<![CDATA[filosofia | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/1484/filosofia/articles/1 <![CDATA[Hopeful Monsters, una campagna per l'indipendenza]]>

Pubblichiamo di seguito l'intervista realizzata da Pasquale Ambrogio di Ca'Libro 9 – progetto dedicato all'editoria indipendente all'interno del Laboratorio Occupato Morion di Venezia – a Riccardo Antoniucci, tra i responsabili della campagna abbonamenti 2016 per DeriveApprodi Editore. Come Sherwood.it riteniamo importante sostenere iniziative di questo tipo,che parlano di “Indipendenza dall’editoria a pagamento, dal monopolio dei grandi gruppi editoriali, dalle narrazioni che diventano luoghi comuni dai quali sembra poi impossibile uscire”. Per questo invitiamo a sostenere #hopefulmonsters


Cos'è Hopeful monsters?

#hopefulmonsters è il titolo e l’hashtag della campagna abbonamento di DeriveApprodi per il 2016. Ogni anno, alla fine dell’anno, chiediamo ai nostri lettori e compagni uno sforzo di partecipazione al progetto della casa editrice, che si traduce nella forma di un abbonamento alla produzione editoriale dell’anno successivo. Si tratta di fatto di un pre-acquisto dei titoli che produrremo nell’anno successivo, a uno sconto superiore al 60% sul prezzo di copertina. È uno sforzo economico, certo, ma anche un’opportunità per chi ci segue di sostenere DeriveApprodi e assicurarsi i libri a un “prezzo politico”. Da parte nostra, ci impegniamo a restituire questo sforzo durante tutto il corso dell’anno, inviando gratuitamente a casa dei nostri abbonati i libri in anteprima rispetto alla data di uscita.

Quest’anno, inoltre, la campagna di abbonamento #hopefulmonsters si carica di nuovi significati e di una maggiore responsabilità, perché propone un rilancio della casa editrice attraverso il rifacimento del sito internet www.deriveapprodi.org e l’aumento della produzione editoriale da circa 30 a 40 titoli, quasi esclusivamente novità e con qualche recupero di libri fondamentali del nostro catalogo.

Per noi questo è un modo di impegnarci a spostare in avanti i confini della nostra quotidiana resistenza culturale.

 

Dalla fiera #PiùLibri15 giungono dati felici: la piccola e media editoria chiude quest'anno con un bilancio positivo. Malgrado Amazon, IBS ecc. sembra che il pubblico preferisca la qualità, l'innovazione e la creatività - aspetti che hanno sempre caratterizzato le piccole case editrici rispetto hai grossi colossi editoriali. Con il nuovo soggetto commerciale che è la "Mondazzoli" le case editrici indipendenti sono certamente chiamate ad investire ancora di più su questi aspetti, inoltre si sta manifestando - in maniera sempre più chiara – la necessità di “fare rete” tra tutte quelle realtà editoriali, ma non solo, che operano nel campo della cultura e della produzione culturale. Condividi questa lettura?

Volendo usare uno schema di lettura classico, si potrebbe dire che oggi si tratta, ancora una volta, di “radicalizzare le contraddizioni per accelerare la crisi” del sistema editoriale, che è essenzialmente una crisi di progettualità e di ruolo dell’editoria rispetto alle trasformazioni del contemporaneo. Quella dell’editore è una funzione che trova la sua essenza nella selezione e la promozione di determinati contenuti, secondo una logica progettuale: non è per forza una questione politica, ma editoriale strictu sensu. Una linea editoriale è, di fatto, un progetto che si mette a verifica nella società attraverso i meccanismi di interessamento dei lettori e che può “funzionare” o meno. E questa concezione si ritrova in tutte le storie dell’editoria, dalle lettere di Aldo Manuzio al “metodo Einaudi”, passando per i saggi Roberto Calasso e fino ai lavori di André Schiffrin.

Per scendere sul terreno della contingenza: sì, le trasformazioni avvenute negli ultimi anni, non solo Mondazzoli ma anche, per esempio, la riduzione dei due distributori editoriali nazionali (Pde e Messaggerie) a un unico soggetto distributivo (in mano a Messaggerie, gruppo Mauri Spagnol), costituiscono un enorme rischio per la sopravvivenza dell’editoria indipendente. E tuttavia, questa fase, come sempre, può anche essere letta nel senso inverso, cioè come un’opportunità rinnovata per l’editoria di progetto di affermare il proprio ruolo culturale e di accrescere il proprio peso nel dibattito pubblico, in un settore in cui i grandi attori presentano ormai opzioni editoriali molto ridotte e disinteressate all’innovazione e alla sperimentazione.

Ora, a DeriveApprodi intendiamo accarezzare questa bestia a contropelo e scommettere sulla forza di una ricerca editoriale e politica che sia in rapporto diretto con i movimenti sociali (italiani e internazionali), stimolando e amplificando i dibattiti sulle loro idee e le loro pratiche.

È vero comunque che questo compito non potrà mai essere assolto senza costruire alleanze con altri settori della critica politica e culturale (dai media alle lotte sul lavoro), stringendo patti che vadano nel segno dell’innovazione e della reciproca apertura. Ne siamo consapevoli, e faremo del nostro meglio in questo senso.

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Come DeriveApprodi state lavorando molto sul tema dell'indipendenza cercando di affrontarlo nella sua complessità, sia attraverso momenti di incontro pubblici – come quelli ospitati a Roma e a Milano negli scorsi mesi - sia attivando proposte e pratiche di organizzazione indipendente – come la campagna MaceroNo, il progetto Doc(k)s, il BookPride e la prossima fiera che sarà, sicuramente, Bellissima. Mi puoi spiegare meglio questo percorso? Dove e come nasce, quali ambizioni si pone?

Il percorso è tortuoso perché ricco di ostacoli, ma la direzione è molto precisa. Nell’ambito di DeriveApprodi si è sempre tentato di battere percorsi di innovazione politica non solo della teoria, ma anche delle pratiche, attraverso forme di rapporto e coinvolgimento con i vari settori del movimento. È in questo senso che dal bacino più ampio dei sostenitori e animatori storici di DeriveApprodi è stata partorita la cooperativa Doc(k)s_strategie di indipendenza culturale nel settembre del 2014. Già soltanto per la sua diversa natura giuridica, la cooperativa intendeva rispondere al bisogno di costruire una rete solida di produzione e diffusione dei contenuti della cultura indipendente, ovvero, per noi, di tutti quei saperi critici che sono diffusi nella società. Organizzarli significa costruire, di fatto, modelli alternativi del fare e del fruire la cultura, sempre con l’obiettivo di accrescere gli strumenti a disposizione per trasformare l’esistente (senza alcuna pretesa di univocità, dunque).

Doc(k)s è nata così, all’inizio: come una sorta di spin-off di DeriveApprodi che ora, però, vive una sua vita autonoma e che tra l’altro ormai raccoglie, tra i suoi oltre cento soci, anche altre case editrici a parte la nostra, anche grazie a un lavoro molto approfondito sul settore editoriale e i suoi punti ciechi. In questo senso dobbiamo leggere la campagna maceroNO (che festeggerà tre anni a marzo del 2016) per la rimessa in circolazione a prezzi popolare di libri e opere di editori indipendenti che i grandi apparati distributivi e le librerie di catena non sono più disposti a ospitare.

Ma, soprattutto, è qui che si inserisce il progetto principale della cooperativa Doc(k)s, ovvero quello di costruzione di una fiera dell’editoria e della cultura indipendente, organizzata in quel territorio d’elezione della grande editoria che è Milano, capace non solo di promuovere contenuti editoriali, ma anche di offrire un terreno fertile per sviluppare un dibattito e stringere alleanze tra editori indipendenti e attori (precari e lavoratori autonomi) della filiera della produzione culturale. Con questo spirito Doc(k)s ha contribuito a costruire la prima edizione di Book Pride, insieme all’Osservatorio degli editori indipendenti, e oggi propone un salto di qualità con il progetto “Bellissima – fiera di libri e cultura indipendente”, di cui è organizzatore e promotore unico, insieme a numerosi partner prestigiosi (da «cheFare» al manifesto al Museo Reina Sofia di Madrid) e in cui noi di DeriveApprodi crediamo molto.

Ma, come si dice… questa è un’altra storia.

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<![CDATA[Rebegolo Book&Wine]]>


“Rebegolo” in dialetto veneziano indica un “fanciullo che non istà mai fermo e sempre procaccia di far qualche malanno” (dal dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio). Insomma un ragazzetto sveglio, ci verrebbe da dire, che va a curiosare là dove gli proibiscono di andare, fa quello che buon senso e norme civili gli direbbero di non fare; aggira e ribalta regole e convenzioni, infrange tabù e crea sovversioni. A noi piace accostarlo, per assonanza e per significato, alla parola “ribelle”, affidandogli anche un altro importante compito: creare nuove strade, alternative a quelle già – e più – battute, liberare idee e piaceri, dare sfogo e incanalare curiosità e spirito critico nella costruzione di nuovi percorsi.

In linea con questa ambizione è nato il “Rebegolo Book&Wine”, una fiera delle produzioni – editoriali e vinicole - indipendenti, sane e libere, che ha visto la sua prima edizioni nel dicembre 2013. Riconosciamo e appoggiamo lo sforzo e il lavoro delle tante case editrici indipendenti che da anni si ribellano a un mercato dell'editoria “mainstream” che ha trasformato il sapere, la cultura e le intelligenze collettive in un mero serbatorio danarifero, piegato alle leggi del più sfrenato consumismo, della logica del “best seller o morte (culturale)” e che è riuscita a plasmare a in quest'ottica tutta la filiera editoriale – dalla produzione dell'oggetto in sé alle vie di distribuzione, di promozione e di vendita, attraverso la concentrazione dei meccanismi che ne regolano il funzionamento, provocando un inevitabile impoverimento del sapere individuale e sociale. 

Gli editori indipendenti si trovano a vivere una situazione di estrema difficoltà, tra mancanza di canali di distribuzione, costi elevatissimi di smaltimento delle giacenze che si sommano ai costi stessi di produzione. 

Queste realtà “resistenti” hanno trovato spazio all'interno del Laboratorio Occupato Morion, in quanto i libri, così come il sapere e la cultura che essi trasmettono, sono beni comuni collettivi da tutelare e diffondere.

L'accostamento con le produzioni vinicole indipendenti del territorio è, oltre che una naturale vicinanza di piaceri, anche segnato da una comunanza di prospettive e di intenti: sono piccole realtà che, con l'amore e la cura verso il prodotto finale, rivolgono in realtà la loro attenzione a tutta la filiera produttiva, proponendo nuovi modi di lavorare la terra, coltivare le viti e dar vita a un prodotto che abbia in sé la capacità di trasmettere quanto un territorio ha da offrire, rispettando una produzione che segue i ritmi naturali, ribellandosi quindi alla mercificazione della terre e dei suoi prodotti.

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Il programma della III edizione

//18 Dicembre//

- h18.30 degustazione vini palestinesi dalla collina violata di Cremisan con Patrizia Cecconi

- h20.00 presentazione di “Lessico Deviante” di Patrizia Cecconi a cura di Tra le Righe Project 

Riflessioni sul legame tra manipolazione lessicale pro-Israele e graduale dissoluzione dei principi democratici in Italia. 

La tesi che l'autrice vuole dimostrare è la relazione tra un particolare tipo di manipolazione mediatica - tendente a far accettare alla società italiana le azioni commesse da Israele, nascondendone la natura illegale e spesso indiscutibilmente criminale - e la confusione tra quel che può a buon diritto definirsi democratico e quel che la democrazia nega la stessa essenza.

- h22.00 TUKKIMAN Live concert - a seguire dj_set

 

//19 Dicembre//

- h16.00 - Rebegolo for kids, letture giochi e tanto altro assieme alle mamme de Casteo.

- h18.30 - degustazione con I Canevisti

I canevisti sono un gruppo di amici, appassionati vignaioli, provetti vinificatori, saggi bevitori, che condividono alcuni valori della cultura del vino. Il più giovane di noi ha una ventina d’anni il più saggio quasi un’ottantina. Qualcuno di noi è un professionista del vino, agronomo enotecaro, viticoltore, cantinere ecc ma la maggior parte semplicemente un appassionato del buon bere. Organizziamo tra di noi degustazioni, cene, gite ed ogni pretesto per divertici e stare assieme.

- h19.00 - presentazione gioco da tavolo "RIOT"

RIOT è un gioco da tavola che parla di conflitto sociale. Le parti coinvolte sono la Polizia, gliAutonomi, gli Anarchici e i Nazionalisti; vogliamo creare una simulazione il più realistica possibile di una situazione di tensione politica e sommossa urbana. Su RIOT ogni giocatore deve scegliere da che parte stare ed ottenere il controllo delle strade della città, occupando i vari quartieri.

 

//20 Dicembre//

- h18.30 - presentazione di “Biliardino” di Alessio SpataroEdizioni Bao Publishing

Alessio Spataro, dopo un monumentale lavoro di documentazione testuale e sul campo, ha creato un romanzo grafico stampato solo in rosso e blu (come i giocatori del biliardino), che ripercorre la vita di Alexandre Campos Ramírez, il galiziano che ha brevettato la moderna versione del biliardino. La storia dell'evoluzione del popolare gioco è il filo conduttore delle vicende del libro, che attraversano la guerra civile spagnola, il secondo conflitto mondiale, la dittatura franchista e l'affermarsi delle democrazia in Europa. Un libro appassionante, perché le sue storie lambiscono la Storia con la maiuscola, minuziosamente accurato ma ricco di emozioni, e autenticamente importante, perché racconta la storia di uomini che hanno consacrato la vita a un ideale di libertà che, per molti decenni, appariva irraggiungibile. L'esistenza di Campos Ramírez ha sfiorato quelle di Neruda, Camus, Sartre, lasciando un segno indelebile nella società spagnola, eppure sulla sua figura circolano più leggende che fatti assodati. Questo libro fa ordine nelle versioni alternative sulla vita leggendaria di un uomo la cui importanza travalica l'invenzione per la quale si fa ancora il suo nome.

Se Ernest Hemingway avesse potuto scrivere un libro a quattro mani con Nick Hornby, probabilmente avrebbe scritto questo libro. 

Per una preview estesa, bibliografia e approfondimenti sul lavoro di ricerca di questo libro, visitate anche: https://blogbiliardino.wordpress.com/

- h19.30 - degustazione Falanghina "Selva Lacandona" con Egidio Giordano

A Chiaiano c'è il primo bene agricolo confiscato di Napoli, 14 ettari circa di vigneto e pescheto confiscato alla famiglia Simeoli (Nuvoletta) 13 anni fa. 

- h21.00 - presentazione “Al palo della morte” di Giuliano SantoroEdizioni Alegre

Roma, nella testa di molti abitanti del centro, finisce al Pigneto. Per questo capita di sentire domande come: «Per andare a Tor Pignattara faccio il Raccordo?». Tanti romani non hanno idea di dove sia Tor Pignattara, non sanno che si trova proprio a due passi dal Pigneto e dai suoi aperitivi. Ogni quartiere col nome di una torre è già al Palo della morte.

Il Palo della morte. Così il personaggio interpretato da Carlo Verdone in Un sacco bello chiama il luogo di estrema periferia dove ha appuntamento con un amico titubante, per partire alla volta di Cracovia. Oggi, nel multiforme slang della capitale, indica un luogo remoto, in un imprecisato hinterland.

Tor Pignattara è un quartiere romano di confine, frontiera non soltanto urbanistica e sociale, ma anche culturale e immaginaria. È qui che negli ultimi giorni dell’estate 2014 viene ucciso Shahzad, giovane pakistano. Lo ammazza a calci e pugni un minorenne romano. Pochi giorni dopo, viene arrestato il padre del ragazzo. È accusato di concorso e istigazione all’omicidio.

La morte di Shahzad è il prologo di una stagione, quella dei pogrom razzisti nelle periferie romane, delle scoperte su Mafia Capitale, delle convulsioni politiche che scuoteranno a lungo la città.

Come un artificiere con una bomba lasciata sul marciapiede, Giuliano Santoro fa brillare la vicenda di Shahzad – l'arrivo a Roma, la vita di stenti, la ricerca di conforto nella religione, il fatale giro in tondo che lo porta all'incontro col suo assassino – e ne insegue le schegge in ogni direzione. Da un caso di cronaca, seguito mentre refluiva nel tran tran di una città che ogni giorno rumina ben altro, si allarga un vortice che trascina nelle pagine migranti, sottoproletari, giovani precari, ronde per la “sicurezza”, neofascisti di ieri e di oggi, un'opinione pubblica ossessionata dal “degrado” e dal “decoro”... ma anche formidabili esperienze di meticciato e solidarietà.

Autore: Giuliano Santoro, giornalista, collabora con il manifesto e con il Venerdì di Repubblica. È autore tra l’altro di Un Grillo qualunque (Castelvecchi, 2012), Guida alla Roma ribelle (Voland, 2013) e Cervelli sconnessi (Castelvecchi, 2014).

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<![CDATA[L'eleganza delle prime luci dell'alba]]>

Leggi i suoi scritti, assapori il gioco letterario e la grazia delle sue capriole linguistiche, cammini con lui lungo i viali della sua amata Parigi o nelle strade di una Torino sconosciuta, mentre l'eleganza delle prime luci dell'alba che distolgono il passo dalla meta, permette al tempo di sedersi composto ad ascoltare il racconto dei suoi racconti.
Mesdames et Messieurs, Francesco Forlani.

 

Partiamo subito con una domanda complicata assai, rivolta ad un artista (accetti la definizione?), scrittore, attore, poeta, performer, traduttore, redattore, speaker radiofonico, calciatore! Insomma, Francesco Forlani, spiegati. Chi sei?

Ecco, perfino a una domanda semplice, così assoluta, straordinariamente cristallina, c’est mon esprit dada qui l’emporte, e mi fa rispondere, sì, sono il 6, in famiglia, tre fratelli e tre sorelle. Sono l’ultimo; forse è per questo che mi interessa la voce degli ultimi, mi sento dalla loro parte. Non mi interessano i primi, e meno che mai vincere. Mai voluto essere come tutti. Una volta ho scritto in un racconto per un’antologia, Era l’anno dei mondiali, della nazionale scrittori: la traversa è meglio del gol, è come fare gol senza umiliare il portiere. Ecco, a me interessano le traverse, le traversate. Che si tratti di saggi o di poesia, di teatro o di cazzeggio radiofonico, romanzi, racconti e perfino di un’intervista come la nostra, devo sentire il vento, il sale, il movimento che potrebbe farti perdere l’equilibrio ma che sai vitale come un’onda, un surf publishing.

La tua vita si dispiega tra l'educazione militare a Napoli e la vita maudit in quel di Parigi, bel salto a dir il vero. Sono incuriosito: come ci si infila dentro una divisa e poi se ne esce scegliendo strade opposte. Quale è stato il tuo percorso e cosa ti ha condotto ad essere ciò che sei.

Hai detto bene, divisa, non uniforme. Sai in effetti c’è molta più similitudine tra la vita in collegio, e qui parliamo della scuola militare più antica d’Europa, e quella bohémienne, di quanto non ci s’immagini. A cominciare dalla promiscuità, dalla solidarietà, condivisione degli spazi, dal mettere in comune, quanto ogni uomo o donna, povero o ricco che sia ha di più prezioso: lo spazio e il tempo. I comunisti francesi hanno mantenuto il termine camarades per raccontare anche la dimensione notturna e dunque onirica di persone che vivono insieme anche quando dormono. In Italia purtroppo questa parola se la sono accaparrata i fascisti. A sinistra si dice compagni. Loro si son presi le rose e a noi hanno lasciato solo il pane .

Francesco Forlani scrittore: un inizio all'insegna delle riviste letterarie, a seguire un caso letterario lungo la direttiva FaceBook/autoproduzione, poi via via altre pubblicazioni fino a giungere all'ultima di cui parleremo più arditamente in seguito. Vorresti riassumere la tua storia con nomi e titoli che so rilevanti nel panorama culturale italiano.

Ti ringrazio per la rilevanza che mi attribuisci ma molto elegantemente potrei ricordare come ogni volta che gioco con la nazionale scrittori e lo speaker annuncia i giocatori sono convinto che al nome Forlani almeno uno spettatore, delle poche decine presenti dica : e chi cazzo è? Mai sentito ‘sto scrittore. La mia storia letteraria in realtà mi piace pensarla come un’opera aperta, in continua riscrittura, fatta di variazioni, a volte minime, a volte sostanziali su un unico tema. Ci sono le due lingue, il francese e l’italiano che si contendono, la prima, i racconti e i saggi, come per esempio Métromorphoses, o gli articoli per l’Atelier du Roman, la seconda i romanzi, la trilogia degli alberghi per esempio, Autoreverse dedicato a Cesare Pavese e Hotel Roma, Turning doors a Eugenio Montale e la pensione Annalena, e il terzo ancora in cantiere, l’invenzione di Leonardo, a Leonardo Sciascia e il Grand Hotel Et des Palmes. Il memoir parisien, Parigi, senza passare dal via,  che credo essere tutt’oggi l’opera che ha avuto maggiore diffusione grazie anche alla bella collana Contromano che l’ha ospitata. C’è poi una terza lingua che è una sorta d’idioletto napule napule franza franza, per il teatro. L’ultima opera che abbiamo portato in giro è stata “Zazà, e tuti l’ate sturiellet”, titolo hommage al grande Andrea Pazienza. Ma hai ragione nel ricordare le riviste, sono la mia ossessione. Le riviste sono palestre dell’anima e della penna. Impari di più da un incontro davanti a un bicchiere che in mille corsi di scrittura.


Perché si decide di scrivere un manifesto comunista che decisamente sconvolge e pone interrogativi, specialmente se il comunista in questione è un dandy. Personalmente annoverato tra le migliori uscite letterarie dell'anno, il tuo Manifesto del Comunista Dandy (Edizioni Miraggi 2015) già uscito nel 2007 ma qui totalmente 'reloaded' come diciamo noi musicofili, è un saggio che incanta è diverte, fa pensare e colpisce nel segno. Vorresti presentarlo - con le dovute cautele - ad un pubblico che notoriamente si ritiene comunista?

Con i ragazzi della casa editrice Miraggi abbiamo voluto sfidare il deserto. La sete d’idee non mancava, il coraggio neppure. Volevo un’opera che fosse in grado di sviluppare ai massimi termini l’esperimento fatto con Andrea Semerano della Camera Verde di Roma nei primi anni del duemila. E il risultato è sotto gli occhi di tutti, un cocktail molotov (astenersi astemi).

Con il titolo Le grand soir est arrivé, lo stiamo portando in turnè in Francia dove ha debuttato a fine ottobre alla Java. In sala c’erano molti comunisti, e la commozione è stata grande soprattutto quando con Franck alla fisarmonica abbiamo rievocato l’eleganza dei gesti della classe operaia al momento dell’unica grande vittoria nella storia di tutti i proletariati.

Quando?

Nel maggio del trentasei quando grazie al Front Populaire furono introdotte le ferie pagate. Gilles Deleuze lo racconta con estrema e poetica precisione

 

quando masse di operai, artigiani, si precipitarono sul le spiagge che fino ad allora erano proprietà della classe borghese. Il mare era finalmente di tutti.(https://www.youtube.com/watch?v=DR7lYynyCDA)

La parola comunista dandy, sai, vuole essere un anticorpo all’epoca che viviamo all’insegna del radical kitsch da una parte e dall’altra dei fondamentalismi beceri e fascisti. Una parola che certamente sugli ex comunisti sortirà lo stesso effetto di un bel tiro di sigaretta per un ex fumatore.

Ironia innanzi tutto, una componente che non manca di certo nel tuo scrivere.

L’ironia è una cosa seria. È una formidabile arma di distrazione di massa, lo zucchero per rendere meno amara la medicina, e sta al sarcasmo cinico imperante come la bellezza al kitsch.

Nella tua scrittura usi molto il gioco linguistico, una modalità che rende irresistibile il percorso di lettura. Parliamone.

Il gioco linguistico, l’invenzione, lo slittamento di significato, i tic delle frasi sono forse l’unico rimedio a una lingua normalizzata, inodore, incolore, neutra che la grande industria culturale pretende. C’è uno scritto di Céline davvero illuminante, in cui prende a picconate questa lingua da editor tutta precisina: Rabelais ha veramente voluto una lingua ricca e straordinaria. Ma gli altri, tutti, l’hanno castrata, questa lingua, al punto di renderla piatta. Così oggi scrivere bene, significa scrivere come Amyot, ma sta roba , non resterà che una lingua di traduzione. Uno quasi celebre dei nostri contemporanei, ha detto una volta leggendo un libro: Ah che bello che è da leggere, la si direbbe una traduzione! - tanto per capirci.

In Italia un grande è stato Bianciardi. Prima di lui Gadda. Dopo di lui solo Andrea Pazienza, da questo punto di vista.

Torniamo un passo indietro e sediamoci con te attorno al tavolo nel consiglio di redazione della rivista digitale Nazione Indiana, blog tra i più importanti nel panorama letterario italiano. Molti sono gli scrittori che vedi passare da quelle pagine, hai qualche nome da suggerire, qualcuno che rappresenti vera innovazione nell'arte della scrittura in Italia?

 Nazione Indiana è per me un’esperienza fondamentale, come autore ma soprattutto come lettore e scopritore di belle scritture. Questa doppia vocazione, di autori e lettori, è la vera chiave del successo del progetto. L’esplosione dei social network come Facebook se in un primo momento sembrava destinare alla fine il mondo dei blog, sul modello di quanto è accaduto con MySpace, per esempio, alla fine si è invece rivelato un’eccellente sponda di quei contenuti che a prescindere dalla grandezza del bacino di lettori di partenza, ne ha permesso una maggiore diffusione soprattutto tra persone e lettori che difficilmente ci sarebbero arrivati. Degli ultimi arrivati segnalo in particolare, Davide Orecchio, Mariasole Ariot, Jamila Mascat, Ornella Tajani, anche se a mio avviso la più rivoluzionaria nell’uso dei linguaggi della rete è e rimane Orsola Puecher, della vecchia guardia. Un esempio? Una meraviglia come questa: http://www.nazioneindiana.com/2015/11/01/una-notte-sul-monte-stella/


Sempre in tema riviste ma cartacee: SUD, ne parliamo?

Sud è una storia nata veramente da un sogno. Anzi da un dormiveglia. Ricordo che ero di passaggio a Napoli, essendomi da tempo trasferito a Parigi, e nell’insonnia scoprii una riedizione anastatica della rivista del ’45. Ricordo che fu uno shock davvero, trovarmi tra le mani un oggetto che era in grado attraverso la formidabile mise en page di Pasquale Prunas a coniugare la forza della parola di giovani intellettuali come Francesco Rosi, Anna Maria Ortese, Luigi Compagnone, Gianni Scognamiglio, e dall’altra un’iconografia estremamente potente mai estetizzante. Quando pochi anni dopo da Parigi tentai di realizzare quel sogno, ovvero far rinascere la rivista coinvolgendo tutti i réseaux a cui avessi partecipato, da Milano a Roma, da Parigi a Napoli, ripartendo proprio dalla casa dell’origine, ovvero le mura del Rosso Maniero della Nunziatella, fondamentale è stato l’incontro con Giuseppe Catenacci. Allora, siamo nel 2003, presidente dell’Associazione Ex Allievi e persona di una cultura storica e letteraria impressionante a cui bastarono poche parole per convincersi che il mio entusiasmo seppure strabordante aveva una sua credibilità. Ed è stato davvero grazie a lui, a un grafico incredibile Marco De Luca e a un manipolo di traduttori, autori fotografi di origini e stili diversi che siamo riusciti a dare forma a quel sogno. Un sogno che nel 2003 fu pubblicato in 130 000 copie e distribuito con il Mattino di Napoli. Un Sud in cui poteva esordire Roberto Saviano accanto a Milan Kundera o Peter Handke, per citare solo alcuni degli autori. Rivista che dopo un silenzio durato qualche anno, poche settimane fa, come un’araba fenice e direi felicissima, è risorta per regalare un numero bellissimo dedicato interamente agli anni ottanta e che è possibile scaricare da questo link: Rivista_Sud_numero_80

La tiratura dell’edizione cartacea si è praticamente esaurita nel primo mese.

Vorrei a proposito segnalarvi la disponibilità di tutta la serie on line sul sito indypendentemente.

Francesco Forlani divide la sua vita tra Torino e Parigi. Come mai questo continuo vagare, forse che la vista dalla Tour Eiffel è migliore di quella dalla Mole?

La vista non so, però posso dirti che Parigi resta la sola città in cui puoi sentirti felice per poco, l’unica al mondo in cui puoi viverti un passaggio di povertà senza provarne vergogna.

Come potrebbe concludere Monsieur effeffe questa lunga chiacchierata?

Che una parte importante della mia libertà, del privilegio che ho di continuare a vivere il mio sogno e le contraddizioni che lo animano la devo a una comunità di fratelli e sorelle che anche quando le circostanze non promettevano nulla di buono, e parlo di risorse, non mi ha mai fatto mancare pennelli e vernici, la tela sui cui fare tesoro di tutto.  


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<![CDATA[Gilles Deleuze e la musica elettronica]]>

ll 4 novembre 1995, 20 anni fa, moriva a Parigi il filosofo francese Gilles Deleuze.

A me piace ricordarlo come ho conosciuto le sue opere: attraverso il suono.

Nel 1995 usciva uno dei dischi più sorprendenti che mi sia mai capitato di ascoltare ovvero “94Diskont” del progetto tedesco Oval. Costruito interamente danneggiando la superficie del CD, poi suonandolo ancora e campionando i rumori di fondo, i salti e i buchi digitali, possiede una musica evocativa e  misteriosa. Gli Oval avevano inventato il “glitch” che tanto influenzerà l’elettronica negli anni a seguire.

Il suono combinato del malfunzionamento produce un senso di fluidità, come un flusso casuale associato ad un processo naturale che contiene una struttura senza intelligenza. Questo tipo di approccio “rizomatico” , dove la creazione artistica prende forma come un seme piuttosto che da concetti lineari è stata teorizzata per primo da Gilles Deleuze assieme a Felix Guattari. Non a caso il disco usciva per un’etichetta  che si chiamava “Mille Plateaux”, nome chiaramente ripreso dall’opera omonima di da Gilles Deleuze e Felix Guattari. La stessa label nel 1996 fece uscire una compilation tributo al filosofo: “In memoriam of  Gilles Deleuze”.

Un altro progetto “deleuziano” era senz’altro Microstoria, collaborazione tra  Markus Pop degli Oval e Jan Werner dei Mouse on Mars che consisteva in una serie di indescrivibili ma altamente evocativi ronzii distorti – rumori di macchine che cerchiamo di evitare nella vita urbana di tutti i giorni. Mentre Pluramon prodotto da Markus Schmickler  campionava e decostruiva registrazioni fatte da un gruppo rock fra i quali c’era Jaki Liebezeit, il batterista dei Can, storica band Krautrock degli anni 70.

La “Mille Plateaux” nel suo intero applicava una nuova democrazia del suono e della produzione. Contrariamente alla tradizione rock dove basso e batteria formano ossatura di base, le chitarre tagliano lo spazio e la voce si impone in primo piano nel mix, questo approccio attraverso l’editing digitale le tecnologie di campionamento, ecc. riorganizza questa  struttura conformata sperimentando la promozione  di piccoli dettagli in primo piano di mixaggio.

Insomma in parallelo con le teorie anti-capitaliste di Deleuze la “Mille Plateaux” amplificava  il più possibile queste idee con la destabilizzazione del suono come ristrutturazione della società.

La musica elettronica, ma non solo, non è stata più la stessa dopo i lavori di questa label e sicuramente Deleuze ne sarebbe stato contento.

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alcuni artisti che hanno inciso per “Mille Plateaux”:

Kid 606, Oval, Gas (Wolfgang Voigt), Alva Noto (now Raster Noton), SND, Thomas Köhner, Frank Brettschneider (now 12k / raster noton), Rechenzentrum, Twerk, Ran Slavin, Tilmann Ehrhorn, Christian Vogel, Asmus Tietchens, Porter Ricks, Pluramon, Robert Babicz, Curd Duca, Thomas Heckmann, Ekkehard Ehlers, Andreas Tilliander, Shuttle 358, Vladislav Delay, Donnacha Costello, Tim Hecker ...


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 riproponiamo una puntata del maggio 2005:

Diserzioni: Techno Deleuze

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[AB-STRIKE 1-8 maggio 2015]]>

AB-STRIKE è una piattaforma predisposta da:

S.a.L.E. Docks (Venezia) e MACAO (Milano)

1-8 maggio 2015

Il lavoro dell'artista è segnato da confini incerti, ciononostante è diventato paradigmatico all'interno di un modello produttivo sempre più votato alla capacità linguistiche, relazionali e performative in cui la creatività diventa uno strumento manageriale irrinunciabile e i termini innovazione e cultura si attraggono come calamite. L'artista e il lavoratore culturale hanno interrogato il proprio ruolo alla luce del Postfordismo, del Neoliberismo, del capitalismo cognitivo e così via. Sempre più spesso lavorano gratuitamente, qualcuno dice addirittura che lavorano sempre, anche quando leggono un libro, visitano una mostra, chiacchierano al bar, usano i social network. Per loro, come per molti altri, la parola sciopero suona come un enigma. Come si blocca la fabbrica della cultura? Come si produce un danno all'economia dell'evento? Come si rovescia la finanza che con i suoi algoritmi ha prodotto la crisi, impoverito il lavoro e arricchito i lobbisti della speculazione? Il controllo dei big data permette una enorme archiviazione di comportamenti sociali: l'intelligenza collettiva è la nuova e più importante merce per il capitale. Attraverso algoritmi si produce ricchezza mediante un quotidiano controllo biopolitico. È possibile opporre all'astrazione finanziaria uno sciopero astratto?
AB-STRIKE è una piattaforma predisposta da S.a.L.E. Docks e MACAO, un esercizio di immaginazione sovversiva, una fabbrica di algoritmi del comune, un laboratorio di commons, una fucina di azioni, opere, dialoghi che prenderà corpo tra l’1 e l'8 maggio a Milano e Venezia. In sintonia con le mobilitazioni internazionali contro l'Expo, la piattaforma interroga due dimensioni urbane diverse, ma entrambe caratterizzate da un ruolo primario nella cosiddetta “economia dell'evento” di cui l'Esposizione Universale rappresenta il catalizzatore di turno. Non è un caso che la Biennale d'arte scelga quest'anno di aprire quasi in contemporanea. Occorre Reinventare il concetto di Festival e, più in generale, quello di evento artistico. Se la creatività è la nuova veste del capitale, inventiamo forme di organizzazione di artisti che sfidano il potere attraverso nuovi linguaggi e nuove forme di autogoverno.

TAVOLE ROTONDE
PANEL 1 (@Macao) // 4 maggio 2015 14.30-19.30
Valore politico delle nuove tecnologie e dell'innovazione culturale. Il futuro è politico?
Adam Arvidsson, Franco Berardi BIFO, Stefano Lucarelli, Marco Sachy (D-Cent), Tiziana Terranova, Akseli Virtanen - Robin Hood Minor Asset Management Cooperative e MACAO
Quanto l'innovazione tecnologica e modelli decentralizzati di governance possono costruire commonfare, contrastando le nuove forme di militare controllo biopolitico del capitale?

PANEL 2 (@S.a.L.E. Docks) // 7 maggio 2015, 17.30 – 20.30
Scioperiamo! Verso una piattaforma intercontinentale per i lavoratori dell'arte e della cultura
Global Ultra Luxury Faction/Gulf Labor, Noah Fisher/Artists as Debtor, Florian Schneider (preside dell'Accademia di Belle Arti di Trondheim), Roberto Ciccarelli (ricercatore/giornalista),Natalya Pershina-Yakimanskaya (Gluklya), Anna Bitkina (Curator-TOK), Andrea Fumagalli (economista), Lorenzo Marsili e Luigi Galimberti (European Alternatives/Transnational Dialogues), Greg Sholette, Cooperativa Crater Invertido, Arts Collaboratory, S.a.L.E. Docks, Macao e molti altri…
Questa tavola rotonda mette insieme prospettive diverse sul tema dell’organizzazione degli artisti e dei lavoratori culturali, dagli Stati Uniti fino all’Europa continentale e mediterranea. Temi centrali del dibattito saranno: l’effetto del debito sulla vita dell’artista. La necessità di inventare nuovi modelli di produzione e forme di vita contro il dispositivo neoliberale. Il ruolo dei brand artistici multinazionali nella nuova divisione globale del lavoro. Il bisogno di nuove forme di lotta e di networking di fronte al potere di cattura delle istituzioni artistiche e delle industrie creative.

PANEL 3 (@S.a.L.E. Docks) // 8 maggio 2015, 18.30 – 20.30
Lo sciopero nell'era dell'astrazione finanziaria
Antonio Negri (filosofo), Matteo Pasquinelli (ricercatore indipendente), Marco Assennato (ricercatore indipendente), Florian Schneider (preside dell'Accademia di Belle Arti di Trondheim).
Astrazione è una parola ambigua, non designa solo una particolare attitudine verso segno artistico, ma anche la capacità del capitale di trasformare il lavoro in equivalente generale. Oggi l'immagazzinamento di metadati e l'utilizzo di algoritmi sempre più complessi da parte del capitale impongono alle moltitudini di interrogarsi in merito all'efficacia delle loro pratiche politiche, linguistiche ed aritistiche.



WORKSHOP

Workshop 1 (@Macao) // 1-5 maggio
Robin Hood Minor Asset Management Cooperative apre un ufficio a Milano!
Robin Hood è la pecora nera dei fondi d’investimento che piega i poteri della finanza alla produzione e alla salvaguardia del comune. Utilizza le potenzialità della finanza per riaprire uno spazio economico. Ripensa le tecnologie per trovare come la finanza può essere più utile. La strategia di Robin Hood è la stessa di 600 anni fa a Sherwood: attaccare le strade dove passa la ricchezza sottratta al popolo, per redistribuire il bottino, e fare una grande festa. Ma i metodi sono un po’ diversi. Robin Hood fa uso dei Big Data, utilizza algoritmi e blockchains, segue le operazioni della borsa americana, accumula banche dati di operatori finanziari, li decostruisce da individui in dividui, e mette a disposizione di tutti i loro più importanti mezzi di produzione. Il team di Robin Hood arriva a Macao per lavorare sul lancio delle Obbligazioni Hood. Le Obbligazioni Hood sono una prima generazione di non-Criptomoneta: crypto-asset (Collateralized equity Note) sostenuta dal portafoglio dinamico di Robin Hood che imita le regole dell'oligarchia finanziaria di mercato. Niente di tutto ciò è mai stato fatto prima. Benvenuti nel lato selvaggio della finanza. L'ufficio di Milano è aperto.
Siete invitati a partecipare, seguire o prendere parte ai lavori. Tra gli altri, impiegati a Robin Hood Milano: Akseli Virtanen, Brett Scott, Tiziana Terranova, Benjamin Lozano, Pekko Koskinen, Dan Hassan, Emanuele Braga, Teppo Vesikukka, Harri Homi, Ana Fradique, Tere Vaden, Luca Guzzetti.

Workshop 2 // 6 maggio 2015, 14.30 – 18.30

Punti di interruzione: Strike Preparation Camp
Daniel Blanga Gubbay (Aleppo)
Uno sciopero inizia con il corpo: inizia dalla posizione che il corpo assume in relazione ad una stabilita in precedenza ][…]. Allora un'interruzione non è semplicemente il rifiuto di proseguire con il normale flusso delle cose: lo stesso gesto re-figura le inclinazioni della superficie. Crea una deviazione nel flusso normativo delle cose, aprendo uno spazio tra ciò che è permesso e ciò che è possibile. Aleppo apre per un giorno lo “Strike Preparation Camp”, un insieme di domande, letture e video sul potere delle interruzioni e  sul ruolo dell'arte come sciopero. La giornata si articola in tre punti di interruzione:

  • In che modo l'interruzione pone in questione l'idea di flusso automatico, e qual'é il ripensamento della violenza in questo contesto. (perché parliamo di violenza dell'interruzione e non di violenza della norma)

  • “Sciopero artistico / L'arte come sciopero”. Dialogo con Florian Schneider sul suo testo “10 Working Points For The Artist In The New Division of Labour”.

  • L’interruzione continua: pensare l'interruzione oltre l'idea d'eccezione.

AZIONI

- Robin Hood Minor Asset Management Cooperative and MACAO
Il parassita: sottrarre denaro ai mercati finanziari per creare il comune
Questa operazione riguarda una questione critica: il sistematico ricorso al lavoro gratuito, con più di 8000 volontari impiegati da Expo2015 s.p.a. per la realizzazione del grande evento, il cui unico rimborso consiste in buoni pasti.

- Global Ultra Luxury Faction/Gulf Labor
“We have yet to hear the Guggenheim’s public statement about this disturbing event”

- ZEBRA (un laboratorio sullo sciopero astratto a Macao)
Immaginiamo un futuro in cui tutto ciò che possiamo produrre è già stato probabilmente previsto. Le macchine possono calcolare il nostro comportamento, il nostro desiderio, il nostro tempo. Questo futuro è già ora. Come si può sospendere questo tempo. Pensare ad uno sciopero è poter interrompere questa storia, creare una narrazione imprevista, ribaltare il punto di vista, costruire alternativa praticabile. ZEBRA è un laboratorio su EXPO2015 con l'obiettivo di non essere visti, di non essere cioè né nella norma né nell'abnorme. Vorremo uscire dal catalogo, occupare l'immaginario, riaffermare la potenza del desiderio e riappropriarci del futuro.
Co-created by Sara Leghissa and Francesca de Isabella (Strasse), Emanuele Braga and Maddalena Fragnito (Landscape Choreography), Camilla Pin, Luca Chiaudano, Cristina Rizzo, Monica Gentile, Leonardo Delogu and Valerio Sirna, Benno Steinegger, Nhandan Chirco and Branko Popovic (F.A.C.K platform), Isabella Mongelli, Livia Porzio, Paolo Gerbaudo, Roberta Bonetto, Silvia Calderoni and Ilenia Caleo, GianMaria Di Pasquale, Flora Vannini, Sarah Barberis, Alice Attala, Simone Evangelisti.

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-  Urban Image of a Citizen
Azioni urbane, piccole, solitarie, si introducono nelle folle che attraversano la città. Come eventi improvvisi, generano interruzioni che qualificano il momento e il luogo in cui accadono, occasioni per destabilizzare i flussi mettendoli in relazione con una parte che cessa di essere invisibile. La città come laboratorio permanente in cui il coabitare di artisti, studenti e residenti crea nuove traiettorie,  apre spazi di sospensione e nuove possibilità all'inatteso. L’azione performativa si ripeterà in 5 punti diversi della città, adiacenti a ponti e zone di passaggio.

Performer: Marianna Andrigo, Roberta Da Soller, Carlotta Bisello, Michela Solinas, Gea Polimeni. Progetto OPEN#7 nato dalla collaborazione di Marianna Andrigo e il sostegno di LiveArtsCultures.

- Curandi Katz
Il lavoro di Curandi Katz attualizza le dinamiche d’interazione che muovo da una scala intima di desiderio personale verso l’apertura della mutualità, responsabilità e trasparenza tra gli individui attraverso azioni che hanno luogo in comunità formali e informali e in relazione a istituzioni intenzionali o non intenzionali. La loro pratica si costruisce sull’atto del “prendersi cura”, grazie a strategie in cui forme artistiche s’intrecciano con azioni radicali proprie dell’ambito attivista.

DISPLAY

@Sale Docks e @Macao
Global Ultra Luxury Faction/Gulf Labor, ZEBRA (un laboratorio sullo sciopero astratto a Macao), Open#7/Gruppo Dispositivo SPaziale, Open#7/Awakening (photographers movement), Open#7/Scioper@! X Inciso

- Dispositivo Spaziale
L’assemblea intesa come strumento propedeutico alla ricerca di nuove metodologie di sciopero. Lo spazio del S.a.L.E. Docks interpretato come luogo adatto alla creazione di un’assemblea permanente. Lo spazio viene riconfigurato in riferimento al teatro minoico, antico luogo di incontro e scambio culturale. Assemblee, tavole rotonde, performances e opere d’arte arricchiranno e completeranno lo spazio.
Un progetto OPEN#7 / gruppo Dispositivo Spaziale: Francesca Modolo & Alessandro Zorzetto (Rural Boxx), Roberto Dell’Eva, Piter Perbellini, Michela Solinas, Denise Bianco, Altea Bacchetti.

Tutti i materiali utilizzati per la realizzazione provengono dal progetto ReBiennale.

by Festival FOLLE/Macao e S.a.L.E. Docks

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<![CDATA[Il postumano, il nuovo saggio di Rosi Braidotti]]>

La nostra seconda vita negli universi digitali, il cibo geneticamente modificato, le protesi di nuova generazione, le tecnologie riproduttive sono gli aspetti ormai familiari di una condizione postumana. Tutto ciò ha cancellato le frontiere tra ciò che è umano e ciò che non lo è, mettendo in mostra la base non naturalistica dell’umanità contemporanea.

Sul piano della teoria politica e filosofica, urge adeguare le categorie di comprensione delle identità e dei fenomeni sociali a partire da questo salto. Sul piano dell’analisi, dopo aver constatato la fine dell’umanesimo, occorre vedere in questa trasformazione le insidie di una colonizzazione della vita nel suo complesso da parte dei mercati e della logica del profitto.

Occorre dunque adeguare la teoria ai cambiamenti in atto, senza rimpianti per un’umanità ormai perduta e cogliendo le opportunità offerte dalle forme di neoumanesimo che scaturiscono dagli studi di genere, postcoloniali e dai movimenti ambientali.

Un assagio

Il divenire postumano è un processo di ridefinizione del senso di connessione con il mondo condiviso e l’ambiente: urbano, sociale, psichico, ecologico o planetario che sia. Esso esprime molteplici ecologie dell’appartenenza, mentre innesca la trasformazione delle coordinate sensoriali e percettive, riconoscendo la natura collettiva e l’apertura verso l’esterno di ciò che ancora chiamiamo soggetto. Tale soggetto è infatti un assemblaggio mobile in uno spazio di vita condiviso che egli non controlla né possiede, ma che semplicemente occupa, attraversa, sempre in comunità, in gruppo, in rete. Per la teoria postumana il soggetto è un’entità trasversale, pienamente immersa in e immanente a una rete di relazioni non umane (animali, vegetali, virali). Il soggetto incarnato zoe-centrato è preso in collegamenti relazionali di tipo virale e contagioso che lo interconnettono a una vasta gamma di altri, partendo dagli eco-altri fino a includere l’apparato tecnologico. […]

Questa ontologia processuale centrata sulla vita conduce il soggetto postumano a confrontarsi lucidamente con i suoi limiti, senza cedere al panico o alla malinconia. Si afferma una spinta etica laica verso modalità di relazione che migliorano e conservano la propria capacità di rinnovare e ampliare i confini di cosa i soggetti nomadi e trasversali possono diventare. L’ideale etico è quello di attualizzare gli strumenti cognitivi, affettivi e sensoriali per coltivare un maggior grado di responsabilizzazione e di affermazione delle interconnessioni di ciascuno nella loro molteplicità. La selezione delle forze affermative che catalizzano il processo del divenire postumano è regolata da un’etica della gioia e della positività che opera tramite la trasformazione delle passioni negative in passioni positive. Filosofia del fuori in senso stretto, di spazi aperti e di affermazioni incarnate, il pensiero postumano nomade anela a un salto di qualità fuori dal familiare, confida nelle possibilità, ancora inesplorate, aperte dalla nostra posizione storica nel mondo tecnologicamente mediato di oggi. è un modo per essere all’altezza dei nostri tempi, per accrescere la nostra libertà e la nostra comprensione delle complessità che viviamo, in questo mondo non più antropocentrico né antropomorfo, bensì geopolitico, eco-filosofico e fieramente zoe-centrato.

Autore

Rosi Braidotti
Rosi Braidotti, docente di Studi di genere presso l’università di Utrecht, femminista e filosofa, è autrice di numerosi saggi tra i quali, in italiano: Trasposizioni (Luca Sossella, 2008), Madri, mostri macchine (manifestolibri, 2005), In metamorfosi (Feltrinelli, 2003).

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<![CDATA[Metamorfosi del postumano]]>

di Benedetto Vecchi, Il Manifesto del 18 febbraio 2014

Un sag­gio ambi­zioso que­sto di Rosi Brai­dotti. La filo­sofa, di ori­gine ita­liana ma cosmo­po­lita per scelta, si pro­pone infatti di get­tare le basi di un pen­siero filo­so­fico mate­ria­li­sta e fem­mi­ni­sta che con­senta di uscire dai vicoli cie­chi che il poststrut­tu­ra­li­smo ha imboc­cato dopo avere sot­to­po­sto la cri­tica l’umanesimo, con­si­de­rato, nella genea­lo­gia pro­po­sta da Rosi Brai­dotti, un dispo­si­tivo teso a pro­durre sog­get­ti­vità «alli­neate» con il potere costi­tuito. Il poststrut­tu­ra­li­smo, e il pen­siero fem­mi­ni­sta di fine Nove­cento, ha rite­nuto che il «sog­getto» pro­po­sto dalla filo­so­fia occi­den­tale sin dalla Gre­cia antica fosse ani­mato da una vorace ten­sione uni­ver­sale che can­cella dif­fe­renze e punti di vista alteri rispetto a quelli domi­nanti. È stato poi com­pito dei movi­menti sociali e fem­mi­ni­sti sot­to­li­neare che avesse un «pro­filo» inva­ria­bil­mente occi­den­tale e maschile.

L’inganno dell’universalismo

Que­sto non signi­fica che non ci siano state arti­co­la­zioni anche anti­te­ti­che nella sua con­cet­tua­liz­za­zione da parte di diverse scuole di pen­siero. Per Brai­dotti, però, il soggetto caro alla filo­so­fia occi­den­tale è stato una cor­tina fumo­gena tesa a occul­tare gerar­chie e rap­porti di potere pre­senti nelle società. E se il fem­mi­ni­smo ha letto il con­flitto tra i sessi a par­tire di un punto di vista poli­tico par­ti­giano, quello delle donne, i movi­menti post­co­lo­niali hanno sot­to­po­sto a cri­tica la pre­tesa nor­ma­tiva dell’universalismo occi­den­tale nei con­fronti di uomini e donne non occidentali.

Rosi Brai­dotti non ha mai nasco­sto i debiti nei con­fronti della tra­di­zione filo­so­fica. Nel suo posi­zio­na­mento rispetto ad essa non ha mai taciuto di aver attinto al pen­siero illu­mi­ni­sta, né ha mai taciuto la sua col­lo­ca­zione poli­tica, che l’ha por­tata a leg­gere con atten­zione i testi del pen­siero cri­tico, sia nella sua ver­sione mar­xiana che fran­co­for­tese. In que­sto Postu­mano si dilunga dif­fu­sa­mente sulla can­giante costel­la­zione cul­turale che ha orien­tato il suo per­corso teo­rico.

Emerge una suc­ces­sione di testi e filo­sofi che può creare smar­ri­mento, ma che per Rosi Brai­dotti è da inten­dere come un metodo per segna­lare le tappe, mai un punto di arrivo della sua pro­du­zione teo­rica. In fondo, è suo quel con­cetto di sog­getto nomade che ha appar­te­nenze mul­ti­ple, sem­pre in dive­nire, che può tut­ta­via «posi­zio­narsi» cri­ti­ca­mente rispetto il reale.

Nel «postu­mano» pro­po­sto dalla filo­sofa ita­liana occu­pano un posto rile­vante le tra­sfor­ma­zioni inter­ve­nute da quando la scienza e la tec­no­lo­gia sono sem­pre più usate per poten­ziare il corpo umano o per pro­lun­gare la vita bio­lo­gica di uomini e donne. Sono temi che Rosi Brai­dotti ha affron­tato spesso nel suo per­corso teo­rico. Sono note le sue rifles­sioni sulla figura del cyborg, così come le sue incur­sioni nel ter­ri­to­rio pieno di insi­die della mani­po­la­zione bio­tec­no­lo­gica del corpo. Ogni volta sono state messe in discus­sione le cop­pie ana­li­ti­che di natura e cul­tura, di natu­rale e arti­fi­ciale. Ma mai la filo­sofa ita­liana ha supe­rato il con­fine che distin­gue l’umano dall’inumano.

Con que­sto libro, il con­fine è invece oltre­pas­sato. Affer­mare che occorre fare i conti con il postu­mano signi­fica quindi inol­trarsi in un ter­ri­to­rio abi­tato da essere viventi che sono il pro­dotto di una mani­po­la­zione tec­no­lo­gica dei mate­riali bio­lo­gici che com­pon­gono il pro­prio corpo. Sono cioè corpi assem­blati, scom­po­sti e ricom­po­sti. La tec­no­lo­gia è da inter­pre­tare sia come una pro­tesi che inne­sto nel corpo. La mani­po­la­zione del Dna, invece, con­sente di model­lare il corpo come meglio si crede; lo stesso si può dire per la medi­cina, che non solo con­sente di pro­lun­gare la vita bio­lo­gica, ma di scom­porre la mor­fo­lo­gia del corpo umano.

Tutto ciò, sot­to­li­nea, Rosi Brai­dotti modi­fica, tra­sforma, sov­verte la pro­du­zione della sog­get­ti­vità, cioè il modo di stare al mondo di uomini e donne. In altri ter­mini, la figura di Pro­teo non ha nulla delle carat­te­ri­sti­che dram­ma­ti­che della tra­di­zione filo­so­fica greca. Una volta che si è appro­priato della cono­scenza pre­ro­ga­tiva degli dei, l’essere umano è diven­tato un ibrido di mate­riale orga­nico e inor­ga­nico che che modi­fica a sua imma­gine e somi­glianza la natura. Può quindi fare a meno degli dei, al punto che può scon­fig­gere la morte.

Rosi Brai­dotti non è una nichi­li­sta che vuole legit­ti­mare la realtà. Vuol deli­neare i campi di inter­vento di una etica pub­blica della con­di­zione postu­mana, che viene con­ti­nua­mente qua­li­fi­cata - nel volume sono pre­senti più defi­ni­zioni del postu­mano, pro­prio a sot­to­li­neare che la sua è una rico­gni­zione sem­pre in dive­nire delle diverse teo­ri­che sul postu­mano - e inter­ro­gata nelle sue con­se­guenze. È cioè con­sa­pe­vole della neces­sità di rego­la­men­tare, ad esem­pio, la mani­po­la­zione del Dna, ma avverte che que­sto non può signi­fi­care porre dei limiti alla ricerca scien­ti­fica.

Allo stesso tempo l’elaborazione di una etica pub­blica sul postu­mano deve evi­den­ziare il lato oscuro, cioè la ridu­zione del corpo a merce che può essere scom­po­sta, smem­brata, ven­duta e rias­sem­blata secondo rap­porti di potere che vede sem­pre dei domi­nanti e dei domi­nati. Anche in que­sto caso, però, non pos­sono essere posti dei limiti alla auto­de­ter­mi­na­zione del pro­prio corpo. È su que­sto dop­pio movi­mento - libertà di mani­po­lare il corpo e rap­porti di potere esi­stenti nel vivere in società - che una filo­so­fia mate­ria­li­stica del postu­mano deve pren­dere posizione.

L’organico e l’artificiale

Un libro dun­que ambi­zioso e impor­tante, per­ché teso ad evi­den­ziare appunto le tra­sfor­ma­zioni avviate dall’uso inten­sivo della scienza e della tec­no­lo­gia. Rosi Brai­dotti ritiene infatti che inte­gra­zione tra orga­nico e arti­fi­ciale sia già alle nostre spalle. Il pen­siero cri­tico devo quindi inda­gare le tra­sfor­ma­zione già inter­ve­nute. Sulla ridu­zione del corpo umano a mac­china l’analisi di Rosi brai­dotti è pun­tuale. Signi­fi­ca­tive sono anche le pagine dedi­cate alla pro­du­zione di sog­get­ti­vità. Assente, però, è come il postu­mano sia una com­po­nente fon­da­men­tale della pro­du­zione di ric­chezza.

Il cyborg, così come il sog­getto nomade, sono fat­tori costi­tuenti del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stico. Il poten­zia­mento delle facoltà manuali e cogni­tive degli umani è ovvia­mente fun­zio­nale a ritmi di lavoro sem­pre più intensi e a pro­cessi pro­dut­tivi sem­pre più com­plessi. Inol­tre, la map­pa­tura del Dna diventa la con­di­zione neces­sa­ria sia per lo svi­luppo di nuovi set­tori eco­no­mici che per inno­vare l’industria far­ma­ceu­tica. Allo stesso tempo il sog­getto nomade è la figura indi­spen­sa­bile per una eco­no­mia fon­data sulla fles­si­bi­lità. Un’etica pub­blica sul postu­mano non può dun­que che pren­dere posi­zione su un regime di sfrut­ta­mento che fa della sim­biosi tra umano e mac­chi­nico il suo tratto distintivo.

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