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Getting Better: l'eterna favola dei Beatles

Intervista a Leonardo Tondelli

2Dicembre2020

Puntuale come il Natale, è appena uscito in tutte le librerie un nuovo libro sui Beatles: Getting Better, le 250 migliori canzoni dei Beatles (Arcana). L’autore, Leonardo Tondelli, già blogger e penna de l’Unità e del Post, ripercorre la storia dei quattro scavando oltre i soliti aneddoti, leggendo in controluce i testi. Il libro offre un punto di vista fresco e personale, che appassionerà e dividerà i beatlesmaniaci. Ma soprattutto è l’ennesima prova che la favola dei Fab Four è uno dei miti del nostro tempo, e sembriamo non stancarcene mai.

Qual è secondo te il primo momento nella discografia dei Beatles in cui si può dire: ecco, qui c’è qualcosa di geniale. Non dirmi Love me do... 

Io trovo geniali anche alcune cose che hanno registrato prima! A dire il vero, ho una certa diffidenza per il concetto di "genio". Ci piace raccontarci che quei quattro ragazzi erano geni e che quello che hanno fatto non ha precedenti, ma in parte è un mito: al loro suono arrivano con una progressiva evoluzione, non con una serie di strappi. Detto questo, sono affezionato all'idea che i due minuti scarsi di Please Please Me contengano quasi tutta la musica leggera che è venuta dopo, come l'universo all'inizio del Big Bang. 

Lennon scrive in prima persona, Harrison in seconda, Paul in terza. Questa formula restituisce le loro differenze come autori? 

Rischiamo di sottovalutare il fatto che all'inizio erano davvero vicini e tendevano a imitarsi tra loro. Inoltre hanno sempre avuto una sensibilità più complessa del personaggio che interpretavano. Lennon passa per l'anima rock, ma aveva una passione insospettabile per il doo-wop dei gruppi femminili. Paul è considerato l’autore soft, ma ha sempre avuto una passione per suonare e cantare più forte possibile, distorcendo voce e chitarra. George aveva un gusto per le armonie vocali che ha lasciato il segno sulle canzoni firmate dagli altri due... insomma le cose sono sempre un po' più complicate – e affascinanti.   

È celebre la stroncatura dei Beatles di Scaruffi, e a suo modo anche ben circostanziata. Tu cosa gli risponderesti? 

Lo ringrazierei per i dischi che mi ha fatto scoprire. Ho un ricordo molto luminoso di quando lessi quella stroncatura al liceo. Avevo bisogno di mollare i Beatles e scoprire il resto dell'universo. Però, dopo aver viaggiato e ascoltato tanto, devo dire che mi è più facile tornare ai Beatles che, per esempio, ai Rolling Stones. Sono più universali e, da un punto di vista meramente musicale, più interessanti. Credo che Scaruffi sia più uno storico del rock che uno storico della musica, il che va benissimo. Ce ne vorrebbero di più: gente che criticasse Mozart, che stroncasse Beethoven, che mettesse un po' in crisi le narrazioni consolidate.

Ringo passa per il fessacchiotto del gruppo. Invece ha creato pattern di batteria brillanti, penso a Ticket To Ride. Ti va di parlare bene del povero Ringo?

Ho sempre voglia di parlare bene di Ringo, uno dei più brillanti batteristi della storia! I batteristi si dividono in ammiratori di Ringo e batteristi noiosi. Qualche giorno fa stavo ascoltando la loro cover di Elvis, I'm Gonna Sit Right Down and Cry. Parte con una scarica furiosa, che dimostra quello che tutti gli esperti intuiscono, ovvero che Ringo avrebbe potuto suonare meglio se avesse voluto. Ma i pezzi di bravura non gli interessavano, e avrebbero sfigurato in un gruppo in cui nessun altro era virtuoso. Non solo sapeva stare al suo posto, ma aveva un tocco personale, riconoscibile senza bisogno di farsi riconoscere. Questo è l'esatto motivo per cui, in un momento in cui avevano firmato con l'EMI e potevano permettersi il migliore batterista sulla piazza, scelsero lui. E poi, colmo del paradosso, quando diventarono personaggi mediatici si scoprì che l'attore più bravo era proprio lui. Ma sempre senza rubare la scena a nessuno.

Secondo te che cavolo aveva in testa McCartney quando ha scritto Maxwell's Silver Hammer? 

Sappiamo che Paul dopo la morte di Brian Epstein aveva cercato di accreditarsi come direttore creativo dei Beatles, in virtù dei successi che continuava a scrivere: ormai erano suoi quasi tutti i lati A dei singoli. Ma era una responsabilità che affaticava lui per primo, anche perché non puoi scrivere una Hey Jude ogni quattro mesi, e invece questo era quello che ci si aspettava dai Beatles. E lui nella primavera del '69 arriva con Maxwell, e pensa di avere un singolo. Gli altri non ci credono, lui insiste. Alla fine la incidono, ma qualcosa si spezza per sempre. Credo che a livello inconscio sia stato un ultimatum che Paul ha lanciato agli altri e anche a sé stesso: vediamo se mi seguite anche stavolta.

Come ti spieghi che per anni il loro capolavoro sia stato considerato Sgt. Pepper, che non è né l’album più sperimentale (che forse è Revolver) né la raccolta di canzoni migliori (qui il dibattito è aperto e alla fine si va a gusti)? 

Credo tutto dipenda dal concetto di album – un concetto, peraltro, nato anche grazie ai Beatles. L'idea che le due facciate di un vinile fossero un’opera, con un'introduzione, uno svolgimento e un finale, trionfa con Sgt Pepper. Tutti considerano Sgt Pepper il primo 'concept album': l’album è molto più che la somma delle sue canzoni. Questa concezione è stata fortunata fino al 1980, quando è uscito l'ultimo kolossal del rock, The Wall. Nel frattempo, col punk la forma-canzone riprende il sopravvento. Oggi l’album è sempre più evanescente, ed è più facile guardare ai dischi come a dei capitoli di una sola lunghissima playlist. Il che ci consente di ammettere che il capitolo che contiene i pezzi migliori è più probabilmente Revolver (a me piace tantissimo anche il Disco Bianco, ma sono gusti, appunto).

Nel libro definisci 'bromance' il rapporto Lennon-McCartney, rileggendo anche alcuni celebri canzoni alla luce di questo, come Oh Darling. Racconta! 

Come si fa a dire qualcosa di nuovo sui Beatles? Si usano le parole del discorso contemporaneo – possibilmente quelle che ai tempi dei Beatles non esistevano, come 'bromance' appunto. Per me è indicativo che i Beatles fossero ventenni, e si siano sciolti prima di compiere trent'anni – quando l'uscita definitiva dall'adolescenza non era più derogabile. Sono stati il primo fenomeno di costume a imporsi come gruppo di pari: non una famiglia, non una gerarchia, ma un gruppo di amici maschi. Se uno guarda i loro film si rende conto di quanto fosse importante: la gente voleva vederli vivere insieme. Se ascolti A Hard Day's Night sembra quasi che la moglie che aspetta John a casa sia Paul. Tutto questo finisce dopo il viaggio in India, quando John si mette con Yoko Ono. Paul cerca, ed è tipico suo, di andare d'accordo sia con la nuova compagna che con l'ex moglie: alloggia John e Yoko in casa sua, ma va a trovare Cynthia e dedica Hey Jude a Julian, il figlio di lei. Pensa di poter salvare capra e cavoli ma inconsciamente si rende conto di avere per la prima volta un rivale, un'artista con la quale John vuole creare un sodalizio esclusivo. In questa fase Paul scrive Oh Darling!, che sulla carta è un doo-wop abbastanza banale, riscattato da un'interpretazione vocale impressionante. "Oh tesoro", dice, "se mi lasci non ce la farò mai da solo…". Su Anthology 3 c'è questo documento che io trovo straziante: una versione in cui John, dopo averla cantata con Paul, intona un'ultima strofa dedicandola a Yoko. In pratica prende una canzone che Paul aveva scritto per lui e la gira alla sua nuova fidanzata. E probabilmente in quel momento nemmeno se ne rende conto. 

Fammi la tua personale Top 5 di pezzi preferiti.

Questa è in assoluto la domanda più difficile. Nel libro ho cercato di essere imparziale, facendo una media di tutte le classifiche pubblicate sulle testate musicali: ciononostante, qualche mccartneysta mi vuole menare. E non ha tutti i torti, in tutte queste classifiche c'è un certo pregiudizio lennoniano. Il punto è che se nessun gruppo si può ridurre ai 5 pezzi preferiti, nel caso dei Beatles una cosa del genere diventa fuorviante, per la quantità e la qualità di cose che hanno fatto. Io posso parlare soltanto di 250 brani preferiti, e mi sento anche un po' in colpa perché ne ho escluso qualcuno.

 
 

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