<![CDATA[reportage | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/1183/reportage/articles/1 <![CDATA[Ska-P, Los Fastidios, Zebrahead live a #sherwood19 - Live Report]]>

Dopo così tanti anni di vita lo Sherwood Festival ha visto susseguirsi esibizioni d'ogni genere e portata. Molte di queste sono passate inosservate, molte altre hanno lasciato il segno, altre ancora sono rimaste indelebili nei ricordi di chi c'è stato. Notti che danno un valore speciale a tutto lo scenario che orbita attorno a questo magnifico festival. La serata del 29 giugno rientra molto probabilmente di diritto in quest'ultima categoria.

Nella giostra di generi musicali esposti in questo mese sotto lo stadio Euganeo di Padova non poteva certo mancare il ritmo travolgente dello Ska!

È chiaro che, già da quando l'organizzazione ha reso pubblica la serie di artisti ospiti dell'evento, l'occhio dei più si sia soffermato su questa data, ma chi avrebbe potuto aspettarsi una serata così?

La giornata apre i battenti molto presto. Già alle 17 i cancelli d'ingresso sono spalancati. Il motivo è chiaro, l'afflusso di gente questa volta è troppo ampio per essere trattenuto nel parcheggio esterno. Alle ore 19.30 la foresta di Sherwood è già piena. L'atmosfera è quella delle grandi notti, quelle magiche, quelle speciali.

Quando le vibrazioni sono così vivaci però ci vuole qualcuno in grado di cavalcarle nel modo giusto. L'incarico se lo prende la band ska-punk veneta che ormai da moltissimi anni calca i palchi d'Italia, i Los Fastidios. Birra e Divertimento per tutti - citando il loro brano più celebre - e che la festa abbia inizio!

Nemmeno il tempo di riprendere il fiato ed è già tempo di ricominciare a saltare. Direttamente dalla California salgono sul palcoscenico gli Zebrahead, gruppo rapcore-punk con più di 20 anni di carriera alle spalle e già 12 album all'attivo. Il curriculum è buono, la performance non delude!

Lo ska è un genere d'origine molto più remota di quel che si può immaginare. Nasce negli anni '60 in Giamaica, ben prima della diffusione reggae. Con il passare degli anni è divenuto noto alle masse grazie alla fusione con il punk. Oggi non sono moltissimi i gruppi ska di fama mondiale, probabilmente il più conosciuto e apprezzato di questi è la band madrilena degli Ska-P.

Si dia il caso che si tratta proprio del gruppo che sta per salire sul palco...

Prima della musica però è il momento di un galvanizzante spot in favore della capitana Carola Rackete che recita: “Disobbediamo alle leggi ingiuste”. Il pubblico ha fatto capire immediatamente da che parte si è schierato con il suo lungo e sincero applauso.

Se a questo punto della serata ci si guardasse attorno, si noterebbe ogni singola espressione sul volto dei tantissimi in attesa che guardano a quel palco mentre la band sta iniziando il proprio show. E quell'eloquente espressione sta chiaramente dicendo “fatemi saltare, questa sera voglio strapparmi via la maschera da impiegato, da commerciante, da studente o da bravo ragazzo; questa sera voglio saltare e urlare fino a che gambe e fiato mi reggono!”. Detto fatto: quelle espressioni eloquenti verranno presto accontentate!

Gli Ska-P fin dall'inizio scelgono di regalare alcuni dei loro grandi classici, alternandoli poi con qualche canzone del loro ultimo album Game Over. Ma questo non sarà un problema dal momento che le canzoni che fanno cantare tutto il pubblico sono in grande quantità nel lungo repertorio della band. Solo per citarne alcune delle più note e ben riuscite: Niño Soldado, Legalizaciòn o Mestizaje. Oltre allo show musicale, come accade ad ogni live targato Ska-P, la band regala tra una canzone e l'altra una serie di mini sketch satirici messi in atto da un membro della band. I fan saranno sicuramente stati dispiaciuti nel non vedere Pipi nella parte dello Showman, ma l'idolo dei travestimenti ha abbandonato il gruppo due anni fa. La fionda della protesta ha scagliato i suoi dardi contro più parti. Ha colpito la figura tanto criticata dei toreri prima di suonare Vergüenza; ha poi colpito l'iconica immagine dello Zio d'America prima della canzone Tìo Sam; non potevano poi mancare le critiche feroci al re e alla monarchia spagnola, presa di mira poi anche nell'intervista post-concerto dal frontman Pulpul e da Joxemi.

A livello tecnico possiamo affermare senza tentennamenti che si sia trattato di un concerto impeccabile. Passano gli anni e l'età sopravanza ma le note e la voce di un live della Ska Band spagnola sono sempre identiche alle loro versioni registrate in studio, con l'aggiunta non indifferente che la spettacolarità di un live può donare.

Giunti all'ultima canzone, El Vals del Obrero, la gente è stremata. È stata un'ora e mezza da ricordare ma senza dubbio provante. Per salutare la piazza padovana anche i musicisti sul palco hanno voluto “cazzeggiare” un po alla loro maniera, con tamburi e trombe. Pulpul si congeda visibilmente stremato e in mutande; Txikitin, trombettista, mostra alla platea il contenuto posteriore di ciò che si nascondeva sotto il suo kilt; il resto della band, in modo un po più sobrio ma non troppo, saluta lo Sherwood Festival lasciando i ricordi di una serata epica. Ciò che è rimasto alla fine si può riassumere con tanto sudore, odori di sigarette un po condite, persone entusiaste che si gettano verso i banconi dei bar, ma soprattutto la consapevolezza generale di aver preso parte ad una di quelle notti descritte nelle prime righe. Notti grandi, notti magiche, notti speciali.

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<![CDATA[Madman e Nayt a #sherwood19 - Live Report]]>

2 luglio 2019: si entra prepotentemente nell’estate e il caldo da sempre meno voglia di uscire e non muoversi. Questo però non vale per il concerto di Madman e Nayt, perché il loro sound oltre ad essere fresco e davvero potente e difficile da non volevo ascoltare dal vivo. Nayt è appena uscito con Raptus vol.3 mentre Madman con MM vol.3. Tutti e due i rapper hanno da sempre fatto della tecnica il loro punto forte, colpendo l’attenzione del pubblico con incastri, giochi di parole e una metrica spaventosa. Elementi che hanno contribuito a dei flow particolari e che molti hanno tentato di imitare.

A salire sul main stage per primo è Nayt sulle ore 21, supportato ai piatti da 3D, quel 3D della Torre di Controllo 21 con cui esordì nell’album 21 Motivi col brano No Story: giovanissimo, dimostrava già attitudine e talento. Gli anni sono passati (era su per giù il 2011) e ora calca un palco importante e il pubblico qui sotto canta le sue canzoni a memoria, saltando nonostante le temperature. Quello che colpisce di lui è un inizio decisamente potente e una continuazione meno veloce ma pur sempre dal ritmo serrato.

Madman invece sale sul palco circa un’ora dopo, e ci dà dentro con tutte le canzoni del suo ultimo mixtape da cui è estratta la traccia “sfonda casse” 7/8 Sour! Nel corso del live arrivano anche vecchi classici come i pezzi in feat. con Gemitaiz, storico compare di avventure dai tempi di Haterproof vol.1. Non ci sono accenni di calma, Mad è un treno senza fermate verso chissà dove! Spinto all'impazzata dal supporto di Dj 2P alle macchine.

La parte meno bella di questa nottata a suon di rap e trap è quella in cui il vento si alza e la pioggia inizia a cadere, prima moderatamente non fermando l’esibizione, ma poi il tipico acquazzone estivo impazza facendo correre il pubblico sotto gli stand aperti. Dato da sottolineare è come i fan di Madman rimasti sotto la pioggia a saltare fossero davvero un gruppo nutrito e non pochi. La passione di certo non gli manca.

La riflessione che vorrei fare, a lato di queste esibizioni, è di come nonostante la trap, pur avendo prima innovato ma successivamente omologato troppo le sonorità, la tecnica e la bravura del singolo artista fanno la differenza, differenziandolo da quelle timidissime copie delle copie che sbucano come funghi. D’altronde oggi la musica dei giovanissimi è l’urban, e se si è in grado di mettere due rime su un foglio, dirle a tempo con un po’ di stile, grazie alla tecnologia non ci vuole uno studio professionale per imbastire un qualcosa di decentemente ascoltabile. Non ci vuole molto a dire “faccio trap” per farsi belli davanti al gruppo di amici, agli amici degli amici, alla compagna di classe o alla sua amica. La trap è ostentazione, potenza, mettersi in mostra, la sua cifra è questa maggiormente nella “scena”, e anche se fai brani con sound più old school comunque da certi cliché non puoi sfuggire. Chi fa il rap alla 90s deve darsi da fare per mostrarsi freddo e vissuto, lasciando trasparire emozioni solo nei brani. Anzi, solo in qualche brano, pena la scomunica da parte della “Santa chiesa del rap”. In generale, tirando le fila del discorso, sono tutte cazzate, sono pose, elementi accessori che non varranno mai quanto la tecnica e una passione genuina per le rime e i beats. Non spacchi se vesti Jordan e Off-white, non spacchi nemmeno se fai l’uomo duro senza sentimenti; al massimo fai ridere, come al circo i pagliacci. Madman e Nayt, passando per sound diversi, ad oggi, ce lo dimostrano. Senza tante stronzate e pose inutili portano avanti il discorso del rap, davvero nel motto del “Keep it real!”

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<![CDATA[Motta e I Hate My Village a #sherwood19 - Live Report]]>

Introduzione

Chi dice che in Italia non sappiamo fare musica alternative? Ma poi, cosa vorrebbe dire fare musica alternative esattamente? Forse basterebbe applicare suoni distorti alle chitarre, scrivere testi trasgressivi e adottare atteggiamenti da ribelli.

Ne siamo davvero sicuri? Forse per fare musica alternativa non basta aggrapparsi a dei canoni stabiliti da vari etichettamenti popolari o giornalistici. Ma come fare allora? È necessario che l'artista prenda coscienza che la propria attitudine e la propria ispirazione non abbiano nulla di canonico, nulla di prescritto e nulla di troppo commercializzante. L'alternative nasce dal rock, come dal jazz, dall'elettronica, dal punk e non solo. Ecco spiegato in poche frasi come questa corrente abbia poco a che vedere con le etichette musicali di genere.

Il concerto

La sera del 28 giugno a Sherwood festival per fortuna il caldo torrido un po’ se ne va lasciando spazio ad un vento leggero che sembra portare le giuste vibes. L'occasione è quella del live di I Hate My Village + Motta sul main stage. Siamo quasi alla fine della terza settimana e tutto sta passando veloce, tra una diretta e l'altra.

Sulle 21.10 parte la superband formata da Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Rondandini (Afterhours, Calibro 35), Fasolo (Jennifer Gentle), Ferrari (Verdena). Con queste quatto persone abbiamo una parte grossa della musica alternativa italiana degli ultimi 20-30 anni. Ma quanto sono attuali e capaci di miscelare sound differenti: la cifra odierna della musica. La cifra degli I Hate è la jam sonora con riferimenti stilistici alla cultura africana, ai b-movie seventies e ad una ricerca che segue le trame dei suoni strumentali. Poche parole e molta musica.

Il sound sul palco è un funk acidissimo, un lungo filo che non riesce a fermarsi ma che assume forme diverse di volta in volta, una mancanza di definizione che però non per questo manca d’identità. Ricorda qualche volta un drago, un monte bianchissimo, una marea che si infrange sulla costa, un giaguaro in corsa, un cielo notturno sereno, la tempesta all'orizzonte. Le loro canzoni ibridano il funk già citato, rock, elettronica, ritmiche black in odor rap. È tutto shakerato e spedito nel cielo come un razzo Falcon di Space X, verso un domani dove il genere è sorpassato dalla linfa che dà vita alla musica, ovvero la sua energia, forse la Libido freudiana.

Il dettaglio più bello è vedere la gente ballare ma forse ancora più i musicisti che si divertono, lo noti sui loro visi, e in panorama di act sui palchi freddi come condizionatori d'ufficio, è un toccasana per l'empatia fra pubblico e artisti.

Atto secondo della serata, probabilmente quello più atteso. Si presenta Francesco Motta - in arte solo Motta - facendo immediatamente capire chi è al comando della serata. Si parte con La Fine dei Vent'anni, poi ritmi alti e serrati in quello che per i primi minuti di live potrebbe sembrare il concerto di una vera e propria rock band, andando ben oltre il sound più pop che si trova su disco. Motta si scuote, si esalta e cerca la carica giusta per continuare al meglio. Poi, una volta pronto, si placa. Come se avesse trovato l'adrenalina e al contempo la serenità che cercava. Il cantautore ama parlare con il pubblico, lo fa spesso tra una canzone e l'altra, senza alcun freno. Non ha paura di esporsi nemmeno sul proprio orientamento politico - “non mi vergognerò mai di dire d'essere di sinistra”, tema spesso celato nella musica di oggi.

Prima di Dov'è l'Italia - brano che lo ha reso celebre al grande pubblico grazie alla vetrina sanremese - racconta la breve storia di un pescatore di Lampedusa. In seguito non manca di ringraziare la sua prima band, i Criminal Jokers, con la quale si è formato musicalmente. Più volte ringrazia il Festival, arrivando a scusarsi per non averne preso parte nell'edizione passata e, In onore alla Foresta di Sherwood che lo ha ospitato varie volte nel corso della sua carriera, ha poi suonato Ogni Città, nota canzone del cartone animato Disney Robin Hood da cui venne resa celebre la foresta citata.

Un particolare momento di psichedelia pura ha accecato i fan quando Motta ha voluto creare una giostra di luci bianche intermittenti accompagnando uno dei momenti più scenici e adrenalinici della serata, conclusosi con il grande neon che mostrava in sequenza il nome dell'artista “M-O-T-T-A!”.

A prescindere dai gusti personali, è innegabile che il ragazzo toscano sappia come gestire il palcoscenico. Lo ha trattato come fosse stato casa sua, scombinandolo e dandogli il rispetto che merita.

Conclusione

Quando la musica che si suona non è di immediata comprensione, quando l'orecchio delle masse non è abituato ai suoni che vengono prodotti, risulta sempre un po’ più difficile arrivare al pubblico. Ma se hai l’attitudine giusta anche questo è possibile. Gli I Hate My Village ce lo hanno dimostrato; Motta, per chi ancora non si fosse convinto, ce lo ha ribadito.

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<![CDATA[Dropkick Murphys, The Interrupters e The Creepshow a #sherwood19 - Live Report]]>

Report della serata

Gli anni '80 del secolo scorso si sono resi protagonisti di un elevatissimo numero di sperimentazioni artistiche che hanno fondato tra loro vari generi musicali per dar vita a nuove correnti ibride.

La potente e rapida esplosione del punk ha fatto sì che questo genere, scomodo e antisociale, si sposasse con facilità a sonorità differenti. Forse fu merito del fato, o forse di qualche mente particolarmente acuta, sta di fatto che l'esperimento di fondere il crudo punk con generi più datati come lo Ska o l'Irish Folk ha avuto una eco vincente e di successo in tutto il mondo.   

È proprio a questo matrimonio di generi musicali nato così tanto tempo fa che lo Sherwood Festival, in data 19 giugno, ha voluto dedicare la serata. Risultato? Una notte che non ci si dimenticherà facilmente.

I cancelli del Festival sono ancora chiusi e fuori c'è già una lunga fila. Segnale che non ci si sta avviando verso una nottata ordinaria. Sherwood in breve tempo si riempie di quella gente cosiddetta scomoda, che non piace alla nostra borghesia e alle nostre autorità. Gente che a qualcuno potrebbe infastidire o addirittura fare paura. Insomma, la gente giusta per La Notte del Punk!

Ad aprire la festa, direttamente dal lontano Ontario, i Creepshow! La band canadese ha portato un letale punk-rock affinato dalla voce pulita e sensuale di Kenda Legaspi.

C'è un tramonto suggestivo che sovrasta la foresta di Sherwood in questa serata speciale, e ad accompagnare il sole che scivola al di lá delle dune (cit) sono i fratelli Bivona con la frontwoman Aimee Allen, ovvero gli Interrupters. Questa volta il punk espresso dai ragazzi californiani è condito da quelle tipiche note ska che, inevitabilmente, prima o poi, fanno saltare. Canzoni come She's Kerosene e Take Back the Power hanno raggiunto un grande successo nel mondo, e un palco come quello dello Sherwood ha senza dubbio aiutato a consacrare la band anche in Italia.

La notte ci ha ormai raggiunto, la piazza da cui si affaccia il main stage è totalmente piena. L'attesa è quasi terminata ed i quadrifogli nascosti tra i fili d'erba iniziano a sentirsi a casa. “The Boys are Back, and they're looking for troubles!” Fate attenzione brava gente, perché i ragazzi sono tornati e stanno cercando guai. È proprio così che scelgono di presentarsi i Dropkick Murphys al loro pubblico! Senza volersi sbilanciare eccessivamente, ogni anno il festival si riserva le serate in cui sceglie di alzare significativamente l'asticella musicale. Quest'anno una di queste serate l'abbiamo vissuta grazie ai ragazzi di Boston, che con la loro musica adrenalinica, esplosiva e tinta d'Irlanda ci hanno fatto divertire, mettendo a dura prova le gambe e le corde vocali dei fan (chiedere ai conduttori di Radio Sherwood durante la diretta post live).

E allora Let's Go Murphys! Ken Casey ha scelto di abbandonare il basso per seguire Al Barr (con l'immancabile coppola in perfetto stile Peaky Blinders) nel compito di dare voce alla serata. Il resto della band ha regalato una colonna sonora verde. Non verde per l'accezione politica che negli ultimi anni si suole dare in Italia. Ma verde come la speranza di una classe lavoratrice che ancora non ha chinato il capo al proprio capo; come i prati di un'Irlanda mai doma dopo secoli d'oppressione che evocata dal sound celtico del gruppo.

In una performance di livello così alto è arduo trovare momenti di spicco emotivo, ma probabilmente il Rose Tattoo time si è meritato questa menzione. Non sono ovviamente mancati poi gli intramontabili successi della band come I'm Shipping Out to Boston, State of Massachussets o Johnny I Hardly Knew Ya. Interessante anche la dedica ai neo campioni d'Europa del Liverpool, generata dalla cover punkeggiante dell'iconico You'll Never Walk Alone. Come ormai da rito, il concerto si è concluso con l'invito a salire sul palco alle coraggiose fan che hanno seguito dalle prime file, le quali hanno invaso in pochi secondi il main stage. Tipica conclusione con Until the Next Time, scoppio di coriandoli bianchi e verdi e la festa è servita!

Ancora una volta, a un anno e mezzo dal concerto al Gran Teatro Geox, i Dropkick Murphys hanno conquistato Padova con la loro musica e la loro energia.

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La forza del punk

Della serata appena raccontata quello che rimane come contenuto, trasportato dalle note e dalle urla delle persone nel vento di giugno, è stato la forza che un genere con 40 anni alle spalle ancora dietro si porta dietro, e non accenna a fermarsi. Il Punk in tutte le sue varianti stilistiche è ancora momento di catarsi collettiva, tramite un’energia che va ben oltre le pose e la simbologia del genere. Sotto il palco c’era gente di ogni estrazione: dal punk con la cresta blue, al rocker Harley style, persone appena uscite da lavoro con la polo, giovani e giovanissimi in costumi da spiaggia pronti per affrontare il caldo e il sudore del pogo, per finire con persone di età più adulta sotto il main stage non per ricordare i tempi andati bensì vivere appieno il presente, sintomo di come il punk e questo sound siano un linguaggio musicale e sociale capace di adattarsi allo procedere degli eventi.

Probabilmente l’essenzialità di cui si è sempre fatto testimone, promotore, con irriverenza e potenza, sta alla base della voglia di vivere, di esserci e di affrontare con carattere, coraggio, semplicità e spensieratezza ogni giorno, dall’esame più complicato al capo in vena di mobbing. Dagli imprevisti alle novità positive. Spesso questo sound viene narrato solamente nella sua “violenza” e nel nichilismo, quando invece è uno sguardo reale, concreto, consapevole oltre la media della massa dei pro e contro delle strade personali intraprese.

Il farti sentire dentro una comunità aumenta, amplifica esponenzialmente tale condizione, come pochi altri generi musicali, e diventa uno dei motivi per cui la serata del 19 giugno si è connessa davvero bene col mood generale dello Sherwood festival: condivisione, libertà, energia positiva. Torna il concetto di comunità di sera dopo sera, a dire il vero, ma con la tripletta di Dropkick Murphys, The Interrupters e The Creepshow forse ci si è potuti focalizzare sulla formula attraverso cui ogni persona può entrare in contatto al meglio col proprio vicino di concerto.


Questo il link per ascoltare il podcast della serata

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<![CDATA[Rkomi a #sherwood19 - Live Report]]>

“Piacere, Mirko”. Così esordisce Rkomi, 25 anni, entrando nel nostro stand dopo il soundcheck pomeridiano, mercoledì 12 giugno, stasera porterà sul palco le canzoni dell’ultimo album Dove Gli Occhi Non Arrivano. Il sole picchia forte sul park nord, accaldati ci accingiamo a procedere con l’intervista. Qualche domanda mirata a conoscerlo meglio, un giovanissimo artista che esordisce con Dasein Sollen appena tre anni fa, ed è proprio ciò che gli chiedo, ovvero come sia cambiata la sua vita dal primo album al più recente, da Mirko a Rkomi. Dice che vorrebbe saper rispondere bene, perché si è evoluta davvero tantissimo, si definisce un’altra persona. In particolare, si focalizza qualche secondo su quel che ha significato il cambiamento economico nella sua storia personale, definendolo importante, certo, ma di sicuro non il suo argomento preferito.

Successivamente esprime il suo parere sulla domanda inerente la scena urban italiana esplosa tra 2015 e 2016, sul fatto che rischia di diventare un po’ mainstream, pop...un po’ scontata, ecco. Lui si augura il contrario, naturalmente, non vorrebbe che succedesse. “Di base, cos’è il pop? Lo sappiamo ma non lo sappiamo” afferma, e subito dopo arriva al nocciolo della questione: “sta all’artista non smettere di formarsi, informarsi e crescere personalmente”. 

Ed infine, alla nostra domanda legata allo Sherwood Changes for Climate Justice, non si dichiara un grande esempio. Non perché non rispetti l’ambiente, ma perché ancora non si sente un paladino di verde vestito. Però vuole crescere, anche da questo punto di vista: un ragazzo affamato di progresso, in tutto e per tutto.

Ciò che mi colpisce durante la serata, invece, è come cuore del concerto non sia esclusivamente il Main Stage, ma piuttosto il filo elettrico tra Rkomi e il suo numeroso pubblico: canzone, reazione, botta, risposta, applausi, dediche. “Alzate i telefoni in aria, smettete di fare foto, usate le torce, illuminatevi”, e così introduce il primo pezzo sentimentale e forse il più melodico della notte. E poi, come a voler cancellare definitivamente il gap tra lui e la folla, saltella sul palco e ridacchiando esclama: “Minchia ste assi le rompo stasera”. La cosa divertente è che una ragazzina alle mie spalle sta facendo la stessa cosa, arrivando addirittura a correre veloce a bordo palco quando il cantante annuncia di star per eseguire un pezzo inedito. L’unico, credo, di cui il pubblico non conosce tutte (e dico tutte!) le parole. Verso fine concerto, bighellonando col mio blocchetto, origlio brandelli di conversazioni. Una cosa pazzesca, un concerto pazzesco, all’aggettivo pazzesco fischiano le orecchie. Tutti pazzi per questo pazzesco giovane Rkomi. 

Non è di sicuro il pubblico habitué dello Sherwood Festival, non sono i ragazzi coi Colle der Fomento nelle cuffie o che si ricordano delle performance di Caparezza, piuttosto è proprio la generazione dell’urban 2015-16, gli ascoltatori dei nuovi rapper e trapper che già collaborano con grandi nomi (Jovanotti, Elisa…) e che conquisteranno il mondo! Scherzo. Ma è da sottolineare il rilievo che si stanno guadagnando, seppur molto giovani, all’interno della scena italiana attuale.

Ne vedremo, e ascolteremo, delle belle.

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<![CDATA[Colle Der Fomento e Assalti Frontali a #sherwood19 - Live Report]]>

Il report della serata

Ci sono volte in cui il passato bussa alle porte del presente per ricordare a tutti che non se ne è andato. Ci sono volte in cui i Pionieri di una corrente artistica devono alzare la voce e ricordare a tutti cosa c'è stato prima di quel che oggi si ascolta così frequentemente. I cappelli con la visiera laterale, le maglie tre taglie più grandi, i pantaloni larghi e tutto il sano e incontaminato hip hop degli anni '90 sono esplosi allo Sherwood Festival 2019 venerdì 14 giugno, con Colle Der Fomento e Assalti Frontali in apertura.

L'evento che il festival ha dedicato interamente alla musica hip hop ha avuto inizio ben prima del solito. Già poco prima delle 20.00 sul second stage ha avuto luogo la decima edizione della Freestyle Battle. La competizione ci ha mostrato una serie di giovani talenti che lasciano ben sperare sul futuro di questa disciplina artistica nella nostra regione. La competizione è stata vinta dal rapper in capo alla crew ZeroCash, che in una lunga ed estenuante battaglia a suon di rime ha avuto la meglio su Groomo.

Sono le 21.35 quando la storica onda hip hop si prepara a scagliarsi con forza sulla folla, e lo fa in modo diretto, spassionato e tipico di chi sul quel palco ci è già passato molte volte: gli Assalti Frontali. Militant A e Pol G hanno raccontato storie al loro pubblico, le stesse vecchie storie che hanno fatto innamorare una generazione ormai adulta, e che questa notte hanno conosciuto anche i più giovani. Come il racconto di Simonetta, operatrice scolastica a cui il gruppo ha voluto dedicare una canzone; o quella della loro città, Roma, descritta amorevolmente in Roma Meticcia. I “pionieri dell'hip hop” - termine con cui loro stessi si sono definiti - non si sono però accontentati di proporre il loro sound. Seguendo una rotta da sempre sociale e politica hanno intervallato i loro brani con frasi e argomentazioni (spesso spiegate rappando), le quali hanno toccato temi come la natura che ravviva il nostro pianeta, il senso che aveva il rap in Italia negli anni '90, la tematica scolastica la quale dovrebbe essere pubblica, laica e solidale, citando le loro stesse parole.

Dopo essere stati assaliti frontalmente da - solo - la prima parte della serata, il palco si è trasformato nell'ottavo "colle" di Roma: il Colle der Fomento! Er Danno, Masito e la crew hanno esordito accompagnati da una lunga introduzione fischiettata, utile a scaldare un'atmosfera già ardente. La loro è stata una performance potente, costantemente accompagnata da un pubblico presente in grande quantità. A prendersi la scena, oltre al Colle, sono stati la grinta immancabile di Kaos One - altro esponente di rilievo della scena old school italiana - e il beatbox surreale di Alien Dee. Di grande impatto visivo sono stati gli stendardi appesi dietro al palco riportanti l'immagine della copertina dell'ultimo album della band romana, Adversus. Da rilevare inoltre i molti nomi di coloro che il gruppo romano ha voluto ricordare o elogiare durante il live. Solo per citarne alcuni: Sergio Leone, i Wu-Tang Clan, Ice One, Primo Brown (morto tre anni fa) e molti altri. Non è mancato il momento emotivo nel quale Danno ha voluto ricordare il padre scomparso un anno fa (poco prima della traccia Polvere), e successivamente richiamare i Massicci (nome con il quale la band chiama i suoi fan) ad un ricordo dedicato agli amici e parenti scomparsi, ma che in realtà non se ne andranno mai.

Se avete pensato che questa serata abbia fatto palpitare solo i cuori dei nostalgici della vecchia scuola è il caso che vi ricrediate! Assalti Frontali, Colle der Fomento, Kaos One, i ragazzi della Freestyle Battle e tutti gli altri partecipanti all'Hip Hop Day targato Sherwood Festival hanno saputo ancora una volta regalare uno spettacolo senza età. Anche se questa scuola e questa corrente musicale oggi hanno abbandonato le vette della notorietà per le masse, serate così e artisti del genere non hanno ancora smesso di ricordarci quali sono le radici di un sound unico,il quale continuerà inevitabilmente a segnare la storia della musica italiana e mondiale.

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Il senso di comunità nell’hip hop oggi

Cos’è l’hip hop nel 2019? Cosa rimane della golden age, in anni di soldi facili, bling bling, tiraggi vari e basta? Rimane il senso di comunità che va ben oltre la musica, si fonda sull’energia condivisa, sullo stare bene e assieme pacificamente. Si fonda sulla fotta, e sulla potenza di una musica che dal vivo trasmette la convinzione e il coraggio di poter fare qualsiasi cosa nella vita.

Codesto è il lascito del live di Assalti Frontali, Colle Der Fomento e Kaos One, riassumendo quanto provato sotto palco.

Il tassello fondamentale della cultura hip hop che la divide dal rap, inteso come stile musicale usato per ben altri sound, è il senso di comunità, di ricerca e di sfida, elementi che nel tempo rimangono e si trasmettono grazie al lavoro di chi ne porta avanti i fondamenti. Linguaggi, parole, sonorità posso mutare, ibridarsi con tutto quello che accade nel mondo ma queste fondamenta non vengono scalfite.

Gli Assalti Frontali ricordano che il movimento hip hop è azione politica, assieme ad una connotazione che verte su diritti e sull’emancipazione della persona e delle persone perché cittadini del mondo. I Colle/Kaos ricordano invece quanto il genere sia movimento sociale, culturale, di libertà e liberazione dei corpi e delle menti, assenza di paletti definiti tra un’idea e la sua concretizzazione, unico grande flusso creativo.

Questi tempi infausti, polverosi, lasciano le persone chiuse in gabbie ideologiche negative, repressive, aumentate da gabbie (bolle) tecnologiche che invece di essere utilizzati per condividere e conoscere cose belle vengono usate solo per tempestarsi di brutture e odi vari.

Potrei dire che sono stati performati i classici e brani più recenti, che Polvere dei Colle in ricordo di Primo dei Cor Veleno è stata da cuore strozzato, ma il punto non è questo: il concerto è stato dal lato emotivo/relazionale talmente intimo e collettivo che un semplice report non potrà mai riuscire a rendere abbastanza l’effetto. Siamo sinceri. I live sono “dal vivo” perché bisogna viverli di persona, e tutto il resto va in secondo piano.

“Parlare di musica è come ballare di architettura”, citazione abusatissima del buon Zappa ma in questo caso rende bene l’idea di quel che dico. Parlare di musica ed emozioni senza poterle condividere di persona avrà sempre un filtro insormontabile.

Allora il compito diventa quello di evidenziare quello riportato in apertura articolo: comunità, cultura, energia, fotta, ricerca, condivisione. L’enfasi del gruppo, il grasso che cola su cassa, campioni e rullante, la voce alzata per tenere alto il cuore infuso. Il groove e le liriche come reagenti dell’umanità e della creatività. Una grande famiglia in un grande foresta.

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Intervista ai Colle Der Fomento

Podcast Sherwood Hip-Hop Day 10th Edition

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<![CDATA[Gli Ultrauomini ]]>

“GLI ULTRAUOMINI– Terrestri d’Italia in contatto con altre dimensioni” è il nuovo libro di CTRL books, collana editoriale che nasce nella redazione di CTRL magazine.
È una strana creatura, un libro-reportage, un libro corale, di sole storie vere, che unisce:
- 1 reportage fotografico durato tre anni
- 11 reportage narrativi, affidati ad altrettanti scrittori e scrittrici
- 1 gran centrifugato finale di ultraumanità
Tutti gli autori e le autrici hanno incontrato in prima persona GLI ULTRAUOMINI, terrestri d’Italia in contatto con altre dimensioni.
Valerio Millefoglie ha raccolto le storie delle prime persone che, in Italia, hanno deciso di crioconservare un caro (che sia essere umano o animale); e ha incontrato il primo impresario di pompe funebri che, a Mirandola, fornisce servizi di ibernazione, congelando i cadaveri e spedendoli in Russia in un centro specializzato nella criogenesi. Qui i corpi riposeranno a meno 196 gradi, in attesa di una “resurrezione” perintercessione della tecnologia.
Giulia Callino ha trascorso 24 ore in un convento di suore di clausura: una bolla in cui vivono 19 donne, un mondo chiuso incastonato all’interno della dinamica e interconnessa Milano.
C’è poi la storia di Ortenzia Squillace, un’impiegata comunale calabrese che, a 40 anni, ha scelto di diventare una lottatrice di wrestling con il nome di Tenebra e ha raccontato di questa sua decisione a Maura Chiulli; e quella della dottoressa Lucrezia Furian, che ha aperto le porte della sala operatoria a Paolo Zardi per assistere a un trapianto di rene: donato da una moglie a suo marito.
C’è l’esperienza in prima persona di Alessandro Monaci, che ha trascorsi tre giorni nelle viscere della terra, al seguito di una spedizione di speleologi.
Un incontro fra Sofia Natella e una giovane tanatoesteta, che si occupa di truccare e preparare i defunti per l’ultimo addio; uno fra Luca Pakarov e le Persone Altamente Sensibili, che condividono un tratto comportamentale che le rende più recettive (e vulnerabili) alla realtà che ci circonda.
Matteo Trevisani, invece, ha intervistato (sotto anonimato) un maestro della cosiddetta “Quarta Via”, disciplina esoterica per il “reale e completo sviluppo dell’uomo”.
Donato Novellini ha suonato al campanello di un “alieno della porta accanto”, un alieno di paese che non ha mai lavorato (si dice) e sopravvive vendendo oroscopi personalizzati;
Martino Pinna è stato a pranzo con un cyborg: un ventiduenne transumanista che si è fatto impiantare un chip sottopelle.
Angelo Mozzillo, infine, ha incontrato un pensionato che da 14 anni va a caccia di messaggi in bottiglia sputati dal mare sulle spiagge di Termoli, in Molise; finora ne ha trovati e collezionati circa 800.
L’intero volume è percorso dalle immagini del reportage fotografico di Michela Benaglia.
Un lavoro durato tre anni, sulle tracce delle maschere del folklore italiano, dal Trentino alla Sardegna, alla Basilicata. Uomini, dunque, che quando indossano la maschera non sono più uomini, ma ponti tra questo mondo e un altro, tra la Bestia e il Divino. Ultrauomini, appunto.
A 500 anni dalla spedizione di Magellano, che per primo navigò nell’oceano che lui
battezzò “Pacifico”, e a 50 anni dal primo uomo sulla Luna, la redazione di CTRL ha scelto di occuparsi di quelli che vanno ultra, anche se vivono vite appartate, lontani dai riflettori e in luoghi fuori dai radar.

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CHI SONO GLI AUTORI
Un mix fra giovani esordienti e affermati scrittori, con la direzione editoriale di Nicola Feninno.
Si va dai 25 anni di Giulia Callino ai 49 anni di Paolo Zardi, già finalista al Premio Strega2015.
Questo l’elenco completo: Giulia Callino, Maura Chiulli, Valerio Millefoglie, Alessandro Monaci, Angelo Mozzillo, Sofia Natella, Donato Novellini, Luca Pakarov, Martino Pinna, Matteo Trevisani, Paolo Zardi.
La fotografa: Michela Benaglia (1980). Free-lance. Il suo lavoro si concentra sul reportage documentaristico e sociale. I suoi servizi sono apparsi sui più importanti quotidiani e periodici nazionali.
Photoediting: Michele Perletti
Direzione editoriale: Nicola Feninno

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CTRL si occupa di reportage narrativi riguardanti persone e luoghi fuori dai radar, lontano dai soliti centri d’attenzione.
Nasce nel 2009 come magazine gratuito, distribuito inizialmente a Bergamo e poi in tutta Italia, per diventare infine casa editrice.
Attualmente pubblica su www.ctrlmagazine.it e libri-reportage nella collana CTRL Books.
Gli Ultrauomini è il suo secondo libro.

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<![CDATA[I Ministri live report]]>

È successo ancora, i Ministri hanno spaccato di nuovo con il loro ultimo album “Per Un Passato Migliore” e con il relativo Tour Promozionale 2013! C’è poco da fare, in Italia i ministri che valgono ci sono eccome, solo che non si trovano seduti in Parlamento con le spalle coperte e le pance all’ingrasso, i ministri che valgono, anzi i Ministri con la “M”, si trovano sopra ai migliori palchi italiani più o meno underground, intenti ad investirti l’anima con la loro musica e i loro testi che sono impossibili da far rientrare in un genere preciso; c’è chi li definisce indie, chi punk, chi alternative rock, niente di più sbagliato. I Ministri sono i Ministri e basta, sono Davide “Divi” Autelitano, basso, voce e uno dei migliori front-man che l’Italia possa desiderare di avere oggi, sono Federico Dragogna, penna, chitarra e sosia nostrano di Dave Grohl, e sono Michele “Michelino” Esposito, batteria e cuore pulsante del trio, accompagnati nei loro live spesso e volentieri dall’enigmatico F Punto, o Effe Punto, o magari solo F, che, non c’è che dire, vorremmo tutti vedere un po’ più spesso avvolto dai suoi meravigliosi pantaloncini rosa.

I Ministri sono tornati in zona Venezia lo scorso sabato 4 maggio 2013 al C.S.O. Rivolta, luogo a loro particolarmente caro che ha avuto occasione di ospitarli più volte, luogo in cui assistere a un loro concerto significa partecipare, stranamente dato che si tratta di un centro sociale piuttosto spazioso, ad un’esperienza più intima rispetto a quando li si vede in altri contesti (per quanto mi riguarda mi riferisco ad esempio al New Age Club di Roncade, all’Estragon di Bologna, allo Sherwood Festival di Padova, che li vedrà nuovamente protagonisti questa estate, alla Fnac di Verona), forse perché al Rivolta palco e pubblico sono realmente vicini o forse perché non c’è mai quel senso di sovraffollamento (e credetemi, di gente ce n’era eccome) che generalmente ti comprime facendoti sì godere tutto lo spirito del vivere un live in mezzo alla gente come te, ma lasciandoti un po’ meno possibilità di godere appieno del tuo rapporto con chi sta suonando on stage.

“Per Un Passato Migliore”, l’ultima fatica dei Ministri, è un lavoro che arriva subito diretto, com’è nel loro stile, e che con linee semplici, pulite e graffianti ti spara nelle orecchie testi che diventano subito tuoi non perché essi siano troppo semplici ma piuttosto perché si tratta di liriche “essenziali”, intendendo con questa definizione la capacità di riassumere nelle loro parole tutta l’essenza, appunto, dei sentimenti che l’uomo di oggi sta vivendo, con un sarcasmo a tratti arrabbiato e quasi violento che si adatta a chiunque. Com’è spesso accaduto per i loro pezzi, anche le tracce di “Per Un Passato Migliore” rendono decisamente meglio dal vivo perché è in quel preciso momento che le si può toccare con mano, quando Divi si lancia dal palco per venire a cantarti sopra la testa durante “Il Bel Canto” o quanto celebra con l’ormai rituale crowd surfing la fine del live sulle note di “Abituarsi Alla Fine” andando a salutare ad uno ad uno, o almeno provandoci, tutte le persone che hanno urlato per un’ora e mezza con lui.

Quello di sabato 4 maggio è stato il quinto concerto nel giro di sette giorni per i Ministri, tra i quali nel bel mezzo è d’obbligo sottolineare la loro presenza al Concerto del Primo Maggio a Roma, occasione in cui, come sottolinea Divi durante il live al Rivolta, qualcuno non ha saputo comprendere l’ironia del pezzo “La Pista Anarchica”, apprezzatissimo invece dai fan veneti che l’hanno cantata con tutto il loro fiato in gola così come hanno fatto con il resto delle nuove canzoni che sembrano davvero aver fatto centro a giudicare dal coinvolgimento con cui vengono pogate sotto al palco, come “Spingere”, “Comunque”, “Mammut”, “Stare Dove Sono”, “Mille Settimane”, “Le Nostre Condizioni” e via dicendo. Ovviamente per chi li segue dagli esordi, da “I Soldi Sono Finiti” primo album inciso con il nome di Ministri e non più Ministri del Tempo, il vero tuffo al cuore arriva quando partono “I Nostri Uomini Ti Vedono”, “Non Mi Conviene Puntare In Alto”, “La Mia Giornata Che Tace” oppure “Tempi Bui”, “Diritto Al Tetto” o ancora “Il Sole”, “Gli Alberi”, “Mangio La Terra”, “Noi Fuori”. È sempre così che funziona quando segui da tempo un gruppo che vale davvero, che si mantiene umile e concentrato sulla relazione che intrattiene con il suo pubblico, che ai tuoi ennesimi complimenti ti risponde con un “Sono contento che il disco nuovo ti sia piaciuto, alla fine suoniamo per questo, per la gente che ci segue e per parlargli il più sinceramente possibile” (parole di Michele Esposito a un mio messaggio su Facebook, n.d.r.), ti viene il magone a pensare a quanto li stimi e a quanto sappiano stupirti ogni volta e così, quando arriva la canzone con cui li hai conosciuti o alla quale sei particolarmente legato ormai da tempo, ecco che parte il momento “emozione-malinconia-miagitoesputofuoriilcuore” e non puoi fare altro che tentare di urlare più forte e provare a saltare più in alto.

Ammetto che in un solo articolo è praticamente impossibile riassumere e spiegare che cosa si prova durante un concerto dei Ministri, l’unica cosa che posso fare è quella di consigliare a chi li giudica esclusivamente dall’ascolto dei loro album di provare ad assistere a un loro live, perché solo una volta che avrete visto Federico Dragogna che suda e si agita come un indemoniato sulla sua chitarra e F Punto che dalla parte opposta entra quasi in trance con la sue sei corde, solo quando avrete ascoltato il basso, la voce e le presentazioni taglienti di Divi, magari sostenendolo durante le sue “surfate” sul pubblico, solo dopo che avrete seguito il ritmo di Michele Esposito mentre percuote il rullante della sua batteria senza sosta, solo dopo aver vissuto veramente tutto questo potrete aver capito i Ministri e solo allora potrete formulare un giudizio davvero completo. Secondo me, quando li avrete assaggiati non riuscirete più a farne a meno, perché ogni volta il rito si ripete allo stesso modo ma con un sapore totalmente diverso, perché “io le cose non le voglio solo capire, io le cose le voglio mangiare” (cit. “Mangio La Terra”, Ministri) e con i Ministri è esattamente questo che si deve fare, li si deve “mangiare”, parola di chi li ha visti ormai una decina di volte e vorrebbe potersi gustare un loro concerto ogni sacrosanta sera della settimana!

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<![CDATA[ReadBabyRead #124 del 9 maggio 2013]]>


William Langewiesche

Predatori (parte 2 di 2)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


Legge: Franco Ventimiglia


Esecuzioni a distanza
di William Langewiesche

di Paolo Petroni

Quando dall'arma bianca si passò all'arma da fuoco il rapporto tra nemici, tra chi spara e chi viene colpito, divenne molto meno diretto e coinvolgente. Ora, che esistono tiratori scelti con armi capaci di colpire con grande precisione a un chilometro di distanza e che la guerra è condotta attraverso i droni, aerei teleguidati da migliaia di chilometri di distanza, William Lagewiesche, ex pilota e oggi autore di importanti reportage, inchieste come quella famosa su Ground Zero, sul confine fra Messico e Usa o sugli eccessi dei soldati in Iraq, vedendo ''avvicinarsi rapidamente un futuro di guerra robotizzata in cui saranno le macchine a scegliere di uccidere'', annota: ''quando arriverà dovremo però chiederci che specie siamo diventati. E cosa ci facciamo, sulla Terra''.

Lo fa al termine di due racconti, visto che l'andamento è narrativo, ''Esecuzioni a distanza'' e ''Predatori'' scritti per Vanity Fair, in cui ci mostra cosa sia, come viva, come e quali persone uccida e cosa passi per la testa di un tiratore delle forze speciali, attraverso la figura di uno di loro, Russ Crane, e cosa significhi guidare un drone Predator sui cieli dell'Afghanistan stando seduti in un box nella base di Holloman, nel New Mexico e colpendo a morte persone e cose.

Sono pagine che, nel loro andamento semplice e quotidiano (di Crane c'è anche la vita privata in una casa in campagna con moglie e figlie), cercando di essere oggettive e tenere un tono informativo privo di qualsiasi accenno retorico, risultato spietate e feroci e ci raccontano molto dei nostri giorni, di quel che sta accadendo e di quel che accadrà senza che nemmeno ce ne rendiamo conto (il pilota di un drone, dopo un'azione con uccisione di un uomo, torna a casa e si rende conto che nessuno attorno a lui, nel traffico di Las Vegas, poteva avere idea di quel che aveva appena fatto), oltre che dell'America di oggi, quella religiosa, integralista e manichea (''Esistono persone malvage e credo che Dio abbia mandato sulla terra altre persone capaci di ucciderle''). Il problema è infatti come risolvono i propri problemi interiori, di coscienza, e di rapporto con gli altri (che speso li giudicano male, spietati) in relazione al loro modo di uccidere, alle decisioni che devono prendere se uccidere o no, magari rischiando di sbagliare. Per i ''piloti'' di Predator poi il tutto assomiglia a un videogioco, anche se complicato dalle analisi di intelligence e apparati burocratici: ''Il risultato è un caos ergonomico. Per sparare un missile, ad esempio, il pilota deve entrare in una quantità infinita di menù e azionare il mouse per più di 17 volte''.

Langewiesche ci racconta e fa molti esempi, propone storie esemplari e esplicative, ci coinvolge e ci costringe a pensare a temi molto grossi, dal valore della vita al senso della guerra, alla disumanizzazione tecnologica e, completamente spiazzati e impressionati, non è facile rispondere.

da ANSA.IT
09.09.2011


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Tom Waits, Gospel Train/Orchestra (Tom Waits)
James Blake, Tep And The Logic (James Blake)
Soft Machine, Moon In June (Robert Wyatt)
James Blake, You Know Your Youth (James Blake)
Flying Lotus, Disco Balls (Steven Ellison)
Flying Lotus, Electric Candyman (Flying Lotus Feat. Thom Yorke)
Tom Waits, Russian Dance (Tom Waits)

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<![CDATA[ReadBabyRead #123 del 2 maggio 2013]]>


William Langewiesche

Predatori (parte 1 di 2)


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Legge: Franco Ventimiglia


Esecuzioni a distanza
di William Langewiesche

di Paolo Petroni

Quando dall'arma bianca si passò all'arma da fuoco il rapporto tra nemici, tra chi spara e chi viene colpito, divenne molto meno diretto e coinvolgente. Ora, che esistono tiratori scelti con armi capaci di colpire con grande precisione a un chilometro di distanza e che la guerra è condotta attraverso i droni, aerei teleguidati da migliaia di chilometri di distanza, William Lagewiesche, ex pilota e oggi autore di importanti reportage, inchieste come quella famosa su Ground Zero, sul confine fra Messico e Usa o sugli eccessi dei soldati in Iraq, vedendo ''avvicinarsi rapidamente un futuro di guerra robotizzata in cui saranno le macchine a scegliere di uccidere'', annota: ''quando arriverà dovremo però chiederci che specie siamo diventati. E cosa ci facciamo, sulla Terra''.

Lo fa al termine di due racconti, visto che l'andamento è narrativo, ''Esecuzioni a distanza'' e ''Predatori'' scritti per Vanity Fair, in cui ci mostra cosa sia, come viva, come e quali persone uccida e cosa passi per la testa di un tiratore delle forze speciali, attraverso la figura di uno di loro, Russ Crane, e cosa significhi guidare un drone Predator sui cieli dell'Afghanistan stando seduti in un box nella base di Holloman, nel New Mexico e colpendo a morte persone e cose.

Sono pagine che, nel loro andamento semplice e quotidiano (di Crane c'è anche la vita privata in una casa in campagna con moglie e figlie), cercando di essere oggettive e tenere un tono informativo privo di qualsiasi accenno retorico, risultato spietate e feroci e ci raccontano molto dei nostri giorni, di quel che sta accadendo e di quel che accadrà senza che nemmeno ce ne rendiamo conto (il pilota di un drone, dopo un'azione con uccisione di un uomo, torna a casa e si rende conto che nessuno attorno a lui, nel traffico di Las Vegas, poteva avere idea di quel che aveva appena fatto), oltre che dell'America di oggi, quella religiosa, integralista e manichea (''Esistono persone malvage e credo che Dio abbia mandato sulla terra altre persone capaci di ucciderle''). Il problema è infatti come risolvono i propri problemi interiori, di coscienza, e di rapporto con gli altri (che speso li giudicano male, spietati) in relazione al loro modo di uccidere, alle decisioni che devono prendere se uccidere o no, magari rischiando di sbagliare. Per i ''piloti'' di Predator poi il tutto assomiglia a un videogioco, anche se complicato dalle analisi di intelligence e apparati burocratici: ''Il risultato è un caos ergonomico. Per sparare un missile, ad esempio, il pilota deve entrare in una quantità infinita di menù e azionare il mouse per più di 17 volte''.

Langewiesche ci racconta e fa molti esempi, propone storie esemplari e esplicative, ci coinvolge e ci costringe a pensare a temi molto grossi, dal valore della vita al senso della guerra, alla disumanizzazione tecnologica e, completamente spiazzati e impressionati, non è facile rispondere.

da ANSA.IT
09.09.2011


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Tom Waits, Gospel Train/Orchestra (Tom Waits)
James Blake, Tep And The Logic (James Blake)
Soft Machine, Moon In June (Robert Wyatt)
James Blake, You Know Your Youth (James Blake)
Flying Lotus, Disco Balls (Steven Ellison)
Flying Lotus, Electric Candyman (Flying Lotus Feat. Thom Yorke)
Tom Waits, Russian Dance (Tom Waits)

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