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Cronorifugi

Ascolti che riattivano ricordi

26Marzo2022

È successo di nuovo. Domenica mattina, negli spalti di un campo da calcio di provincia su cui soffiava un freddo vento di bora appena mitigato da un tiepido sole primaverile, per la seconda volta nel giro di pochi giorni, mi è capitato di non riconoscere qualcuno. Non ricordare i nomi delle persone è sempre stato un mio problema ma i volti di chi ho conosciuto li ho sempre avuti impressi nella mente. Che sta succedendo alla mia memoria?
La partita sta per iniziare e il riflesso della luce del sole mischiata al forte vento mi offusca la vista ma riesco ad intravedere la sagoma di un uomo alto, magro, vestito da sportivo, circa della mia età, che mi fissa. Ad un certo punto la sagoma inaspettatamente esclama il mio nome: «Andrea De Rocco, squadra degli allievi eccellenza Fossalta di Piave classe 68». Mentre si avvicina e la sua faccia mi si schiarisce davanti: «Sì sono io», rispondo portando la mano alla fronte per proteggermi dal sole e per fingere lo sforzo di ricordare il suo nome. In realtà non solo non ricordo il nome ma non riconosco nemmeno il suo viso. Si presenta e scopro che abbiamo giocato nella stessa squadra per due anni. Possibile che non ricordi niente?
La preoccupazione per questa inusuale amnesia è amplificata dal fatto che fino a qualche istante prima ero immerso nella lettura di “Cronorifugio” di Georgi Gospodinov, che mi sono portato per occupare l’attesa del fischio d’inizio della partita. Il protagonista del libro, un certo Gaustin, decide di inventare una clinica del passato in cui i pazienti, solitamente malati di alzheimer o demenza senile, rivivono alcuni periodi della loro vita. Nelle stanze del sanatorio il passato si trasforma in presente e viceversa, manifestando il costante collegamento fra le cose. Stanze di una quotidianità estinta, arredate con il gusto di altre epoche, aiutano a ritrovare ricordi perduti o mai esistiti. Una cura per la perdita della memoria che sembra si stia diffondendo come un virus, infettando l’intera umanità. Il cronorifugio è la costruzione di un tempo protetto, dove ritrovare frammenti vissuti.

Quanti nomi, quanti volti avrò dimenticato?
Voglio correre ai ripari, prima che sia tardi, e provare anch’io a crearmi un qualche cronorifugio che salvaguardi la mia memoria. Come stanze della mia clinica immaginaria userò quello che mi risulta più naturale, ovvero quelle canzoni che sono rimaste lì, fissate nel tempo, a custodire ricordi, a cominciare da alcune che mi fanno ripensare ai primi amici, alle prime amiche, al passaggio tra infanzia e adolescenza.
Un primo flash mnemonico è provocato da una canzone di Francesco Guccini: nella mia casa d’infanzia c’era una stanza usata come granaio, ma un granaio dove stranamente ci avevano sistemato un letto di fortuna. Una rete metallica con sopra un vecchio materasso di lana che serviva a mio zio quando tornava da Milano per trovare i vecchi genitori (miei nonni). Ogni estate, per 15 giorni, dormiva in quel granaio col pavimento fatto di vecchi assi di legno scricchiolanti portandosi dietro solo un posacenere per le Nazionali senza filtro che fumava continuamente e uno zampirone Vulcano perennemente acceso contro le zanzare. Insomma rischiava di incendiare la casa in ogni momento della sua presenza. Robe da matti a pensarci ora. A fargli compagnia ci pensavano i nostri gatti Milo e Jana sempre presenti per allontanare i topi, ospiti abituali di ogni granaio che si rispetti. In un angolo erano raccolti i chicchi di granoturco liberati dal tutolo che una volta essiccati erano destinati per la farina da polenta. Fori a forma di croce erano disposti lungo tutto il perimetro murale della stanza per permette un continuo circolo dell’aria facendo del granaio sicuramente il luogo più fresco dove passare i pomeriggi estivi.
Così, proprio lì, quando lo zio non c’era, assieme con alcuni vicini di casa, usavamo ritrovarci approfittando di quel venticello refrigerante. Nelle prime ore dopo pranzo, dribblando in un sol colpo il noioso pisolino e il sole cocente pomeridiano, giocavamo a calcio con una palla di pezza usando quel letto come improvvisata porta, con pali e traversa immaginari. Inutile dire che il portiere era il ruolo più ambito e foriere di estenuanti discussioni su chi doveva stare tra i “pali”. Il fortunato avrebbe potuto esibirsi in tuffi acrobatici senza sbucciarsi le ginocchia e i gomiti.
Ma queste baruffe si placavano grazie a un paciere, un infiltrato che metteva tutti d’accordo: la femmina, che non può (non potrebbe) giocare al gioco dei maschi e che però non solo giocava sempre in porta, ma parava tutto. Inoltre imponeva la colonna sonora a queste bizzarre partite. Aveva solo pochi anni più di noi, ma a quell’età “l’anzianità” conta e molto, tant’è che pendevamo tutti dalle sue labbra. «Vi faccio ascoltare io qualcosa di serio». E le canzoni che ascoltavamo abitualmente da Radio Capodistria venivano sostituite con quelle delle cassette del suo mangianastri portatile: Guccini, De Gregori, De Andrè … e via dicendo.
Devo dire che quelle canzoni, all’epoca poco comprensibili, sono state molto formative.
Oggi che ricordo solo vagamente il volto e per niente il nome di quella impertinente ragazzina è rimasta una canzone che sa ancora evocare in me quei pomeriggi, quel mondo lontanissimo nel tempo e nello spazio. Mi piacerebbe riascoltarla assieme a lei ora che quel mondo non c’è più. Sono sicuro che così potrei riconoscerla subito, nonostante gli anni passati, nonostante la mia traballante memoria.

"Cara amica il tempo prende, il tempo dà
Noi corriamo sempre in una direzione
Ma qual sia e che senso abbia chi lo sa
Restano i sogni senza tempo
Le impressioni di un momento
Le luci nel buio di case intraviste da un treno
Siamo qualcosa che non resta
Frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno"

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In un’altra stanza, la camera da letto della stessa casa, un altro cronorifugio dove risuona “Michel” di Claudio Lolli. 

Ti ricordi, Michel dei nostri soldatini morti
Nella difesa eroica dei bastioni
E seppelliti in una siepe con onori militari inventati lì per lì

Quando ero bambino avevo una scatola piena di soldatini. Chissà da dove arrivavano, boh, probabilmente erano un’eredità ricevuta dai cugini più grandi.
Nonostante fosse l’unico gioco che avevo non mi è mai piaciuto giocare alla guerra coi soldatini. Ricordo che li usavo per inscenare partite di calcio usando come campo di gioco il tappetto della camera e come palla una biglia di vetro.
I soldatini erano sempre la squadra avversaria.
La mia squadra invece era un misto mare di regalini trovati sulle patatine, sulle uova di pasqua e non so dov’altro tra i quali spiccavano Cip e Ciop: i due scoiattolini Disney, i miei preferiti, i miei gemelli del goal. Erano i Graziani e Pulici della mia formazione mentre il Claudio Sala ovvero il fantasista, l’uomo assist, quello che correva sulla fascia saltando l’avversario e crossava la biglia per Cip e Ciop, era uno strano soldatino monco, a cui mancava l’arma. Il fucile probabilmente si era spezzato, era andato perso.
Un giorno, nel pieno di un match, entrò mio nonno in camera e mi chiese: «stai giocando ai soldatini?»
«No» risposi «sto giocando una partita di calcio, un derby decisivo»
«E quel soldatino senza fucile» ribatte mio nonno «sembra monco ma senz’altro sarà più leggero e veloce ora che è senza l’arma. Probabilmente è un disertore costretto sempre a scappare in fretta, a inventarsi continuamente vie di fuga
Da quel momento i disertori divennero i miei soldatini preferiti.
Ancora oggi lo sono, di ogni squadra e colore.


 
 

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