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Venezia78 - "La caja", (ri)trovare un padre

Nel nuovo film di Lorenzo Vigas, già vincitore del Leone d'Oro nel 2015 per "Desde allá", si conclude la trilogia tematica che il regista venezuelano ha dedicato alla paternità.

26Settembre2021

Bastano poche scene per farsi trascinare da Lorenzo Vigas nell'animo triste del protagonista, un giovane ragazzo in viaggio per raccogliere ciò che crede essere i resti di suo padre e che, invece, viene risucchiato nel ventre dell'industria dei migranti in Messico.

Il tema della paternità, che è la stella polare di questo film, si districa tra gli sterminati paesaggi naturali e gli angusti ambienti delle fabbriche nello stato del Chihuahua, una delle regioni più pericolose del Messico. 

Gran parte del film poggia sulle giovani spalle dell'esordiente Hatzin Navarrete, il cui volto severo, attento e arrabbiato è presente quasi in ogni scena. Hatzin (da cui il personaggio prende anche il nome) sta andando in una remota città di mineros nel deserto messicano, dove suo padre Esteban, un lavoratore migrante, è morto sul lavoro. I corpi sono stati riesumati da una fossa comune; dopo aver consegnato i documenti necessari a un impiegato, Hatzin si vede presentare senza tante cerimonie i presunti resti di Esteban in una scatola d'acciaio. Durante il viaggio verso casa, mentre l'autobus attraversa un'altra città non lontana dal luogo della tragedia, Hatzin scorge un volto sul marciapiede e si convince in un batter d’occhio che si tratti di suo padre. La somiglianza con la foto sbavata della carta d'identità di Esteban c'è, ma quando Hatzin scende dall'autobus e lo insegue, il morto che cammina (Hernán Mendoza) si presenta come Mario, e insiste gentilmente che il ragazzo si sbaglia. 

Ma Hatzin è irremovibile, torna insistentemente da Mario e ogni volta viene respinto sempre con più impazienza - fino a quando l'uomo sfinito, accoglie il ragazzo nella casa che condivide con la moglie incinta (Cristina Zulueta). Hatzin ha trovato suo padre o ne ha semplicemente nominato un altro per pura necessità? Il dubbio rimane.

“La Caja” è anche una testimonianza fedele della condizione dei lavoratori occasionali in Messico. Sfruttati, vessati, senza diritti e tantomeno sindacati. Una manodopera oppressa dalle ore di lavoro e dalla competizione con la Cina, non c’è spazio per le pause: produci o crepa, così funziona.  

In questi 92 minuti, ad emergere non è solo la figura del padre perduto ma è soprattutto la storia dell’America Latina, di quella parte di Messico (al nord) costellato di fosse comuni e di maquiladoras, quella delusa e abbandonata dai governi, l’America Latina dei conquistadores che ne hanno annientato le vere origini. La terra della desaparicìon. 

La storia di Hatzin è una storia di confini, presunti o reali, come quel lembo di separazione tra Messico e Stati Uniti, eretto e potenziato a più riprese dagli ultimi presidenti americani. 

In bilico nel dividere ciò che è vero da ciò che è falso, Hatzín dovrà fare i conti con la sua personalissima elaborazione del lutto.

 
 

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