<![CDATA[Diserzioni | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/109/diserzioni/articles/1 <![CDATA[Diserzioni: ...e andare lontano]]>

Intro:

il passare del tempo a volte ti insegna
che cosa valga la pena ascoltare
e su cosa invece sorvolare
l'esperienza a volte consente di sapere
cosa serve alla tua immaginazione
per rompere la prigione
ed andare lontano


Playlist:

Lazarus Moment: Far Away

Space Alpe: White Bird

Vexaic: No More

Offthesky: Vox Delicæ

Klimeks: Transcend

Remember:Time To Open Your Eyes

Ecepta: Regret

Black Paper: Why

Black Paper: Far Away

Laurent Colson: Incantations

Loscil: Azimuth

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<![CDATA[The Jeweller (This Mortal Coil)]]>

“Cenere sei e cenere ritornerai” ripeteva il prete nel giorno che seguiva il carnevale. Non ho mai amato particolarmente la festa delle maschere e della goliardia, così nel giorno che seguiva questo periodo tiravo un sospiro di sollievo. Finalmente libero da questa pagliacciata! Ma ogni giorno ha la sua pena, ed essendo cresciuto in una famiglia religiosa e praticante, in quel giorno dovevo recarmi in chiesa, ricevere le ceneri in testa e ricordare che devo morire.
Sembra una banalità ma spesso viviamo dimenticando che la morte è l'unica certezza che abbiamo. Ho sempre visto questo “Cenere sei e cenere ritornerai” come un invito a fare caso a quando siamo felici, a godersi il momento, perché niente è per sempre.
Niente è infinito nemmeno il gioiello della pubblicità, quella che perentoriamente ci dichiara “un diamante è per sempre”. Me lo ha confermato il vecchio gioielliere del paese nel racconto di quando era giovane e lucidava i gioielli che il tempo graffiava e rovinava. Usava la cenere, la stessa che il prete ogni anno andava a prendersi per poi spargerla sulle nostre teste. Ma nonostante l’olio di gomito al massimo poteva coprire quelle piccole ferite, non certo curarle. Comunque si premurava di rassicurare i clienti con una piccola bugia: “eccolo è come nuovo” sapendo benissimo che la vecchiaia non si cancella nemmeno in un gioiello.
La sua saggezza mi ha insegnato che i gioielli nella vita sono preziosi, ma sono diversi da quelli che tratta lui e sono fatti brillare solo dal desiderio.
I miei gioielli erano soprattutto sonori ed erano fatti di un materiale chiamato vinile oppure nascosti dentro il nastro di una cassetta. Mi accompagnavano ovunque anche nei posti più impensabili. Ad esempio quando seguivo gli amici in discoteca portavo con me, nel walkman, le mie canzoni e snobbando felicemente le proposte del dj ascoltavo la mia musica seduto in disparte. Per sembrare ancora più dark e malinconico mi ritrovavo sui divanetti a flirtare con il mio suono e con i libri di qualche poeta maledetto.

“L’adorata era nuda, e, conoscendo il mio cuore,
Non aveva conservato che i suoi gioielli sonori.”

Così leggevo dai “Fiori del male” di Baudelaire quella notte in una discoteca di Jesolo. Un locale di quelli esclusivi, di tendenza, dove non si poteva mancare. Nonostante le grandi attese dei miei amici stavo, al solito, totalmente spaesato in quel luogo da ballo/sballo e di inutili 4/4 sparati da potenti subwoofer. Mentre vagavo cuffie in testa e libro in mano nel buio reso accecante dalle luci stroboscopiche lei si avvicinò e mi baciò. Un lungo bacio sulla bocca, di quelli che lasciano il segno, di quelli che fermano il tempo.
Ricorderò per sempre quel momento, il bacio, la poesia, la canzone che l'hanno accompagnato.
Un gioiello!

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<![CDATA[Canzoni da Parati per Spiriti Arieggiati (Ignazio Lago) ]]>

Procediamo con calma, esiste la possibilità di esser travolti dall’enorme fermento artistico che contraddistingue questo anomico del Brenta, come ama definirsi Ignazio Lago. Un’entità metà uomo metà lepre, capace di muoversi a velocità sostenuta attraverso musica, arti grafiche, scrittura e chissà quant’altro.
Copio incollo dalla sua bio, giusto per esser più precisi e sintentici: Ignazio Lago è un anomico del brenta. Insegnante e sostenitore del pneuma alchemico, elabora installazioni e non-azioni partendo dal "movimento globulare per l'anarchia interinale" da lui fondato nel 1995. Partecipa da oltre venticinque anni a collettivi d'arte d'informazione e pratiche creative indipendenti. È stato uno dei fondatori dello spazio Ottomat e successivamente dell'associazione Vorax che nei primi anni novanta hanno contribuito alla diffusione in Italia del "movimento delle musiche eterodosse". Nei primi anni ottanta ha partecipato alle sessioni di "free noise" dei Circle Angulaire. È stato membro del combo "art rock" Gi-Napajo (1992/1998). È co-fondatore dei gruppi Macario's Stutter, Ancolmit, Peanuts Coconuts & Gina Fazo, Gina Pritti Tutti al Lago. Collabora con diversi musicisti e bande musicali: Ratto Goal, GlÜck Spinnen, (No) Profit, Eaten Generation, Tervisex. Coordina le attività della Muriki Manipolazioni, piccola etichetta di produzioni indipendenti. Conduce una intensa attività audiovisiva per la casa di cine-produzioni epimurfilm. Fa parte del collettivo Menadito e contribuisce alla realizzazione dell'omonima fanzine autoprodotta. Innesca bengala notturni di net-art project coinvolgendo creativi d'ogni risma sparsi nei più remoti angoli del pianeta. Dal 2000 è coordinatore in Italia del progetto "save the star project" di padre Lucio Voratti e della sua associazione umanitaria "freaks for stars" a favore delle stars internazionali in crisi economica e psichica.

Dopo tale lettura si inizia a comporre il quadro della situazione… forse, conoscendo i contenuti delle sue opere e dei suoi interventi, sarebbe più esatto dire che si inizia a comporre un quadro situazionista nel quale si rappresenta con florida e fortunata creatività il mondo sommerso dell’empatia artistica. Uso il termine ‘empatia’ non a caso visto che tale – oramai assai raro – avvenimento accade quando una o più persone iniziano ad interagire tra loro. Nel caso in questione le persone non sono due o tre ma ottantotto e tutti riuniti dal nostro Ignazio all’interno di una notevole release in edizione limitata contenente due cd audio sotto le smentite spoglie di micro vinili e un cd con contenuti multimediali zeppo di informazioni e immagini. Una monumentale e al tempo stesso ristretta – 88 tracce che hanno tutte la durata di 88 secondi - compilation intitolata Wallpaper Song / Canzone da Parati – Murikiman Label (www.ignaziolago.it), un hellzapoppin di creatività scatenata, irriverente, estremamente intelligente che verrà pubblicato dell’etichetta bolognese A Simple Lunch (www.asimplelunch.com).

Personalmente ho assaporato e ascoltato con immenso piacere la musica per aereoporti, mi sono immerso nell’ascolto della musica per piante verdi ma è la prima volta che incontro della musica da tappezzeria contenente canzoni da parati. A suo tempo, e lo ricorda il Lago nelle note di copertina, il buon Satie con la sua Musique d’Ameublement aveva fatto un’operazione simile ed è a lui che rende omaggio questa raccolta. Ottantotto autori non si possono certo elencare uno ad uno in una recensione ma si può cercare di descrivere il contenuto dei loro apporti artistici. Micro composizioni che non seguono un filo costante, sbandando e variando in continuazione. Operazione voluta che rende il lavoro di incollaggio su partete estremamente interessante e, per certi versi, assai affascinante. Improvvisazione, performance, suono elettro-acustico, sperimentazione, canzone d’autore, montaggi su nastro, testi dada, musica jazz, rock e pop, tutto racchiuso in 7.744 secondi di pura e libera espressione artistica. Canzoni da parati che chiedono di essere suonate ma non necessariamente ascoltate, canzoni che arredano le stanze di un ascolto da sempre in continuo trasloco, in un viaggio che difficilmente troverà una casa dove, stanco, fermarsi e riposare.

VA: Canzone da Parati 

MurikimanLabel


ignaziolago.it

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<![CDATA[Diserzioni: Viaggio perpetuo]]>

intro:

Dispersi nell'oceano di suono,
in balia della sua onda infinita,
alla deriva e privi di bussola,
seguiamo improbabili rotte
ma senza spezzare l'incantesimo
del nostro viaggio perpetuo

Playlist:

Strië : Perpetual Journey

Waelder: 381

Dedekind Cut: Tahoe

Circadian Eyes: Light Year

Blut Own: Endless Space In Mirror

Detz: Alone Again

Warias: Now it's never

Gnoomes: B-Day (Ulrich Schnauss Remix)

Blankenberge: Hopeless

Mint Field : Ojos En El Carro

Spc Eco: All The Voice

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<![CDATA[Diserzioni: Il respiro della pioggia]]>

Lascia che cada su di me
con il suo liquido suonare
questa musica umile
che fa vibrare l'anima
cadenzando il mio respiro
col battere della pioggia


Mahlow: Breath Of Rain

ZéM: This Is The Night

1954: Flower Of Dead Man

Jan Blomqvist: Winter Roads

Vaeros: Flight in No Time

Sace X Loneliness: Whisper

Liamere: Manitoba

Faex Optim: Saltire Court Inaccuracy

Swoop And Cross: 10439

Stefano Guzzetti: A New Day (Tokyo)

Phon.o: Leaving Khidi

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<![CDATA[Press The Eject And Give Me The Tape]]>


ATTILIO NOVELLINO / COLLIN MCKELVEY
Hypehunt - Random Numbers Split Series Vol.5
C50 lmt. ed. cassette - Random Numbers 2017

Usiamo il vecchio titolo di un altrettanto anziana release su vinile firmata Bauhaus (Beggars Banquet 1982) non certo per disquisire sulle cassette audio ma sul loro contenuto. Esistono fin troppi personaggi che devono mantenere alto il loro numero di like postando inutili dichiarazioni sulla materia, veri fenomeni forse un tempo penisolamente famosi che ora arrancano cercando una visibilità che va scemando al pari della loro creatività. Asserire che l’uso della cassetta è pura moda, che già al tempo non se ne poteva più del nastro che si accartocciava, inveire contro la sua resa sonora, significa non aver capito una virgola magnetica dell’oggetto in questione. Il suono che fuoriesce dal nastro è pura melodia comunque, è la voce di un nastro dal colore inconfondibile che scorre attraverso due testine, è leggero noise irrinunciabile, morbido carpet sul quale poter dipingere i propri esperimenti sonori. Inoltre, visto che non tutti sono abbienti, il costo di produzione di una cassetta è assai più vantaggioso di quello di un cd e, guarda caso, gran parte delle produzioni in cassetta sono ideate e destinate ad un pubblico che non può permettersi grandi spese. Lasciamo quindi sospesi sopra quel diaframma polemico oramai logoro questi detrattori e passiamo alla cosa più importante, l’ascolto.
Il salto temporale è decisamente notevole, si passa dagli anni ‘80 allo sperimentalismo elettronico di ultima generazione. Un divario sano da affrontare, che aiuta la mente a mantenere elasticità e voglia di conoscenza.
Random Numbers è un collettivo artistico di Bologna che pubblica una serie di produzioni split su cassetta, releases che puntano alla diffusione del suono elettronico più marcatamente sperimentale. In questa quinta release ritroviamo Attilio Novellino, stimato sperimentatore italiano che si confronta con il meno conosciuto Collin McKelvey, un americano titolare di svariate sigle artistiche in campo elettronico. Nelle altre produzioni i sound artists di turno si dividevano le sides, qui ciò non avviene, l’interscambio è totale per tutti i 50 minuti della durata.
Una cassetta contenente materiale che la maggioranza degli ascoltatori definirebbe difficile, troppo complesso, inascoltabile, il classico risultato della paura. Paura che obbliga la propria visuale musicale all’interno di un’area ad alta frequentazione ma a bassissima frequenza di stimoli. Un ascolto abituato ai pic-nic nelle zone adibite a parco pubblico, senza osare oltrepassare la staccionata che le delimita. Novellino/McKelvey, cinquanta minuti di regale viaggio attraverso la contemporaneità del suono, sommo generatore di immagini libere da interpretazione. Un percorso che inizia e procede con circospezione, rallenta e si guarda intorno, raccoglie le informazioni e le analizza in un continuo dialogo uomo macchina. Il linguaggio è criptico ma traducibile: si ricerca una via, una nuova modalità espressiva che man mano prenda forma e si sviluppi, cresca e raggiunga stabilità, espandendosi in una montante e universale danza che usi un linguaggio sonico antico e concreto. HYPE HUNTERS.

Bandcamp

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VVAA
QUADRATURE
cassette Under My Bed Recordings 2017

Premo il tasto play così come apro la pagina di un libro, una di quelle preziose edizioni a tiratura limitata che contengono brevi raccolte di testi poetici. So che gli autori che andrò ad incontrare avranno la forza di suggerirmi nuovi schemi di lettura ispirati dalle diverse scuole di pensiero che li hanno comunque condotti tutti in questo ricovero stretto e lungo, sorvegliato da due cilindrici portali capaci di creare suono, una volta chiusi. Ed ora eccomi qui, immerso nella lettura di queste pagine firmate Attilio Novellino, Drekka, Simon Balestrazzi ed Ennio Mazzon.
Il prologo è a dir poco maestoso, l’Attilio Novellino che più amo, capace di una poetica digitale che sa unire il vecchio verbo elettrico inserito all’interno di un circuito sonico futuribile nel quale il noise va a scontrarsi contro la massa morbida dei droni, creando deflagrazioni un tempo – qualche secolo addietro – definite romantiche. La negazione della melodia che riporta alla melodia, matrice e madre. L’americano Michael Anderson in arte Drekka, sulle scene dalla fine degli anni 80, scioglie ulteriormente il nodo che ci lega alla purezza digitale trasportandoci nell’universo del suono neo-contemporaneo. Dieci intensi minuti nei quali vagabondare lungo le poco frequentate strade del ricordo. Spring rain indian summer è un invito a frenare la corsa, sedersi davanti una birra adagiandosi sul racconto di un pianoforte che dialoga con il respiro costante della metropoli e della pioggia che lenta l’avvolge. Simon Balestrazzi ci risveglia riportando il nostro ascolto lontano mille miglia, ci trascina nel territorio indefinito dell’assenza di peso, lo spazio che non ha riferimenti, un luogo nel quale ci si orienta seguendo il brusio creato dal respiro delle macchine. Un profondo bianco accecante dentro il quale pulsa continuo il battito possente delle sensazioni che prendono vita grazie alla mancanza della vista. Gli occhi non distinguono più i contorni ma l’udito si affina e scorge lontani approdi, silenziose isole di calma luminescente elettricità alla deriva nell’interattiva. E’ virtuale calma apparente. Ad Ennio Mazzon il compito di chiudere questa serie di racconti con l’irruenza del noise che sposa la purezza della ricerca in un continuo rimando che tende al divenire. Innesti ciclici di particelle di antica provenienza iterativa, segnali instabili di sedimentazioni sinfoniche downlodate un secondo esatto prima del crash finale.

S U O N O!

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<![CDATA[Nero Vinile - a cura di Mirco Salvadori]]>

SANDRO MUSSIDA
Ventuno Costellazioni Invisibili
LP Ed. Limitata, vinile trasparente – Metrica 2017

A dire il vero i vinili odierni molte volte sfoggiano colori che si discostano decisamente dal nero, è un sinonimo di preziosità come può esserlo il peso di 180 grammi. Sono trascorsi settant’anni dalla pubblicazione del primo disco in vinile eppure queste presenze circolari ancora girano sui nostri piatti. Il tempo sembra continui a girare a 33giri e pare nulla sia cambiato quando la puntina si appoggia sulla superficie di vinile.
Anche i nomi a volte sembrano gli stessi. Ricordo un concerto negli anni ‘70 a Jesolo, amici, tende, un piccolo campo da calcio con un palco vicino agli spalti. Sopra si esibiva la PFM, band per la quale letteralmente tutti noi impazzivamo. La loro era un’interpretazione del progressive che riusciva ad incatenare l’ascolto, un continuo saliscendi che inebriava, che apriva nuovi orizzonti, che trascendeva il rock senza tradirlo. Il battito poderoso di Franz Di Cioccio e la sublime chitarra di Franco Mussida che ritroverò verso la fine degli anni ‘70 in un assolo indimenticabile assieme a Fabrizio De André, Amico Fragile che troppo presto se n’è andato.
Anche i nomi a volte sembrano gli stessi anzi lo sono ma appartengono ad generazioni diverse che hanno deciso di percorrere la stessa strada. Padri e figli, Franco e Sandro Mussida, due nomi racchiusi in una frase difficile da scordare: ...è bello che lì dove finiscono le mie dita, debba in qualche modo incominciare una chitarra (F. De André).
L’urgenza rock si è sedimentata, il bisogno di cercare altre e più alte forme espressive attraverso il suono è diventata pratica comune a molti compositori tra cui Sandro Mussida, violoncellista e sound artist autore di questo affresco geometrico il cui calcolo risulta a dir poco mirabile.
La danza dei numeri, il fascino delle proporzioni triangolari, tutto sospeso nell’attimo di silenzio che precede il tocco impercettibile dello strumento. Clarinetto e flauto, chitarra elettrica, pianoforte, violino, percussioni e live electronics; stiamo galleggiando lungo le Ventuno Costellazioni Invisibili, una via che non appare del tutto sconosciuta, con assonanze legate al pensiero scolastico contemporaneo dal quale però sa distinguersi per la colta lievità e la freschezza con la quale si dipana.
Penso che ogni tempo porti con sé delle domande e delle risposte diverse. Ho sempre trovato insostenibile le mode vintage degli anni 60, quelli che fingono di essere Luigi Tenco, o Luciano Berio o Bruno Maderna. Penso che ogni artista sia interessato a conoscere quello che gli altri simili hanno fatto. Attraverso l’Accademia ho scoperto cosa è successo prima, la scuola serve proprio a insegnarti cosa ha fatto chi ora non c’è più, ma che con noi non c’entra più nulla. Così Sandro Mussida in riposta alle domande di Alessandra Novaga (ZeroMilano – 29.06.2016) – Alessandra Novaga che, tra l’altro, ritroviamo alla chitarra elettrica in questo lavoro – . Una risposta che soddisfa anche la nostra domanda riguardante la soggettività di un percorso sonoro di improvvisazione minimalista che sa però donare ben altro rispetto alla fredda disciplina dei numeri, permette di immaginare un enorme spazio triangolare nel quale si aggirano e interagiscono tra loro piccole particelle di suono che sfiorando l’ascolto lo ampliano trasformandolo in pura percezione, un dono che permette di vedere ben oltre il confine, lì dove si perdono le Ventuno Costellazioni Invisibili.

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MASSIMO AMATO
In The Mood
2LP Ed. limitata, vinile rosso - Affordable Inner Space 2017

Il termine che mi verrebbe da coniare – probabilmente già esiste – mentre ascolto il secondo doppio album firmato da Massimo Amato é etno-elettronica. Un’accoppiata che non ha mai suonato bene alle mie orecchie, la prefazione ad un racconto sonoro quasi sempre mal costruito e dalle connotazioni troppo leggere per poterlo definire letteratura. Mi sono quindi accostato al disco del sound artist romano con una sorta di timore, alleggerito dalla presenza di un nome che considero tra i migliori in area vocale femminile italiana, quell’Anna Caragnano che tanto mi aveva affascinato nel lavoro assieme a Donato Dozzi. Iniziato  l’ascolto riesco a distinguere due sezioni ben distinte: la classica esposizione etnica con retrogusto jazz, dagli intrecci di basso e chitarra che rimangono immobili ad attendere la voce del solito oboe sul limitare della new-age. Una volta appurato quanto già immaginavi volgi lo sguardo altrove, cerchi altri schemi, meno compromessi dall’uso e dal tempo, tendi l’orecchio cercando un respiro diverso, un sussurro che indichi la presenza di innovazione, un soffio che inizia a formarsi nella seconda parte del lavoro, all’interno di tracce che lasciano cadere i vestiti dalle strane fogge esotico-etniche per inoltrarsi a fondo nel labirinto della percezione, finalmente libere di esprimere tutta la loro forza psichedelica e il loro vigore elettronico, Anime in Affitto pronte ad accogliere l’ascoltatore esigente. In The Mood è disco che può accontentare sia l’ascoltatore abituato al suono catalogato, sia quello che usa il suono come viatico per esplorare mondi che rispecchino il suo più intimo sentire.


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STEFANO GUZZETTI
(encore) Ensemble
Vinile 10” Ed. limitata con download mp3 code – Stella Recordings 2017

La musica di Stefano Guzzetti è paragonabile ad una passeggiata, quelle solitarie fughe che si fanno in compagnia dei propri pensieri, lungo sentieri nascosti al calore intenso del sole estivo. La sua musica possiede quel tocco particolare che la rende da subito riconoscibile, un suono che sa distinguersi nel mare magnum del classicismo ritrovato. Non è semplice proporre lavori rappresentativi lo stile modern-classic quando quest’ultimo è oramai preda degli spot pubblicitari o viene sfornato senza soluzione di continuità da decine di artisti assolutamente uguali uno all’altro. C’è bisogno di quel particolare spunto che aiuta a creare melodie non scontate, che sappia far colloquiare gli archi con il pianoforte, creando un intreccio dal sapore avvolgente, scevro da quelle mielosità che abbondano, per l’appunto, negli spot televisivi. Guzzetti ha saputo ritagliarsi un proprio spazio nel corso degli anni trascorsi studiando e componendo, ha saputo dare la giusta impronta ad un suono accolto favorevolmente anche fuori Italia, tanto che la Mute Song Ltd. ora pubblica i suoi lavori. Note intense le sue, musica che riesce ad espandere attorno a sé tutta la magia di un’isola, la Sardegna, nella quale Guzzetti è nato e vive, nella quale compone assorbendo quanto di più delicato e intenso la sua terra gli sa donare.

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WARIAS
Now it’s never
5 tracks EP Coypu records 2017

La prima cosa che ho pensato dopo pochi minuti d’ascolto è stata: caspita, sono tornati i Primal Scream in modalità 4.0, questi spaccheranno. Futuribilmente psichedelici, immersi nell’onda elettronica che incanta, sorretti da un intenso e costante drumming, capaci di racconti fantastici, cantati con quella modalità cara a chi ancora ricorda i vecchi corsi di Nuova Psichedelia; questi sono i Warias, un duo veneziano formato da Matteo Salviato e Giulio Marzario, autori di un Ep uscito a fine 2017 per la piccola label italiana Coypu nella versione vinile e per la Bad Panda Records in versione digitale. Cinque tracce che non mollano un istante, praticamente un miracolo di questi tempi. Sorprendersi per un disco nel 2018 è una vera goduria, un lusso che ben pochi posso permettersi. Se volete sentirvi ricchi, immersi nel lusso del suono che ancora sa stupire, indossate le cuffie e unitevi a noi in questo intenso viaggio: now or never.

link alla label: coypu records

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<![CDATA[Diserzioni: Una scintilla dentro]]>

intro:

La mente non ha bisogno
d’essere riempita
ma piuttosto
di una scintilla dentro
che l’accenda

Playlist:

Azaleh x SmokeFishe: A Spark Inside

SmokeFishe: Children (Robert Miles Rework)

Rameses B: celestial

Culprate & Aether: Flora

Speh: Diamonds

Sloati: Late Train (Shanti Re:Birth)

Vacant: Greyheart

Antigravity: Elohim

Gostes: Burial

Quent: Feel It

Dead Yucca: Broken

COMAA: Whatever

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<![CDATA[Micromega - Ottodix Ensemble live]]>

Capita di rado.

Succede raramente di andare ad un concerto con tutta la famiglia, devono coincidere troppi fattori: luogo non troppo lontano da casa e adatto ai minori, orario non troppo tardo, musica non troppo “difficile” e soprattutto la non coincidenza con altri Impegni con la I maiuscola.

Ottodix suona nel teatro della nostra città (San Donà di Piave), lo spettacolo è previsto puntuale alle 21 e la sua musica piace a tutti noi, quindi questa volta tutto ok? Invece no! Siamo a fine quadrimestre e l'indomani mio figlio ha verifica di epica e di scienze. Caspita, possibile che non ci possa permettere due ore di svago?

Questi ragazzini sono bombardati da uno stress di attenzione senza precedenti e non solo dai social network e altre protesi elettroniche ma molto spesso anche da una scuola che li riempie di nozionismo e valutazioni e che è organica e funzionale al grande processo di formattazione della mente umana. Dov’è finito lo spazio per la sensibilità, che poi è la facoltà di comprendere quel che non può essere detto in parole, ed è una facoltà cruciale perché l’esistenza umana sia umana. Che sia l’ora di trovare una terapia che riattivi sensibilità e passione per l’apprendimento? Che sia ora di ritrovare il senso della misura?

Così per esorcizzare i nostri sensi di colpa di "genitori irresponsabili" ci diciamo: “stasera andiamo tutti a studiare epica, letteratura, matematica, scienze e naturalmente musica a teatro".

“Micromega”, titolo dello spettacolo di Ottodix, infatti è un concept album che , traendo spunto dalla novella di Voltaire, ricrea un universo di suggestioni mettendo in connessione scienza, fantascienza, arte visiva e digital art, letteratura, filosofia e musica. Nove pezzi (il rimando ai nove cerchi dell'inferno dantesco non è così casuale), ispirati alla materia dell'universo, dalle micro particelle ai sistemi di galassie. In mezzo l'uomo contemporaneo e la ricerca da parte dell'artista di quella giusta prospettiva per ricollocare la dimensione umana. Insomma ritrovare la giusta misura in un mondo che sembra averla persa.

La performance mette sul palco l'Ottodix Ensemble: Alessandro Zannier (Ottodix) – voce, Loris Sovernigo – piano/synths, Antonio Massari – chitarra, Stefano Petterson – batteria, Mauro Bonicelli e Nicola Casellato – violino, Isabella Bortoluzzi – viola , Stefano Soncini. – cello e special guest il chitarrista sandonatese Giovanni Landolina (membro degli Ottodix più elettrici). I brani sono introdotti dal recitato di Fabrizio Paladin che rende l'ascolto dei pezzi ancora più stimolante. Si percorre quindi tutto l'album con l'aggiunta di un pezzo dal precedente “Chimera” ed un tributo finale alla “stella nera” David Bowie.

Micromega, il live di Ottodix, è stato uno spettacolo al di là di ogni aspettativa e Alessandro Zannier, anche grazie alle illustrazioni digitali proiettate su una grande sfera dietro i musicisti, si riconferma essere un'artista totale ed eccezionale.

Gran bella serata, veramente!

A proposito: le verifiche del giorno dopo sono andate bene e concerti come questo dovrebbero avere il valore di crediti formativi e scolastici.

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<![CDATA[Diserzioni: La lunga via del ritorno]]>

Nell'oscuro segreto
conservato in fondo all'anima
ci sono tutte le impronte del passato
che ci permettono di andare avanti
senza voltarci e senza dimenticare
la lunga via del ritorno

Mèsico: Long Way Back

Piano Magic: Life Has Not Finished with Me Yet

Cigarettes After Sex: Apocalypse

The Gentleman Losers: There Will Come Soft Rains

Lionhearts: To What I Don't Know (Hecq Remix)

Chelsea Wolfe: The Culling

Myrkur: Funeral

Ikotu: Out To Sea (Jenny Mayhem remix)

Feverkin: Sinking  (ft Nori)

Animal Party: Night Walker

Isorinne: 4

Pinkcourtesyphone: Lure Beyond Exactly

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<![CDATA[Diserzioni: Dark city]]>

Occorre sopravvivere
alla sua disperata velocità,
alla sua mostruosa violenza,
alla sua soffocante aria,
occorre sottrarsi e nascondersi
scovando gli angoli bui,
cercando nelle strade notturne,
trovando la poesia della città oscura

Alivvve: Dark City

Cultrow: Faded Echos

Brimstone: I'm Haze

Mcalvis: Low Spirit

Kosikk: All I Want

aLone: Late Night

my.head: Dissolve

Amphior: Before Rebirth

Limitless Wave: Resistence

Faint Silence: First Words

Blackbird: Foggy Night

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<![CDATA[Diserzioni: Canzoni per solitudini insonni]]>

intro:

non sono un dj e nemmeno uno speaker o uno scrittore
ma solamente un ascoltatore ed un lettore
che nel flusso continuo d'informazione
sceglie a cosa fare attenzione,
ovvero faccio una selezione
e non lo faccio per professione ma solo per passione,
quel discernere suoni e parole come diserzione
da un mondo che mi sta stretto come una prigione

Playlist:

Tuxedomoon: In The Manner Of Speaking

Japan: Ghosts

Mc 900 ft Jesus : The City Sleeps

Anne Clark: Sleeper In Metropolis

Burial: Etched Headplate

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<![CDATA[Diserzioni: Evanescenti sirene]]>

Intro:

Calate nelle ombre
di chiaroscuri sonori
e dissolte sullo sfondo.
Sono melodie vocali
evanescenti e ondeggianti
come il sospiro delle sirene

Playlist:

Fume: The Fall Of Siren

Lazarus Moment: Yours Truly

CMA: Broken Thoughts

Blanc:11

Aether & Vacant: As She Wakes

Riversilver: Nevermind

Bearcubs: Elegy

East of Oceans: Broken Seas

NBSPLV: Mirrors

Airthrive: Unravels

AL-90: АРХВ 9

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<![CDATA[Meet The Residents]]>


Una conversazione con Matteo Torcinovich

Mirco Salvadori intervista l'autore di "Pics Off – l’estetica della nuova onda punk Fotografie e dischi 1976 – 1982"
e "Buy or Die! The Residents - Ralph Records Artworks 1972/2015"

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Tu sei una di quelle figure da sempre presenti nei ricordi di una Venezia che di notte si accendeva di furore post-punk, lontano dall’imperante moto ondulatorio reggae di quei tempi e ancor di più dall’ascolto rock tout-court. Partiamo quindi dall’inizio e citiamo due nomi ai quali sei legato: Plastic Flowers e Death Tricheco, usiamo i link necessari e partiamo da queste due realtà per conoscere il tuo percorso lungo la storia del suono indipendente anni ‘80/90 in una città che di quel suono serba ancora vivo il ricordo.

Negli anni ottanta suonare era una cosa “normale”... suonavamo tutti ... ho questo ricordo, io e tutte le persone che frequentavo avevano a che fare con la musica, è stato un periodo ricco di spunti musicali e novità che arrivavano soprattutto dall’Inghilterra, tutti i dischi della new wave passavano per casa mia e dei miei amici. Ci divertivamo ad inventare gruppi, io ero uno specialista inventore di bands, mi inventavo nomi di formazioni, facevo manifestini fotocopiati, li appendevo in giro per la città e qualche volta riuscivamo a fare una prova o ancor più raramente suonavamo in concerto davanti ad un pubblico. Assieme a Karletto (aka Karl Diane) avevamo messo insieme un po’ di musicisti,ci chiamavamo Vixinex...; poi ci son stati Orso and the Dements, il Miserable Contingents, i Punkreas (non quelli di San Lorenzo di Parabiago), sto parlando del 1980/81. Essere membro, leader di una bands era un atteggiamento giovanile, era il gioco di tutti i giorni, suonare con uno strumento vero in mano era una cosa secondaria, del resto avevamo solo 15, 16, 17 anni... Con i Plastic Flowers, è stato un po’ diverso, per tutto il 1982 abbiamo suonato e registrato in un vero studio e nell’arco di un anno abbiamo prodotto due demo tape. Poi non ricordo come è andata a finire, so solo che abbiamo smesso di incontrarci.

 Non ho mai abbandonato la musica, colleziono e ascolto dischi, continuo ad inventarmi gruppi musicali e continuo a produrre “cose” legate alla musica. In questo periodo ho rispolverato i nastri del 1989 dei Death Tricheco e grazie ad un paio di etichette discografiche stiamo ristampando un bel po’ di rumori e fruscii dell’epoca. Con i DT dal 1988 al 1990 abbiamo inciso una quantità enorme di nastri, all’epoca avevamo fatto uscire solo 4 Cassette C-46, non erano dei Demo, erano piccole creazioni di Industrial Music in tiratura limitata.

 Cosa ti lega al punk, è una vecchia passione indissolubilmente legata ad un glorioso passato o il termine in questione mantiene tutt’ora un senso.

Come ho già detto altre volte, avevo dodici anni quando rimasi folgorato dal suono di Pretty Vacant, ero uno bambino. La mia giovinezza sbocciò in quell’umus musicale degli anni ottanta... ero un fiore di plastica. Oggi sono un signore maturo di 52 anni e il termine in questione, come allora, rimane un gioco e continua a mantenere un senso.

Stesso discorso per un altro termine che tornerà utile nel prosieguo della nostra chiaccherata: il temine, underground. Ritieni esistano ancora i presupposti per un uso ‘moderno’ di questa parola o possiamo archiviarla come definizione usata un tempo e oramai svuotata della sua velocità e purezza iniziali.

L’underground è di ieri, di oggi e di domani. Si ci sono i presupposti per un uso “moderno”, ma ho come l’impressione che il termine underground sia come il formaggio: è apprezzato sempre di più quello stagionato…

Torniamo ai giorni nostri passando per i locali di una fornita libreria virtuale dove troviamo due pubblicazioni che portano il tuo nome come autore. Non sono libri che parlano in modo classico di musica, lo fanno anche e soprattutto per immagini sottraendo ad un passato, oramai per molti remoto, volti e nomi e copertine che appartengono alla storia della new-wave e del punk, appartengono ad un epoca lontana nella quale il termine underground su citato riusciva ancora a suscitare attenzione. Andiamo con ordine e iniziamo a parlare del primo volume, Pics Off – l’estetica della nuova onda punk. Fotografie e dischi 1976 – 1982 Nomos Edizioni 2016, scritto con la collaborazione del grafico Sebastiano Girardi. Il periodo della nuova onda e del punk, i suoi primi sussulti, visti attravero l’occhio dei fotografi che per primi hanno iniziato a fermare su pellicola le immagini di un mondo in pieno sommovimento. Parlacene.

 E’ una raccolta di immagini fotografiche, alcune mai viste prima dell’uscita del libro, alcune quasi sconosciute e poche altre già viste ma particolarmente belle e impossibili da non inserire in questo contesto. Ho messo assieme una settantina di dischi tra 1979 e 1982. Sono tutti dischi con un immagine fotografica in copertina, sono riuscito a trovare gli scarti di questi sets fografici, mai più utilizzati dai fotografi o dalle case discografiche che ne avevano comperato i diritti di riproduzione. Ogni disco è accompagnato da un piccolo testo che racconta curiosi aneddoti raccontati dai fotografi, storie di incontri e amicizie appuntamenti con i vari musicisti. E’ un tuffo in un passato inedito, paradossalmente ci sono dischi molto conosciuti alcuni addirittura scontati, dischi che ci son capitati mille volte tra le mani, con musiche che conosciamo alla nausea ma grazie ai quali son state ritrovate immagini di eccezionale bellezza e unicità.

Sfogliando le pagine del libro si capisce che il lavoro di ricerca deve esser stato decisamente lungo, come sei riuscito a raccogliere così tanto e prezioso materiale fotografico e come lo hai suddiviso?

Ci sono voluti tre anni circa, tutte le immagini che vedi mi sono state date personalmente dai fotografi. Ho passato mesi e mesi per trovare i contatti dei fotografi inglesi, americani, francesi, giapponesi, tedeschi... ho scritto centinaia di mails, a dire il vero il materiale che ho raccolto è molto di più di quello del libro, ma per esigenze editoriali abbiamo deciso di ridurre il tutto. Per questo volume, è stata fondamentale l’impostazione grafica. Se “Pics Off!” ha il giusto look lo deve a Seba Girardi. E poi, per finire, ci sono un paio di miei scritti, fantasticherie sull’arte punk, uno strepitoso scritto di Glenn O’brien, speditomi poco prima della sua scomparsa, un puntualissimo testo dell’amico Alberto Lot e poi, ancora uno del fotografo dei Ramones George Dubose.

La cosa che più ti ha colpito o impressionato durante la costruzione di queste pagine?

Durante la ricerca ho avuto a che fare con moltissime persone un centinaio di fotografi, produttori musicali, musicisti e scrittori di quell’epoca. Sono rimasto impressionato soprattutto dalla grande disponibilità di queste persone... un grande scambio intellettuale.

Dal movimento new-wave punk e quello ancor più agguerrito e politicizzato dell’underground americano il passo è stato breve. Ecco quindi comparire il tuo nuovo lavoro editoriale: Buy or Die! The Residents - Ralph Records Artworks 1972/2015 Goodfellas 2017. Stesso ‘format’ del primo libro ma qui si parla esclusivamente di una storica formazione e di una altrettanto storica etichetta discografica. A te la parola.

Mi interessa Ralph records e i suoi prodotti, ammiro la qualità inalterata della loro arte, sono riusciti a mantenersi interessanti dagli inizi degli anni settanta fino ad oggi. Mi interessa la loro musica imprescindibile dalla loro immagine, dai misteriosi costumi dei Residents, dalle raffinate grafiche delle copertine, dalle scenografie e da tutto il visivo prodotto sotto ogni forma e tecnica. Mi sembrava strano che non fosse ancora stato fatto un libro “da guardare” su queste incredibili produzioni. Buy or die! nasce da una mia esigenza personale volevo vedere raggruppato tutto quello che non era mai stato raggruppato, senza compromessi. Non è facile oggi giorno trovare un editore disponibile a stampare un libro di 400 pagine a colori sulla storia della Ralph. I The Residents non sono i Beatles, e un libro così costoso da produrre è stato una grande scommessa. Ho avuto la fortuna di incontrare Goodfellas edizioni, che non mi ha tolto neanche una pagina!

Segui ancora le vicissitudini dei bulbi oculari? La loro ironica aggressività trova ancora dei momenti di confronto degno di nota?

I The Residents continuo a seguirli, anche se ascolto meno musica di un tempo. Non mi annoiano come altri vecchi gruppi, non sono ancora arrivati alla fase di “gruppo Revival” di loro stessi, per fortuna sono ancora un valido e genuino prodotto artistico. Riescono ad essere interessanti anche nelle ristampe! Lo vedo in queste ultime cose che sta facendo uscire la Cherry Red. Dopo l’uscita del libro, per forza di cose, mi son trovato coinvolto in varie cose riguardanti i bulbi...Continuo a sentire Homer Flynn che è stato un simpatico disponibilissimo collaboratore e per questo ho avuto modo di conoscere i movimenti del gruppo in anteprima. Qualche mese fa ho cercato di dirottare la tournée europea qui in Veneto, ma ahimè non ci sono riuscito malgrado la grande disponibilità dei residenti e dell’agenzia che organizza i concerti in Europa.

Torniamo al termine ‘underground’, definizione che calza perfettamente nel caso del combo californiano. Quanto, secondo te, riusciamo ancora a percepire di ‘underground’, nell’ascolto della loro musica e nella visione delle loro copertine. Esiste un’attualità del messaggio, lo sguardo di quell’unico bulbo oculare riesce ancora a creare disagio o il tutto fa parte oramai di un passato sconvolgente che ha lasciato notevoli segni del suo passaggio ma appartiene oramai alla storia raccontata.

E’ difficile pensare che venga colta l’attualità nel messaggio dei The Residents, credo che oggi interessano di più per quello che son stati più che per quello che dicono ora (la teoria del formaggio stagionato). Come ho detto sopra i bulbi riescono ancora a sconvolgermi e ad affascinarmi ma è qualcosa di molto personale, qualcosa che fa parte della mia generazione. Poi la sensibilità dei più giovani per fortuna si sposta verso altre attualità... per fortuna.

La copertina del disco come introduzione ad un viaggio, con tanto di mappa da seguire per un ascolto migliore. Cosa secondo te è rimasto di questo mondo nell’era della musica definitivamente liquida.

Mi piace la musica liquida, ascolto spotify tutti i giorni e in un hard disc ho tutte le discografie complete della storia del rock, jazz, musica etnica classica. Ma il piacere di “leggere” un disco durante l’ascolto è unico... il formato LP è impareggiabile.

Stai girando per la presentazione di questo volume, hai qualche data da fornirci e, al contempo, hai nuovi progetti editoriali in cantiere?

No faccio molta fatica a fare presentazioni in pubblico, lo faccio solo quando trovo un posto che mi mette estremamente a mio agio. I nuovi progetti, si, ci sono varie cose in cassetto. Per il prossimo marzo mi piacerebbe chiudere un nuovo libro... in copertina ci sarà ancora la parola Punk... ma non voglio dire di più.

Chiuderei con una richiesta, quella che ritieni sia una delle frasi più incisive contenuta nelle liriche firmate Residents.

Bach is dead.

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<![CDATA[Canzoni per solitudini insonni]]>

25 canzoni che danno vita a 25 brevi ed introspettivi racconti, 25 micro storie intime e minimali.

"Qualche tempo fa ho sentito il bisogno di riascoltare alcuni dischi della mia formazione musicale. E da questo riascolto alcune storie sono uscite spontanee come fossero restate lì in attesa che qualcuno decidesse di disseppellirle. Sono emerse dagli anfratti nascosti della mia memoria e così senza farmi tante domande le ho fissate su carta ed ora le ho raccolte in un piccolo volume...

… sono cresciuto negli anni 80 e il punk aveva già imboccato la via della new wave e del dark, gruppi come Joy Division, Bauhaus, The Cure, Sisters of Mercy, Danse Society salivano alla ribalta ed io non potevo che seguire l’onda. E da quel momento c’ è sempre stato un elemento, una sorta di entità spirituale assieme alla quale le note diventano magiche e le parole poesia. Quando non c’è mi manca in modo crudele e lo cerco: è il feeling con la notte, sono le canzoni per la mia solitudine insonne. Canzoni che ti fanno entrare in mondi paralleli popolati di strani personaggi con strane storie. Storie che ti fanno sentire meno solo, almeno per la durata di una canzone. In questo libro cerco di raccontarne alcune."

Titolo: Canzoni per solitudini insonni
Autore: Andrea De Rocco
Pagine: 92
Collana: EDI(ser)ZIONI
Editore: Youcanprint
ISBN: 9788892641549

Il libro si può acquistare in rete – su IBS, Feltrinelli, Amazon e su altri siti di vendita al dettaglio online. Inoltre, il lavoro è inserito tra i titoli di Fastbook e può essere ordinato, quindi, nelle librerie tradizionali.

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Questa è la trasmissione dedicata a: "Canzoni per solitudini insonni":

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Andrea De Rocco (San Donà di Piave) fuori orario “lavorativo” è conduttore radiofonico (Radio Sherwood), redattore del sito multimediale sherwood.it e attivo nei comitati ambientali del basso Piave. Ha collaborato con Radio San Donà, dove ha trasmesso dal 1989 fino alla chiusura dell’emittente nel 2016 e con Radio Popolare Verona.
"Diserzioni", la sua trasmissione radiofonica, nel tempo è diventata una vera e propria rivista online dove approfondire le tante facce del nuovo suono elettronico (e non solo).
Ha inoltre pubblicato “Diserzioni – naufragi nell'oceano di suono”: una raccolta di riflessioni sul mondo musicale che indaga attraverso le sue emissioni nell'etere e nella rete.

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<![CDATA[Il disincanto dell’impossibile paninaro nell’assetata Milano da bere ]]>

Solitamente il lettore si ritrova testimone di racconti ambientati in epoche di grandi cambiamenti, si identifica nel protagonista, rivede sé stesso in stagioni lontane, riesce a vivere in prima persona il percorso di formazione descritto tra le righe di una storia che ha un inizio e probabilmente una fine. Ma se vorrete provare altre esperienze di lettura, cedete la vostra curiosità affidandola alle frasi che compongono il romanzo scritto da Roberto Franco. Vi porteranno a condividere il quotidiano di un adolescente nella Milano degli anni ottanta e tutto il fervore e l’impegno, la condivisione e la passione che sgorgava a fiumi dalle pagine fino ad ora lette all’improvviso svaniranno, trasformandovi in testimoni atterriti di una stagione capace di annientare e distruggere quanto fino ad ora costruito. Il Segreto degli Anni Ottanta è anche questo, la notevole forza disgregante del suo contenuto e il modo con la quale viene distribuita.


Osservatore dei movimenti politici e delle culture marginali, narratore e critico musicale. Questo si legge di te nella retrocopertina del tuo ultimo libro. Cerchiamo di fare un riepilogo meno riassuntivo e scopriamo chi è e di cosa si occupa Roberto Franco.

Sono sempre stato morbosamente interessatoalle correnti sotterraneeche si intrecciano al succedersi degli eventi che ai miei occhi, fin da bambino, è sempre stato qualcosa di paradossale, apparentemente inspiegabile. A come gli eventi si legano alla memoria collettiva, al mito quanto alla vicenda storica vera e propria. Da qui le mie passioni: la storiografia, la mitologia, la filosofia politica, la musica anche come fenomeno sociale - passioni che hanno determinato in seguito i campi della mia attività pubblicistica.

La musica riveste una rilevanza importante, oserei dire vitale, nel tuo percorso. Quali sono i suoni che ti appartengono, da dove giungi e quale musica oggi, ritieni sia interessante ascoltare e perché.

Ho vissuto come uno Zelig svariati trend degli anni Ottanta, dal Metal all'Hardcore all'Indie – dal Dark alla Neopsichedelia. Con l'avvento del Grunge, nei primi anni Novanta, persi un po' di interesse verso il rock coevo e mi spostai decisamente verso la Grey Area, recuperando Dark, Post-Industrial ecc. ed esplorando l'ambito in maniera più approfondita. Per quanto riguarda la tua seconda domanda, la musica che oggi mi attrae si trova nell'ambito dell'Avant-Jazz o dell'avanguardia in generale, soprattutto elettronica, poiché ritengo che ormai le pur immense possibilità della forma-canzone pop-rock si siano esaurite. Ma è un'opinione assolutamente personale, non una tesi. E poi alcune produzioni melodiche mi piacciono ancora.

Roberto Franco è anche un critico musicale – orribile definizione, lo so – una cosa che si percepisce anche dalla lettura del tuo ultimo libro. Come la vedi e la vivi l’attuale situazione musicale italiana.

 Mi sorprende come, dopo decenni di mutamenti epocali, permanga in Italia la suddivisione le cui radici risalgono più o meno agli anni Sessanta del secolo scorso, tra l'artista canta in italiano – e può quindi avere l'attenzione dei media nazionali con tutto ciò che ne consegue, e quello che canta in inglese e deve per forza andare a cercare il successo all'estero. Ciò escludendo realtà di nicchia, per esempio la scena sperimentale dove noi italiani abbiamo oltretutto una forte tradizione. In questo modo anche la nostra musica cosiddetta “alternativa” ha raramente un riscontro (e un confronto) a livello globale, e per sopravvivere deve inevitabilmente virare verso il solito cantautorato, di cui francamente, salvo qualche eccezione, non se ne può più.

Un tuo parere sulla nostra stampa specializzata, cartacea e digitale.

Trovo un' eccessiva indulgenza verso formazioni o singoli artisti “alternativi” italiani che se fossero, toh, scozzesi o olandesi sarebbero probabilmente rasi al suolo senza pietà da alcuni tra coloro che li incensano – naturalmente è una mia personale impressione. A parte questo, nonostante l'impoverimento progressivo del settore dovuto all'avvento di Internet e della musica liquida, fruibile senza mediazioni, mi meraviglio spesso del numero di bravi critici e giornalisti musicali specializzati che in Italia sacrificano tempo e ingegno per un lavoro che rende ormai poco o nulla – quindi il parere se devo essere onesto è in generale positivo.

Torniamo alla scrittura intesa come narrazione e recensione. Tre volumi pubblicati e una serie di collaborazioni con vari blog letterari. Parlacene.

Il mio libro libro, “Urbane morti”, uscito nel 2001, era una sorta di incubo metropolitano in cui brandelli della Memoria storica di Milano, dal terrorismo alla “mala” degli anni Settanta, ricomparivano e si diffondevano intersecandosi a vicende coeve in una narrazione che voleva assomigliare a un romanzo ma aveva una struttura surreale-paradossale Hoffmanniana. Ancor oggi non saprei ben definire cosa mi è realmente venuto fuori alla fine, ma il testo scorreva e il libro ha avuto i suoi estimatori. Una decina di anni più tardi, in occasione di una malattia che mi costrinse a una temporanea infermità, scrissi “All'alba dei nidi infranti”, un romanzo su un neonazista omosessuale che avevo in mente da decenni. Più psicologico che politico, anche se la psicologia esplorata, come in tutti i miei lavori, era anche quella di un “corpo collettivo”, cioè di un certo tipo di estrema destra “nordista”, filotedesca e in qualche modo “separatista” e cui origini risalgono perlomeno al tempo della Repubblica Sociale, se non prima. L'unico blog letterario su cui orgogliosamente ancora scrivo è “Critica Impura”. Per il resto, che si parli di blog o riviste ho scritto perlopiù di musica, storiografia, filosofia politica.

Il segreto degli anni ottanta è il tuo ultimo lavoro uscito per Algra Editore, un volume che decisamente spiazza. Abituati come siamo alle enciclopedie musicali, alle varie monografie dedicate a qualche formazione o movimento musicale del passato, rimaniamo decisamente sorpresi scoprendo che in realtà questo è un libro di formazione, anche e soprattutto musicale. Nelle pagine che via via scorrono, si incontra un universo abitato dai ragazzini bene della “Milano che si sta arricchendo, che sta diventando la capitale di qualcosa di unico al mondo” (pag. 50), dai loro coetanei meno fortunati, dalla realtà scolastica di quel periodo e soprattutto si impatta contro l’ingrombrante volume di ricordi musicali appartenenti proprio a chi, negli ‘80, era un adolescente. Spiegami questa scelta.

Volevo scrivere un'opera quasi “monumentale” sull'epoca che al tempo stesso possedesse una trama forte, sorprendente, e protagonisti ben costruiti le cui vicende potessero avere anche una valenza universale. Oltre a questo ho cercato di rendere quegli anni rinunciando a facili schematismi andati poi in voga (la “Milano da bere”, il Riflusso “ecc. come si fosse trattato di situazioni occorse automaticamente), poiché i fatti sono stati molto più complessi. Ho così intrapreso un colossale lavoro di ricerca, servendomi di innumerevoli fonti scritte e orali. La musica all'epoca era al centro dell'attenzione dei giovani. Per molti adolescenti conteneva quasi il senso di un' esistenza priva delle radici culturale di quella dei fratelli maggiori. Era come vivere senza passato e trovare approdi musicali in modo di dare direzione, o semplicemente colmare un vissuto in fieri.

Seguendo le avventure di Dani, il protagonista, si ascolta quanto lui ascolta, si acquista compulsivamente quanto lui acquista, per certi versi si rivive la propria adolescenza (assolutamente meno agiata e personalmente assai più lontana nel tempo). Il suo malessere diviene anche quello del lettore quando realizza la vacuità di questo immenso vagare in un mare magnum musicale che non ha né capo né coda, non ha una direzione, si sfilaccia in mille ascolti, i più disparati ed improbabili. Cosa hai voluto esprimere con la figura del protagonista.

Non la vedrei esattamente in questo modo. La ricerca musicale del protagonista è tutt'altro che vaga in senso stretto sotto la patina folle e semi-casuale di cui si ammanta. Segue una pulsione di spreco che in qualche maniera continua a meravigliarlo e a ossessionarlo nel piccolo rifugio segreto del comprare un disco dopo l'altro potenzialmente senza alcun limite. In tal modo egli riesce ad essere in qualche maniera parallelo al mondo iper-consumistico di tipo orgogliosamente parassitario che lo circonda e da cui è fatalmente escluso (molti dei primi capi paninari erano esibiti non per via della bellezza o qualità, davvero molto povere, ma per dar da vedere che li si era potuti pagare con i soldi dei genitori, anche se poi la tendenza si complicherà).

Le discussioni politiche e culturali che si facevano a casa le trovava irreali, fuori dal mondo, fonte di vergogna” (pag. 9). I segreti degli anni ottanta si occupa anche di politica ma in modo assolutamente trasversale e con una visuale da adolescente. E’ come se avessi voluto applicare alla formula politica, la stessa modalità di quella musicale. Capirai che per un ex adolescente cresciuto a Porci con le ali, questo eterno vagare nell’immobilismo crea alcuni problemi. Forse è proprio questo il tuo intento, descrivere l’assoluta immobilità di una generazione che aveva deciso di non scegliere, di divorare e farsi divorare dall’esplosione consumistica che tutti aveva ipnotizzato, con i sgargianti colori dei Monclair, le Timberland, le felpe Best Company infilate nei pantaloni, le fibbie del Charro e i calzini a scacchi di Burlington.

Io credo che gli adolescenti all'epoca avessero fame proprio di quello, di un immobilismo che era poi una fuga dalla storia. Perché quel che oggi appare assolutamente normale e consolidato, lo spendere vagonate di soldi per un capo di vestiario per via del brand, allora era inaudito, sovvertiva completamente la narrazione storico-politica fino a poco prima imperante e in qualche modo se ne estraniava per trovare rifugio in un'anti-narrazione. Intendiamoci: i fighetti esistevano anche prima dei paninari così come i figli di papà con i vestiti costosi. Ma quell'esibizione collettiva, pubblica, generazionale di parassitismo era qualcosa d'altro, una forma di atemporalità Peterpanesca che dava senso a una nuova surreale cronologia, al sorgere nudo di una nuova epoca, vaga e statica perché scandita da novità mediatiche più che reali .

Torniamo alla musica e alle continue accurate descrizioni, mi verrebbe da dire recensioni, di quanto acquistato e ascoltato. Si va da Patrick Hernandez agli Human League passando per i Novecento e i Psychic tv. Come mai la scelta di una scrittura così altamente descrittiva, forse un po’ troppo accurata se pensata per un ragazzino di tredici anni.

In realtà io volevo descrivere il passaggio dalla musica New Romantic ed “edonista” alla musica più“consapevole”, “impegnata”, attenta alle radici del rock e della musica popolare del passato (e quindi, va da sé, “autentica”) che già nell'83 stava prendendosi la ribalta nel Regno Unito, dove soggiornava annualmente il Caposcout, intelligente e furbo propagandista-manipolatore della “Nuova era della consapevolezza”.Ma il passaggio da un tipo di musica a un'altra (e da un paradigma socio-psicologico all'altro) soprattutto in Italia, è avvenuto in maniera lunga, complessa e contraddittoria, fermo restando che gruppi New Romantic ormai fuori moda a livello globale come Duran e Spandau trovavano proprio in Italia il loro ultimo grande mercato. La mia è una descrizione corale di questo passaggio nelle sue infinite contraddittorietà. Se sommi le variazioni di approccio alla musica del protagonista (che sono intelligenti ma ingenue, talora fino alla comicità involontaria) del Capo scout, dei suoi accoliti e di qualche altro personaggio, hai una visione complessa e paradossale ma non imprecisa di cosa stava avvenendo in campo socio.musicale soprattutto nei mesi intorno al Live Aid; quindi il ritratto non schematico ma realistico di un'epoca in cui era ancora la musica a muovere i valori generazionali.

Questo è anche un romanzo sulla ‘violenza’ nei rapporti tra adolescenti, sull’isolamento, l’impossibilità di comunicare con il proprio simile. Problemi che non hanno tempo e tutt’ora si manifestano quotidianamente nelle scuole italiane. Era tua intenzione denunciare tale situazione o fa semplicemente parte della narrazione.

Non scrivo mai romanzi di denuncia. Detto questo non è tanto il bullismo attivo, ma l'isolamento e l'esclusione sono agli occhi del protagonista elementi fondanti sia della vita sia adolescenziale che, alla fine, adulta. Certo, egli idealizza un'infanzia prepuberale e scevra da condizionamenti socio-economici come una sorta di Arcadia e questa è ovviamente una grande ingenuità. Ma il resto del suo ragionamento, a mio avviso molto attuale, è più o meno questo: se nel mondo adulto il “bullismo”, magari in senso più lato e sofisticato, permane identico poiché non c'è una fine al sistema gerarchico generale della società, come si può denunciare e combattere efficacemente il “bullismo” adolescenziale in sé? Da qui il suo pessimismo abissale, che si può non condividere ma che fa parte del personaggio e pone inoltre una domanda cui a mio avviso non è mai stata data una sufficiente risposta, almeno a livello mediatico-istituzionale.

Una curiosità riferita all’enorme mole di musica pop e da classifica spalmata lungo il racconto: come hai fatto a ricordare così lucidamente così tanti nomi, anche marginali. Come sei riuscito ad estraniarti così nettamente dal tuo mondo musicale che so assolutamente lontano e altro, diverso da questo.

I nomi li conoscevo, la musica era nella mia memoria perché quell'epoca l'ho vissuta. Alcuni (pochi) li apprezzavo già al tempo, altri li ho rivalutati in seguito. Riguardo tutta un'altra pletora di artisti di cui ho scritto e che mi appaiono tuttora di una mediocrità abissale, diciamo che sono capace a volte di un'autodisciplina che rasenta il masochismo. Oltretutto volevo che i gusti e le preferenze fossero quelle dei personaggi e non i miei: lo sforzo creativo di scrivere un romanzo corale anche sull'evoluzione della musica dell'epoca mi ha ripagato ampiamente della tortura di certi riascolti.

Ultima domanda alla quale sei libero di non rispondere. Quelli descritti sono i tuoi anni ‘80? Realmente leggevi Tutti Frutti e acquistavi i dischi dei Novecento?

Concedimi, appunto, di non rispondere.

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<![CDATA[Diserzioni: Cielo sepolto]]>

Intro:

Toccarlo con un dito
o cadere nell'abisso,
volare o precipitare,
vivere di capovolgimenti
tra il cielo lì sopra
e il cielo sepolto

Playlist:

Rafael Anton Irisarri: Sky Burial

Olan Mill Ft. Isnaj Dui : Zazen

Jessica Moss: Glaciers (pt 1)

Lau Nau: Kun Lyhdyt Illalla Sytytetään, Ne Eivät Sammu Koskaan

My Home, Sinking: D'automne (The Sobs Of The Violins)

Coh: Exercise In Colour (feat. Ann Demeulemeester)

Hidden Orchestra: Alyth (Nuage Remix)

Dictaphone: Lofi Opium

Strië:12 87 Billion Suns.

Murcof & Vanessa Wagner: Avril 14th (Aphex Twin) (Loscil Remix)

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<![CDATA[Diserzioni: Attraverso Gli Alberi]]>

Intro:

il suono del vento tra i rami
sembra spogliare il bosco dai colori
stendendoli a terra come un manto
e facendo così suonare i miei passi
mentre cammino tra gli alberi

Playlist:

Chilllito: Through The Trees

Kosikk: The Road Home

Podval Capella: Caprice

Blanco Billions: Should've Known From The Start

Gaika: The Riches

Yrshprod: B R E A T H E

Nuage: You

Hermei: Dreams (Original Mix)

Singular Mind: Lost

Vacant: Leaving You

Iketa: Far

Vesky :Midnight

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<![CDATA[Diserzioni: Interiorità profonda]]>

Intro:

è una lingua interiore
che nello spleen ti allontana
dalla superficiale realtà

è un suono introspettivo
che nella sua dolce malinconia ti spinge
nell'interiorità profonda


Playlist:

Volor Flex: Inwardness

Synkro: Automatic Response

Vandaii: Solitude

Kakjai: Repetance

Djrum: Showreel, Pt. 1

Blut Own & Blure: Interval

Flvke: How Fo You Fell It

Carmen Villain: Planetarium (Gigi Masin Remix)

Kazukii Ft. Meseta: Empty

Kuroiumi 黒い海 X Maynovsky: Black And Blue

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<![CDATA[Diserzioni: Camminando con i fantasmi]]>

Intro:

Nei sotterranei della tristezza,
dove il mondo spesso ti relega
a dipingere le misteriose tenebre,
provi ad indagare ed analizzare l'animo,
e camminando con i tuoi fantasmi
finalmente riesci ad ascoltarti


Playlist:

Access To Arasaka, Dirk Geiger & Erode - Walking with Ghosts (Lights out Asia Remix)

Displacer: Out of Time (feat Snowbeasts)

Tapage: Search

Semiomime: Holding Patterns

Subskan: Nattagon's Memento

Autechre: JNSN CODE GL16

Bucky: Time

Emiliano Secchi: Ignition

Jan Amit: Lost

my.head: XVIII - MOON (w-o U)

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<![CDATA[Il Suono discosto e le sue vicende]]>

Mi piace il salto rapido di un buon racconto, l'emozione che spesso comincia già nella prima frase, il senso di bellezza e mistero che si riscontra nei migliori esemplari; e il fatto [...] che un racconto può essere scritto e letto in una sola seduta (proprio come una poesia!).
(Raymond Carver - Da dove sto chiamando)

Mi piace il salto rapido di un buon suono, l'emozione che spesso comincia già nel primo fraseggio, il senso di bellezza e mistero che si riscontra nei migliori esemplari; e il fatto [...] che un disco può essere ascoltato in una sola seduta (proprio come una poesia!).

Questa la possibile traduzione piratesca e poco rispettosa della frase appartenuta al divino minimalista, una traduzione che usa il linguaggio caro a coloro che seguono le vicende del suono discosto, a chi solitamente legge quanto scriviamo in queste pagine.

Seguiteci…

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MY HOME, SINKING
King Of Corns
Infraction Records – Settembre 2017

George Gordon, Percy, John, Mary e tutti voi laggiù, anime in quiete nel silenzio del sonno dettato dall’assenzio. Harold, vecchio viandante del deserto, tu che usi la solitudine della nota per orientarti e tu Brian, gran cerimoniere di epoche future immerse nell’immobile svolgersi del tempo. Vi invito tutte, anime gentili, vi indico la via verso un luogo segreto abitato dal vento e dal frastuono silenzioso delle spighe di mais da lui accarezzate. Vi troverete a vostro agio in questa casa che dolcemente naufraga nell’immensità di un suono che colpisce il cuore radunando attorno a sé il ricordo di uno sguardo rivolto all’oscurità e la visione luminescente di un venire che sa mantenere la memoria e la dolcezza appartenenti ad epoche lontane. Enrico Coniglio, novello King of Corns banchetta attorniato dalla grazia dei suoi commensali in un salone sospeso nel tempo, un luogo dal quale si può intravvedere il futuro del suono, quantomeno un suo possibile sviluppo. Molti sono gli artisti invitati a questa celebrazione. Tra i presenti spiccano per intensità e dolcezza, le tre diverse firme vocali di Chantal Acda, Jessica Constable e Violeta Paivankakkara. La sensibilità inconfondibile del tocco di James Murray e la splendida magia pianistica di Elisa Marzorati. A chiudere il parterre artistico, Peter Paul Gallo al vibrafono e Gabriele Mancuso alla viola. A dirigere questa orchestra tutta virtuale, il sorprendente sound designer veneziano che riesce a tessere un complicato e sofisticato arazzo con i fervidi e al tempo stesso oscuri colori di un futuro sonoro che tenta di svincolarsi con somma intelligenza dalla stagnazione imperante di un secondo millennio bloccato dentro canoni di insostenibile ripetitività. Ci verrebbe da definire King of Corns come un disco post-tutto, i suoi solchi reclamano l’appartenenza al suono ambient, folk...con qualche accento, credo non voluto, al neo-folk. Si ritrovano intrecci classici, contemporanei e post-moderni, sound-art e video arte presente con i filmati che accompagnano questa e le altre uscite discografiche del progetto MHS – MHS/Fluid Audio 2013 e Sleet/cassetta autoprodotta uscita nel 2015 – . Probabilmente una delle più interessanti uscite di quest’anno.

...sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando… (G. Leopardi)

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FRANCIS M GRI
Fall and flares
KrysaliSound – Ottobre 2017

Scuole di pensiero che si rifanno all’espressione elegante del gesto, all’armonia della posa, al lieve procedere del tempo che regala esperienza e capacità di metterla a dimora. Scuole di pensiero alle quali appartengono, in numero esiguo musicisti, sound artists e qualche etichetta discografica. Spicca tra queste ultime la milanese KrysaliSound, per la costante e assoluta qualità delle sue produzioni. A guidare questa piccola label artigianale un reduce della seconda ondata crepuscolare italiana, l’ex All My Faith Lost, quel Francis M Gri che ha trovato nella silente dilatazione del suono la sua nuova strada da solista nei panni di Apart e in seguito con il suo vero nome. La crisalide è giunta alla sua nona muta e i colori che un tempo apparivano all’interno del dorato bozzolo che la racchiudeva si sono trasformati in vividi segnali di maturità artistica. La pupa si è liberata ed ora vola, libera farfalla lungo i confini di un suono in continua espansione. Le sei corde si insinuano nel processo che trasforma il suono della loro vibrazione in altro. Assistiamo al volo magnifico sopra un placido oceano di silenzio sul quale la farfalla rilascia parte della soffice patina colorata che la ricopre. Non ci resta che seguire quelle tracce per scoprire tutta la vastità di un suono che sa raggiungere altezze sublimi per poi ripiegarsi lentamente nel lento respiro di un’unica nota che placida galleggia nel riverbero dell’infinito.

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HAVENAIRE
Rabot
Glacial Movement – Novembre 2017

Roland Juno-106, Moog Sub Phatty, Grendel Drone Commander, piano, macchine e strumenti che producono una potenza di fuoco capace di incitare il suono e farlo dilagare ancor più in profondità, possono spronarlo ad aumentare la propria già incredibile potenza aumentando la frequenza del battito contro cui andrà fragorosamente a frangersi. Roger Olsson in arte Havenaire è maestro di cerimonie armonionose, sa incantare l’animo con l’iterazione concentrica del suono, sa rapire e ipnotizzare usando le antiche e basse frequenze del Moog e delle sue creature liquide in espansione costante ai confini del cuore. Il musicista, produttore e compositore svedese riesce a produrre sonorità che alcuni definirebbero pop per il loro facile inchinarsi all’ascolto melodico. In realtà le sue sono brevi e complesse sinfonie elettroniche composte sul bordo di una modernità al collasso, alla ricerca di un rifugio dove finalmente poter riprendere il dialogo interrotto con la natura, magari proprio lì, sulle pendici del ghiacciaio Rabot, nel profondo nord della Svezia.

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ADRIANO ZANNI
Disappearing
Boring Machines – Novembre 2017

Torna il fotografo dell’immobilità, colui che ferma l’immagine l’attimo esatto nel quale l’immagine esclude sè stessa dall’obbiettivo, scompare lasciando a testimonianza del suo passaggio il simulacro di ciò che era e l’insieme di suoni che in essa viveva. Adriano Zanni torna a sfidare le regole della visione e dall’ascolto proponendo un ennesimo sussurro prima della fine. Come sempre nel suo percorso, immagine e suono viaggiano nella stessa dimensione. Con l’una si documenta il visibile, con l’altro l’invisibile che ne fa parte. Disappearing cerca di documentare questa esperienza immersiva rilasciando sul vinile la registrazione del respiro in affanno di una realtà assediata, sull’orlo del collasso. Ciò che vediamo in copertina, nella bella foto che rappresenta una strada solitaria, la sua curva e la silenziosa presenza della pioggia che la bagna è solo il simulacro di quanto rimane. Sotto le radici degli alberi apparentemente senza tempo che ne delineano le curve, nel cuore dell’asfalto che blocca il suo respiro, si muove lenta una fiumana di materia viva che scivola nel suono, diretta verso la fine, il silenzio, la scomparsa. Zanni ha la capacità di annullare la classica ricerca musicale che vorrebbe catalogare per generi quanto si ascolta, il lavoro dell’artista ravennate mira più in alto, trasformando il suono e l’immagine che da esso scaturisce in racconto che non ha bisogno di catalogazione. Oltre il suono, oltre l’immagine, ai confini di una realtà che sta scomparendo.

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GEL-SOL
Horse Head Bookends
Verses Records – Settembre 2017

Il mio primo incontro con l’incontenibile Andrew Reichel in arte Gel-Sol, lo ebbi nei primi anni del secondo millennio con un disco inciso per una delle allora top records labels di nicchia, la defunta em:t inglese. Un musicista che difficilmente si scorda e che ricompare nel mio ascolto a distanza di anni con uno dei lavori più complessi e divertenti ascoltati ultimamente. Reichel è il classico personaggio multitasking che si muove nel panorama elettronico internazionale dalla fine degli anni ‘90. Il suo suono letteralmente esplode di contenuti artistici, come le illustrazioni psichedeliche che accompagnano i suoi lavori. Horse Head Bookends è una festa di colori, la confusione organizzata, il delirio cosmico nel quale danzano al ritmo del suo famoso e massivo sintetizzatore modulare chiamato amichevolmente Mort, decine di generi musicali: lo space rock in primis, a seguire il freddo pensiero tedesco mixato con il rithm’n blues americano e il funk, passando per il suono contemporaneo d’avanguardia. Nulla viene escluso in questo helzapoppin sonico nel quale la splendida follia concettuale di Reichel trova la sua massima espressione. Progressive futurista da assaporare sorseggiando aperitivi nucleari su spiagge di sabbia blu, bagnata dai raggi cosmici delle tre lune di Goldilocks.

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ISLAJA
Tarrantulla
Svart Records – Dicembre 2017

Ascolto Merja Kokkonen, in arte Islaja, e brividi di piacere scivolano lungo la schiena. Balzo istantaneamente indietro nel tempo e mi ritrovo davanti al mio vecchio giradischi, ad ascoltare estasiato la voce e il suono dei Bel Canto. Assonanze presenti in alcuni brani, non v’è dubbio, ma talmente esplosive che muovono ad emozione. Islaja mette alla prova, affascina e sorprende, seduce e ti incatena all’ascolto. Il suo è folk del millennio a venire, è techno che profuma di resina, tribalismo minimale, astrattismo graffiato di pop e fervore sintetico. Vocalità che si esprimono in una lingua arcaica supportata dal suono di un sax metropolitano. Blues macchiato di sporco trip-hop che sa ancora reggere il termine underground. E poi c’è il suo canto, la vocalità della sirena che si esprime in un lingua sconosciuta, il linguaggio che rapisce, un disco che incanta.

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HIDDEN REVERSE
Six Cases Of Sleep Disorder
Azoth – Ottobre 2017

Andiamo con ordine e non diamo tutto per scontato. Chi è Simon Balestrazzi? I più anziani tra voi sorrideranno chiedendosi il motivo di tale inutile domanda ma il tempo passa così come gli ascolti, di padre in figlio, verrebbe da dire. Ecco il motivo della domanda ed ecco perché esordisco con il nome di una formazione che molto ha dato nel campo della ricerca sonora italiana negli anni ‘80 e a seguire ovvero T.A.C. che sta per Tomografia Assiale Computerizzata. Con questa formazione, per certi versi legata ad un altro importante nome ‘di confine’, Kino Glaz, Balestrazzi è entrato da subito in rotta di collisione con il suono inteso musicalmente, ciò che abitualmente ascoltiamo. T.A.C. ha iniziato un viaggio di ricerca tentando di sezionare il suono al pari della macchina medica usata per le scansioni degli organi interni. Un percorso oscuro, ostico, per nulla illuminato neanche dalla più flebile sorgente luminosa legata magari a qualche riverbero rock. Sempre ostinatamente oltre, stravolgendo il concetto stesso di genere, lungo i confini del puro sperimentalismo. Altra domanda che ci si pone, abitando oramai il secondo millennio, è se ancora esiste uno spazio per questa ricerca, se alla fin fine non sia una ripetizione infinita di quanto coraggiosamente esposto in epoche che offrivano una risposta ermetica all’innovazione sperimentale, rifuggendola come male assoluto. I tempi, come accennavo, sono molto cambiati ma certa sperimentazione, la più seria e longeva ha diritto d’asilo, assediata com’è dall’insipienza musicale ostentata da un numero sempre maggiore di sound designers, sound artists, programmatori, field recordists e chi più ne ha.
Questo prologo credo sia basilare per capire il senso di un lavoro come questo, firmato da Balestrazzi assieme a Massimo Olla, più giovane sperimentatore conosciuto con il moniker Noisedelik e produttore di macchine per il suono che stanno alla base di questa release. Sei casi di disordine del sonno, un viaggio impressionante ed immersivo a contatto con il malessere, sul confine tra insonnia ed incubo. A rendere ancor più reale il racconto, l’uso di strumentazioni non convenzionali, auto costruite come il [d]Ronin, uno strumento a corde che rende assai più reale il dipanarsi del viaggio a contatto con la notte e l’assenza di pace donata dal normale riposo. Un disco che contiene materiale altamente cinematico racchiuso in un’interessante confezione che ne esalta il cipiglio oscuro, quasi esoterico. Tenere lontano dalla portata degli insonni.

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LALLI E STEFANO RISSO
un tempo, appena
Silentes – stella*nera – Dethector – BrunoAlpini – Novembre 2017

“… conobbi i Franti e questa mia urgenza trovò una nuova via d’espressione, che passava attraverso la musica. Non c’era solo il punk, come poi si dirà, certo credevamo fermamente nell’autoproduzione e nell’autogestione della merce musica, ma quello che condividevamo era soprattutto una passione che, nel mio caso, ha sempre riguardato anche la melodia e il canto”.

(Marinella “Lalli” Ollino nel capitolo a lei dedicato in Gli Altri Ottanta di Livia Satriano – Agenzia X 2014)

Quelli come lo scrivente, che in campo musicale si occupano anche di libera circolazione del suono attraverso le regole del creative commons, non possono che ringraziare i Franti che in tempi lontani già si battevano per l’autogestione del proprio prodotto artistico. Stiamo parlando dei primi anni ‘80, un periodo carico di fermento e progettualità, termini che ai giorni nostri hanno perso valore e significato. Tutto si stava muovendo, le uscite discografiche permettevano l’accesso a sempre nuovi mondi musicali e anche in Italia la sana violenza sonora del punk trovava nei torinesi Franti una delle sue prime espressioni. La voce di questa formazione era lei, Marinella Ollino da tutti conosciuta come Lalli, una forza espressiva che la rese famosa nel mondo ‘nascosto’ dell’underground di quei tempi. Nella resoconto contenuto nel bel libro della Satriano si può ben capire qual’era la realtà del periodo, cosa e come succedevano le cose e soprattutto il perché dell’urgenza espressiva citata nelle poche righe usate come introduzione a questa recensione. Erano tempi che a fatica si dimenticano, lampi di ricordi che ognuno di noi serba nel proprio intimo da cui difficilmente ci si separa.
Con questo carico di esperienze ed emozioni giunge l’ultima fatica discografica di Lalli assieme al produttore, compositore e contrabbassista Stefano Risso, conosciuto artista decisamente eclettico che si muove liberamente tra il jazz, l’avangardia e la canzone d’autore. Un tempo, appena raccoglie tredici tracce di esplosiva ed intima poesia che trasuda da ogni singola nota, da ogni singolo testo cantato con quella voce inconfondibile che, se ascoltata da chi possiede gli stessi anni di Lalli, ti fa sentire a casa. Una serie di liriche tra le quali compaiono anche delle covers di pezzi firmati da un pacifista Boris Vian nella verione italiana di Fossati, la splendida e dolcissima versione di Birds di Neil Young e la cover degli Husker Du con l’impressionante ‘Diane’, canzone più che attuale sulla violenza contro le donne, apparsa nel 1983 sull’EP Metal Circus.
Ascolto e mi chiedo perché questo andare continuamente alla ricerca di nuovi suoni, perché lasciarsi alle spalle l’immediatezza della parola quando basta la melodia di una sola frase avvolta nella più seducente delle musiche per fermare il tempo e lasciare che la suggestione abbracci il ricordo in una danza che mai avrà fine.
La più intensa uscita discografica dell’anno.

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<![CDATA[Diserzioni: Nuova ossessione]]>

Intro:

Per quanto finga di non ascoltarti
continuo a sentire la tua voce.
La tua ombra è diventata ormai la mia
e mi accompagna dappertutto.
Il tuo morbo mi ha infettato
e adesso sono malato
di questa nuova ossessione

Playlist:

Visionist - New Obsession

Rabit : Supreme Theme (Reprise)

Celestial Trax: Not In Control

Lapalux: Holding On

Francesco Maria Narcisi & Giacomo Fidanza: D1 - (Voce Celeste I)

Alessandro Cortini: Vincere

Mirco Magnani + Ernesto Tomasini: Sous La Voute De Saintdenis

Jarboe & Father Murphy: The Ferryman

Carla Dal Forno - The Garden

Scanner: The Scar

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<![CDATA[Diserzioni: Beatitudine inquieta]]>


Intro:

La stessa vertigine dello stare in alto

la stessa ansia dello scivolare giù

le stesse suggestioni confliggenti

di un volo nel vertice profondo

di una beatitudine inquieta


Playlist:

Desolate: Blessedness

Irrelevant: Nothing But Tears Feat. Atsuko

Honeyruin - Angel Of Mercy

Klimeks & MYSTXRIVL: Ultra

craset: silver lining

Smokefishe: shimmer

Amphior - Ancient Dreams

Dashevsky: introvert

Asa – Hymnal

VVV x Sangam: breathless

Hammock: mysterium

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<![CDATA[Diserzioni: Vecchio silenzio]]>

Intro:

Per far esistere il suono

c'è bisogno della sua assenza,

di quella cosa che intervalla

le parole e le note

quel linguaggio del vuoto

che a volte si riempie di meraviglia

e che chiamiamo silenzio

Playlist:

Elodie: Vieux Silence

Lorenzo Masotto: Window

Enrico Coniglio & Matteo Uggeri: Open To The Sea

Tristan Eckerson: Ruts

Akira Kosemura: In The Dark Woods

Jason Van Wyk: Recollect

Arovane & Hior Chronik: Lightbeams

Balmorhea: Dreamt

Hecq: Home By Night

Giulio Aldinucci: Exodus Mandala

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<![CDATA[Diserzioni: Nella città oscura]]>

Intro:

nello specchio delle prospettive

ho visto la mia faccia riflessa

tentare di tenere gli occhi aperti

mentre sognava di svegliarsi

nel suono sporco

di una città oscura



Playlist:

Andrew Weatherall - Darktown Figures

Ghostpoet: End Times

Tricky: The Only Way

Brokenchord: Ochra

Blood Language: Wires

Jabu: Fool If

Blanc - Nblwld

Prayer: First Light

Mønic - Deep Summer (Burial mix)

Four Tet: Daughter

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<![CDATA[La visione della musica assoluta e gli occhiali dell’ortodossia]]>

“A Berlino Varèse faceva spesso visita a Busoni per discutere sulla musica del futuro e avere un giudizio critico sulla sua. Il pianista […] fu “così fruttuoso” per Varèse “quanto il sole, il fertilizzante e la pioggia lo sono per la terra”. Varèse si stupì però nel trovare “i gusti musicali del Maestro e la sua stessa produzione tanto ortodossi”. Era come se Busoni avvertisse il sole della “musica assoluta” senza riuscire a sopportarne la luce, sopportata invece benissimo dagli occhi d’aquila di Varèse”. (Evan Eisemberg – L’angelo con il fonografo – Instar Libri 1997)

Al che si evince che la natura del musicista o del sound artist è permeata di volontà assoluta, bisogno di andare oltre, scoprire, correre anche il rischio di farsi accecare da quella luce che altri bravi compositori prima di lui hanno visto ma non sostenuto a causa del loro sguardo velato dagli occhiali dell’ortodossia. Su queste pagine noi non raccontiamo storie di musica contemporanea intesa in senso accademico ma siamo sicuri che ciò che muoveva Varèse o Busoni, muove anche il più giovane dei sound artists alle prese con la sua prima uscita discografica o release digitale. Il nostro compito è quello di fermare il tempo per qualche attimo, giusto per fissare sulla carta il racconto del loro passaggio; domani sarà già il passato e i suoni già saranno altri suoni.

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PRIMA VISIONE

Siinai: Skli

Svart Records – Ottobre 2017

Questa è una danza psichedelica eseguita seguendo le linee tracciate lungo gli stipiti dei portali che conducono al cosmo, attraverso un’epica odissea sonora tra le più avvincenti mai ascoltate ultimamente. Nelle distese di vinile arse dal sole, soffia violento il vento solare, la fisica di scuola tedesca e la metafisica dei circuiti elettronici anni ‘70, si interfacciano con la strumentazione rock del periodo e danzano assieme in uno splendido lavoro che riporta indietro il tempo. Siamo nell’epoca d’oro degli albums concept, quelli seri. Siinai è una formazione finnica che usa senza pudore alcuno l’esperienza ancora vivida di formazioni come Neu o La Dusseldorf. All’attivo hanno una manciata di uscite discografiche di notevole corposità, questa la loro ultima esplosiva creazione. Un disco che sinceramente lascia attonito, al limite della commozione, il povero cronista. Skli significa ciclo e ciò che ascoltiamo durante tutta la durata di questo splendido lavoro è proprio la rappresentazione sonora di un ciclo, sia esso astrale, o semplicemente quotidiano. Vita alla fin fine, la traduzione in suono dell’infinita potenza della Vita. Costruzioni soniche che poggiano sull’iterazione del suono. Ipnotico e visionario urlo maledettamente e meravigliosamente retrò. Skli come mantra poetico per ricordarci la brevità del nostro passaggio, per ricordarci l’inizio e la fine del nostro CICLO.

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SECONDA VISIONE

Ghost And Tape: Vàr

Home Normal – Ottobre 2017

Esistesse la modalità di scrittura “sottovoce” sarebbe l’unica utilizzabile per iniziare a descrivere la serena tranquillità dei suoni che albergano in questa nuova produzione della Home Normal. Il significato del titolo è Primavera, scritto in un’antica lingua germanica diffusa un tempo  nel nord Europa. Un suono che vive e pulsa nutrendosi nella rinascita della natura e delle mille tonalità con la quale si accompagna. Ambient certo ma trasmutato in rugiada che bagna il passo, profumo di bosco, rumore di acqua, nebbia che dirada evaporando verso un cielo che tutto racchiude. Vàr è ciò a cui tutti noi tendiamo, qualcosa che difficilmente ormai fa parte del nostro andare quotidiano: l’armonia. Bisogna averne molta per riuscire ad esternarla mantenendo intatti i suoi preziosissimi colori. Sembra che Heine Christensen in arte Ghost and Tape sappia come raccoglierla, distribuendola con tutta la calma possibile, adagiando piano piano le decine di textures contenute nella composizione sopra un tappeto di impercettibili droni che  profumano di dolcezza, semplice delicata dolcezza. Vàr uscirà il 29 di ottobre ed è già in pre-order nella pagina Bandcamp della label di stanza a Tokyo. Ascoltatelo e abbiatene cura. DELICATESSEN.  

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TERZA VISONE

A Sphere Of Simple Green: With an oblique glance

AZOTH – Ottobre 2017

“Nell’antica musica cinese l’mprovvisazione si basava su testi scritti in cui era fissato un parametro – quello dell’altezza del suono – mentre gli altri erano lasciati liberi all’improvvisazione. L’esecuzione di tali improvvisazioni era sempre riservata a determinate caste, nell’interno delle quali quei metodi venivano trasmessi di generazione in generazione. Nè si deve scordare che tali improvvisazioni erano sempre atti di culto, e perciò si riferivano ad un essere superiore, a una divinità”. (Enzo Restagno – Nono – E.D.T. 1987)
Due sono le modalità d’ascolto...almeno due, quando ci si trova in presenza di lavori interamente dedicati all’improvvisazione, come questo firmato da Adriano Orrù (contrabbasso), Silvia Corda (piano) e Simon Balestrazzi (elettronica). O al pari dei musici cinesi si segue la via del credo, che nella nostra era ha trasformato gli antichi dei in dettami di contemporaneo comportamento dottrinale. In pratica si traduce quanto si ascolta secondo i parametri fissati. O ci si avvicina con circospezione cercando di penetrare il suono… i molti suoni all’apparenza confusi che contengono però un alfabeto di interpretazione non necessariamente cattedratica. Adriano Orrù è un compositore noto assai nel mondo dell’improvvisazione radicale, del jazz e della musica classica. Silvia Corda è una pianista compositrice attiva nel campo del suono contemporaneo e della multimedialità. Simon Balestrazzi ha un trascorso storico come co-fondatore dei T.A.C e founder dei Kino Glaz, il suo nome è legato anche alla storica formazione dei Kirlian Camera. Da sempre comunque si occupa di suono elettronico legato alla ricerca e alla sperimentazione. Tre storie che si ritrovano a distanza di sei anni dal loro primo lavoro come ASOSG ed iniziano a dialogare creando uno spazio virtuale di interpretazione nel quale potersi inserire con lo strumento dell’ascolto. Dopo il primo momento di smarrimento dovuto ad un’educazione musicale abituata a visualizzare da subito la materia sonora, si inizia a percepire il dialogo, si comprende che quella sorta di ‘confusione’ è solo apparente, l’intreccio e lo scambio continuo tra le parti crea un linguaggio solido, distinto; crea oltre il già creato. Una dislocazione percettiva che conduce alla comprensione di un mondo apparentemente impenetrabile. INDIE ADDICTED NOT ALLOWED.

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QUARTA VISIONE

Adamennon & Luciano Sanna: Iris

Souterraine.org – Luglio 2017


Ebbene si, esiste ancora qualche coraggioso disposto a perdere il sonno solo perché ha deciso di fondare una nuova etichetta discografica. Il coraggioso del caso è Marco Ferretti che ha deciso di inaugurare la Souterraine.org e di farlo con una release profondamente iconografica, legata a quel mondo cinematografico nel quale regnava il profondo colore rosso. A riproporre questo salto indietro nel tempo il duo formato da Luciano Lamanna, dj e produttore romano e Adamennon, personaggio con alle spalle una serie di sanguinolente releases dal 2006 fino ad oggi. Iris è operazione musicale che viaggia perfettamente, composta con estrema professionalità e giusto senso delle misure. Ci si chiede però il motivo di tali operazioni. Il suono ovviamente nulla ha di innovativo anche se, lo ripeto, è costruito alla perfezione. E’ anche vero che le giovani generazioni non hanno mai assaporato l’ansia musicale dei Goblin. Ecco quindi che la release diventa opera propedeutica, testo sul quale studiare “il suono di una volta” anche se forse si dovrebbe farlo con i tomi originali. Un vinile 12” dedicato ai nostalgici e agli amanti dell’oscurità che alberga nelle sale cinematografiche desinate alla programmazione horror, una sostanza che ancora stranamente alberga nel cuore di molti ascoltatori che faticano ad evolversi. ARRIVA IL BUIO.    

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<![CDATA[Diserzioni: Finestre sorde]]>

Intro:

La mia prigione, a volte,

ha finestre sorde,

perché sente l'assenza desolata di un fuori,

sente l'isolamento che ti urla dentro,

e solo il respiro del suono è capace di fari sentire

quel desiderio di liberazione

che non vuole finire.

Playlist:

Delete: Deaf Windows (distance Remix)

Wen: Blips

Sorrow: Frumoasa

Alis: Sai Strong

Mana: Crystalline

Offsoundbeat: Weekdays With Her

Menual X Spaceouters: Nightscape

Ambyion & Phelian: Farewell

Khalil:The White Hoodie I Wear Because I Love You

Christian.Loeffler: Haul (Max Cooper Remix)

Lali Puna: Two Windows

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<![CDATA[Estetizzare lo spazio urbano]]>

'Estetizzare lo spazio urbano' è una frase di Michael “Professor iPOd” Bull, ricercatore sonoro all'Università del Sussex specializzato nella ricerca sulla comunicazione mobile. Quando camminiamo e ascoltiamo musica, lo spazio attorno a noi acquista le sfumature e le sembianze di quanto in quel preciso istante noi stiamo udendo attraverso le cuffie inserite nell'advice che amplifica le nostre scelte sonore. In parole povere estetizziamo lo spazio che ci circonda. Lo trasformiamo in un luogo di racconto intimo, trasmutiamo la realtà stendendola sopra il palco del teatro che alberga nel nostro intimo e ascoltiamo ad occhi aperti.

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ATTO PRIMO: del ricordo

Francesco Maria Narcisi & Giacomo Fidanza
The Accordion Sessions
Time Released Sound – Giugno 2017

La ricordo benissimo, quando posso riapro la porta dell'armadio nella quale è riposta ed inizio a guardarla con tutto l'amore che si ripone nell'accarezzare con lo sguardo una cosa appartenuta alle persone care, coloro che ci hanno lasciato. Lei è sempre lì, rilucente nella sua bianca madreperla con le decine di tasti che non hai mai capito come tuo padre riuscisse a farli suonare, donando voce alla sua fisarmonica di Castelfidardo. Era un'amica fidata nelle feste del dopoguerra, quelle riunioni famigliari nei quali i sopravvissuti celebravano ballando la gioia del ritorno, la vita. Immagino mio padre sorridente mentre suona Rosamunda, il suo cavallo di battaglia e virtualmente mixo quel suono con la maestosità che sento giungere dal profondo del mio ascolto. Esiste un minimo comune denominatore tra i due ascolti: la fisarmonica. A Giacomo Fidanza il ruolo del fisarmonicista astrale, colui che accende i suoni poi processati da Francesco Maria Narcisi attraverso l'uso delle macchine; benvenuti nelle Sessioni di Fisarmonica. Un suono che letteralmente catapulta in un'altra dimensione con l'incedere magnifico di una tempesta virtuale nella quale si nasconde un'anima antica, naturale, capace di travolgere e colpire direttamente al cuore. Nove composizioni che sanno amplificare al massimo il senso del tatto musicale; il suono accoglie la sostanza e assume forme con le quali possiamo interfacciare il nostro pensiero. Qui tutto è futuro possibile e al contempo passato vissuto. L'esperienza ambient si colora di irresistibili richiami tardo romantici, il respiro accelera e la gioia del volo dilaga. SPIRALI DI PIACERE.

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ATTO SECONDO: del future pop

Lali Puna
Two Windows
Morr Music – Settembre 2017

Tricoder 1999, Scary World Theory 2001, Faking the Books 2004 e poi non li ho più seguiti. Ascoltavo si i loro nuovi albums ma non sentivo più quella consonanza che un tempo mi legava alla fredda matematica del cuore che la voce di Valerie Trebeljahr da sempre mi sussurrava. Nel frattempo il connubio di coppia finiva e anche Markus Acher se ne andava portando con sé il rigido pensiero à la Notwist. L'avventura del nuovo “pop” teutonico sembrava conclusa per questa formazione, così come per tutto quel movimento che tanto aveva fatto girare i dischi nei nostri santuari d'ascolto casalingo. Sembra però che le cose a Monaco seguano un percorso assai più legato alla consistenza artistica delle proposte, evitando le regole commerciali con i suoi obbrobri chiamati reunions o back on stage after long silence. Dopo sette anni mi ritrovo in mano la grafica essenziale del nuovo lavoro dei tre Lali Puna e sorrido con piccoli brividi di piacere che solleticano il mio ascolto. Un disco completo, di quelli che potete posizionare nel lettore e lasciar andare per ore. I toni vocali si sono ammorbiditi dimostrando una dolcezza di fondo dai colori quasi anglosassoni. Il suono ha acquistato più corposità anche se l'impostazione teutonica, quel minimalismo krafterkiano che nessun sound artist tedesco è mai riuscito a scrollarsi di dosso, fa continuamente capolino nelle strutture ritmiche. Ad ascoltarlo bene è solo musica pop di derivazione 'altra' ma ci piace e tanto. SIMPATICI MINIMALISMI.

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ATTO TERZO: della perdizione

Gianluca Becuzzi & Massimo Olla
RedruM
Luce Sia/Show Me Your Wounds Production – Settembre 2017

Chi segue le vicissitudini dell'oscuro e impenetrabile mondo industriale con noise annessi e connessi, senz'altro non può non conoscere il toscano Gianluca Becuzzi, sound artist di notevole coraggio visto che cavalca il suo destriero dai lontani anni '80. I più fetish tra voi ricorderanno senz'altro la cover di My Whip Your Flesh, era il 1989: i suoi Limbo. Di acqua ne è passata molta sotto i ponti e molti sono stati e sono i progetti e le collaborazioni di Becuzzi in area non solo industriale – cito per esempio l'ottima esperienza come Kinetix - , tutti comunque pensati all'interno di una realtà che si dedica interamente alla ricerca e alla sperimentazione. Prepariamoci quindi a camminare calpestando la nera fuliggine che si stende con immobile lentezza sopra i solchi di questo nuovo lavoro creato assieme a Massimo Olla aka Noisedelik, inventore di strumenti – [d]ronin - che sanno ben amplificare il senso di abbandono e disperazione che permea solitamente queste produzioni. Il segreto del nuovo lavoro di Becuzzi&Olla sta tutto nel titolo, se lo si legge al contrario appare Murder, omicidio. Indaghiamo ascoltando e scopriamo che il disco contiene una serie di murder ballads in formato gotico industrial dark-ambient, se così possiamo definirlo. La sorpresa è notevole. Il pensiero vola subito a Johnny Cash, ovviamente a Nick Cave, perfino ai Wilco, si sofferma sul folk mortale dei Death in June ma fatica ad inquadrare tale espressione musicale all'interno di un progetto legato al lato oscuro del software. Abbandoniamo quindi la sei corde acustica, il pianoforte o il violino e inoltriamoci all'interno di questo racconto di morte. La prima domanda che sorge spontanea riguarda la lingua, perché non pensare di usare l'italiano visto che tutto il lavoro gira attorno alla forma canzone, perché non osare – visto che già si sta cercando di proporre una cosa inusuale – creando vere e proprie murder ballads, le ballate degli assassini in italiano? Altra domanda, l'uso di software e strumentazione minimale non rende forse ripetitivo un lavoro di per sé stesso di non facile rappresentazione? Dopo l'attento ascolto delle notevoli tracce contenute nel disco, si può dire che RedruM è un ottimo prodotto, forse, come già detto, troppo ripetitivo che soffre altresì di mancanza di innovazione, è lo specchio di una generazione di bravissimi sound artists che hanno tutte le potenzialità e capacità per proporre lavori di impronta personale ad altissimo livello ma rimangono ingabbiati dentro schemi desueti, derivativi, slegati da una realtà che corre velocissima e richiede forza immaginativa e notevole attitudine al continuo rinnovamento. TOO NOIR.

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ATTO QUARTO: dell'immersività

James Murray
Heavenly Waters
Slowcraft Records – Settembre 2017

Esistono sound artists che sanno tessere finissimi filamenti sensoriali dentro i quali intrappolano l'ascolto. Al pari di un'elegante e leggiadra creatura artropode loro sanno come immobilizzare l'attenzione, instillando dolcissima sostanza sonica direttamente nell'apparato sensoriale. Rimaniamo così sospesi, avvolti tra le spire di un suono impalpabile. Musica come diretta discendenza di una filosofia ambient che qui viene ulteriormente sviluppata in una visuale cosmico-silente. James Murray aggiunge un altro capitolo alla sua storia, disegnando un ennesimo splendido affresco di luminoso minimalismo elettronico. Le celestiali sorgenti di liquida e cosmica consistenza attendono quasi invisibili il nostro passaggio, preludio di un viaggio astratto nell'immersività senza tempo, ai confini della percezione, nel regno del silenzio. INNERSPACE.

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ATTO QUINTO: dello sperimentare

GALATIMOSCONI
Penombra
KrysaliSound – Settembre 2017

Continua questo pellegrinaggio virtuale nelle platee dei teatri dell'immaginario. Sul palco si dispiega la forza del racconto mentre i nostri sensori captano le emozioni. Le luci si spengono per l'ennesima volta e ci ritroviamo in un ambiente saturo di pesantezza. I movimenti, i pensieri e le visioni, la nostra percezione è permeata di insondabile pesantezza. La stessa della materia: pietra, monolite, opale e basalto, che sovrasta il nostro respiro. Un senso di immobilità che lentamente si trasforma in sacra ed antica celebrazione del regno della penombra, lì dove pericolosamente si sono avventurati Roberto Galati e Federico Mosconi, riportando alla luce otto tracce di purissima poesia sperimentale che fuoriescono e scorrono colme di maestosa sostanza. Le chitarre di Mosconi urlano, si dibattono e infrangono contro il muro di noise sonico innalzato da Galati durante la sacra processione del suono. L'urlo brucia a contatto con l'eco dei droni, esplode di galassia in galassia, tutte racchiuse nell'attimo iterato di un ascolto finalmente placato, ai confini della penombra. IN HEAVY ROTATION.

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ATTO SESTO: della liquidità

Mingle
Ephemeral
Kvitnu – Settembre 2017

Nel riflesso blu cobalto di un'immensa vasca dove nuotano in assenza di peso i suoni trasportati dai nostri pensieri, lì in quello spazio mai immobile che accoglie le nostre istanze di instancabili sognatori, transitiamo lievi. Creature di natura liquida immersi dentro la liquidità del suono, sperduti nell'immensità di un eco che nutre la nostra inesauribile sete di silenziosa calma. Il nostro è un viaggio dentro il battito del tempo, lo sentiamo scricchiolare, sentiamo il ritmo dei suoi meccanismi in eterno movimento. Riusciamo a vederlo mentre, distesi nel segnale trasmesso dalle nostre cuffie, riusciamo appena a riconoscerlo. La stasi indotta dall'ascolto ci rende creature virtuali, capaci di sorvolarlo, penetrarlo a tutta velocità per poi riaffiorare in luoghi dove ancora deve giungere. Sono brevi e veloci salti attraverso le solitarie pianure del sentire, dentro la sostanza stessa del suono e del tempo che lo governa, sù sù sempre più veloci fino all'apice, lì dove tutto si azzera nel riflesso blu cobalto di un'immensa vasca dove nuotano i nostri pensieri in compagnia dei suoni di Andrea Gastaldello in arte Mingle, autore eccelso che sa come usare la musica per viaggiare attraverso il tempo. SENSORIALITA'.

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ATTO SETTIMO: del sentimento, della bellezza

Jason Van Wyk
Opacity
Home Normal – Settembre 2017

Give me a golden pen, and let me lean
On heap’d-up flowers, in regions clear, and far;
Bring me a tablet whiter than a star,
Or hand of hymning angel, when ’tis seen
The silver strings of heavenly harp atween:
And let there glide by many a pearly car,
Pink robes, and wavy hair, and diamond jar,
And half-discover’d wings, and glances keen.
The while let music wander round my ears,
And as it reaches each delicious ending,
Let me write down a line of glorious tone,
And full of many wonders of the spheres:
For what a height my spirit is contending!
‘Tis not content so soon to be alone.

D’oro una penna datemi, e lasciate
che in limpidi e lontane regioni
sopra mucchi di fiori io mi distenda;
portatemi più bianca di una stella
o di una mano d’angelo inneggiante
quando fra corde argentee la vedi
di arpe celesti, un’asse per scrittoio;
e lasciate lì accanto correr molti
carri color di perla, vesti rosa,
e chiome a onda, e vasi di diamante,
e ali intraviste, e sguardi penetranti.
Lasciate intanto che la musica erri
ai miei orecchi d’intorno; e come quella
ogni cadenza deliziosa tocca,
lasciate che io scriva un verso pieno
di molte meraviglie delle sfere,
splendido al suono: con che altezze in gara
il mio spirito venne! Nè contento
è di restare così presto solo.

- John Keats 'On Leaving Some Friends At An Early Hour' 1871 -

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<![CDATA[Diserzioni: Montagna fumante]]>

intro:

quel suono timido e schivo

che ci sembra da sempre di sentire

nella montagna e nei suoi boschi

tra i secolari tronchi rivestiti di muschio

ed tra il manto di foglie che ricopre

il suo fumante terreno


Playlist:

Synkro & Micheal Red: Smoke Mountain

Rift: Fornever

Brimstone: Reminiscence

Insomnia - Monochrome

Detz - You And Me

Honeyruin: I'll Follow You Into The End

Gacha Bakradze - Knowledge

Jameson Hodge & Waller - Beyond (CITYTRONIX Remix)

b.b. – hope u know

Palence: Phaedra

Phaeleh - Everyone

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<![CDATA[La scandalosa osservanza della passione ]]>

“La prefazione a questo libretto, in cui l'erotismo è rappresentato senza veli, e che vuol essere il preliminare alla consapevolezza di una lacerazione, è per me l'occasione di un appello che rivolgo in tono volutamente patetico. Non che ai miei occhi sia sorprendente che lo spirito si distolga da se stesso, per così dire volga le spalle a se stesso, e diventi, nella propria ostinazione, la caricatura della propria verità. Se l'uomo ha bisogno della menzogna, dopo tutto è affar suo. L'uomo che per caso abbia una sua fierezza, è soffocato dalla massa. Ma che importa? Non dimenticherò mai ciò che, di violento e meraviglioso, si ricollega alla volontà di aprire gli occhi, di guardare in faccia "quel che accade, ciò che è". E io non conoscerei "ciò che accade", se non sapessi nulla del piacere estremo, se nulla sapessi dell'estremo dolore” (George Bataille prefazione a Madame Edwarda – 1956 Éditions Pauvert ).

Autore discusso, assertore di quel nichilsmo che oltrepassa il pensiero politico trasformandosi in iper-politico, in filosofo, pensatore che si esprime oltre gli schieramenti in una realtà destinata comunque a schierarsi da una o dall'altra parte rendendo quindi il suo pensiero utilizzabile attraverso interpretazioni politiche le più disparate. George Bataille (1897-1962) autore di Madame Edwarda, dissacrante ed estremo romanzo breve che promuove religiosamente il credo della carne e della dissolutezza come anticamera della fine eterna, della morte, del vuoto.

Una brevissima premessa – assolutamente non esaustiva – per presentare un lavoro di notevole rilevanza uscito nel Gennaio di quest'anno ma che a nostro avviso non ha avuto il riscontro dovuto. Madame E, un doppio album che si ispira all'omonimo romanzo di Bataille. Un lavoro composto da Mirco Magnani assieme a Ernesto Tomasini. Il primo conosciuto come T.C.O. co-fondatore dei mai dimenticati Minox. Con Andrea De Witt e Marco Monfardini nella Technophonic Chamber Orchestra, come 4Dkiller assieme a Marco Monfardini. Tomasini da par suo è un artista totale che si occupa di teatro, arte performativa, musica contemporanea e cultura alternativa in genere. Al suo attivo una serie di album tra i quali Devotional Songs con Shacketlon, nel 2016. Notevoli le sue doti canore che esprime anche all'interno degli undici episodi di questo lavoro. Da aggiungere che il mastering è stato eseguito da Murcof mentre all'engineering vi sono Luca Sella e il 'nostro' Mauro Martinuz. Esce per la label di Magnani, la Undogmatisch, un collettivo artistico nel quale milita anche Valentina Bardazzi, pittrice responsabile della bella copertina.


Nella rilettura del romanzo scandalo di Bataille i duo artisti si sono divisi i compiti. Magnani alla composizione elettronica con l'aiuto della Technophonic Chamber Orchestra, mentre Tommasini si è occupato della regia per una trasposizione di non facile accesso, creando le melodie vocali e scrivendo undici episodi che rappresentassero comunque lo scritto bataillano, aiutato dallo splendido apporto violoncellistico di Stella Veloce.

Al primo ascolto ciò che subito colpisce è l'assonanza con una pietra miliare del suono degli anni che ci siamo lasciati alle spalle, lo splendido L'Esclave Endormi interpretato da Richenel in un 12” storico ristampato dalla 4AD nel 1986, un vinile nel quale si celebrava la poetica del decadentismo in formato new-wave. Ma è solo un cenno, una manciata di ricordi dispersa dal soffio imperativo di una texture elettronica densa e oscura in costante dialogo con una voce che sa donare visioni. Altre assonanze si ergono silenziose nella semioscurità di un ascolto votato all'introspezione e al dramma. Cindytalk si rispecchia in alcune sequenze ma ciò che più colpisce è l'atmosfera legata ad una realtà musicale mitteleuropea cara ai Tuxedomoon o ai meno conosciuti Mecano. Volutamente però abbandoniamo gli scomposti traumi post anni '80 e torniamo qui e adesso. L'angosciosa e colante materia organica contenuta nelle pagine di Bataille scorre lenta e silenziosa lungo i cavi che trasportano il suono. Il desìo, le dèsir qui mène à la morte, diventa palpabile. Se ne percepisce la consistenza, l'odore, mentre ci si abbandona al piacere di un ascolto intrigante e di rara bellezza.


“La passione ci consacra alla sofferenza, giacché, in fondo, essa è la ricerca di un impossibile.” G. Bataille

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<![CDATA[Suoni dal confine ]]>

La musica ci accompagna durante la nostra giornata, accende l'immaginazione, è fonte di suggestioni dolorose o, al contrario, serene. Noi diamo per scontata la sua presenza senza però soffermarci sulla sua vera essenza: il suono. Una componente fondamentale presente nella quotidianità ma che vive e si sviluppa anche ai confini della nostra esperienza uditiva. Esistono dei ricercatori che sanno come riconoscerlo e, soprattutto, sanno descriverlo. Leandro Pisano è uno di questi.

Leandro Pisano o forse dovrei dire Dottor Pisano, dietro il tuo nome si muove un universo di incarichi e iniziative culturali. La tua storia in poche righe, riesci a raccontarla?

È una storia radicata nella provincia del Sud, tra Venosa, in Basilicata, dove ho vissuto gli anni della mia adolescenza e la Valle Caudina, area di confine tra Sannio ed Irpinia e luogo di origine della mia famiglia, in cui ho cominciato a fare esperienza nell’organizzazione di piccoli eventi culturali su scala locale. Tutto ha cambiato improvvisamente prospettiva quando nei primissimi anni del nuovo secolo ho cominciato ad accostarmi alle arti digitali e a una serie di ascolti legati alla ricerca estetica di etichette come Raster-Noton, Rune Grammofon, Touch, Line e 12k ed ad artisti come Alva Noto, Ryoji Ikeda, Fennesz, Pan Sonic, Richard Chartier, Taylor Deupree o Biosphere. L’idea di portare alcuni tra questi artisti a performare nei luoghi rurali in cui vivevamo è stata la scintilla da cui è nato nel 2003 il festival Interferenze, di cui ricorre in queste settimane il quindicesimo anniversario. Da lì sono partite e si sono ramificate tutte le connessioni e le dinamiche che hanno generato un movimento di tipo geografico – da allora abbiamo presentato la nostra ricerca in più di venti stati e tre continenti in giro per il pianeta – e di ricerca, che ha prodotto nel corso degli anni festival, residenze artistiche ed altri tipi di format, fino ad arrivare alla pubblicazione del libro di cui parliamo in questa intervista.

I molti che seguono le vicissitudini legate al suono innovativo ti conoscono come fondatore e art director del ben conosciuto festival “Interferenze”. Come è nata l'idea e come si è sviluppata?

Nata come fascinazione pura rispetto agli ascolti ai quali facevo prima accenno ed alla scoperta di certe sperimentazioni artistiche in campo digitale (la software e la new media art), l’idea di Interferenze è poi stata influenzata in modo decisivo dalla dimensione territoriale del progetto. Rispetto al formato del festival di arti elettroniche, vincolato indissolubilmente - a cavallo tra i due secoli - allo spazio urbano e metropolitano, Interferenze proponeva invece una sorta di displacement, di sconfinamento atipico verso il territorio rurale. A partire dalla riflessione su questa irregolarità, abbiamo pensato che il nostro progetto potesse diventare una sorta di spazio di sperimentazione su temi come la ruralità, la comunità, l’ecologia, in intersezione con i linguaggi e i modelli culturali legati al digitale. Lavorando su questa formula, Interferenze è diventato nel corso del tempo un piccolo caso di studio nella scena internazionale, suscitando la curiosità di curatori, istituzioni ed organizzazioni, il cui interesse si è spinto fino all’invito ad organizzare un’edizione giapponese del festival, tenutasi nel 2010 a Tokyo.

Aggiungiamo un altro tassello. Nella tua bio si legge il termine “curatore”. Spiegaci.

Nel linguaggio dell’arte contemporanea, il termine “curatore” fa tradizionalmente riferimento ad una figura in grado di costruire ed attivare connessioni tra gli artisti, le istituzioni ed il pubblico. Si tratta di un ruolo che agisce, dunque, soprattutto all’interno delle istituzioni museali o delle gallerie ed intorno al quale negli ultimi due decenni è nata una questione relativa al senso stesso della sua presenza all’interno delle dinamiche dell’arte del nuovo millennio. Se penso alla definizione di questo profilo, devo dire che la mia esperienza “curatoriale” ha sovente sconfinato, configurandosi molto spesso come un lavoro in larga parte indipendente, di relazione comunitaria, spesso completamente al di fuori degli spazi e dei contesti istituzionali dell’arte. In generale, nel corso del tempo questa ricerca si è focalizzata sull’idea di territorio declinata come tema e strategia curatoriale. Tema, in riferimento alle modalità con cui insieme agli artisti abbiamo discusso e sviluppato pratiche su questioni come la relazione tra rurale ed urbano, la cartografia, l’identità, la comunità, le dinamiche coloniali; strategia curatoriale, e cioè il tentativo di sviluppare i singoli progetti in stretta relazione e dialogo con il contesto all’interno del quale essi sono stati attivati.

Quali i progetti che più ti hanno coinvolto e perché?

È difficile dare una risposta a questa domanda, nel senso che durante il mio percorso ho avuto la possibilità di lavorare a progetti che avessero sempre un significato preciso in senso strategico rispetto alla linea curatoriale e di ricerca che andavo sviluppando. Così, il livello di coinvolgimento è stato sempre alto, sia nel caso in cui mi sia trovato a lavorare a budget zero in progetti indipendenti e di scala molto piccola, come è spesso accaduto negli ultimi anni, sia quando si è trattato di collaborare con istituzioni museali riconosciute, come nel caso della mostra sulla sound art cilena che ho curato al MACRO di Roma insieme ad Antonio Arévalo poche settimane fa.

Gran parte del tuo lavoro lo svolgi all'estero, america latina in particolare. Come è nata questa relazione geografica, un'altra ennesima fuga dalla nostra penisola o una scelta dovuta ad altro?

Una delle questioni attorno alle quali si è articolata la mia ricerca di dottorato è proprio quella relativa alle voci degli artisti sonori provenienti dal Sud del mondo e in senso specifico dall’America del Sud. Nei miei viaggi di ricerca precedenti, dall’Europa agli Stati Uniti al Canada, fino al Giappone, ad Hong Kong e alla Corea, non avevo percepito tracce di connessioni o intersezioni con lavori o contributi di artisti sonori provenienti dall’area sudamericana, sia nelle sedi accademiche che nei contesti di presentazione tradizionali (gallerie, musei, festival). È da questa domanda che è nato un rapporto sempre più profondo di scambio e ricerca con quest’area, che si è sviluppato attraverso viaggi, incontri con artisti e curatori, collaborazioni con alcune istituzioni accademiche, la mostra al MACRO di cui dicevo prima e l’invito a sette artisti di stanza in Colombia, Cile, Uruguay e Peru a prendere parte alle residenze di Liminaria negli ultimi tre anni. Altri progetti sono in cantiere: la traduzione del mio libro in spagnolo da parte di una casa editrice cilena, con pubblicazione e distribuzione in tutta l’area latinoamericana e la partecipazione ad un programma speciale all’interno del progetto Encuentro Lumen nella Patagonia cilena, al quale parteciperò come curatore invitato nel novembre 2018.

In generale, al di là dell’interesse specifico per le pratiche e le riflessioni intorno al suono in area latinoamericana, mi interessa continuare a costruire questo tipo di connessioni in virtù anche dello sviluppo futuribile di una ricerca "da Sud”, anzitutto in senso epistemologico. Proprio in quest’ottica di intersezione relativa alle geografie critiche sul Sud, stiamo lavorando per esempio per portare Liminaria l’anno prossimo in Sicilia, aggiungendo un ulteriore livello alla ricerca "acustemologica” su spazi, territori e paesaggi delle aree mediterranee.

Lecture a Valparaíso, Cile, 2015

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Veniamo al suono, qual'è il tuo rapporto con questo elemento e come si è trasformato nel corso del tempo?

Partirei da un dato importante: il mio interesse intorno al suono non si è combinato ad alcun tipo di percorso di formazione “tecnica”, nel senso che non ho studiato come musicista, non sono un artista sonoro né un musicologo. Il mio approccio alla materia è stato mediato dai cultural studies e da altri tipi di letture trans-disciplinari, penso ai new media studies, alla filosofia, alla geografia critica. È una ricerca supportata da un lavoro di pratiche immersive nel suono stesso, tramite due tipi di esperienze: quella curatoriale e quella dell’ascolto riflesso attraverso la critica musicale in senso stretto, legata alla collaborazione con Blow-Up, cominciata nel 2007 e terminata poche settimane fa. L’avvicinamento alle arti sonore parte da lì, dall’ascolto di una serie di lavori di sperimentazione elettronica, per trovare definizione poi negli ultimi anni in un interesse sempre più orientato al suono come elemento materiale nei processi politici, culturali e dell’arte contemporanea.

A tal proposito mi piacerebbe sentire due parole anche sul progetto che condividi assieme ad Enrico Coniglio con l'etichetta digitale Galaverna. Una domanda che mi serve per entrare in un'area ben specifica.

Galaverna è una piattaforma di produzione di lavori sonori e visuali, nata nel 2012 dal tentativo di tradurre in un progetto una visione condivisa con Enrico intorno ad una serie di elementi estetici ed etici relativi alla produzione ed alla distribuzione di contenuti digitali. In questo senso, richiamarsi a teorie come quella del post-digitale o della decrescita ha rappresentato un modo per attivare insieme agli artisti una riflessione critica rispetto a certe modalità di creazione e diffusione di artefatti digitali nel mercato. Ma il modificarsi rapido dei contesti di riferimento, sia per quanto concerne i processi che le modalità di distribuzione e fruizione dei contenuti, ci ha recentemente posti di fronte ad una serie di interrogativi sul senso stesso del lavoro che stiamo facendo con Galaverna. L’esito di questa riflessione porterà nei prossimi mesi ad una serie di cambiamenti di direzione e di struttura del progetto, di cui stiamo al momento discutendo insieme ad Enrico.

Leandro Pisano e il paesaggio sonoro come nuova esperienza capace di contenere più realtà culturali, compresa ovviamente quella sonora. Come spiegare ad un pubblico abituato a proposte musicali tradizionali questa nuova forma di comunicazione.

Il concetto di soundscape, “paesaggio sonoro”, nato alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo in seno alle ricerche di Murray Schafer e della sua scuola, è stato oggetto negli ultimi anni di una serie di riletture critiche, che ne hanno messo in discussione non solo la nozione originaria di semplice ambiente acustico naturale, che comprende i suoni delle forze umane e non umane nel contesto naturale, ma anche la sua connotazione in senso musicale, come elemento talvolta armonico, per esempio nel caso di alcuni soundscape rurali. Quello che trovo particolarmente interessante in queste recenti riletture è la possibilità di ricollocare il paesaggio sonoro nel dinamismo degli spazi acustico-mediali della contemporaneità e di definire, attraverso di esso, dei percorsi che mettano in discussione il punto di ascolto antropocentrico. In questo rimescolamento di prospettiva, ogni tipo di gerarchizzazione dell’ascolto – mi riferisco a paesaggi sonori ad alta o bassa fedeltà ed in generale ad un approccio musicale più o meno colto – viene messa in questione.

Dall’altra parte, la stessa radice etimologica del termine connota il suono come elemento contiguo alla sfera visuale, attivando una molteplicità di riferimenti sensoriali e culturali che lo rivelano come contesto complesso e dinamico. In questo senso, è proprio a partire dal concetto di soundscape che si può rintracciare la possibilità di accostarsi al paesaggio, in senso lato, attraverso i suoi livelli di multisensorialità ed invisibilità.

Giungo alla parte centrale di questa intervista, dedicata al tuo libro, “Nuove Geografie del Suono – Spazi e Territori nell'Epoca Postdigitale”, da molti considerato come testo illuminante per meglio comprendere i cambiamenti in atto a livello territoriale e paesaggistico. Come sei giunto a tale pubblicazione, cosa ti ha spinto a farlo?

Nel libro converge integralmente il testo, opportunamente rivisto ed aggiornato, della dissertazione dottorale in Studi culturali e postcoloniali del mondo anglofono che ho difeso presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” lo scorso anno. L’esperienza del dottorato ha rappresentato la possibilità di dare una sistemazione accademica alla ricerca indipendente svolta a lungo negli anni precedenti e mi ha fornito una serie di elementi metodologici ed epistemologici che hanno sostanziato la mia prospettiva di studio dandole, appunto, una cornice teorica più solida.

All’interno di questo framework di ricerca, ho avuto modo di sviluppare una ricerca legata al suono inteso come strumento di indagine per comprendere quelle che sono le trasformazioni territoriali a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, in seguito all’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione e dei processi legati alla globalizzazione. In questo senso, il suono diventa un elemento di analisi di indagine di dinamiche invisibili, impercettibili spesso allo sguardo.

Domanda iniziale che i molti non introdotti si pongono: il paesaggio e il suono, due realtà (solo) apparentemente separate, diverse, lontane. Come interagiscono e cosa possono produrre?

Credo di aver risposto in buona parte alla questione già in precedenza. Come dicevo, la radice del termine paesaggio sonoro/soundscape fa riferimento ad un contesto visualista nell’ambito del quale si articola la presenza del suono. In questo senso, paesaggio/paysage, come “ciò che si vede di...”, e suono costituiscono cioè i poli di tensione di un dualismo, quello visione/ascolto, che tende a sussumere il suono stesso nella sfera visuale. Riconsiderare in senso critico la nozione di paesaggio sonoro apre il campo ad un riequilibrio sensoriale – penso per esempio a quanto siano stati illuminanti in tal senso gli studi di Michel Serres - che parte dalla riconfigurazione del ruolo del suono all’interno del contesto del paesaggio. Questo processo implica anche una possibile riconsiderazione del lessico tradizionalmente adoperato dai sound studies, in relazione per esempio all’uso di soundscape o “ecologia acustica”, che richiede – a mio parere - non l’abbandono verso nuove terminologie, ma piuttosto un rinnovamento linguistico che passa attraverso un processo di riflessione e di rilettura concettuale.

Visto da fuori, sembra un'operazione, un progetto destinato ad un pubblico abituato al linguaggio cattedratico. Il libro stesso non è di facile consultazione per chi non possiede gli strumenti necessari. Ti sei posto il problema della semplificazione del messaggio durante la stesura del testo? A chi è rivolto il tuo lavoro?

Il libro è diviso tre capitoli e solo il primo, che pone le basi teoriche per il resto della trattazione, può essere ostico alla lettura per chi non è addentro ai temi del suono in senso stretto, ma è in ogni caso essenziale perché va a colmare, almeno nelle intenzioni, un vuoto bibliografico esistente in Italia su certi argomenti. Gli altri due capitoli sono decisamente più scorrevoli: in generale penso che questo libro, nell’attraversare tramite il suono territori trans- ed interdisciplinari – dalla filosofia alla geografia, dall’antropologia agli studi culturali - possa riscontrare attenzione da parte di lettori che hanno background, interessi, vocazione e provenienze disparate.

Si pronuncia poco la parola Musica, in queste pagine. Si preferisce usare il termine Suono o meglio, Sound Art. Cerchiamo di spiegare la diversità tra le due esperienze: musica e sound art.

In realtà i due elementi, quello musicale/musicologico e quello della sound art non vengono presentati mai in modo antitetico all’interno della trattazione, quanto piuttosto in tensione tra di loro, con l’idea di non mettere in opposizione due domini disciplinari differenti, nel tentativo di ibridarli per arricchire ciascuno di essi di questioni, prospettive ed approdi nuovi o inattesi. D’altra parte, è vero che una delle riflessioni da cui muove il libro è la possibile messa in discussione dello status minoritario della sound art rispetto alla musica e del suo ruolo di appendice nel dominio delle arti visuali. Questo lavoro di decostruzione poggia dunque su un’ipotesi di allargamento del campo di indagine del sound studies, in un’ottica che libera il suono da ogni subalternità disciplinare nei confronti della musicologia, producendo una moltiplicazione dei livelli di contatto ed intersezione del suono stesso con altre discipline: la filosofia, prima di tutto. È questo uno dei punti più delicati del libro, quello che più ha suscitato discussioni, affrontate in maniera serrata con alcuni musicologi nel corso delle diverse presentazioni in giro per l’Italia nelle scorse settimane. L’idea è quella dell’affermazione della possibilità di un ascolto altro, al di fuori delle coordinate e delle articolazioni musicali, soprattutto quelle della musica ‘colta’.

Può il termine soundscape esser la risposta alla crescente mancanza di innovazione in campo musicale? Potrà contribuire a risollevare la stanchezza nell'ascolto percepita dai più attenti fruitori di innovazione sonora?

Non so. Credo si tratti alla fine poi di percorsi, di traiettorie d’ascolto molto personali. Per quanto mi riguarda, proprio la stanchezza verso un certo tipo di proposte che invece mi avevano entusiasmato negli ultimi due decenni, insieme naturalmente ad un interesse specifico e crescente per alcune pratiche estetiche maturato - per così dire - sul campo, mi hanno spinto sempre di più verso “altri” tipi di territori.

Leandro Pisano con Taylor Deupree, Pedro Tudela, Miguel Carvalhais ed Aurelio Cianciotta a Barsento Mediascape 2013

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Tornando alle tue pagine, esattamente alla 160, si legge: “Il sound artist non si appropria della comunità politicamente o simbolicamente ma, servendosi della forza concreta del suono, contribuisce alla 'liberazione' del paesaggio sonoro della comunità, insieme ad essa, rendendolo spazio attivo al di fuori dalla rappresentazione, dalla referenza, dalle verità oggettive e lo articola come un ambiente fluido (…) nel quale è possibile inscrivere nuove storie, nuove narrazioni, che rimettono in circolo attraverso le pratiche del suono e dell'ascolto elementi già esistenti ed in circolazione nel paesaggio stesso”. Credo che questo passaggio tratto dal capitolo dedicato agli spazi sonori della ruralità, racchiuda gran parte delle intenzioni progettuali legate a questa ancora nuova modalità di ascolto. Potresti tradurre concretamente quanto scritto?

Queste righe sono estrapolate da una riflessione ampia, oggetto di trattazione del terzo capitolo, che riguarda le dinamiche di interazione tra comunità ed artisti sonori, con riferimento specifico ad una serie di pratiche sviluppate nelle aree rurali ed analizzate nel volume. Il punto di partenza è la possibilità di considerare il territorio rurale stesso come un laboratorio culturale in cui riassemblare, attraverso questa interazione, pratiche ed elementi culturali che sono già esistenti. Non più luogo nostalgico, il territorio rurale emerge, attraverso le pratiche dell'arte (sonora) e di un ascolto “profondo”, come uno spazio critico in cui mettere in questione il significato di termini come "comunità" o "identità" ed individuare nuove modalità di traduzione anche rispetto alle tradizioni. L’incontro tra artisti e comunità, attraverso processi temporanei e imprevedibili di traduzione, lascia riaffiorare frammenti di un passato che si apre alle voci ed alle risonanze del presente, alimentando un processo nel quale, a partire dalla rielaborazione dell’attuale, si può re-immaginare il territorio come un “paesaggio diverso”, al di fuori dei luoghi comuni di una ruralità ereditata e posta ai margini dai discorsi della modernità. Ascoltare, in questo senso, prelude alla possibilità di “riguardare” il proprio territorio con occhi diversi, adoperando una metafora usata da Franco Cassano.

Un altro passaggio che ho trovato interessante è quello riguardante il sound mapping e il field recording in relazione a forme di ascolto legate alla consapevolezza di classe. Amerei una tua spiegazione.

Più che di consapevolezza di classe, io parlerei di subalternità e differenze. Come ha scritto Chantal Mouffe, il suono ci mette di fronte all’“ineradicabilità” delle differenze. Lo spazio uditivo, in quanto libero da frontiere in senso visuale, si rivela come un ambiente particolarmente produttivo nel quale pensare alle identificazioni ed alle disarticolazioni culturali – non solo nei discorsi orali e musicali, ma anche nel più ampio contesto del paesaggio sonoro in cui siamo immersi. Al di là di un approccio puramente musicale, la cultura del suono, considerata nel senso più ampio possibile del termine, può potenziare le relazioni inter-culturali, favorire incontri e forme di traduzione culturale, configurare le pratiche di attraversamento dei confini, contribuire a ridefinire i discorsi sul genere, la razza e la differenza e dando nuovo significato a concetti come “identità” e “comunità”.

La suddivisione che fai tra i 'luoghi abbandonati del suono' e 'gli spazi sonori della ruralità'. mi ha particolarmente interessato. Ti ascoltiamo.

Più che una suddivisione, si tratta – di nuovo – di un attraversamento di geografie e dei territori che emergono dal contesto post-globale: aree rurali, luoghi abbandonati, zone ai margini affiorano attraverso modalità di ascolto e pratiche artistiche che le rivelano come spazi “aumentati”, sia dal punto di vista sensoriale che delle risonanze del pensiero. In questo senso, il suono non è semplicemente un linguaggio o uno strumento, ma piuttosto un metodo ed un dispositivo di indagine che invita a riconsiderare l’esperienza e la conoscenza dei luoghi secondo modalità differenti rispetto a quelle mediate dalle categorie del pensiero della modernità. Quanto ai luoghi abbandonati del suono, e cioè quelli che rientrano nel Terzo Paesaggio Sonoro ed agli spazi sonori della ruralità, essi vengono letti come ambienti di conflittualità e problematicità riverberata sul territorio e nello spazio sociale. L’ascolto, all’interno di essi, rende udibile tutto ciò che è invisibile, assente, intangibile, residuale in una sorta di geografia delle rovine: in questo senso, l’attraversamento sonoro palesa un’attenzione “ecologica”, o “ecosofica”, nel momento dell’incontro con il territorio.

Esiste una componente utopica all'interno di questo pensiero o, anche in base alla tua notevole esperienza sul campo, hai assistito a reali cambiamenti o per ora si tratta solo di enunciazioni?

Credo che l’impatto di questo tipo di pratiche e riflessioni sia legato ad una serie di questioni, che sono alla base dell’analisi su cui si costruisce il mio libro: è possibile che le pratiche artistiche sonore producano in qualche modo tensioni “agonistiche” rispetto alle forme egemoniche di soggettivazione, mettendo in discussione le dinamiche di dominazione? Possono aiutarci a rendere percepibili “altre” posizioni, nel momento in cui ci costringono a pensare e a sentire, a continuare ad apprendere? Se la risposta a queste domande è affermativa, allora possiamo, come scrive Owen Hatherley, “cercare di scavare l’utopia”.

Dovessi riassumere illustrando fisicamente la materia, che suoni intesi come supporti discografici e altre letture ci proporresti?

 Cinque lavori discografici:

- Chris Watson, “El Tren Fantasma”, Touch (2011);

- Angus Carlyle & Rupert Cox, “Air Pressure”, Gruenrekorder (2012);

- Budhaditya Chattopadhyay, “Landscape In Metamorphoses”, Gruenrekorder (2007);

- Peter Cusack, “Sounds from Dangerous Places”, ReR Megacorp (2012);

- Francisco López, “Wind (Patagonia)”, and/OAR (2007).

Cinque libri:

- Salomé Voegelin, Sonic Possible Worlds, Bloomsbury, London/New York 2014;

- Anja Kanngieser, Experimental Politics and the Making of Worlds, Ashgate, Farnham 2013;

- Brandon LaBelle, Acoustic Territories. Sound Culture and Everyday Life, Continuum New York, NY 2010;

- Gilles Clément, Manifeste pour le Tiers paysage, Éditions Sujet/Objet, Paris 2004;

- Franco Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino 2003.

Chiudo con una domanda “filosofica”: cos'è per Leandro Pisano l'esperienza d'ascolto

Semplicemente, l’esperienza dell’ascolto è un atto di contatto e di immersione nel mondo ed allo stesso tempo un atto di affermazione su più livelli: culturale, sociale, politico.

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<![CDATA["Dunkirk" di Christopher Nolan]]>

In "Dunkirk" il nemico non si vede mai,
del resto è un film di fuga più che di guerra,
uomini che provano a scappare con ogni mezzo,
sguardi che parlano senza parole, senza possibilità di scelta,
e il mare diventa la frontiera da attraversare,
il luogo della lotta per la vita

le imbarcazioni private, dai traghetti alle piccole barchette con bandiera inglese
che salpano da ogni parte per riportare a casa i soldati
sono il miraggio e la speranza, sono l'ultimo baluardo dell'umano
che resiste alla barbarie.

Ma si può mettere una bandiera all'umano, alla lotta per la vita, alla fuga da morte certa? 
Credo di no!

Ecco perchè ci vorrebbe anche oggi quella flotta di piccole barchette 
che salpano dai porti dell'europa meditteranea
battendo bandiera internazionalista
portando in salvo i migranti che affogano. 
Ma non c’è niente da fare, oggi quelli che provano a scappare,
quegli sguardi che parlano senza parole, senza possibilità di scelta,
non meritano aiuto.
Anzi quella flotta la boicottiamo e blocchiamo ogni via di fuga.
Perché quel nemico che nel film non si vede mai forse siamo noi.

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 ps) consiglio la visione del film in una sala che vi permetta di apprezzare la soundtrack di Hans Zimmer

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<![CDATA[Se la musica è troppo alta tu sei troppo vecchio, dice Ozzy]]>

Potrei aggiungere anche la frase di Groucho Marx che raccontava di suonare al conservatorio ma mai nessuno che gli aprisse la porta. Musica, quella materia che non abbandona mai il nostro quotidiano, sostanza forse nociva per gli altri, assolutamente benefica per noi se riusciamo a trasformarla in suono, se entriamo in confidenza con lei e scegliamo il suo percorso, direttamente dalla fonte.
Durante questa caldissima estate, di musica ne ho ascoltata molta, selezionata e sezionata altrettanta. Mi sono rimasti alcuni titoli in tasca, pochi granelli in un oceano di sabbia in continuo mutamento, li raccolgo dentro questo recipiente immaginario, una sorta di bottiglia virtuale che lascerò scivolare sulle acque sempre assai frequentate della rete per il piacere (si spera) di chi vorrà raccoglierla ed aprirla.

Primo granello ovvero delle sorprese: WE PROMISE TO BETRAY Nothing is as it Seems – cd Oltrelanebbiailmare 

In Italia, sì specialmente in questo Paese, esiste una sorta di maniacale sudditanza all'atavica oscurità industriale, all'oscurantismo rumoristico, alla fredda tutela del rigido beat vintage e del drone darkotico (dark/narcotico). Non che la cosa – specialmente il dark ambient... anzi scusatemi, solo il dark ambient che il resto personalmento fatico oramai ad ascoltarlo – crei problemi, ma alla lunga stanca, sfibrisce (sfibra e avvilisce). La cosa forse l'hanno intesa anche due bravissimi (non lo scrivo per farmeli preventivamente amici) soundartists da sempre in viaggio dentro quei mondi sù descritti. Giuseppe Verticchio aka Nimh e Twist of Fate, per segnalarne due. Davide Del Col aka Antikatechon, cito il suo moniker più conosciuto, quello che al solo pronunciarlo scatta l'immagine catacombale. I due, già abituati ad usanze decisamente darkdroniche escono alla luce del fu odiato sole e stampano lì un cd che ha del magico. Pura meraviglia sonora contenente quattro lunghe tracce che lievi ed ipnotiche viaggiano sul confine tra il nuovo pensiero noise-ambient (Cfr bvdub) e un personalissimo colto e avvolgente shoegaze in divenire con forti richiami al folk e tutto giocato naturalmente sull'uso della chitarra e la magia che le sue corde sa sprigionare. Da ascolti in random repeat.

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Secondo granello ovvero: dalla poetica del mare (mentre scrivo mi affaccio sull'Adriatico) all'affascinante potenza del fiume: DEISON & MINGLE - Tiliaventum – lmt box cd Loud!/FinalMuzik

Un cofanetto che a ben ascoltare, avvicinandolo lentamente all'orecchio, sussulta e vibra, manda echi e pesa di liquida materialità. Nasconde molte cose al suo interno ma la prima a colpirti è la presenza di un semplice sasso di fiume, una falsa semplicità a ben guardare, che si palesa in tutta la sua bellezza quando lo prendi nel palmo della mano ed inizi a fissarlo con attenzione. Migliaia di anni lo hanno levigato lasciando però piccole fessure nelle quali abitano i riflessi del tempo remoto, altre vite segnate da una stretta linea bianca, roccia di natura diversa saldata con la pazienza dei secoli e perennemente immersa nel respiro di un fiume che scorre per 170 km. lassù, nel Friuli-Venezia Giulia, Tagliamento si chiama, Tiliaventum o Tiliavemptus, Tilavento, Tiliment, Tilimint, Tuliment, Taiament e chissà quanti altri nomi ancora, perduti nel tempo. E' a questo lungo e intrecciato serpente che Deison e Mingle hanno dedicato il loro ultimo lavoro, un progetto nato da un'idea di Sandra Tonizzo al quale hanno partecipato musicisti, scrittori, fotografi quali: All My Faith Lost…, The Haunting Green, xoX, Matteo Dainese, Tony Longheu (Yton) e Lorelei Facile, Alberto Novello (JersterN), Maba (Len), Anna Comand e Giulia Spanghero. Anche nel caso del duo in questione, il contenuto esce dal canone di ricerca usato abitualmente. Pur mantenedo saldi i 'fondamentali', Deison e Gastaldello iniziano un dialogo intenso con la parte più umana e natura-le (Arteria – Tiliment - Agane) del suono, del loro intimo dialogo con il fiume percepiamo la fascinazione. Il loro è un racconto scandito dal passare dei millenni, dai bruschi cambiamenti, dal contatto diretto con il greto di un corso mai simile a sé stesso. Così dovrebbe essere per il suono, così è per certi suoni, i più intimi e struggenti, quelli celati dentro le rilucenti fessure di un piccolo sasso di fiume.

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Terzo granello ovvero dell'elettronico algido e sinfonico andare:SCANNER – The Great Crater – cd digipack lmt Glacial Movement

Altro gioiello che va ad aggiungersi agli altri custoditi nel visionario scrigno di ghiaccio antartico della Glacial Movements, da dieci anni al servizio dell'ascolto altro. Robin Rimbaud in arte Scanner, uno dei nomi chiave del nuovo pensiero sonoro europeo, soundartist continuamente alle prese con impegni lavorativi che lo vedono alternarsi nel mondo della moda così come nell'universo della musica contemporanea, immerso nella composizione di soundtracks e instancabile lavoratore della multimedialità. Un artista multitasking, rappresentante del mondo a venire, che pubblica un vero e proprio diario di viaggio nei ghiacci, chissà per quanto ancora tali. A ben pensare il contenuto dei dischi qui recensiti altro non è che la descrizione sonora di una storia, un racconto. Anche quest'ultimo non si discosta e narra la storia di strani cerchi del diametro di due chilometri, scoperti sulla superficie antartica nel 2014. Due anni più tardi si venne a conoscenza della vera ragione di quei segni nel ghiaccio, erano laghi formatisi in una depressione, fragili lacrime nascoste all'uomo per orgoglio da parte di una natura offesa e a fine vita. Scanner penetra dentro quelle formazioni circolari, si immerge sotto la superficie, vaga nell'assenza di peso e nel silenzio dell'immenso spazio liquido racchiuso nel ghiaccio. Innalza un peana in suo favore, una silenziosa astratta sinfonia che profuma di abbacinante candore e mesta rassegnazione. Il battito della Terra, forse il suo ultimo manifestarsi.

 

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Quarto granello ovvero dello struggimento:FRANCESCO GIANNICO & GIULIO ALDINUCCI – Reframing – cd lmt. Eilan Rec.

Volete toccare con mano la dolce vulnerabilità dell'animo umano, volete oltrepassare la soglia del reale per immergervi in uno stato di grazia onirica che vi permetta di essere in voi, eco di voi stessi, testimoni degli accadimenti più intimi come la nascita di una lacrima o la percezione infinitesimale delle cose? Vi interessa abbandonare tutte le scuole di pensiero, sciogliere qualsiasi legame allontanandovi lievi nella reale percezione del sentire? In fin dei conti questo dovrebbe essere il compito della musica e questo è ciò che il suono firmato Giannico-Aldinucci riesce a fare. Ogni loro produzione è un viaggio, una trasmutazione in altro. Nessun volo nello spazio ma piedi ben piantati sulla terra, sulla propria terra, immersi nella realtà di un quotidiano che si trasforma in straordinario. A questo serve l'eco del field recording, il noise in presa diretta, la melodia stemperata lungo il flusso modulare. E' un processo di riappropriazione sentimentale, di empatia verso l'altro, l'estraneo, colui oramai visto come minaccia. Esiste una realtà altra, splendida nel suo scintillìo di sole e risate, nel rumore di onde che si infrangono lungo spiagge abitate dal soffio leggero di frasi che si perdono dolcemente nella melodia che mai si vorrebbe veder svanire. Volete toccare con mano la dolce vulnerabilità dell'animo umano? Ponetevi all'ascolto.

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Quinto granello ovvero della Processione Sintetizzata del Santo Sentire: AVSA – Parallel -cd Manyfeetunder Concrete

La cerimonia del distacco va a compiersi, oramai non cerchiamo più di tradurre il linguaggio della macchina in naturale espressione umana, i cavi che ci collegano alla strumentazione sono gli stessi che trasmettono il nostro battito e quanto stiamo analizzando. Il residuo di comunicazione ancora umana viene analizzato e campionato, trasformato in linguaggio altro che va ad unirsi alle migliaia di espressioni ancora aliene alla nostra vista. L'urlo sotterraneo formato dalla lenta processione di dati sintetizzati e pronti per l'ascolto, quel Santo Sentire che tutto travolge e tutto cambia si palesa. E' una marcia che non prevede soste fianco a fianco all'armonia. Tutto viene avvolto nel fragore sommesso del motore che scava e scava, deciso a scoprire, capire, rompere le barriere e le definizioni. Elettronica, ambient, glitch, sperimentazione sono termini senza più valore, costruzioni fittizie che non riescono a sostenere la potenza della massa sonica lanciata alla velocità del pensiero contro il nostro ancora antico ascoltare. Sergio Albano e Anacleto Vitolo strappano il velo che ci nasconde il futuro e lanciano delle corde alle quali aggrapparsi per raggiungere nuovi livelli di consapevolezza nella ricerca del suono unico che sa scomporsi e dialogare a più livelli. Non ci rimane che procedere aggrappati a quelle corde, nell'infinito spazio che racchiude la virtualità del nostro ascolto.

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Sesto granello ovvero del dolce silenzio che avvolge le stanze di una casa normale: JASON VAN WYK – Opacity – cd Home Normal

Forse l'ultima frontiera musicale che vive sospesa nell'indefinito, senza soggiacere ad alcuna norma, senza definizioni o nomi, musica che respira neo-classicismo ma suona lieve e futura, espressione silente di quel mondo nascosto che tutti noi amiamo frequentare, solitari e sognanti, testardi testimoni di un credo commovente e minimale che si sta estinguendo. I suoni diffusi dalla Home Normal, la label che ha licenziato questo splendido lavoro di van Wik, sono plasmati nel silenzio, si possono accarezzare ricevendone in cambio il sussurro, un leggero alito profumato di ambient ed seducente minimalismo elettronico. E' puro piacere cedere alle lusinghe del pianoforte, adagiarsi sull'eco formatosi tra una nota e la successiva e rivivere lo splendore del brutale ardore tramutato in lento e discreto abbraccio musicale. La nuova via al sogno è aperta, la potete percorrere seguendo la strada che porta in una casa del tutto normale.

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<![CDATA[PELI misura di tutte le cose, madre di tutte le battaglie]]>

Nomadi e senza fissa dimora rotolano al pari di tumbleweeds lungo i vasti territori del pensiero, sospinti dall'impetuoso vento di una scrittura che non concede tregua ma soffia, si insinua, penetra in ogni dove spostandoli con delicatezza o violenza dal luogo da loro scelto per rintanarsi, leggeri ma ingombranti alla vista. Ma si, proprio loro, i Peli così brillantemente – forse sarebbe il caso di dire brillantinamente - descritti da Francesco Forlani in un paphlet tanto misuratamente piccolo (cm.10xcm.15), quanto infinito per estensione di argomenti trattati, fitto di rimandi ed esempi, tuffi in un passato colmo di dissertazioni capaci di creare, a loro insaputa, futuribili link da usare come ingresso per ulteriori mondi abitati dalla filosofia, dall'arte, dalla storia, dalla sociologia, dalla psicanalisi, dallo spettacolo e potrei continuare avanti e avanti. Tutti luoghi comunque abitati dai Peli, creature dis-a(r)mate una volta sottratte al loro luogo natìo, sia esso l'Origine du monde di Gustave Courbet o l'incolta barba del Drugo così magnificamente esposta nel Grande Lebowski di Joel Coen.

 

Come riuscire a formulare una teoria pilifera partendo da Parmenide e Socrate per giungere fino a Caroline de Bendern (cito realmente i primi e ultimi nomi letti nel testo), modella prestata alla protesta del Maggio parigino che, e lo sapremo solo a fine lettura, sotto la maglietta nascondeva ascelle perfettamente depilate. Tutto ciò passando per – segno parzialmente e in random - Taricone, Man Ray, l'immancabile Freud, la Medusa, Sciascia il Leonardo oltremodo amato dal nostro autore, l'altrettanto amato chef stellato Davide Scabin, la coppia infelice Julia Roberts e Lady Gaga e quella più interessante e risolutiva formata da Gilles Deleuze e Felix Guattari, i due francesi che hanno contribuito a darmi una risposta plausibile, almeno fintanto non avrò la possibilità di chiedere direttamente allo scrittore casertanparigintorinese il segreto del suo veloce e sorprendente nomadismo pilifero-letterario.

Ripartiamo quindi da Mille Plateux, no no cari amici musicofili, non l'etichetta discografica tedesca ma il libro scritto nel 1980 a quattro mani dal filosofo Gilles Deleuze e dallo psicanalista Felix Guattari nel quale si descrive il concetto di rizoma. Per meglio capire compio un'operazione – giusto per riprendere lo scritto forlaniano – simil diegematica e riferisco quanto letto e poi stampato dall'autore riguardo il rizoma... praticamente (e volgarmente) copio-incollo: Il rizoma collega un punto qualsiasi con un altro punto qualsiasi, e ciascuno dei suoi tratti non rimanda necessariamente a tratti dello stesso genere, mettendo in gioco regimi di segni molto differenti (…) il rizoma è un sistema acentrico, non gerarchico... Come dire, lasciamo che l'argomento principe – i Peli – venga trasportato ovunque, vengano i bulbi piliferi sommersi e nascosti, scompaiano pure dalla visuale (lettura), si giunga a toccare altri lidi, si usi in modo sistematico e magistrale l'etimologia dei termini che ci aiuta a comprendere e viaggiare oltre la soglia del tempo reale, si lasci la mente vagare lungo affascinanti rotte filosofiche che prevedono approdi su atolli ricoperti di attraenti irresistibili scivolosità e forti effluvi olfattivi, teniamoli sempre sotto controllo pur distogliendo lo sguardo, torcendolo – e qui vado in repeat simil diegematico – per giungere a percepire, analizzare descrivere l'essenza stessa della propria natura (Forlani-Foucault = effeffe) ovvero, riprendendo in termini botanici il vocabolo, rizoma come pianta che è radice, radice come quella contenuta alla base del pelo, quella invisibile ancora che non è mai stata realmente e volutamente issata a bordo nel lungo e meraviglioso vagare forlarizomatico tra le decine di isole del pensiero da lui descritte.

Volutamente, forse con un pizzico di perfidia lascio al lettore il piacere della scoperta, lascio a colui che vorrà aprire le pagine di questo piccolo ma decisamente esteso atlante del credo pilifero il compito di penetrare l'intrico di folta e colta vegetazione cresciuta per nulla spontaneamente ma coltivata con estremo amore e rispetto da uno scrittore che da sempre cerca il pelo sull'uovo pur non avendo mai avuto peli sulla lingua. Questa è una pubblicazione destinata agli esploratori dei mondi nascosti, mondi esistiti che sempre esisteranno, percorsi intricati, im-penetrabili, amati e odiati, coltivati o semplicemente eliminati, fredde lucide superfici sulle quali dissoluti scivolare o lussureggianti piantagioni capaci di distribuire il piacere della vita.

 

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<![CDATA[Mark Lanegan live a Sexto 'Nplugged]]>

Mark Lanegan parla poco, molto poco, si limita ad un “thank you” ogni tanto e a dichiarare suo nemico il caldo di questa sera d’estate. Parla poco ma non è silente, anzi. Ci parla, da trent’anni, attraverso canzoni dall'innata capacità di infilarsi dannatamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Riesce a parlare con la sua bellissima, cavernosa voce, anche a chi, come il sottoscritto, si è allontanato da tempo dall’ascolto del “rock”, e lo fa non rinunciando alla sua camicia nera a maniche lunghe a costo di ricorrere spesso ad un asciugamano (nero anche quello) per asciugarsi. È così che questa calda serata d'apertura di Sexto 'Nplugged si tinge di nero trasmettendo un feeling “dark” attraverso un mix sapiente di rock-blues elettrico e new wave, ma soprattutto attraverso il canto rauco e profondo di Lanegan che ci accompagna nell' abisso del suo animo.
Ma partiamo dall'inizio. Sexto 'Nplugged, ovvero quando il luogo determina la musica, ed il luogo è il sagrato dell’abbazia di Santa Maria, a Sesto al Reghena (PN), location splendida dove da anni si svolge un festival unico e non solo per la bellezza del posto. Un luogo dove appena iniziano i concerti si chiude il bar e si spengono gli smartphone e si lascia spazio solo alla musica. Qui, in questo spazio magico, a sorpresa alle 20:30 ad aprire il live ci sono due inattesi musicisti (scopriremo che fanno parte della band di Lanegan) con due performance minimali ed intime ma di grande impatto emotivo. Lyenn e Duke Garwood accompagnandosi con la sola chitarra ci fanno capire che i loro sono nomi da tener d’occhio.
Alle 21.45 puntuale sale sul palco Lanegan con la sua band. Fin da subito è evidente come abbia trovato nella chitarra Jeff Fielder la spalla ideale ma è tutta la band ad essere affiatata. Il setlist del concerto alterna songs dall'ultimo "Gargoyle" a quelle degli album precedenti mantenendo un sound malato ed oscuro. A mio avviso "Nocturne", dall'ultimo disco, è la vetta della performance con quel incipit sulle note di un basso inequivocabilmente darkwave.
Dopo un’ora e un quarto di musica di grande impatto, la band saluta e se ne va. Tornerà acclamata dopo poco e quel basso darkwave risalterà ancor di più con le cover di “Atmosphere” e "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division.
Mark Lanegan parla poco, molto poco e a volte usa parole di altri (in questo caso quelle di Ian Curtis) ma lo fa andando sempre al cuore pulsante della cosa, che poi è sempre la stessa: la parte più profonda e oscura dell'animo umano.

Ps) a Sexto 'Nplugged il 20 luglio arrivano gli Air; il 26 luglio è la volta di Benjamin Clementine; il 27 luglio chiude in bellezza Trentemøller. Non mancate!

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Setlist Concerto Mark Lanegan

Death’s Head Tattoo
The Gravedigger’s Song
Riot in My House
No Bells on Sunday
Hit the City
Nocturne
Emperor
Goodbye to Beauty
Beehive
Ode to Sad Disco
Harborview Hospital
Deepest Shade
Harvest Home
Torn Red Heart
One Hundred Days
Head
The Killing Season

BIS

Atmosphere
Love Will Tear Us Apart

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<![CDATA[Diserzioni: Viaggio notturno]]>

Lungo una strada bagnata
scorrevano le mie emozioni
e attraverso le gocce sul finestrino
scivolavano nell'ignoto
riflettendosi nell'orizzonte buio
di un viaggio notturno

 

Les Discreet: Virée nocturne

Mark Lanegan: Nocturne

Hante: Eternite

Hunϯer.ѧnѧmi: Orlog.in

Noire Shapes: Claire

ZéM: True

Wu Wei - Automated Shadows

Neozaïre: Blue Bell Treasure

Slowdive: Falling Ashes

Telefon Tel Aviv: Something Akin To Lust

Stefano Guzzetti: Night

 

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<![CDATA[Eraldo Bernocchi & Netherworld: Himuro]]>

Sintoniazziamo il nostro battito, lo avvolgiamo nei quattro quarti del più prezioso e morbido dei tessuti disponibili abbracciandolo stretto mentre vibra cadenzato, lento; mentre inspira ed espira note indissolubilmente legate alla religiosa dottrina del silenzio e del suo infinito riverbero. Un procedimento in divenire, una creatura che lentamente cresce, affiora lieve mentre immerge le sue sensibili vibrisse bene a fondo nell'immaterialità del nostro ascolto. Procediamo nella ricerca della sintonia agganciando stabilmente quel segnale che giunge da lontano e ancor più lontano ci condurrà, in un viaggio dentro la percezione del bianco e delle sue ghiacciate e solitarie pianure.

Siamo parte del tutto racchiuso nell'immensa vastità di una particella di ghiaccio che si nutre del respiro ritmico del suo grandioso custode, l'iceberg. Im-mobile ed instabile solcatore di correnti oceaniche e autostrade oniriche, creatura dalla gelida anima avvolta nei quattro quarti del più prezioso e morbido dei tessuti disponibili, l'Himuro.

Così ci piace pensarlo, come un tessuto fine che mantiene incredibilmente la temperatura sotto lo zero, la conserva e preserva rendendo fruibile quanto avvolge, anche nei periodi di piena siccità musicale. Chi ha ideato tale materia appartiene al mondo altro, quello della sovranità del silenzio e della maestosità del gesto sonoro, il mondo dal quale provengono Eraldo Bernocchi e Netherworld, al secolo Alessandro Tedeschi.

Sei pericolosissime tracce che rilasciano ipnotici filamenti ambient immersi sotto la superficie spaziale di un mare immoto sul quale galleggia la massa imponente di una creatura che pulsa lento dub tecnologico e narcotici intrecci sonici sprigionati da baritone guitars e field recordings, essenza elettronica trattata e macchine sensibili al sogno. Una liturgia del freddo che scalda il cuore e infiamma la visione. Elegia per un'intimità di confine.

Tu sei bella, o bianca distesa!
Il lieve gelo mi riscalda il sangue!

S.A. Esenin

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<![CDATA[Diserzioni: Deep down]]>

sconfinare nel silenzio
oppure in suoni emozionanti
quelli che ti scuotono dolcemente
quelli che spingono l'animo
a coltivare la sensibilità
ad andare in profondità

Vacant: Deep Down

Vagrant: Riverboat

Ecepta: By My Side

Deadboy: Cabalero

Tim Schaufert & Cashforgold: Lost

Axel Grassi-Havnen: Arcane

Tru.Ant: My Dreams

Marco Shuttle : Adrift

Burial: Beachfire

Fis & Rob Thorne: Phase Transition.

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<![CDATA[Diserzioni: Spiegare le ali]]>

a volte può sembrare una prigione
anche l'immaginazione
chiusa a chiave dalle catene della formattazione
sono sbarre da spezzare per farla ancora volare
liberandola da recinti e barriere
perché possa finalmente le sue ali spiegare


100 Day Delay: Raise Your Wings

Forest Swords: Border Margin Barrier

Forest Biz: In the glen

Drohves - _Escape

Insomnia: Unpleasant

Bucky: Meltdown

aLone: Black

Lynchobite: Need You.

Nuage: Wild

KOSIKK: Expanse

Jack-o -Lantern: Wonderful Times

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<![CDATA[I tre gradi di separazione e le referenze degli addetti ai lavori del mondo culturale italiano]]>

Ben sapendo di incorrere in una generica sanzione o, più semplicemente, nella definizione di Paranoico, espongo pubblicamente un pensiero ricorrente. Sembrerebbe, quest'ultima, una frase tratta da qualche lirica firmata Battiato, in realtà è un vissuto che da sempre segna il mio procedere verso quel luogo indefinito dove tutti coloro che si adoperano culturalmente spererebbero di trovare limpide acque con le quali, finalmente e dopo un lungo cammino, calmare vincenti e riconosciuti la propria sete di passione.

L'occasione mi è stata data dalla lettura di un post su Facebook nel quale si leggeva come richiedere l'accredito per partecipare alla vernice di “Light Music”, la mostra che Brian Eno ha inaugurato a Trani dove gli inviti venivano concessi solo a “persone referenziate”. A prescindere dal metodo di selezione, sul quale si potrebbe aprire un altro confronto, la lettura di questa notizia mi ha sollecitato una domanda: chi sono le “persone referenziate” che affollano un mondo culturale sempre più alieno e infrequentabile.


Credo esistano almeno tre Gradi di Separazione che distinguono i frequentatori di questo mondo.

Coloro che nascono in famiglie da sempre a contatto con il “mondo dell'arte e della cultura” inteso in senso lato. Queste persone non troveranno certo difficoltà nel loro procedere verso luoghi ad altri “proibiti” o raggiungibili solo attraverso pesanti fatiche e pratiche infernali. Prescindendo dalla preparazione e bravura, fanno parte di un sistema elitario loro malgrado, conoscono personalmente chi potrà aprir le porte, sanno a chi rivolgersi e come farlo e difficilmente aiuteranno altri ad entrare, tenendo ben stretta la chiave d'accesso.

Ci sono poi coloro che nascono comuni mortali ma da subito iniziano un percorso altro, legato alla cultura artistica contemporanea che non prevede “aperture popolari”. Per loro il cammino è comunque difficile, comunque devono armarsi di preparazione e bravura ma si muovono in una realtà ben circoscritta, che continuamente si confronta solo con sé stessa e fatica a capire e concedere dialogo a chi proviene dal mondo esterno.

Il terzo grado di separazione riguarda gli altri, coloro che sulle spalle hanno un lungo percorso di normale crescita culturale legata però all'espressione artistica popolare indipendente, nel mio caso musicale. Anni di pubblicazioni su mensili storici nazionali tutt'ora non riconosciuti come cool magazines, giornali che seppur indipendenti, ahimè non “fanno moda”. Una militanza radiofonica decennale, lunghe frequentazioni giovanili come programmatore nel circuito delle discoteche un tempo chiamate “di tendenza”, una declinazione sonora partita dal rock trasformatosi nel corso degli anni in suono elettronico e di ricerca. Una solida appartenenza ad un mondo di mezzo costruito anche sulla diffusione culturale digitale, una presenza concreta distinguibile solo da chi lo frequenta ma incredibilmente invisibile se visto da fuori, da coloro che appartengono alle realtà sopra descritte. Quando raramente avviene il contatto, la sensazione che si percepisce è quella di un'accettazione critica immersa in una sorta di paternalismo ironico che cade dall'alto, assolutamente inaccettabile per una persona con un lungo bagaglio di esperienza sulle spalle, che supera largamente il mezzo secolo di età, come lo scrivente.

Chi vive questa condizione fatica moltissimo, non dico ad imporsi ma proprio a farsi notare. All'irruenza giovanile che permetteva un faticoso, continuo e inconsapevolmente inutile tentativo di aperture verso la visibilità, si sostituisce una sorta di serena calma nella continuità di un percorso indissolubilmente legato alla passione ma che prevede lunghi periodi di 'inattività' con qualche breve licenza espressiva, quasi sempre mai pagata – e qui si dovrebbe aprire un'altra lunghissima parentesi -. Un viaggio infinito all'interno del limbo dei passionari indipendenti che raramente trovano la via della 'redenzione culturale pubblica'.

Fin qui il racconto personale che descrive però una diffusa realtà italiana nella quale vige l'estrema osservanza dei gradi di separazione. Guai a ritrovarsi soggetto autonomo, battitore Libero all'interno di una macchina culturale ben confezionata che assolutamente non ama ricevere sollecitazioni esterne, non le prevede e comprende. O sei parte dei suoi complicati ingranaggi, o sei irrimediabilmente fuori, relegato al ruolo marginale di strillone che cerca di distribuire il suo quotidiano ad un pubblico di addetti ai lavori che ne userà le pagine per pulirsi le scarpe, senza neanche tentare di leggerlo. Con questo ci si deve confrontare quotidianamente, con persone che non conoscono il termine modestia, o lo usano falsamente per nascondere la loro irrinunciabile presunzione.

Per concludere non posso che ringraziare la mia inesauribile passione, unica eroica Amica che mi permette di continuare la frequentazione di un mondo altrimenti ostico, mai riconoscente o amico. Un ingombrante universo nel quale non è consentito lo scambio alla pari, nel quale devi sempre presentare le tue referenze prima di varcare i suoi ben controllati confini.

'Cause we're lovers, and that is a fact
Yes we're lovers, and that is that …

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<![CDATA[Diserzioni: Lacrime Frattali]]>

Percorro suoni, che si incrociano
in infinite scie senza fine,
un eterno divenire di piccole mutazioni,
sfumature e riflessi di eterni flussi
che lentamente scivolano giù
e goccia dopo goccia si infrangono
come lacrime frattali

 

Skit: Fractal Tears

CLFRD:  timeframe

Whisper: Where the Wild Things Are

Holly x VVV - C4C8E3

TPOCTHNK189: breathe

Quantum Optics: I'm near

Mr_Mitch: If I Wanted

Curtis Heron: we will pray for you

Nebula: Rarity

Shumno (feat. blΔnc): Swiftly

Alva Noto: Milan (for Kostas Murkudis)

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<![CDATA[Diserzioni: Perso nel pensiero]]>

per sopportare l'assurdità
di questo mondo malato,
per fuggire dal rancore
di chi mi sta attorno,
mi immergo nel suono
e mi perdo totalmente nel pensiero

 

Elyon: Lost In Thoughts

Annie Smart: Blow Me a Kiss (Tru.anT Edit)

Vacant & Sorrow: Requiem

Sorrow : My Love (Spheriá's Rework Version)

Dark_Sky: Angels

Giz: Worlds Within Us

Pensee: Laguna

Gaussian Curve: Ceremony

Clem Leek: The Breeze

Dreissk: Near The Shore

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<![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]>

Ho avuto modo di vederli, vederli e ascoltarli. Li ho accolti con il cuore libero da ricordi, ricordi per me fondamentali, vitali come i ricordi che appartengono al periodo più veloce della tua vita a cavallo tra i '70 e gli '80. Li chiamavo per nome, i miei cantautori preferiti. Divoravo i loro dischi, cantavo a memoria tutti i loro testi, parole che erano le mie e quelle di una generazione che molto aveva da dire e molto ha fatto per dirlo. Ho avuto modo di vederli, ora, i “nuovi cantautori”. Li ho visti dietro i loro nomi, sempre più arditi e giocosamente cool, appiattiti al limite della triste resa immaginativa. Li ho visti intonare una canzone, mettere assieme degli accordi, tentare una recita di liriche per me aliene. Ho visto la loro spavalda pochezza, vestita di vuota convinzione poetica e inascoltabile superbia pseudo-sociale. Eccomi quindi testimone della decadenza intimista italiana di ultima generazione, un diluvio del nulla che genera vuoto assoluto e crea irresistibile voglia di passato, anche in chi se lo è lasciato alle spalle e corre veloce verso l'oltre.

Nulla di nostalgico ben s'intenda! Ad ognuno la sua stagione, oggi vuota e muta, un tempo viva e straripante.

Nulla di nostalgico, dicevo, anzi. Le celebrazioni d'antan hanno sempre portato con loro disastri come le reunion o le riapparizioni che solo tristezza sanno donare. Quella stagione ha segnato tutti, tutti abbiamo perso qualcosa. Il nostro sguardo si perde spesso nel vuoto e le costole ancora dolgono per le batoste ricevute. Comunque però si canta, a volte lo si fa con fierezza a fianco di chi non c'è più, a volte con chi porta lo stesso nome ma continua a calpestare le assi dei palchi portandosi dentro il grande freddo e il calore di una poesia lucida e incredibilmente attuale.

Claudio Lolli torna con un suo ennesimo album completamente autoprodotto grazie alla raccolta fondi tramite crwodfounding. Torna e rinnova quella magia che mai ha abbandonato l'ascolto dei suoi lavori.

      

Ora lo spazio è pieno, direbbe qualcuno. I testi si riappropriano del loro ruolo, la poesia riesplode finalmente libera. Niente mode insulse, niente gratuito e ignorante nichilismo ma 'semplici' testi che riescono, come un tempo, a rapire l'attenzione.

Non discutere più di niente
i biglietti sono già pagati
le valigie chiuse da qualche parte
con quegli stracci dimenticati

Con quella vita da dimenticare
persa nel sole di un povero mare
e pensare che ci avevo creduto
io, il solo che parla in un cinema muto

E non importa se è un gioco di carte
oppure un racconto fantascientifico
ma in questo mondo io sono
un prigioniero politico

Pensa le strade le risonanze
gli autobus fermi e il futuro meccanico
pensati nuda quando piangevi
solo davanti a un mio “ciao” malinconico

E pensaci insieme nel caldo del tempo
stretti negli occhi e risate magnifiche
pensaci lì tra la Russia e l’America
la gioventù che pescava i suoi numeri

E non importa la luce negli angeli
né la bellezza di un sorriso equivoco
ma nei tuoi occhi io ero
un prigioniero politico

E poi la storia lancia ossi di seppia
e pagliacci che recitano nel seminterrato
ma anche lei ha bisogno di nebbia
e soprattutto di riprendere fiato

La vecchiaia è una tassa impagabile
e la poesia l’accompagna lontano
poi le sorelle camminano sempre
e le sorelle si danno la mano

Ma non è chiaro se è rosso il futuro
o se è il passato che si finge pacifico
ma a questo punto io mi dichiaro
un prigioniero politico

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“Il Grande Freddo” è questo, uno splendido libro di poesia contemporanea ed intimista, questa si veramente intimista! scritto da di chi sa come raccontare un vissuto a cavallo tra il cuore e la passione, tra il privato e il pubblico, un percorso comune a molti di noi. Un lavoro che punta sulle parole con arrangiamenti che sostengono la voce e raramente prendono la scena, se non per le note di un sax che difficilmente si può dimenticare.

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link utili:

http://www.sem.gte.it/claudiololli/

http://www.associazionemusicalbox.com/claudio-lolli.html

https://www.facebook.com/Lolli.Claudio.Bologna/

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<![CDATA[Teho Teardo: Arlington]]>

Vite aggrappate ad una realtà vuota, anonima. Uno stanzone asettico sulla cima di un grattacielo che domina un'umanità resa schiava dal controllo assoluto sulle proprie vite. Nella stanza si aggira una donna, tra sedie in plastica e distributori automatici di numeri, nel vuoto totale dell'attesa. Vicino, in un'altra stanza, il controllore. Un ragazzo che spia la vita altrui e la valuta. Due solitudini che forse si incontreranno, forse riusciranno a sopravvivere nel sottovuoto vitale, forse useranno la poesia per abbattere la fredda determinazione tirannica. Teatro, danza e musica, quella composta da Teho Teardo per questo nuovo dramma firmato Enda Walsh. Una collaborazione nata con Ballyturk nel 2014 e proseguita con Arlington, il nuovo dramma che debutta a New York in questi giorni.

Il suono di Teardo ci accoglie come sempre acquattato, nascosto nell'angolo più oscuro del nostro ascolto. Si fa intravvedere ma lentamente, molto lentamente. Scivola verso di noi con la sapiente eleganza del mago che sa dosare lo stupore in chi lo guarda. Oramai conosci il tocco, l'andamento ondivago, ipnotico del suono. Attendi solo il suo classico stacco finale, il momento nel quale il puro silenzio irrompe, ed è lì che ti getti a capofitto e cadi. Cadi dentro le immagini che via via ti suggerisce, le suggestione che riesce a richiamare, la grave potenza del suo lieve tocco classico volutamente e amorevolmente contaminato di splendida poetica contemporanea.

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Pur non avendo visto le due anime vagare sul palco riesci a percepire la loro tensione, il drammatico gioco che le unisce, l'incredibile danza di respiri e sguardi che forse le unirà. Il mestiere dell'attore si trasforma in arte poetica così come il suono di Teardo che commuove, fitto com'è di sentimento vero, udibile, concreto.

E' sempre più complicato ascoltare, di questi tempi. Si fatica notevolmente nel trovare produzioni che possano soddisfare un'antica e nobile esigenza, nata con il vinile e mai sopita. Teardo è uno dei pochi che permettono il salto indietro nel tempo, quando ci si alzava più e più volte dalla sedia, mai stanchi nello spostare nuovamente il braccio del giradischi sul primo solco di un disco già ascoltato decine e decine di volte.


Arlington è disponibile dal 28 Aprile solo attraverso download digitale su iTunes.

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<![CDATA[Diserzioni #book: Derive o approdi?]]>

Andrea De Rocco è uno storico conduttore di Radio Sherwood e uno dei nostri redattori più attivi. In occasione della pubblicazione del libro che porta il nome della sua trasmissione abbiamo deciso fare una chiacchierata assieme a lui e di condividerla con voi.

 

Per iniziare ed evitare preamboli, una classica domanda. Come è nata l’idea di questo libro?

Diserzioni innanzi tutto è una trasmissione radiofonica in onda ininterrottamente dal 1989 che si occupa di nuovi suoni elettronici, e che attraverso il suono cerca di leggere il mondo attuale e contemporaneamente cerca vie di fuga, stimoli per danze neurali. L’avvento della comunicazione 2.0 ha permesso di andare oltre la comunicazione prettamente radiofonica (che continua ad esistere) sfruttando le potenzialità che oggi ci offre la rete. “Diserzioni” ad esempio è diventata anche un blog all’interno del portale sherwood.it dove cercare di raccontare il suono proposto, narrare le tempeste e gli arcobaleni di questi naufragi nell'oceano di suono. Questo volume è una raccolta di riflessioni sul mondo sonoro che ogni settimana viene indagato all’interno della trasmissione. Originalmente pubblicati su sherwood.it (dal 2011 al 2016).

Nel libro, infatti, si parla molto di radio. Qualche anno fa Radio Sherwood ha abbandonato l’FM per passare esclusivamente al web. Come è fare radio oggi?

La radio negli ultimi anni è molto cambiata: quando ho iniziato c'erano le onde musicali da seguire, si distingueva facilmente chi faceva musica commerciale e chi seguiva la musica indipendente. Le trasmissioni che si occupavano di musica indipendente erano chiamate "specializzate" e tra conduttori e ascoltatori di quest'ultime ci si riconosceva come tra creature simili. La musica era un tratto identificativo, le onde collettive facevano in modo che riconoscersi attraverso la musica ascoltata fosse molto più attrattivo che riconoscersi in base alla provenienza geografica o alla squadra di calcio tifata. Io, per esempio, sono cresciuto ascoltando Nocturnal Emission ideata e condotta da Mirco Salvadori (autore della prefazione del libro) e Massimo Caner, trasmissione che qui in Veneto negli anni ‘80 ha formato un’intera generazione di wavers.   Ora non esistono più le onde musicali, non c'è la new wave e nemmeno la no wave perché l'onda è il mondo sonoro stesso, un mare burrascoso e senza fine. Tutto si è fatto più ricco, ma anche molto più complesso e difficile da decifrare. Una trasmissione radio per essere interessante non basta più che segua un’onda musicale, anche perché non sarebbe possibile, ma deve, a mio avviso, disegnare mappe o meglio indicare scie dove più dolce la deriva nell'oceano di suono attuale, deve rendere il naufragio intrigante. Per rendere felice ciò che sembra disperato bisogna accantonare le convinzioni del passato e portare la propria passione nell’indecifrabile mondo sonoro attuale, lasciare i facili approdi e non aver paura di andare alla deriva.

“Diserzioni” sembra un insieme di istantanee, di pensieri scritti mentre il suono vaga nella notte, di intimità condivise ...

Sono parole scritte spontaneamente, nate per lo più dall’indagine che per anni ho fatto nel compilare le playlist della trasmissione. Alla ricerca sempre e comunque dei suoni a me più congeniali nell’underground più oscuro. Forse agli estranei a queste sonorità, me ne rendo conto, le parole di questo libro possono stravolgere ogni logica razionale di comprensione perché non c’è narrazione bensì una sorta di monologo interiore fatto di piccoli stupori, di scatti e distrazioni, di associazioni libere; allo stesso modo dei suoni che racconta, in questo libro le parole a volte balbettano, si ripetono, a volte sembra di guardare delle GIF animante o dei loop video. Ma le parole come il suono creano un’atmosfera, o almeno lo spero.

Tanti parlano di fine della musica e della sua forza nella formazione della cultura giovanile. Cosa pensi a proposito?

L’avvento della musica liquida sembra aver rafforzato il senso d’impotenza rispetto alla storia e ai grandi eventi collettivi alimentando questa ribellione “da cameretta” o “isolazionista” segnata da una profonda sfiducia nella società e nella politica. Nonostante tutto questo, nonostante la morte dell’autore, la fine della visione romantica dell’artista come genio, il rifiuto dell’aspirazione totalizzante, mai come oggi si produce tanta musica. E spesso nel non luogo chiamata rete si condividono intenti e suoni, tanto che si formano dei collettivi virtuali. In Russia ad esempio c’ è una scena underground molto attiva non solo nel web, ma anche nei club che rivendica diritto di espressione, soprattutto in ambito LGBT. Stessa cosa sta avvenendo in alcuni paesi del medio oriente. Il problema è come porsi di fronte a cambiamenti epocali nel modo di usufruire e produrre musica, come raccontarli e come dare visibilità alle produzioni più interessanti.

E dovendo dare dei consigli per gli ascolti?

Non mi sento di dare dei consigli ma solo di mettere alcune boe di segnalazione in questo oceano sonoro, lo faccio ogni settimana dalla mia trasmissione e alcune boe le faccio galleggiare anche all’interno del libro. Sperando siano utili per cominciare un viaggio, sapendo che le bussole oggi servono a poco, ma ricordando anche che se si resta ancorati al passato la scoperta di mondi nuovi viene preclusa per sempre.

In appendice ci sono alcune pagine dedicate alla tua terra, il basso Piave. Come mai questa scelta in un libro che parla di musica?

Come dicevo all’inizio di questa chiacchierata attraverso il suono cerco di leggere il mondo. Il mio mondo è questo spicchio di Veneto dove vivo, terra di acqua, di bonifica, di fiumi e canali che diventano di grande attualità solo nelle emergenze. Pochi si accorgono che con questi elementi abbiamo un rapporto quotidiano, intimo e che proprio nella negazione di questo rapporto stanno le vere cause delle catastrofi, della perdita di identità, del continuo degrado del paesaggio, inteso nella sua dimensione relazionale tra uomo e territorio. Ho dedicato molto tempo ed energie nei comitati ambientali del basso piave perché credo che sia decisivo occuparsi del posto in cui si vive sia dal punto di vista ambientale che da quello culturale.

Dove si può trovare il tuo libro?

La versione cartacea del libro è pubblicato da Lulu.com e si può acquistare in rete – su Amazon.com, su BarnesandNoble.com, Mondadori e su altri siti di vendita al dettaglio online. Inoltre, il lavoro è inserito tra i titoli di Ingram Book Company e può essere ordinato, quindi, nelle librerie tradizionali. Se invece preferite la versione digitale trovate il pdf proprio qui a fianco, nella colonna risorse dell’articolo. Dulcis in fundo lo troverete allo Sherwood Festival, naturalmente.

Per concludere si può dire che "Diserzioni" racconta più di derive che di approdi musicali.

Direi proprio di sì.

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<![CDATA[Diserzioni: Danzando nel fumo]]>

Quante volte sono uscito
nel buio e nella nebbia.
Ascoltavo e scrutavo
l'appena percettibile vibrazione
del suono nelle cuffie
e di figure che apparivano
come danzando nel fumo

 

Actress: There’s An Angel In The Shower

Ø: Atomit

Dopplereffekt: Exponential Decay

Rautu: White Night

Module One: The Stars Will Guide

Blanck Mass: Hive Mind

Ambassadeurs: Lotus

The XX: A Violent Noise (Four Tet Remix)

SILENTNIGHT: Endless Wandering

AyyJay: Num

Speh: The Shattered

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<![CDATA[Selections From A Broken Frame]]>

Perchè soffermarsi a scrivere di musica elettro-pop? Perchè voler soffrire, fissando il proprio sguardo sulla consunzione della materia a causa del tempo? Perchè insistere, struggendosi nell'attesa del miracolo che mai ci sarà. Domande che risalgono in superficie ogni volta che i tre superstiti dell'era del prodigio si rifanno sentire, annunciando quel disco magico che dovrebbe riportarli lì dove li avevamo lasciati: nel culmine nero fluorescente di un suono che apparteneva solo alle loro anime dannatamente accoglienti. Per questo si decide di soffrire, lo si fa per riconoscenza verso chi ha saputo esprimere grandiosa creatività, per chi non ha mai rinunciato alla soggettività riuscendo a piegare al proprio volere il mondo sottile, trasparentemente inutile del mainstream, senza minimamente accettare quel diffuso compromesso del riff sottobanco, della facile melodia, della resa totale all'arrangiamento facile. Per questo ancora ci si sofferma e lo si farà ogni volta, ancora e ancora. Si indosseranno le cuffie e si soffrirà sorridendo di malinconia, perché questo succede quando si ama.

Si sa, l'ironia è parte integrante del pensiero dei tre dell'Essex e non a caso, forse, il titolo del loro nuovo singolo contiene una domanda retorica che non ha bisogno di ulteriori risposte: Where's The Revolution. Non c'è più nessuna rivoluzione da frequentare, i vecchi combattenti si sono quietati dopo averne passate di tutti i colori, essersi dispersi e ritrovati, dopo aver inventato e sperimentato, riempiendo i nostri occhi e il nostro udito di canzoni uniche e irripetibili. Where's The Revolution quando non esiste più la possibilità di creare nuovi modelli culturali, prede facili della rete che subito li trasforma in esili mode del momento, tutte imbellettate e allineate sull'attenti. Where's The Revolution quando il termine stesso – rivoluzione – appartiene ad un passato musicale remoto, stretto ancora nel pugno chiuso dei nostalgici abitanti del pianeta ricordo. L'unica soluzione quindi è arrendersi sguainando per l'ultima volta la lama affilata dell'ironia, mostrandosi vecchi e incerti mimi dalle barbe posticce che gettano le bandiere allontanandosi mestamente.

Tentare di farsi piacere Spirit è facile, le barriere dell'attenzione sono abbassate ed è agevole, ma a quale prezzo? Quanto dobbiamo contrattare con noi stessi per ammettere che la strada intrapresa verso gli ascolti altri è l'unica possibile quando finalmente si decide di andarsene da questo mondo poppettaro e tutto sommato, sempre ostinatamente immobile. Dodici tracce che non serbano più il dono della pura vibrazione: Cover Me ed Eternal sanno stremare l'ascolto, Poison Heart è trip-hop riesumato e ritardatario, So Much Love è il copia incolla di A Question Of Time, anthem del 1986 che ancora mantiene intatto il suo furore, falsamente iniettato in questa nuova canzone. A seguire una serie di tracce acquistate alle bancarelle dell'usato scontato, e non mi riferisco al prezzo. Solo il singolo sa ritagliarsi un momento di vecchia e ritrovata gioia ma lo fa nella versione video, grazie all'ironia di cui sopra. Neanche i remix contenuti nel secondo cd riescono a smuovere gran che, a parte forse il mio tallone che si muove al ritmo di un inutile versione techno-minimal d'antàn di So Much Love.

Mentre devio il mio ascolto verso altri lidi meno e meglio frequentati, si affaccia però un dubbio e mi chiedo: e se i Depeche Mode avessero compreso che l'unica via per la vera comprensione dell'estetica moderna è percorribile solo con l'ironia?

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<![CDATA[Diserzioni: Suono solitario]]>

Da questo impetuoso mare
troppo suono giunge
al mio orecchio assorto,
però resto lo stesso in ascolto
per riconoscere nell’eccedenza
quello introspettivo e solitario
che come una sirena mi cattura

Slacker: Amen to the Lonely

The Last Fox. Penumbra

Vagrant: Morning

Rift: Alive With You

The Clue: Pulkovo Arrival

Frenchfire: three generations of slavish devotion to an unknown god.

Closeyoureyes: Effort

Lawrence English: Moribund Territories

Elegi Hvor Her Er Odselig

Shed: Xtra

Tegh and Kamyar Tavakoli: Fractal

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<![CDATA[We All Are Digital Junkies]]>

Mi avvicino con passo guardingo, fingo di non conoscere l'essere impalpabile che governa il mondo nel quale mi trovo. So per certo che al minimo cenno lui si volterà, cercherà i miei ricettori sensoriali e trovati, inizierà la danza circolare che pian piano avvolgerà tutte le mie difese trascinandomi tanto così, vicino alla sorgente della sua magia.                               

 Succede sempre, immancabilmente da quando ho iniziato ad ascoltare i suoi lavori, nel 2009. Brock Van Wey in arte BVDUB espande nuovamente l'eco irresistibile della sue visioni, la sostanza metafisica che le compone e lo fa attraverso una delle più prestigiose labels in circolazione, l'italiana Glacial Movements che produce l'ultima possente produzione del sound artist americano: Epilogues For The End Of The Sky.

 Il suo tratto, oramai noto, ha la capacità di non stancare. Al pari di qualche misteriosa soluzione chimica, una volta assunta richiede di essere riproposta all'ascolto per un numero svariato di volte. Ad ogni assunzione i particolari si sommano ai particolari, la base ambient allarga all'infinito le sue spire accogliendo al suo interno esplosioni musicali che si dilatano e abbracciano e si mescolano in un unico codice d'ascolto che si erge maestoso al limite dello spleen e dello splendore tardo romantico. Iterazione infinita, voci in loop, echi, droni e uso massiccio di melodia, questa la riserva immaginaria che serve per raggiungere l'angolo remoto dove termina il cielo.

La traversata continua, abbandonati i cieli infiammati dal dolce languore elettronico, mi ritrovo nel vasto territorio abitato dai suoni taglienti e dolorosi di Maurizio Bianchi che occupa una side delle due che compongono questo split EP prodotto assieme ad Abul Mogard. Due mondi decisamente lontani che hanno in comune un luogo d'origine: la fabbrica. Da sempre referente sonico per MB e la sua filosofia industriale, reale luogo di vita lavorativa per Abul Mogard, abbandonato solo dopo la raggiunta pensione.

Come sempre il suono di MB ci penetra da parte a parte, non permette tregua, si irradia lucido e diretto usando i canoni della ripetitività industriale. Tutto attorno il caos di un mondo in delirio che gira vorticoso attorno al ritmo della battuta imposta dalle macchine. Danza folle, trasfigurata belle èpoque meccanica, trionfo del vuoto dell'anima schiacciata dagli ingranaggi di un'ansia che appare come Hydra, creatura che si rigenera, ferita dopo ferita

 

Tutto si placa, all'improvviso. Una dolce, gentile litania sale lenta iniziando ad avvolgermi. Abul Mogard è qui, vicino a me. Lo sento. Ascolto le amate antiche onde soniche del suo synth modulare, la soffusa melodia del Farfisa, la grazia sconfinata di un suono che non riesco ad abbandonare. Il suo gesto artistico è colmo di antica gentilezza e celata poesia, la sua musica colloquia con te, ti permette di aprire pagine di lettura intima. Con lui a fianco ti commuovi pensando ad un passato per sempre fermo nell'attimo del ricordo.

Durante questo breve viaggio ho incontrato varie tipologie di sound artists ma quello che mi attende nell'angolo più buio e metropolitano del paesaggio sonoro che sto attraversando, è forse il più misterioso e complicato da capire. Si chiama Ran Slavin, principalmente si occupa di video installazioni, ma il suono ha sempre accompagnato il suo respiro.

Digital Junkies In Strange Times è il suo ultimo lavoro, l'ennesimo per la portoghese Crònica che lo distribuisce in free download via Bandcamp. Un titolo che meglio non poteva rappresentare l'attualità di un popolo curvo sul proprio pc, totalmente assuefatto al suono che quei circuiti producono, musica che veste perfettamente la taglia di questi strani tempi. Quattro traccie che non rispondono a nessun canone di genere, sbandano volutamente tra l'ambient, il jazz, il soul, la ricerca e l'improvvisazione. Un melting pot metropolitano nel quale stranamente ci si riconosce e 'piacevolmente' ci si immerge, convinti di far parte di un mondo abitato da junkies digitali, con i motori di ricerca sempre spinti al massimo della potenza.

BVDUB – Epilogues For The end Of The Sky – Glacial Movements 2017

MB+ABUL MOGARD – Split Ep – Ecstatic 2017

RAN SLAVIN – Digital Junkies In Strange Times - Crònica2017

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<![CDATA[Il Soffice Toner Onirico di Maria Assunta Karini]]>

Vivo in una terra dai confini indistinti, un luogo nel quale la vita scorre come soffice allegato alle immagini. Forme, apparenze in-definite che emanano inebrianti odori capaci di rapire e rendere dipendenti. Sono uno sniffatore di sogni e questa è la mia storia.

 Potrebbe iniziare così il racconto mai scritto, ideato come preambolo all'opera artistica di Maria Assunta Karini, un film meravigliosamente intitolato Dreamsmellers.

Si oltrepassano i quaranta minuti di visione entrando ed uscendo dalla materia indefinita che la contiene, scivolando soffici attraverso tentativi descrittivi che evaporano al solo contatto con l'alfabeto che tutto tende a racchiudere e catalogare.

Immaginare visioni, viverle mescolandole con la realtà del presente che subito si inceppa perché incapace di sostenere il ritmo della lenta corsa: la nuotata del pesce appeso che ancora conserva il ricordo del ranocchio che fatica a camminare, immerso com'è nel cotone. Il canto delle cicale lungo le assolate distese estive mentre una ragazzina sogna di essere donna. Lo spago annodato alle dita dei piedi sporchi di terra madre, la stessa che forse ora li sta tirando a sè.

Siamo tutti dei Dreamsmellers, tutti amiamo sognare e tutti vorremmo vivere i nostri sogni, vorremmo vederli realizzati ma pochi sono coloro che riescono a fermare il momento nel quale il sogno si struttura, pochi riescono a carpirne la forma e il vero odore. Karini è una di questi medium che sanno vedere oltre il semplice scorrere delle immagini, un'artista che usa il bianco e nero in modo stupefacente, creando poesia anche nell'attimo semplice del raccogliere in un sacco cemento con le mani. Una regista che sa altresì riprendere contatto subitaneo con la durezza della realtà rappresentata da una figura femminile goffamente danzante sullo scheletro in cemento armato di uno stabile in costruzione. Sogni nei sogni che si amalgamano con la realtà anch'essa sognata ma realmente vissuta.

Dreamsmellers è una sorta di nuovo sur-realismo che usa tecniche diversamente moderne per creare lo stesso stato di sospensione dal reale usato da Man Ray con l'obbiettivo della sua cinepresa puntato sulle infinite sfaccettature di un vetro che rendeva indistinta la visione. Karini usa lo stesso metodo alternando immagini e dialoghi a visioni, piegando le stesse e portandole in dimensioni altre, solo apparentemente simili al reale. Inutile indagare sul significato di quanto si vede, importante è capire quanto si immagina, perché in fondo tutti tentiamo di usare quel soffice toner che ci permette di trasportare vicino a noi qualcosa che appartiene ad un mondo altro, quello dei sogni.

Dreamsmellers viene fornito in un pacchetto speciale con incluse foto originali 20x20 cm, DVD, note e crediti stampate su carta trasparente (inglese / italiano) e due 20x20 cm forex.

Limitato a 30 copie numerate a mano e firmate dall'artista.

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http://www.dreamsmellers.com

Edito da 13_silentes - store.silentes.it

 

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