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Melancholia di Lars von Trier

In principio era il Dogma

31 Ottobre 2011

“Forse questo film è una schifezza. O forse no. Comunque è abbastanza probabile che non valga la pena di vederlo. Quindi che facciamo? Parliamo de L'Uomo Ragno?”
Lars von Trier

Quando nel marzo del 1995 i danesi Lars von Trier e Thomas Vinterberg editarono Dogma 95 gli schieramenti contrapposti si delinearono immediatamente. Da una parte coloro che ritenevano essere la più grossa bufala cinematografica di fine secolo il movimento sotto questo nome autoproclamatosi e il relativo manifesto, con tanto di decalogo, giuramento e voto di castità. Dall'altra coloro che salutavano con entusiasmo quello che sembrava avere come obiettivo la purificazione del cinema dagli effetti speciali e dagli investimenti miliardari. Affascinava l'ipotesi di vedere qualcosa di girato solo in location originali senza scenografie e oggetti di scena, senza luci speciali, senza colonna sonora, solo camera a mano, niente filtri e via decalogando. Nel '96 von Trier conquista pubblico, critica e Gran premio speciale della Giuria a Cannes con Le onde del destino, potente melodrammatica metafora sull'ambivalenza di peccato e purezza, centrando nel 2000 la Palma d'Oro con Dancer in the dark, mentre è Vinterberg ad aggiudicarsi il Premio della Giuria a Cannes '98 con Festen, ritratto al vetriolo dell'alta borghesia danese. Solo che a (credo) nessuno può essere sfuggito che i blasonati autori sin dal primo film se ne sono serenamente fregati delle regole da loro stessi rese imprescindibili fino allo scioglimento del movimento, decretato con adeguata solennità nel marzo 2005.
Per valutare Melancholia è possibile partire da qui.

Lars von Trier ha attraversato un'infanzia e un'adolescenza connotate da una concessa libertà oltre ogni limite: solo in punto di morte sua madre, comunista militante, gli rivelò di averlo concepito con un altro uomo nella speranza di trasmettergli geni migliori  sotto il profilo artistico e creativo. Il suo riferimento dichiarato è il grande Carl Theodor Dreyer, di cui ammira l'essere andato sempre controcorrente, senza scendere mai a compromessi: un ribelle perseguitato dall'incomprensione. Provocare e stupire, queste le parole d'ordine del suo spirito artistico, cominciando con l'apposizione di un  inesistente posticcio “von” al suo cognome. Massima libertà di ribaltamento delle regole, di doppiezza delle significazioni, di invenzione di formule (il cinema “fusionale”: cinema, teatro e letteratura frullati assieme – non esattamente una novità), di espressione creativa. Di falsificazione, anche. Così in questo ultimo suo lavoro adopera tutta l'elettronica possibile per confezionare il prologo ai due capitoli che costituiscono la partitura del film: dieci minuti nemmeno troppo velatamente kubrickiani in cui un luminoso pianeta azzurro conclude il suo tragitto contro un più grande pianeta, distruggendolo, alternati a immagini oniriche opprimenti e cariche di presagi. Poi due nomi di donna a contrassegnare quelli che per qualcuno potevano essere due film distinti.

Facendo della cupezza una precisa linea guida ancora una volta von Trier non sembra prendersi troppo a cuore il destino del suo operato. Incurante delle asimmetrie e dei sospetti di manierismo nel maneggiare il simbolico proietta se stesso nelle sue eroine, come già con Bess, Selma, Grace, ora martiri ora vendicatrici, riunendo i contrari in Justine e Claire. Suoi il pessimismo, la depressione, il disprezzo verso le convenzioni, l'indifferenza per la rottura e il disturbo, il piacere ai limiti del sadismo nel disvelamento di ciò che si cela sotto la superficie. Se ne infischia che la prima parte ricordi spudoratamente Festen e che la seconda cambi passo, registro, tutto, inducendo volentieri allo sbadiglio, così come si è disinteressato degli sghignazzi che hanno accompagnato i momenti cruciali di Antichrist – cui ho partecipato, ammetto. La sua simpatia va tutta a Jiustine, inquieta, insofferente, prostrata, ma capace di risollevarsi ritrovando coraggio e determinazione. Manipolando astutamente Wagner a chi non liquida la sue come apodittiche affermazioni suggerisce la possibilità di confrontarsi con le paure più profonde, con gli interrogativi che scandiscono il percorso della conoscenza e del male di vivere. Siamo soli nell'Universo, la vita è cattiva, non c'è speranza. Sta a noi trovare le vie d'uscita alla paura e all'angoscia trasformando la malinconia in uno strumento di crescita e di forza. Poco importa se servono spregiudicatezza o, anche, cinismo. Se ne siamo convinti possiamo trovare chi ci aiuti a costruire la nostra grotta magica. Prendere o lasciare.

 
 

 

Titolo originale: Melancholia
Regia: Lars von Trier
Paese
: Danimarca, Germania, Francia, Svezia
Anno: 2011
Durata: 130 min

www.melancholiathemovie.com 

 

 
 

    foto

  • Alcuni frame tratti dal film Melancholia di Lars von Trier
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