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Recensione di Chav – Solidarietà Coatta (Alegre – 2020)

Un libro pieno di dolore e di riflessioni sul dolore

9Maggio2022

«La prima volta che ho fatto sesso per denaro avevo dieci anni, l’ultima volta ne avevo quindici. Per tre anni è stata la principale fonte di reddito a casa di mia madre, prima di diventare più abile nello spaccio e nei furti. Anche mia madre faceva sesso per denaro, ma poi quei soldi finivano in eroina, in alcolici, e una fetta andava al tipo che la sfruttava. Per questo dovevo trovare un modo per garantire cibo a me e alle mie sorelle, comprare vestiti per andare a scuola, evitare che il contatore elettrico a pagamento arrivasse a zero. È stata mia mamma che mi ha spinto a farlo, le prime volte

Che Chav fosse un libro così bello e importante non me l’aspettavo. Immaginavo che questo breve memoir di D. Hunter fosse un testo rappresentativo, paradigmatico della riflessione della working class alla fine del novecento operaio; il sottotitolo italiano Solidarietà coatta prova a tenere insieme la forza del neologismo ma anche il senso della nuova soggettivazione politica che D. Hunter invoca: chav in inglese è un termine gergale di origine incerta, che vulgata vuole indicare i Council House And Violent, i proletari violenti che vivono nelle case popolari; invece qui abbiamo un piccolo classico: un romanzo di formazione, un manifesto politico, un libro per ragazzi, un saggio sulle questioni di genere.

Ma andiamo a vedere più nel dettaglio perché risulta un testo così rilevante: prima ragione è la smodata sincerità di D. Hunter. Siamo abituati a un discorso politico che fa della performance, della retorica, della sua capacità comunicativa la sua natura; ciò che è grezzo viene spesso considerato apolitico o populista. E invece ogni tanto mi sono ritrovato a dovermi fermare per appuntarmi le sintesi che D. Hunter faceva della sua vita e le sentenziali analisi politiche che ne ricavava.

La seconda ragione è la sua intelligenza nel riconoscere sempre di essere una parte della catena di potere: anche da oppresso, la responsabilità di essere oppressore. Nell’era del vittimismo, sono strazianti le pagine in cui racconta la serie di umiliazioni che ha subito tra riformatori, abusi, carceri minorili, povertà, e poi ricorda il privilegio di essere un maschio bianco («non conosco nessun nero o nera d’estrazione working class che ce l’abbia fatta, anche se sicuramente qualcuno ci sarà, ma son certo che per loro è stato più difficile che per me»).

Infine il fondamentale incontro con il testo di Antonio Gramsci che modellerà il suo pensiero: D. Hunter incontra I quaderni dal carcere in un letto d’ospedale («Nella corsia c’erano dei libri. Cominciai con difficoltà a sforzarmi di leggerli. Dai tempi delle scuole elementari non avevo più letto nulla. Poi mi passarono i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. A quel punto presi tutta un’altra strada. Metà del libro mi volò letteralmente in testa. Lo leggevo a passo di lumaca, sillabando le parole a voce alta, ricorrendo al vocabolario ogni due frasi, ma andavo avanti») ed è chiaro come sviluppi da lì una chiave di critica politica tanto alle ideologie del potere quanto all’inefficacia delle mobilitazioni nella lunga fase neoliberista.

 Chav è un libro pieno di dolore e di riflessioni sul dolore.

Non può esistere politica - ci dice -  se non ci stanno a cuore il disagio mentale, l’abuso sull’infanzia, la condizione di isolamento, la povertà assoluta, la violenza subita e inferta. E soprattutto non può esistere politica se non riconosciamo le condizioni che servono per emanciparci; bisogna che condividiamo la nostra storia di oppressioni ed i modi con la quale abbiamo cercato di liberarci.

 
 

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