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Fabrizio Tavernelli - L'ultimo dei resistenti

di Mirco Salvadori

3Ottobre2020

Mi sono scontrato con la mai scordata old school dei primi anni '90, carica di passione che non accenna minimamente a calare. Sono andato a sbattere contro la meravigliosa irruenza di Fabrizio Tavernelli in un'intervista fiume nella quale l'artista di Correggio si racconta e ci racconta la sua vita, da sempre in bilico sull'instabilità di note non addomesticate e liriche scritte con il cuore.

Prima ancora di iniziare, una domanda che sento il bisogno di porti e solitamente faccio a chi tutt'ora agisce in modalità indipendente. Cos'è l'indipendenza artistica per uno come Fabrizio Tavernelli e quanto difficile è continuare a frequentarla.

L’indipendenza artistica è insieme alla curiosità uno dei motivi per cui continuare a fare musica nonostante tutto. In quel “nonostante tutto” ci sono tutte le difficoltà, la fatica, l’energia richiesta, a volte la delusione. Ho avuto modo nella mia accidentata avventura musicale di fare dischi con autoproduzioni, con label indipendenti e con major. Debbo dire che in fondo nelle passate decadi sono stato fortunato perché alla fine gli album che volevo fare li ho fatti. Qualcuno che ti produceva o semplicemente ti pagava la stampa di un nuovo lavoro o di un nuovo progetto lo trovavi , a volte erano contratti artistici veri e propri, a volte licenze, altre volte co-produzioni. Queste opportunità si sono però fatte più rade avvicinandosi al presente, vuoi perché la discografia si è ridotta a pochi grossi marchi, vuoi perché lo stesso concetto di “indie” è diventato in Italia un grosso equivoco, vuoi perché tutto passa oggi dai talent dove sono concentrati gli sforzi promozionali, aggiungo poi che nel nostro paese sembra che la musica debba essere soltanto un fenomeno adolescenziale-giovanilista quasi non fosse concepibile continuare un proprio percorso artistico negli anni. Spesso la clandestinità, l’elitarismo, la ricerca, non sono una scelta voluta ma uno spazio angusto in cui vieni relegato se non rientri in determinati target. Credo che la formula migliore sia stata quella che mi ha visto coinvolto con gli AFA nel florido periodo de I Dischi del Mulo / Consorzio Produttori Indipendenti, quella è stata una formula assai soddisfacente: avere a disposizione budget consistenti per registrazioni, promozione, tour etc. (quelli che arrivavano da una major, all’epoca la Polygram) ma rimanendo artisticamente indipendenti, liberi o al massimo confrontandosi con Zamboni e Ferretti. Quel periodo però è finito e sinceramente mi sono definitivamente stancato di rincorrere discografici o management, per cui la scelta di fare da solo è da una parte una necessità, dall’altra una salvezza. Con i miei dischi da solista ho iniziato a utilizzare il crowdfunding e confermo per quello fatto sino ad ora di essere un sostenitore di questa alternativa. Se utilizzato bene , con intelligenza, imparando a gestire la rete, i social, la comunicazione , il crowdfunding diventa un mezzo essenziale per la tua indipendenza. E’ un modo per coinvolgere i tuoi ascoltatori, la cosiddetta fanbase, è un modo per rendere partecipi alla costruzione e alla riuscita di un progetto, è un modo per bypassare quegli odiosi filtri che si frappongono tra artisti, management e pubblico, è infine la possibilità di gestire un budget. Ogni nuovo lavoro e corrispondente campagna di raccolta fondi (nel mio caso direi una prevendita e merchandise annesso) si concretizza in un obiettivo, quello di riuscire a coprire tutte le spese di produzione (registrazione, missaggio, mastering, artwork, ufficio stampa, video etc) e garantire a chi mi segue e sostiene la certezza di una integrità artistica. E’ libertà totale, è capire che oggi il musicista, l’artista (come ben esplicato da David Byrne nel libro “Come funziona la musica”) deve sapersi occupare di tutti gli aspetti che gravitano attorno alla creatività e alla creazione.

Alle spalle un mondo di cose vissute avendo bisogno d'altro, cercandolo viaggiando sul dorso di un Mulo e poi, via via, consorziandosi in alleanze storiche. Un riassunto del tuo lungo percorso ci interessa assai.

Il riassunto è assai arduo e per forza frammentario. A volte ridendo riguardo tutti i vinili, le musicassette, i CD, le compilation, singoli, EP, etc e penso che ho fatto più dischi che soldi ,  davvero ho una discografia sterminata e una economia dissennata! Diciamo che non mi è mai bastato percorrere una sola strada ma ho preferito intraprendere altre direzioni, svolte, deviazioni, strade dissestate, spesso mettendo a prova chi mi conosceva per i lavori precedenti. Ribadisco, sono curioso e piuttosto che ripetere stancamente una maniera preferisco contraddire, spiazzare, cambiare bruscamente. Magari ci sta anche l’episodio non centrato, la strada chiusa, il perdersi, di certo non mi sono annoiato, mentre mi sono sempre apparse noiose le vicende di gruppi e artisti che hanno fatto lo stesso disco lungo tutta la loro carriera. In ogni caso non rinnego nulla sin dalla prima nota o dal primo vocalizzo stentato. Il tutto ha inizio con i primi gruppetti punk e post-punk tra cui gli electropunk “Dark Age”, un trio drum- machine, basso e sintetizzatori. Eravamo i primi in provincia di Reggio nei primissimi ‘80 a fare cose alla DAF, Cabaret Voltaire, Tuxedomoon, Suicide, Residents, Talking Heads, Devo etc. Tra l’altro alcune rudimentali incisioni su cassetta sono state riesumate per la compilation “391 vol.8 Voyage through the deep 80’s underground in Italy”.  Sempre negli ’80 arrivano gli “En Manque D’Autre” un bizzarro combo splatter folk, trash naif, che univa l’incolto, il brutale (inteso come Art Brut figlia di Dubuffet) il deviante e l’anti-accademia, il dada, il surrealismo . Citavamo la patafisica (Ubu Re di Jarry e soprattutto i Pere Ubu Di Cleveland) cercando di trapiantare le avanguardie artistiche nella diffusa provincia emiliana. Tutte le strade che portavano dalla Via Emilia al West erano già state battute fino a essere ormai consumate, a noi interessavano altre mappe e geografie, tipo : dalla via Emilia a Canterbury, dalla via Emilia alla via di Londra dove stava Rough Trade, dalla Via Emilia alla New York No-Wave, Fino a giungere al japponoise di Tokyo, all’Australia di Nick Cave, alla Berlino degli Einsturzende. Ma attenzione noi abitanti di provincia, per non apparire provinciali calavamo questi influssi esteri nelle campagne e tra gli allevamenti di maiali. I Naked City, Captain Beefheart, l’hard-core, il free-jazz mescolato ai canti avvinazzati dei contadini al bar del paesello. Alla fine ci sono 4 album autoprodotti (distribuiti dal cartello di etichette e distributori indipendenti  del periodo, vedi la Toast tra le varie) “I Nuovi Arricchiti”, “Cianciulli”, “Noi siamo i Tecnovillani”, “Folk Acido” e un EP “Comandante Straker”. Queste uscite ci permettono di farci conoscere fuori porta e arrivare all’incontro con Ferretti e Zamboni  dopo che ci eravamo sfiorati nei locali alternativi della zona (il Tuwat, il Corallo, il Ritz, il Tarantola, il Pakko etc). Siamo nei primi anni ’90 , nasce la scuderia-factory “I Dischi del Mulo” e noi ci finiamo dentro insieme a Ustmamò e Disciplinatha. Gli En Manque D’Autre mutano in AFA e arriva l’album d’esordio “Acid Folk Allenza” per la Sugar di Caterina Caselli. Tante cose, tanta promo, tanti live ma non tante vendite e dunque la Caselli ci scarica. Noi rimaniamo aggrappati a Zamboni e Ferretti che ci dirottano sul neonato Consorzio Produttori indipendenti e così fino al finire dei ’90 viviamo uno dei periodi più fertili e movimentati della scena italiana. Altri 4 album , tra crossover “Fumana Mandala” e nuova elettronica “Nomade Psichico” (A metà anni 90 avevo preso una cotta per etichette quali Mo Wax, Ninja Tune, Warp e naturalmente Portishead, Massive, Tricky) Nomade Psichico diventerà anche una rivista su psichedelica, cyberpunk,mutazioni.Seguono   “Manipolazioni”(una raccolta di remix) e “Armonico”. In mezzo c’è l’evento (Compilation di nuovi canti partigiani, concertine, film e libro) “Materiale Resistente”, un album con le Mondine di Correggio (in cui militava mia nonna), le date con Fishbone e Massive Attack, Howie B ospite in un brano,  un viaggio studio in Namibia tra i Boscimani, 150 date all’anno, tanta TV e radio quando gli spazi erano praticabili. Finiscono gli anni novanta, finisce il Consorzio, si separano Zamboni e Ferretti, si sciolgono gli AFA.  E’ allora che comincio a buttare sul fuoco diverse cose, diverse ipotesi , diverse  denominazioni : la prima è in ambito elettronico-sperimentale “Duozero” (insieme a Enrico Marani ex TAC e Forbici di Manitù) escono un paio di album “No-Programma” e “Esperanto”, poi contemporaneamente rivivo una chance major con il progetto electropop “Groove Safari” con il quale firmo per Sony e con un paio di singoli in rotazione radio network , oltre a una estate passata a fare improbabili tour radio , mi ritrovo a piedi per l’album. Cosa che poi recupero grazie a Kom-Fut Manifesto (etichetta legata al Maffia di Reggio)con l’ album omonimo “Groove Safari”e Baracca&Burattini di Paolo Bedini ex manager e agenzia del CPI, con il quale faccio uscire il secondo album punk-funk-electro-tennis “Elettroselvatico”. Ci sono diverse vicende che si sovrappongono e contemporaneamente nascono i “Roots Connection” che mettono insieme oltre al sottoscritto Fabio Ferraboschi (già produttore e fonico degli AFA) e il compianto bluesman Enrico Micheletti. Anche in questo caso sono due album in cui si mescola blues, chitarre slide e dobro, campionamenti, break beat “Roots Connection” e “Animystic”. Un’altra proficua e prolifica vicenda mi vede legato a Dj Rocca con il quale do vita a “Ajello” uno dei nomi che nei primi anni 2000 si fa protagonista della rinascita-rilettura della Italo Disco. Il nome comincia dapprima a riscuotere un certo seguito all’estero, con diversi mix e remix e con dj-set a due a Londra, Berna, Monaco, Oslo, Berlino… oltre alle serate come dj resident al Maffia , luogo di culto della club-culture europea. Rimangono due album che hanno anticipato l’attenzione per la nu-disco made in Italy “Spasm Odyssey” e “Smells like too Cheesy”. Nel 2012 nascono i Babel un gruppo multietnico che mi vede insieme a Giovanni Rubbiani (ex Modena City Ramblers) e musicisti provenienti da Balcani, Grecia e India, è un melting pot che unisce diverse culture, una sorta di etnobeat, tra bhangra, mazurke, bouzouki, violini gitani e elettronica dub, l’album in questione è “Babelizm”. C’è anche il tempo di ordire un album e alcuni live-visual con due ex compari degli AFA (Yuri Degola e Antonio Denti) a nome di IRRS “Sciame Sismico” tra musica concreta e rumorismo. Negli ultimi tempi mi sono riavvicinato al mio primo compare di scorribande nei Dark Age, Don Cico, con il quale mi cimento in “Impresa Gottardo” euro-dance, trash, muzak per autogrill, italo-disco, ottantismi sfacciati, erotismo da balera di provincia.  Tra tutto questo ci sono miriadi di collaborazioni, reading ( a proposito ricordo il mio primo libro “Provincia Exotica”) colonne sonore, dj-set, performance. Potrebbe sembrare qualcosa di schizofrenico e contrastante ma tutto questo bagaglio di esperienze mi ha portato a concentrarmi negli ultimi dieci anni sui mie 5 dischi solisti.

Come hai affrontato i vari cambiamenti musicali e presumo di vita legata alla musica. Ti è riuscito spontaneamente o hai dovuto elaborare per poi ripartire.

La musica è sempre stata per me un tutt’uno con la vita e non ho mai avuto un momento in cui ho pensato di poterne fare a meno. Questa è una scelta che non sempre è facile da sostenere o da indossare, da portare in società, specialmente se non sei un nome di successo, se non hai la visibilità popolare. La musica è ingombrante e deve fare i conti con la quotidianità, con le persone che ti stanno accanto, con i diversi momenti e fasi della esistenza. Per la musica ho fatto rinunce, ho investito tempo, ho sognato e ho avuto bruschi risvegli. Ho dovuto di volta in volta adattare certi passaggi per continuare a tenere uno spazio per quel bisogno irrefrenabile di scrivere canzoni. Gli studi, i concorsi per l’insegnamento tralasciati, la pazienza e le attenzioni della mia compagna, la paternità, la sopravvivenza. Ci vuole una certa corazza per fare certa musica in Italia, devi imparare a parare i colpi, spesso ti ritrovi da solo con le tue creazioni a cercare un perché. Devi scovare piccoli segnali, impercettibili movimenti, isolate risposte che ti diano quella motivazione per continuare e questi segnali devi imparare a percepirli, annusarli, vederli anche quando non sono evidenti. Oggi ho trovato un incastro delicato e chissà per quanto tra un lavoro utilitaristico che mi permette uno stipendio per pagare affitto, bollette, spesa e sopravvivenza e la necessità di continuare a progettare nuova musica e nuove canzoni.  Mi capita sempre più che le due dimensioni si sovrappongano e durante il lavoro fisico la mente parte per viaggi e nuove teorie. I concept dei miei ultimi album sono nati nel mio osservatorio antropologico in cui timbro il cartellino. È  una realtà parallela.

Oggetti del Desiderio, il tuo primo album solista a cui ne seguiranno altri quattro, compreso l'ultimo di cui parleremo diffusamente in seguito. Come e cosa sei riuscito a dire in questi dieci anni da solista.

Credo di aver detto tanto. Quello che avevo dentro, quello che vedo e che elaboro, che butto fuori, credo di non aver posto nessuna barriera o censura a quello che è uscito, credo di essere stato onesto e visionario.  L’arte, che sia figurativa, letteraria o performativa, è una spugna che assorbe ed è capace di intravedere , di svelare quello che sta dietro al reale. L’arte riesce a trasfigurare, ad andare oltre ciò che appare. “Oggetti del Desiderio” è il primo in solo ed è un po’ un raccordo tra quello fatto prima e quello che sarebbe venuto, è il disco più pop-rock se vogliamo utilizzare certe terminologie, forse c’era ancora il tentativo di creare una canzone d’autore ricercata nei testi e nelle tematiche. “Volare Basso” il secondo album, comincia invece a calarsi più in profondità descrivendo gli abissi esistenziali degli umani , è una elettricità che nasconde inquietudine. Dal successivo “Fantacoscienza” inizia una involontaria trilogia, è una citazione della migliore fantascienza introspettiva di Ballard, Dick, Burroughs. Si parla di viaggi nello spazio, in altre dimensioni, in altre galassie ma in verità come nei migliori film e libri del genere (2001 odissea nello spazio, Solaris di Tarkovsi, Ubik) si tratta sempre di un viaggio nel proprio inconscio e come in ogni viaggio lisergico-interstellare si possono incontrare mondi sconosciute, alieni, buchi neri o in definitiva il nostro io insoluto. “Infanti” il terzo, nasce dopo il bombardamento mediatico ricevuto attraverso notiziari, social, reportage dagli scenari di guerra dove sono i corpi dei bambini feriti a essere usati in modo pornografico per smuovere le opinioni nel mondo. I corpi dei bambini annegati e lasciati fuori dalle nostre città fortificate, i bambini a cui è negata la rinascita in una terra che possa dare loro speranza e futuro. E’ la paura che mia figlia e le nuove generazioni possano incontrare la guerra nella loro esistenza, è constatare che nel mondo sorgono di nuovo barriere, muri, filo spinato. “Homo Distopiens” è l’ultima opera pre-pandemia, è nato annusando l’aria , sapendo che prima o poi sarebbe arrivato un evento che avrebbe messo in discussione la nostra presenza su questo pianeta. 

C'è qualcosa che rifaresti magari in altro modo o non hai nessun rimpianto?

Mi piace considerare una vicenda artistica nel suo complesso, compreso il cadere e il rialzarsi. Per cui accetto anche i miei abbozzi, i passi falsi e quello che rifarei. Non starei mai fermo ad elaborare all’infinito quella stessa idea o quella stessa intuizione, il fatto di potere valutare il già fatto o il già detto è comunque la conferma che sei già altrove. Ecco questo mi interessa essere già da un’altra parte.

Un cenno dovuto a Lo Scafandro, label che ha pubblicato tutti i tuoi lavori.

Lo Scafandro è ormai una etichetta senza portafolio! E’ il marchietto che accomuna tutti i lavori in cui sono coinvolto o che ospita amici e sodali. Non mi posso permettere di produrre altri gruppi o artisti, io stesso per fare uscire le mie cose debbo ricorrere al crowdfunding, diciamo però che siamo accoglienti e con riguardi verso chi fa cose interessanti. Nella parola Scafandro è inclusa afa, un gioco di parole e significati, cioè una attrezzatura che ha permesso a quello che ero negli AFA di approdare all’oggi. 

 Recentemente ho letto un tuo post nel quale auspicavi una reunion in stile 'stati generali' degli anni '90, artisti e etichette indipendenti fondamentali del periodo. Come mai questa nostalgia, se mai lo è.

In verità quel post era una constatazione di come buona parte del Consorzio/Dischi del Mulo fosse ancora in attività, spesso con progetti del tutto nuovi e con immutata voglia di osare. Era anche un ragionamento di come sia sacrificabile sull’altare del nuovo a tutti i costi un patrimonio di esperienze e figure importanti per la musica italiana. Quello che vedo è dunque non un approccio nostalgico, anzi penso che i nomi che ho citato stiano ancora scommettendo sul nuovo a venire. Anche il riferimento alle Notti del Maciste voleva essere non tanto una riproposizione di un rituale del tempo che fu ma piuttosto il potere avere una panoramica su quello che sono e su quello che fanno oggi quei nomi.

Scendiamo nei particolari. Tavernelli e la parola, il testo. Mi par di capire sia un elemento fondamentale nel tuo operare.

Sì io scrivo canzoni e la fusione di suoni e parole è l’alchimia che più mi affascina . Le parole, il loro suono, i versi, un incastro linguistico cominciano a girarmi in testa e subito dopo cominciano a fiorire intorno altri sviluppi concettuali e significati. A volte è come nella scrittura automatica dove tutto sgorga direttamente dal flusso di pensiero alla parola scritta, a volte sono esperimenti di cut-up, altre sono visioni o descrizioni di quello che vedo oltre.  Cerco un equilibrio precario tra stati d’animo e lascio che rimanga sfumato il confine tra tragico e ironico, tra surreale e inquieto, tra autoriale e deviante. Sono figlio del proletariato e l’emancipazione dalle svantaggiate condizioni sociali è avvenuta anche attraverso la parola, attraverso il leggere, scrivere e cantare

Che potere hanno secondo te le liriche in un disco. Servono ancora a qualcosa, come succedeva negli anni '70 o vengono vissute momentaneamente, durante l'ascolto e poi abbandonate.

Se dovessi parlare del presente direi che il testo è ancora fondamentale, visto il successo del nuovo cantautorato ma se analizziamo meglio, spesso si tratta di citazionismo e di qualcosa che sembra rimasto immobile in una bolla in cui le tematiche sono legate a certo intimismo minimalista (un po’ come in certo cinema italiano ) storie di amori e cuori spezzati con l’aggiunta di qualche terminologia attuale per dare un senso di modernità. Sono conscio che i tempi di attenzione nell’ascolto di un brano in tempi di playlist spotify sono ormai risicati, di pochi secondi, dunque si gioca tutto in poche parole iniziali, in qualche slogan, in frasi ad effetto, termini in spagnolo, linguaggi social-tecnocrati, dopodiché si passa al brano successivo. Non è più valida nemmeno la regola che un ritornello deve arrivare entro un minuto dall’inizio della canzone, perché ormai l’ascolto è tarato su pochi secondi iniziali. In altre musiche, vedi certa elettronica, l’umano è sparito non solo come esecutore fisico ma anche come individuo che si rivolge ai suoi simili, come se le macchine e le connessioni digitali avessero estromesso gli uomini dal loro comunicare.  In ogni ambito , visti i tempi di attenzione-reazione dei social, vista l’overdose/ overload di dati e informazioni che ci arrivano in ogni momento e ogni luogo, tutto tende a un linguaggio sempre più semplificato, iconico, vedi i meme, GIF, qualcosa che ci riporta ai caratteri geroglifici, le serie TV , i brani pop di pochi minuti, le immagini ipercinetiche sugli schermi dei nostri computer. Eppure sono convinto che sia un passaggio, una epoca di ipervelocità che per forza di cose ci riporterà prima o poi a una lentezza, un rallentamento in cui dovremo di nuovo prenderci il nostro tempo. Per vivere, per conoscere, per leggere, per esplorare.

Veniamo alla musica. Senza ombra di dubbio sei e agisci in area rock. Quale valenza ha per te questo genere, non pensi sia forse giunto il tempo per una rigenerazione?

Se intendi la definizione “rock” in senso lato, in senso ampio potrebbe anche essere. A dire il vero il rock mi è interessato quando si è unito ad altri suffissi : psychedelic, avant, art rock, post, post-punk, kraut, experimental, jazz, free, noise, minimal etc. Capisco che oggi il rock se inteso nei suoi stilemi e stereotipi più classici può apparire bolso, reazionario, citazionista. Per le nostre generazioni potrebbe essere come il liscio per i nostri genitori. Dunque una sorta di revival della nostra gioventù e ahimè non noto grandi scatti in avanti.  Io stesso nei miei ultimi album ho lasciato da parte suoni o arrangiamenti riconducibili al rock. Ci trovi dentro influenze orchestrali, classiche, contemporanee, psichedeliche, elettronica analogica, musica etnica. Ecco da tempo trovo nuovi stimoli e nuovi orizzonti in quello che proviene da altre latitudini, dove ancora ci sono possibilità di progressioni, avanzamenti, dove pur partendo da suoni tradizionali o arcaici c’è la possibilità di trovare nuove soluzioni incontrando la tecnologia.  Il Singeli africano, il desert blues del mali, il Tezeta dall’Etiopia,la new wave del Cairo (Maurice Louca, Nada El Shazly etc), le scene exploitation del nord africa, le sonorità esoteriche dell’Indonesia (Senyawa)  la psichedelia turca, la Gitara dell’Azerbaijan , le polifonie e le poliritmie,  i Congotronics… in definitiva territori dove la musica ha ancora ampi spazi e possibilità di contaminazione.  Forse guardando a queste nuove fusioni  si può trovare qualche via di uscita e rigenerazione.  L’unica forma in cui mi ritrovo definitivamente è il formato canzone, quello è il contenitore in cui mi sono mosso e in cui agisco. La song, il songwriting, lo scrivere canzoni e vedere la griglia della canzone come qualcosa di espanso e espandibile, capace di incamerare, ibridarsi, accogliere elementi stranianti, dissonanti, provenienti da altri ambiti (Brian Eno rimane un maestro in questo). Un ambito in cui si mescolano colto e popolare, avanguardia e linguaggi popular. La canzone è malleabile (se sappiamo andare al di là dei tormentoni estivi e della musica vista come prodotto in serie) può aprirsi, farsi free-form, andare oltre schemi desueti.

Veniamo al tuo ultimo lavoro. Come ho avuto modo di scrivere, un album che mi ha subito attirato e molto mi è piaciuto, sia per i testi, sia per il modo di proporli. Solitamente si affrontano questi temi legati allo sfacelo portato dalla modernità a tutti i costi, in modo urlato o attraverso un poppettino che rende il tutto inoffensivo. Il tuo esporli usando l'introspezione da un lato, la rabbia e l'ironia dall'altro, credo abbia sortito l'effetto voluto. Homo Distopiens: ameremmo sentirtene parlare in modo approfondito.

Di album in album cerco di alzare l’asticella e pormi nuove sfide. Credo che “Homo Distopiens” abbia raggiunto una giusta dialettica tra sperimentazione e canzone. L’album è stato pensato, elaborato, costruito ben prima della Pandemia e rimango io stesso sconcertato dai nuovi significati che assumono i testi e le parole alla luce dell’oggi.  Nei secoli abbiamo immaginato società distopiche, sorte dopo disastri ambientali, guerre nucleari o abbiamo descritto regimi autoritari, oppressivi, sorti per reprimere le libertà individuali, le espressioni artistiche, la speranza di un futuro. Oggi questo immaginario negativo si è affacciato sulla nostra realtà e in un certo modo stiamo vivendo in tempo reale la nostra distopia tra politiche e derive sociali pericolose, tra foreste che bruciano, tra scioglimento dei ghiacciai e riscaldamento globale. Sentiamo che è la nostra stessa specie ad essere sull’orlo (come recita il brano d’apertura “Cose sull’Orlo”) della sopravvivenza. Viviamo la possibile fine del nostro pianeta. Il terrore e il fascino si mescolano e vanno a permeare ogni settore della cultura, dai saggi filosofici alle serie televisive. La dittatura tecnocratica si è trasformata in un incubo irrazionale dove l’alta finanza è ormai una delirante setta religiosa e la rete ci ha risucchiato in un nuova era oscura. Viviamo in un perenne stato ansioso, in tensione per qualcosa che potrebbe arrivare : un asteroide che colpisce la terra, una invasione aliena o il cataclisma definitivo. Questa volta è arrivata una pandemia che ci ha brutalmente mostrato un mondo senza noi. Sappiamo che una elite di umani sta progettando di lasciare il pianeta quando sarà invivibile. Sappiamo che le città si stanno militarizzando per proteggere fasce di popolazione privilegiata a sfavore dei paria lasciati fuori tra inquinamento e carestie. Sappiamo che l’economia si sta organizzando per trarre profitto anche dai disastri ambientali. In un certo modo siamo intenti a scrivere, sceneggiare, comporre la contemporaneità mentre si dissolve. Dopo l’Antropocene rimarranno soltanto specie capaci di sopravvivere in condizioni di vita estreme, ci saranno mutazioni, ritorneranno virus rimasti congelati per millenni, forse rimarranno solo le macchine, i robot che già ci stanno sostituendo in un mondo governato dagli algoritmi. Dopo l’età del bronzo, del ferro, siamo giunti all’età della plastica, questo è lo strato geologico che lasceremo come testimonianza della nostra presenza.  L’era dell’Homo Sapiens è alle nostre spalle, davanti potrebbe esserci il nulla. L’Homo Distopiens osserva in alta definizione lo spettacolo della sua stessa sparizione. Ci rimangono oggetti obsoleti (hanno ancora senso i supporti fisici in un attuale immateriale?) libri da bruciare, opere d’arte da censurare, una natura da dominare (ma per poco ancora) utopie da corrompere e questo album a cui ho affidato messaggi di sopravvivenza. Mi piace utilizzare il termine di Avanguardia Popolare, una rete di resistenza clandestina al regime distopico. Queste sono le suggestioni e le visioni da cui è nato questo concept.  I brani sono tasselli di questo mosaico che si disintegra : “Cose sull’Orlo” un brano dilatato tra virus che resuscitano, balene con la pancia piena di plastica e noi stessi che siamo sull’orlo di un precipizio, prossimi a sparire come altre specie animali. “Distopia Muscolare” il nostro oggi, gli scenari che ci arrivano da ogni angolo del globo sempre più simili ai film catastrofici , il finale psych-out che si perde nel vuoto cosmico tra carcasse di stazioni orbitanti e relitti di sonde spaziali sovietiche. “Tormentoni e Tormenti” la disonestà delle canzoncine estive farcite di reggaetton , parole calienti e culi che twerkano. Formulette del  #andratuttobene che appaiono più inquietanti e sinistre che rassicuranti. “Lune Cinesi” è la Cina il luogo che ci da indicazioni su dove stiamo andando, una modernità vorticosa e vorace impiantata biomeccanicamente su radici comuniste popolari. La Cina che mette in orbita lune artificiali per garantire illuminazione in piena notte sulle metropoli industriali per continuare a produrre e ridisegnare la modernità. “Spire” un richiamo a suoni medio-orientali , una terra di tutti e nessuno, dove si giocano le guerre geopolitiche per esaurire le ultime gocce di petrolio, i suoni lontani dei deserti , quando finalmente si allentano le spire del nostro vivere in luoghi ormai troppo pieni. “Oumuamua” un canto polifonico, tra cori sacri, corrieri cosmici, ambient jazz (Arvo Part, Ligeti, Tangerine Dream, Miles Davis) un oggetto non identificato avvistato da un osservatorio alle Hawai , per gli astronomi la possibilità di una sonda aliena allontanatasi prima di entrare nella nostra atmosfera. “Oumuamua” in lingua locale, “Messaggero che giungi da lontano”. Sono convinto che presto ci sarà qualche evidente contatto con civiltà extraterrestri. “Il mondo senza noi” durante il lockdown, la nostra assenza dai luoghi, dalle città, ha fatto rinascere una natura lussureggiante che si è riappropriata di ciò che le era stato strappato dal nostro sviluppo, dal nostro consumo del territorio, dall’invasione di angoli selvaggi. Gli  animali selvatici hanno invaso le nostre strade, l’aria si è fatta tersa, le acque più limpide, il silenzio ci ha fatto riscoprire suoni , canti, il nostro stesso respiro.  “Secondo fine” il nostro essere con e verso l’altro senza secondi fini, senza tornaconti di alcun tipo, personali-lavorativi-morali-sessuali  , il non volere proiettare su chi ci sta vicino il nostro essere, il nostro egoismo. In questi tempi estremi e di distanziamento sociale tornerà l’importanza dell’incontro, del contatto, senza sovrastrutture. “L’uccello giardiniere” c’è una specie ornitologica che è particolarmente virtuosa nella costruzione di nidi e viali nuziali per attirare la femmina. Costruzioni ardite fatte di perline, conchiglie, felci, fili di plastica colorata, pietre preziose. Ecco ho pensato a questo uccello che nonostante tutto, continua a costruire queste magniloquenti  strutture, non pensando che il calpestare di un uomo, una inondazione, una tempesta possa portarsi via tutto all’improvviso. Noi siamo metaforicamente gli uccelli giardiniere che abbelliamo le nostre case, che costruiamo castelli lussuosi, che addobbiamo i nostri giardini reali inconsapevoli che tutto potrebbe andarsene, svanire in un attimo. “Pessimismo Co(s)mico” nel momento in cui si dissolve il velo finto, si rivela quel gioco perverso ,insensato,  inquietante che è la vita, gli status symbol , le religioni istituzionali, i soldi che cercano di tenerci aggrappati a un motivo per seguire degli obiettivi che sono fallaci .  “Ruscarola” in dialetto emiliano pattumiera, il posto in cui vivo dove l’aria è insalubre, dove siamo ormai disperati e sazi, dove siamo invasi da rotonde, ipermercati, allevamenti intensivi. La scelta del dialetto chiaramente non per motivazioni localiste-sovraniste-leghiste (Dio me ne scampi!) ma per utilizzare l’ultimo linguaggio tribale di una riserva ormai contaminata. Akron dei Devo, città di industrie di pneumatici, la Cleveland alienante dei Pere Ubu, New York dei miasmi dei tombini dei Suicide, trasposta e trasmutata nella mia Correggio dove i discendenti dei contadini imprecano e si ammalano bestemmiando in dialetto. “Bargigli e Pappagorge” il falso mito dell’eterna giovinezza e di vecchietti arzilli che popolano l’advertising televisivo. Gli acquari in cui sono costretti gli anziani, da cui osservano sedati e drogati la vita che passa.  Scegliere il vivere “fast and die”, dare tagli netti e autodeterminare la propria esistenza o accettare il decadimento fisico-mentale? 

Domanda classica di questi tempi. Come ha influito - se ha influito -  la pandemia, isolamento compreso, sul tuo lavoro creativo?

Come ho risposto prima, essendo un lavoro immaginato e uscito prima della pandemia, ho passato il tempo a trovare corrispondenze, nuovi significati, sconcertanti profezie. Come se in quell’album ci fosse scritto e raccontato quello che sarebbe successo a breve.  Di certo non ho potuto presentare l’album dal vivo, se non per un’unica data qui a Correggio la sera prima del lockdown. Certo ho fatto anche io esibizioni in streaming, dirette sui social, etc ma ammetto che mi sono stancato presto e la realtà ci sta dimostrando che non sarà quello il futuro della musica dal vivo. Meglio stare zitti e fermi piuttosto.

Ho visto che hai ripreso a suonare dal vivo, al Ribalta la prima apparizione, se non erro. Hai per caso un elenco di date da fornirci o si viaggia ancora ahimé a vista?

Per quanto mi riguarda si viaggia assolutamente a vista. Il concerto al Ribalta è stato recuperato visto che era previsto nei mesi del lockdown, un’altra cosa interessante è stata la partecipazione al convegno “Social Cohesion Days” in cui abbiamo fatto da commento sonoro intercalando brani da Homo Distopiens agli interventi parlati sulla coesione sociale in tempi di Covid. Diciamo che al momento qualche ipotesi di data ci sarebbe ma il tutto è così precario che non credo valga la pena di sperarci troppo. Vedo che tour importanti, stranieri, piccoli o grandi cominciano a ragionare dalla primavera 2021 inoltrata, altri addirittura saltano direttamente al 2022. In ogni caso il 4 Ottobre sarò ospite con un miniset live al Meeting delle Indipendenti a Faenza, il 14 Novembre a Tivoli e sto per concretizzare una serata a Firenze. Quello che arriva è buono.

Come vede Tavernelli il futuro musicale indipendente in questo disastrato paese.

 Ci sono cose interessanti, nelle musiche di ricerca, fuori dai circuiti più battuti ma senza essere troppo snob trovo cose di qualità anche nella musica italiana che non sia il becero poppettino svenevole finto indie.  Anche l’elettronica continua a sfornare cose interessanti. Finirà anche la sbornia dei talent che ritengo un vero flagello, sia come prospettiva musicale che come etica , infatti credo sia un tritacarne fatto di illusioni, creazioni fittizie di carriere e successo. Per il resto è una guerra impari con l’invasione di cover e tribute-band che hanno occupato ogni palco, una guerra contro lo strapotere dell’Evento, un fuggire dal divertimento che porta a stamparsi contro i muri con il riso isterico. La musica ha di nuovo bisogno di attenzione e attenzioni , come altri me ne sto buono buono percorrendo con calma la mia strada sterrata e irta di ostacoli, senza fretta o ansie, qualcuno mi segue, altri mi perdono, qualcuno lo incontro di nuovo, sasso dopo sasso vedo che c’è ancora strada ma tiro dritto come un mulo. 

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Foto album sono di Jarno Iotti
Foto live sono di Alessandro Accorsi

 
 

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