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La crudeltà ci colse di sopresa – le poesie dal Kurdistan di Choman Hardi

Choman Hardi è nata nel 1974 nel Kurdistan iracheno. Dopo essere scappata in Iran è stata rifugiata in Inghilterra. Dal 2014 è tornata a vivere nel suo paese per insegnare all’Università di Suleymanya. Ha pubblicato sei raccolte di poesia.

4Luglio2022

Ci sono le montagne attraversate in groppa agli asini e gli sguardi mesti sul paesaggio. Ci sono le fughe, da parte di un’intera comunità, dai villaggi sotto attacco, i profumi dei cibi della tradizione, i giochi con le corde, le detenzioni violente ed arbitrarie. La vita personale e la storia collettiva si intrecciano nella raccolta di poesie di Choman Hardi dal titolo “La crudeltà ci colse di sopresa – Poesie dal Kurdistan” (Edizioni dell’Asino, 2017, 97 pp.) Classe 1974, Choman Hardi è una poetessa di origini kurde proveniente dall’Iraq. Fin da piccolissima, a soli cinque anni, vive sulla sua pelle la guerra e le persecuzioni del popolo di appartenenza, scappando verso l’Iran. Poi nel 1988, i fatti storici che fanno da sfondo in alcune delle sue poesie, il genocidio da parte del governo iraqeno di sei regioni del kurdistan rurale, con più di duemila villaggi distrutti, oltre 100 mila morti ed un numero di persone maggiore in fuga.

La Hardi migrerà in Inghilterra dove studierà filosofia e psicologia; dal 2014 risiede a Suleymania, dove insegna all’American University of Iraq e fonda il Centro di Studi di genere. Le poesie che sono inserite in questa raccolta italiana vengono da due raccolte in lingua inglese: Life for Us (2004) e Considering the Women (2015).

In Life for Us si alternano i ricordi di una vita rurale, le nostalgie legate all’infanzia, i singoli aspetti della vita quotidiana ricordati con intimità e affetto, ai sequestri e le torture dei propri familiar, le notti in cantina durante i bombardamenti, la fuga sulle montagne. Ci sono le case con quattro stanze da letto e i ragazzi che suonano il flauto, ma anche il passaggio della frontiera proibita in cui si ascolta il terrore del silenzio. C’è la madre di Hardi che impasta i Nan e i kifta, in una poesia, mentre in alcune altre si parla del padre e del fratello che tornano stremati dai luoghi di detenzione dove sono stati torturati.

Considering the women ha la stessa impostazione della raccolta precedente. Riferimenti a fatti storici drammatici e consolidati nella mente del popolo curdo iraqeno si inframmezzano questa volta con momenti della vita legati alla partenza definitiva, al ricordo ed anche al ritorno. “Avvolgi tra la tua lingua stoffe di seta […] riempi una valigia con le tue montagne assetate […] prendi con te i dibattiti degli intellettuali […] Trascinati dietro le tue scuole mentre vai”… questi i versi della poesia che apre la seconda parte delle poesie di Hardi.

Ora sul piano stilistico la poesia di Hardi ha una formula che trovo opportuna e vincente. Si basa su un forte realismo senza retorica, lazzi sentimentalistici e sofisticatezzze, formula che riesce meglio ad immedesimare il lettore e convogliare in modo intenso il proprio messaggio. Certo è un realismo anche privo di quel mondo idealistico che abbiamo imparato a conoscere con tutta la cultura di lotta che ci è stata trasmessa dal Kurdistan, benchè non manchino i sentimenti di attesa, sogno e speranza e soprattutto emerge l’appello, attraverso la lettura dei versi per la libertà del popolo curdo contro ogni forma di oppressione.

Alla fine delle poesie compare uno scritto di Hevi Dilara, poetessa e musicista curdo – turca, dal titolo: “La storia di un popolo nascosto nelle sue poesie”. Introduzione al testo di Paola Splendore.

 
 

Asino Edizioni

 
 

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