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Sessualità e collettività: l'attualità politica del femminismo "estremo” di Itziar Ziga

Report dell'incontro con l'attivista transfemminista basca tenutosi al Laboratorio Sociale Occupato La Tana di Padova. L’incontro è stato organizzato dal Collettivo Squeert e Sherbooks, la libreria di Sherwood

6Ottobre2022

Mercoledì 28 settembre il Laboratorio Sociale Occupato La Tana e ha ospitato Itziar Ziga, giornalista, saggista anarchica e attivista transfemminista tra le più conosciute in Europa. Autrice di due libri pubblicati in Italia per la collana Malatempora di D Editore, Diventare Cagna e La felice e violenta vita di Maribel Ziga, Itziar è stata coinvolta in diverse attività e associazioni parapolitiche come il Front d'Alliberament Gai de Catalunya, il collettivo femminista ex_dones o il collettivo post-porno PostOp. L’incontro è stato organizzato dal Collettivo Squeert e Sherbooks, la libreria di Sherwood, 

Con l’attivista basca era presente anche Maya Checchi, anch’essa attivista femminista, editrice di Malatempora, a suo tempo casa editrice a sé stante poi confluita In D Editore, pioniera nel mondo dell’informatica e dell’erotismo. 

Assieme a loro si è discusso di sessualità, collettività, esperienze di vita, ma anche di violenza patriarcale, sia essa istituzionale e domestica e di come reagire ad essa: una chiacchierata tuttavia informale e allegra, «gioiosa e felice», direbbe probabilmente Itziar, che spesso ha suscitato qualche risata, pur attraversando tematiche difficili perché parte di un vissuto reale. 

Malatempora ed il grido dal fondo 

Maya Checchi ci introduce alla collana da lei curata all’interno di D Editore. Una collaborazione, quella con la casa editrice romana, nata in tempi recenti. Malatempora è infatti originariamente una casa editrice a se stante, nata nel 1998 per opera di Angelo Quattrocchi, guru dell’underground, scomparso nel 2009.  A seguito di questo avvenimento, Maya decide di prendere in mano la casa editrice, per non perdere quel bagaglio di controcultura, di pubblicazioni storiche e dirompenti, proseguendo con una linea editoriale che può essere sintetizzata nei termini di “grido dal fondo”: il grido degli ultimi, dei bassifondi, dei non conformi, ai quali Malatempora vuole dare primo piano. A seguito delle difficoltà indotte dal periodo pandemico, Malatempora entra nella famiglia D Editore nel 2020.  

Assieme all’editrice ci avventuriamo nelle opere di Itziar Ziga, a partire dal già nominato Diventare Cagna. 

«Una cagna sola è una cagna morta» 

La prima sezione del colloquio con Ziga riguarda la sua prima opera tradotta nel nostro Paese, in cui con dodici interviste ad altrettante persone sovversive l’autrice rivendica e ci aiuta a rivendicare il termine “cagna”, come simbolo di una femminilità estrema ed elettrica. Allo stesso modo in cui anche il termine “frocio” è ormai stato rivendicato dalla stessa comunità LGBTQIA+ e svuotato della sua connotazione offensiva, così il termine cagna, come sinonimo di puttana o trasgreditrice, viene dall’autrice privato dello stigma ed anzi rivendicato con orgoglio.  Il termine annulla il binarismo di genere, rompe i confini tra umano e animale e annulla il termine di donna e tutte le connotazioni storiche ad esso associate e che attraverso di esso praticano un’opera di oppressione.  Diventare Cagna fornisce perciò anche un’arma: l’arma del branco, un branco di donne, di cagne, che si sostengono e aiutano tra di loro, perché «una cagna sola è una cagna morta, un branco di cagne è un sabba, è un commando politico, un orgia, una Tana». Dove i sistemi individualisti di stampo capitalista e fascista vogliono le donne sole ed isolate, la comunità è vista dall’autrice come àncora di salvezza. 

Diventare Cagna nasce e si articola anche attraverso esperienze di vita dell'autrice stessa, parte di collettivi e movimenti transfemministi quando questo termine ancora non era di uso comune. Itziar Ziga ci racconta per esempio della manifestazione indetta dal collettivo di cui faceva parte per l’8 marzo del 1997, quando tutte assieme costruirono una vagina di due metri e la posero all’ingresso dell’Università a Barcellona. Una struttura che era possibile per i passanti attraversare (o penetrare) con il dichiarato obbiettivo da parte del collettivo di coinvolgere nell’iniziativa non solamente le femministe ma chiunque passasse per l’università. Fu curioso, all’epoca, ci racconta l’autrice, come questa iniziativa avesse spaventato più di una persona, fino a ricevere accuse di rappresentare uno stupro di gruppo. La causa di questa paura verso qualcosa che tutte le donne hanno viene identificata dall’autrice nella Chiesa e nel puritanesimo ad essa associata.  Perbenismo borghese, codici e ruoli che come cagne ci si pone l’obiettivo di distruggere con irriverenza anarchica. 

La violenza, la reazione e la felicità  

Il discorso verte quindi attorno al secondo libro pubblicato da Itziar Ziga, La felice e violenta vita di Maribel Ziga, storia dei trent’anni di violenze fisiche e psicologiche sopportati dalla madre dell’autrice da parte del marito. Soprusi che in epoca franchista erano anche di carattere economico, in quanto per una donna sola all’epoca il divorzio era inimmaginabile anche da questo punto di vista. 

Si tratta di un’opera sofferta, che ha richiesto un lungo tempo per poter essere completata e che è costata molto all’autrice. Itziar stessa ammette di essersi chiesta spesso per quale motivo le fosse così difficile parlare della propria esperienza, avendo sempre lottato contro il maschilismo, arrivando a rispondersi che fosse a causa della responsabilità di portare questo racconto alle comunità femministe.   

Itziar Ziga vuole però sottolineare di non aver scritto questo libro solo per parlare della violenza subita dalla madre ma per raccontare come nonostante tutto queste non abbiano annullato la persona di sua madre, agli occhi dell’autrice sempre piena di vita, di gioia e di sorriso, perché «trent’anni di violenza non le hanno tolto neanche una goccia di questa allegria». Infatti se l’oppressione ci rendesse solo infelici allora il mondo sarebbe un mare di lacrime, ma così non è.  

Torna ancora il tema della comunità di donne, non più sole, ridotte all’individualità da una società maschile, ma unite in branco: l’individualismo nuoce soprattutto alle donne e l’unico modo di andare avanti per il movimento transfemminista è in modo comunitario.  

Forti come Leonesse 

Nella terza e ultima parte di questa chiacchierata, il discorso si sposta sull’attualità, e sul governo di destra postfascista che si prospetta all’orizzonte in Italia, per ironia della sorte guidato da una donna.  

Itziar non sembra dare particolare peso al genere della persona a capo del più grande partito di estrema destra del Paese, ma invece rivolge un invito a tutt*: siamo forti come leonesse, dice, e ora più che mai, con un governo di destra e fascista dobbiamo farci trovare pronte e unite. 

Un governo che è ben chiaro veda come nemici tutte le persone gay, lesbiche, trans ma anche migranti e così via. E così saranno queste le persone che si troverà davanti in una dura e potente opposizione: un fronte unico e compatto che cercherà di opprimerci perché non sa che siamo un fronte compatto e pronto. 

 
 

Pagina dedicata all'autrice di D EDITORE

 
 

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