætni).  “Erlendis” è un piccolo gioiello fatto di minuscoli dettagli, elementi timbrici, materici, ritmici, che è un piacere riscoprire anche a distanza di anni di un’artista talentuosa di cui spero sentiremo ancora parlare. Nel frattempo, “Lendh”  la sua ultima composizione per orchestra ha ricevuto ben due nominations prestigiose, una agli Icelandic Music Awards 2020, l’altra per il Nordic Council Music Prize 2020. Non ci resta che augurarle in bocca al lupo.

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VAR - THE NEVER-ENDING YEAR

              

Il cantante Júlíus Óttar Björgvinsson nel 2013 inizia un progetto solista, al quale si aggiungono il fratello Egill al basso e ai sintetizzatori, Arnór Jónasson alla chitarra elettrica, Sigurður Ingi Einarsson alla batteria e inizialmente la moglie Myrra Rós ad accompagnarlo al canto e ai synths, per fondare così i VAR.  Dopo un paio di EP e svariati singoli i VAR nella loro formazione definitiva (uscita Myrra Rós per seguire un proprio progetto solista, tra l’altro anch’esso molto interessante) danno vita al loro vero e proprio primo album,  “The Never-Ending Year” uscito la scorsa primavera per Spartan Records.

VAR è una parola islandese che indica l’entrata in porto delle navi che provengono dal mare aperto per cercare riparo dalle intemperie. Niente di più adatto a descrivere una band che fa di un suono decisamente post-rock fatto di muri di chitarre elettriche, basso, synths, un drumming incalzante e di una voce come quella particolare di Júlíus, il proprio tratto distintivo. Dopo l’omonimo EP d’esordio , e il bellissimo “Vetur” (entrambi cantati in lingua islandese), ampiamente collaudati da 4 anni di concerti in patria, il gruppo decide di passare ad un suono più deciso e affinato e a delle liriche in inglese. E’ un passo che prima o poi fanno quasi tutti i gruppi islandesi che all’inizio cantano nella loro lingua madre, non necessariamente un male, nonostante il fascino esotico aggiunto, della scelta iniziale. “The Never-Ending Year” si regge soprattutto su quello che a mio avviso distingue questo gruppo, ovvero il cantato aggraziato di Júlíus Óttar. Voce meravigliosa, quasi un mix tra Jónsi e la voce di Ryan Karazija dei Low Roar band americana che ha fatto anch’essa di quest’isola atlantica la propria base artistica e fonte di ispirazione. Una voce delicata, angelica, caratterizzata da modulazioni melodiche e dilatazioni in falsetto che si sposano alla perfezione e con maestria all’impianto indie-rock fatto di rallentamenti, rincorse ed esplosioni finali. Un mare ricco di vita ma dal quale trovare riparo e conforto nei momenti difficili e tempestosi, in un attracco sicuro e speranzoso (l’accoppiata “By the ocean” e “Where to find you”).  Il potere e il rumore dell’oceano che è destinato ad influenzarti, quel  “now it's just a time for us to stay in the moment”  che Júlíus canta nella strofa iniziale di “Moments”. Metafora perfetta di quest’album. Metafora perfetta per questo periodo.

 
 

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