<![CDATA[narrativa | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/150/narrativa/articles/1 <![CDATA[ReadBabyRead_468_Viola_Di_Grado_13]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #468 del 12 dicembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(13a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]
The National, Underwater [Aaron Dessner]
The Knife, Networking [The Knife]
Joy Division, Passover [Joy Division]
Trepaneringsritualen, An Immaculate Body Of Wate [Trepaneringsritualen]
TRIBALISM3 (Yann Joussein, Luca Ventimiglia, Olivia Scemama), 5553 [Yann Joussein]
Joy Division, Decades [Joy Division]
The Knife, Wrap Your Arms Around Me [The Knife]
The Knife, Without You My Life Would Be Boring [The Knife]
Joy Division, Twenty Four Hours [Joy Division]
The National, Oblivions [Bryce Dessner]
FKA twigs, Preface [Tahliah Debrett Barnett]
FKA twigs, Lights On [Tahliah Debrett Barnett]
The National, Sleep Well Beast [Aaron Dessner/Matt Berninger]
The Knife, Crake [The Knife]
The National, I'll Still Destroy You [Bryce Dessner]
The Knife, Oryx [The Knife]
The Knife, Fracking Fluid Injection [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_467_Viola_Di_Grado_12]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #467 del 5 dicembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(12a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]
The National, Underwater [Aaron Dessner]
The Knife, Networking [The Knife]
Joy Division, Passover [Joy Division]
Trepaneringsritualen, An Immaculate Body Of Wate [Trepaneringsritualen]
TRIBALISM3 (Yann Joussein, Luca Ventimiglia, Olivia Scemama), 5553 [Yann Joussein]
Joy Division, Decades [Joy Division]
The Knife, Wrap Your Arms Around Me [The Knife]
The Knife, Without You My Life Would Be Boring [The Knife]
Joy Division, Twenty Four Hours [Joy Division]
The National, Oblivions [Bryce Dessner]
FKA twigs, Preface [Tahliah Debrett Barnett]
FKA twigs, Lights On [Tahliah Debrett Barnett]
The National, Sleep Well Beast [Aaron Dessner/Matt Berninger]
The Knife, Crake [The Knife]
The National, I'll Still Destroy You [Bryce Dessner]
The Knife, Oryx [The Knife]
The Knife, Fracking Fluid Injection [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_466_Viola_Di_Grado_11]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #466 del 28 novembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(11a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]
The National, Underwater [Aaron Dessner]
The Knife, Networking [The Knife]
Joy Division, Passover [Joy Division]
Trepaneringsritualen, An Immaculate Body Of Wate [Trepaneringsritualen]
TRIBALISM3 (Yann Joussein, Luca Ventimiglia, Olivia Scemama), 5553 [Yann Joussein]
Joy Division, Decades [Joy Division]
The Knife, Wrap Your Arms Around Me [The Knife]
The Knife, Without You My Life Would Be Boring [The Knife]
Joy Division, Twenty Four Hours [Joy Division]
The National, Oblivions [Bryce Dessner]
FKA twigs, Preface [Tahliah Debrett Barnett]
FKA twigs, Lights On [Tahliah Debrett Barnett]
The National, Sleep Well Beast [Aaron Dessner/Matt Berninger]
The Knife, Crake [The Knife]
The National, I'll Still Destroy You [Bryce Dessner]
The Knife, Oryx [The Knife]
The Knife, Fracking Fluid Injection [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_465_Viola_Di_Grado_10]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #465 del 21 novembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(10a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]
The National, Underwater [Aaron Dessner]
The Knife, Networking [The Knife]
Joy Division, Passover [Joy Division]
Trepaneringsritualen, An Immaculate Body Of Wate [Trepaneringsritualen]
TRIBALISM3 (Yann Joussein, Luca Ventimiglia, Olivia Scemama), 5553 [Yann Joussein]
Joy Division, Decades [Joy Division]
The Knife, Wrap Your Arms Around Me [The Knife]
The Knife, Without You My Life Would Be Boring [The Knife]
Joy Division, Twenty Four Hours [Joy Division]
The National, Oblivions [Bryce Dessner]
FKA twigs, Preface [Tahliah Debrett Barnett]
FKA twigs, Lights On [Tahliah Debrett Barnett]
The National, Sleep Well Beast [Aaron Dessner/Matt Berninger]
The Knife, Crake [The Knife]
The National, I'll Still Destroy You [Bryce Dessner]
The Knife, Oryx [The Knife]
The Knife, Fracking Fluid Injection [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_464_Viola_Di_Grado_9]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #464 del 14 novembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(9a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]
The National, Underwater [Aaron Dessner]
The Knife, Networking [The Knife]
Joy Division, Passover [Joy Division]
Trepaneringsritualen, An Immaculate Body Of Wate [Trepaneringsritualen]
TRIBALISM3 (Yann Joussein, Luca Ventimiglia, Olivia Scemama), 5553 [Yann Joussein]
Joy Division, Decades [Joy Division]
The Knife, Wrap Your Arms Around Me [The Knife]
The Knife, Without You My Life Would Be Boring [The Knife]
Joy Division, Twenty Four Hours [Joy Division]
The National, Oblivions [Bryce Dessner]
FKA twigs, Preface [Tahliah Debrett Barnett]
FKA twigs, Lights On [Tahliah Debrett Barnett]
The National, Sleep Well Beast [Aaron Dessner/Matt Berninger]
The Knife, Crake [The Knife]
The National, I'll Still Destroy You [Bryce Dessner]
The Knife, Oryx [The Knife]
The Knife, Fracking Fluid Injection [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_463_Viola_Di_Grado_8]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #463 del 7 novembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(8a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_462_Viola_Di_Grado_7]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #462 del 31 ottobre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(7a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_461_Viola_Di_Grado_6]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #461 del 24 ottobre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(6a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_460_Viola_Di_Grado_5]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #460 del 17 ottobre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(5a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_459_Viola_Di_Grado_4]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #459 del 10 ottobre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(4a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Joy Division, Failures [Joy Division]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_458_Viola_Di_Grado_3]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #458 del 3 ottobre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Joy Division, Failures [Joy Division]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_457_Viola_Di_Grado_2]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #457 del 26 settembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Joy Division, Failures [Joy Division]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_456_Viola_Di_Grado_1]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #456 del 19 settembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Joy Division, Failures [Joy Division]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_455_Gianfranco_Bettin_4]]>

Cedeste Vanni ha lavorato per una vita, quasi una vita, al Petrolchimico di Porto Marghera, e lì nello spettacolare scenario di una delle più grandi industrie del mondo, produttrice di ricchezza e di morte, tra rovine spettrali e reparti in metamorfosi, tra i quali il cracking in cui si spaccano le molecole, solo e isolato continua a vivere, a contare i morti, a raccontare storie di lotta e malavita, e a lasciarsi visitare da infiammati pensieri di giustizia. Gli è accanto, quasi figura di nebbia, la moglie Rosi, che, attraverso il filtro del tempo, gli appare indomita e dolcissima, a rammentare, senza nostalgia, quando esisteva una forte classe operaia, esistevano parole d'ordine fiere e condivise, ed esisteva anche il monte Civetta a promettere il conforto di fughe in altezza. E anche ora, mentre la fabbrica giace, smoke on the water, davanti alla laguna, Celeste pensa a un gesto che ha a che fare con l'altezza. Lui e la ciminiera incisa come un allarme nel cielo della notte: si arma di zaino, di corde, e sale, sale, sale, fin dove si può vedere in lontananza la cima pallida e rocciosa. Che cosa ha in mente? Che cosa ha da opporre al silenzio, alla rassegnazione, al vuoto? Cosa può fare un uomo solo? Mentre l'alba si avvicina, lungo la parabola della notte, torna la vita vissuta, tornano le promesse fatte, e, tornito nel buio, prende forma un gesto di rivolta, perché là sotto, da Venezia all’Europa, nella distesa del tempo bisogna decidere: se la storia è davvero finita o è appena cominciata”.
[Gianfranco Bettin, Cracking, seconda di copertina].


ReadBabyRead #455 del 12 settembre 2019


Gianfranco Bettin
Cracking

Brani scelti dall’autore

(4a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Sognò navi cariche di sale, che entravano in porto dal mare.
 
Il sale, poi, veniva scomposto in sodio e cloro: il sodio venefico e nervoso, il cloro mefitico e letale.
Di questo è fatto, aveva detto l'insegnante alla scuola aziendale, mostrandone un po' nel palmo della mano.
E l'acqua?, aveva detto ancora, aprendo il rubinetto del laboratorio.
Lo sapete di cosa è fatta?
Idrogeno e ossigeno, certo. Ma, ci avete mai pensato? L’idrogeno è un gas esplosivo. E anche all'ossigeno gli scoppi e gli incendi piacciono un sacco. Eppure, legati insieme, due atomi di idrogeno e uno di ossigeno producono l'acqua, la cosa più buona e vitale che c’è.
È la chimica, ragazzi: spacchi il sale e ne ottieni due elementi aggressivi, pericolosi. Ne unisci due violenti, selvaggi, e ci ricavi l'acqua - la vita.
 
Sentì la voce di Rosi, dalla cucina: Il caffè è pronto!
Ma non c'era nessun profumo e capì che stava ancora sognando."


L’industria in crisi, l'operaio e Marghera in “Cracking” di Bettin


Nel romanzo lo scrittore e saggista immagina la protesta di un operaio. Per l'autore l’Italia ha abbandonato una politica industriale

La letteratura italiana torna in fabbrica. Nell’industria in crisi e con gli effetti su chi ci lavora. Con precedenti illustri come Le mosche del capitale di Paolo Volponi o La dismissione di Ermanno Rea. Stavolta lo scrittore torna nell’industria con la penna di Gianfranco Bettin, scrittore, saggista, politico già nei Verdi come consigliere regionale dei Verdi e oggi presidente per il centro sinistra della municipalità di Marghera, città dove è nato nel 1955 e dove ambienta il suo nuovo romanzo Cracking (Mondadori, pp. 187, euro 17). 

Il protagonista, Celeste Vanni, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera appena andato in pensione, nell’isolamento suo che è l’isolamento degli operai e dei lavoratori di oggi, armato di corde e zaino salirà su una ciminiera altissima come atto disperato di protesta, di rivolta contro la rassegnazione in una «una delle più grandi industrie del mondo, produttrice di ricchezza e di morte, tra rovine spettrali e reparti in metamorfosi», ricordano le note di copertina del libro, reparti come cracking dove «si spaccano le molecole».

Con questo romanzo Bettin torna su un tema e un luogo a lui caro: nel 2002 con Petrolkiller indagò sui danni ambientali provocati alla salute dalle industrie del polo veneto alle porte di Venezia. Di cosa narra il nuovo romanzo lo ha sintetizzato in una illuminante e approfondita conversazione a tre uscita sulla Lettura del 16 giugno scorso con il segretario della Cgil Maurizio Landini e con il politologo Maurizio Ferrera.

«Racconto le storia di un operaio che a Porto Marghera difende la fabbrica da cui è uscito poco prima in pensione, in soccorso agli ex compagni di lavoro – ha detto lo scrittore alla Lettura a proposito di Cracking - . Siamo nel momento in cui la solitudine della classe operaia è massima, nella fase di metamorfosi tra le rovine del vecchio sistema industriale e le avvisaglie del nuovo. È una “terra di mezzo” in cui i lavoratori e il sindacato sono chiamati a esprimere una tensione, una capacità di andare oltre. Per venire incontro alle loro istanze ci sarebbe bisogno di una politica industriale, che però in Italia è stata abbandonata. Ho cercato di descrivere con gli strumenti della letteratura la trasformazione del lavoro, nei suoi aspetti sociali e umani, per richiamare l'attenzione su questa esigenza».

Bettin non vede un panorama incoraggiante: «Il guaio – dice più avanti - è che manca la consapevolezza dei problemi industriali, non solo nei politici, ma spesso anche nei manager […] Se non torna l'idea che bisogna rimettere al centro il versante produttivo rispetto alla finanza, rischiamo di perdere molte occasioni preziose e di ridurci a un Paese che vive di turismo e poco altro. Purtroppo la classe politica da questo orecchio non ci sente». Viene in mente la vicenda Whirlpool. 

«Se sono un precario abbandonato a me stesso e la mia solitudine resta uguale, che governi la destra o la sinistra, dove trovo una rappresentanza? – si domanda in quella lunga conversazione Landini - Per questo dico che la svolta da cui partire è rimettere al centro le persone che lavorano: nel mondo non sono mai state numerose come adesso, ma nemmeno così tanto divise e contrapposte». Con franchezza e onestà, osserva il segretario della Cgil: «Io non ho la soluzione in tasca, ma dico che ridare loro una rappresentanza e una speranza è il principale nodo da sciogliere».

da Globalist.it, 25 giugno 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Keith Richards, Big Enough [Keith Richards]
Marco Ponchiroli, Se ci penso [Marco Ponchiroli]
Alva Noto & Ryuichi Sakamoto, Iano [Ryuichi Sakamoto; Carsten Nicolai]
Deutsche Oper Orchestra und Chorus mit Gundula Janowitz, Carmina Burana - Cour D'Amours: In Trutina [Carl Orff]
Marco Ponchiroli, Passage [Marco Ponchiroli]
Marco Ponchiroli, Fast Marghera [Marco Ponchiroli]
Keith Richards, Take It So Hard [Keith Richards]
Luisa Ronchini, Ti passi de giorno da Porto Marghera [Luisa Ronchini]
Marco Ponchiroli, The Hidden Story of Music Angles [Marco Ponchiroli]
Wim Mertens, Mains [Wim Mertens]
Trent Reznor & Atticus Ross, Clue One [Atticus Ross; Trent Reznor]
Canzoniere delle Lame, Le otto ore [tradizionale]
Marco Ponchiroli, Via di fuga [Marco Ponchiroli]
Gualtiero Bertelli, Primo d’agosto Mestre ’68 [Gualtiero Bertelli]
Canzoniere Popolare Veneto, Devento mata in fabrica [Luisa Ronchini]
Batisto Coco, E mi me ne so ‘ndao [tradizionale]
Marco Ponchiroli, Bicuculla Jazz [Marco Ponchiroli]
Milva, Per i morti di Reggio Emila [Fausto Amodei]
Dead Can Dance, Orbis De Ignis [Lisa Gerrard & Brendan Perry]
La Camerata, Depart [Eleni Karaindrou]
Luca Ventimiglia, Carillon [Luca Ventimiglia]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_454_Gianfranco_Bettin_3]]>

Cedeste Vanni ha lavorato per una vita, quasi una vita, al Petrolchimico di Porto Marghera, e lì nello spettacolare scenario di una delle più grandi industrie del mondo, produttrice di ricchezza e di morte, tra rovine spettrali e reparti in metamorfosi, tra i quali il cracking in cui si spaccano le molecole, solo e isolato continua a vivere, a contare i morti, a raccontare storie di lotta e malavita, e a lasciarsi visitare da infiammati pensieri di giustizia. Gli è accanto, quasi figura di nebbia, la moglie Rosi, che, attraverso il filtro del tempo, gli appare indomita e dolcissima, a rammentare, senza nostalgia, quando esisteva una forte classe operaia, esistevano parole d'ordine fiere e condivise, ed esisteva anche il monte Civetta a promettere il conforto di fughe in altezza. E anche ora, mentre la fabbrica giace, smoke on the water, davanti alla laguna, Celeste pensa a un gesto che ha a che fare con l'altezza. Lui e la ciminiera incisa come un allarme nel cielo della notte: si arma di zaino, di corde, e sale, sale, sale, fin dove si può vedere in lontananza la cima pallida e rocciosa. Che cosa ha in mente? Che cosa ha da opporre al silenzio, alla rassegnazione, al vuoto? Cosa può fare un uomo solo? Mentre l'alba si avvicina, lungo la parabola della notte, torna la vita vissuta, tornano le promesse fatte, e, tornito nel buio, prende forma un gesto di rivolta, perché là sotto, da Venezia all’Europa, nella distesa del tempo bisogna decidere: se la storia è davvero finita o è appena cominciata”.
[Gianfranco Bettin, Cracking, seconda di copertina].


ReadBabyRead #454 del 5 settembre 2019


Gianfranco Bettin
Cracking

Brani scelti dall’autore

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Sognò navi cariche di sale, che entravano in porto dal mare.
 
Il sale, poi, veniva scomposto in sodio e cloro: il sodio venefico e nervoso, il cloro mefitico e letale.
Di questo è fatto, aveva detto l'insegnante alla scuola aziendale, mostrandone un po' nel palmo della mano.
E l'acqua?, aveva detto ancora, aprendo il rubinetto del laboratorio.
Lo sapete di cosa è fatta?
Idrogeno e ossigeno, certo. Ma, ci avete mai pensato? L’idrogeno è un gas esplosivo. E anche all'ossigeno gli scoppi e gli incendi piacciono un sacco. Eppure, legati insieme, due atomi di idrogeno e uno di ossigeno producono l'acqua, la cosa più buona e vitale che c’è.
È la chimica, ragazzi: spacchi il sale e ne ottieni due elementi aggressivi, pericolosi. Ne unisci due violenti, selvaggi, e ci ricavi l'acqua - la vita.
 
Sentì la voce di Rosi, dalla cucina: Il caffè è pronto!
Ma non c'era nessun profumo e capì che stava ancora sognando."



L’industria in crisi, l'operaio e Marghera in “Cracking” di Bettin


Nel romanzo lo scrittore e saggista immagina la protesta di un operaio. Per l'autore l’Italia ha abbandonato una politica industriale

La letteratura italiana torna in fabbrica. Nell’industria in crisi e con gli effetti su chi ci lavora. Con precedenti illustri come Le mosche del capitale di Paolo Volponi o La dismissione di Ermanno Rea. Stavolta lo scrittore torna nell’industria con la penna di Gianfranco Bettin, scrittore, saggista, politico già nei Verdi come consigliere regionale dei Verdi e oggi presidente per il centro sinistra della municipalità di Marghera, città dove è nato nel 1955 e dove ambienta il suo nuovo romanzo Cracking (Mondadori, pp. 187, euro 17). 

Il protagonista, Celeste Vanni, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera appena andato in pensione, nell’isolamento suo che è l’isolamento degli operai e dei lavoratori di oggi, armato di corde e zaino salirà su una ciminiera altissima come atto disperato di protesta, di rivolta contro la rassegnazione in una «una delle più grandi industrie del mondo, produttrice di ricchezza e di morte, tra rovine spettrali e reparti in metamorfosi», ricordano le note di copertina del libro, reparti come cracking dove «si spaccano le molecole».

Con questo romanzo Bettin torna su un tema e un luogo a lui caro: nel 2002 con Petrolkiller indagò sui danni ambientali provocati alla salute dalle industrie del polo veneto alle porte di Venezia. Di cosa narra il nuovo romanzo lo ha sintetizzato in una illuminante e approfondita conversazione a tre uscita sulla Lettura del 16 giugno scorso con il segretario della Cgil Maurizio Landini e con il politologo Maurizio Ferrera.

«Racconto le storia di un operaio che a Porto Marghera difende la fabbrica da cui è uscito poco prima in pensione, in soccorso agli ex compagni di lavoro – ha detto lo scrittore alla Lettura a proposito di Cracking - . Siamo nel momento in cui la solitudine della classe operaia è massima, nella fase di metamorfosi tra le rovine del vecchio sistema industriale e le avvisaglie del nuovo. È una “terra di mezzo” in cui i lavoratori e il sindacato sono chiamati a esprimere una tensione, una capacità di andare oltre. Per venire incontro alle loro istanze ci sarebbe bisogno di una politica industriale, che però in Italia è stata abbandonata. Ho cercato di descrivere con gli strumenti della letteratura la trasformazione del lavoro, nei suoi aspetti sociali e umani, per richiamare l'attenzione su questa esigenza».

Bettin non vede un panorama incoraggiante: «Il guaio – dice più avanti - è che manca la consapevolezza dei problemi industriali, non solo nei politici, ma spesso anche nei manager […] Se non torna l'idea che bisogna rimettere al centro il versante produttivo rispetto alla finanza, rischiamo di perdere molte occasioni preziose e di ridurci a un Paese che vive di turismo e poco altro. Purtroppo la classe politica da questo orecchio non ci sente». Viene in mente la vicenda Whirlpool. 

«Se sono un precario abbandonato a me stesso e la mia solitudine resta uguale, che governi la destra o la sinistra, dove trovo una rappresentanza? – si domanda in quella lunga conversazione Landini - Per questo dico che la svolta da cui partire è rimettere al centro le persone che lavorano: nel mondo non sono mai state numerose come adesso, ma nemmeno così tanto divise e contrapposte». Con franchezza e onestà, osserva il segretario della Cgil: «Io non ho la soluzione in tasca, ma dico che ridare loro una rappresentanza e una speranza è il principale nodo da sciogliere».

da Globalist.it, 25 giugno 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Keith Richards, Big Enough [Keith Richards]
Marco Ponchiroli, Se ci penso [Marco Ponchiroli]
Alva Noto & Ryuichi Sakamoto, Iano [Ryuichi Sakamoto; Carsten Nicolai]
Deutsche Oper Orchestra und Chorus mit Gundula Janowitz, Carmina Burana - Cour D'Amours: In Trutina [Carl Orff]
Marco Ponchiroli, Passage [Marco Ponchiroli]
Marco Ponchiroli, Fast Marghera [Marco Ponchiroli]
Keith Richards, Take It So Hard [Keith Richards]
Luisa Ronchini, Ti passi de giorno da Porto Marghera [Luisa Ronchini]
Marco Ponchiroli, The Hidden Story of Music Angles [Marco Ponchiroli]
Wim Mertens, Mains [Wim Mertens]
Trent Reznor & Atticus Ross, Clue One [Atticus Ross; Trent Reznor]
Canzoniere delle Lame, Le otto ore [tradizionale]
Marco Ponchiroli, Via di fuga [Marco Ponchiroli]
Gualtiero Bertelli, Primo d’agosto Mestre ’68 [Gualtiero Bertelli]
Canzoniere Popolare Veneto, Devento mata in fabrica [Luisa Ronchini]
Batisto Coco, E mi me ne so ‘ndao [tradizionale]
Marco Ponchiroli, Bicuculla Jazz [Marco Ponchiroli]
Milva, Per i morti di Reggio Emila [Fausto Amodei]
Dead Can Dance, Orbis De Ignis [Lisa Gerrard & Brendan Perry]
La Camerata, Depart [Eleni Karaindrou]
Luca Ventimiglia, Carillon [Luca Ventimiglia]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_453_Gianfranco_Bettin_2]]>

Cedeste Vanni ha lavorato per una vita, quasi una vita, al Petrolchimico di Porto Marghera, e lì nello spettacolare scenario di una delle più grandi industrie del mondo, produttrice di ricchezza e di morte, tra rovine spettrali e reparti in metamorfosi, tra i quali il cracking in cui si spaccano le molecole, solo e isolato continua a vivere, a contare i morti, a raccontare storie di lotta e malavita, e a lasciarsi visitare da infiammati pensieri di giustizia. Gli è accanto, quasi figura di nebbia, la moglie Rosi, che, attraverso il filtro del tempo, gli appare indomita e dolcissima, a rammentare, senza nostalgia, quando esisteva una forte classe operaia, esistevano parole d'ordine fiere e condivise, ed esisteva anche il monte Civetta a promettere il conforto di fughe in altezza. E anche ora, mentre la fabbrica giace, smoke on the water, davanti alla laguna, Celeste pensa a un gesto che ha a che fare con l'altezza. Lui e la ciminiera incisa come un allarme nel cielo della notte: si arma di zaino, di corde, e sale, sale, sale, fin dove si può vedere in lontananza la cima pallida e rocciosa. Che cosa ha in mente? Che cosa ha da opporre al silenzio, alla rassegnazione, al vuoto? Cosa può fare un uomo solo? Mentre l'alba si avvicina, lungo la parabola della notte, torna la vita vissuta, tornano le promesse fatte, e, tornito nel buio, prende forma un gesto di rivolta, perché là sotto, da Venezia all’Europa, nella distesa del tempo bisogna decidere: se la storia è davvero finita o è appena cominciata”.
[Gianfranco Bettin, Cracking, seconda di copertina].


ReadBabyRead #453 del 29 agosto 2019


Gianfranco Bettin
Cracking

Brani scelti dall’autore

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Sognò navi cariche di sale, che entravano in porto dal mare.
 
Il sale, poi, veniva scomposto in sodio e cloro: il sodio venefico e nervoso, il cloro mefitico e letale.
Di questo è fatto, aveva detto l'insegnante alla scuola aziendale, mostrandone un po' nel palmo della mano.
E l'acqua?, aveva detto ancora, aprendo il rubinetto del laboratorio.
Lo sapete di cosa è fatta?
Idrogeno e ossigeno, certo. Ma, ci avete mai pensato? L’idrogeno è un gas esplosivo. E anche all'ossigeno gli scoppi e gli incendi piacciono un sacco. Eppure, legati insieme, due atomi di idrogeno e uno di ossigeno producono l'acqua, la cosa più buona e vitale che c’è.
È la chimica, ragazzi: spacchi il sale e ne ottieni due elementi aggressivi, pericolosi. Ne unisci due violenti, selvaggi, e ci ricavi l'acqua - la vita.
 
Sentì la voce di Rosi, dalla cucina: Il caffè è pronto!
Ma non c'era nessun profumo e capì che stava ancora sognando."

L’industria in crisi, l'operaio e Marghera in “Cracking” di Bettin

Nel romanzo lo scrittore e saggista immagina la protesta di un operaio. Per l'autore l’Italia ha abbandonato una politica industriale

La letteratura italiana torna in fabbrica. Nell’industria in crisi e con gli effetti su chi ci lavora. Con precedenti illustri come Le mosche del capitale di Paolo Volponi o La dismissione di Ermanno Rea. Stavolta lo scrittore torna nell’industria con la penna di Gianfranco Bettin, scrittore, saggista, politico già nei Verdi come consigliere regionale dei Verdi e oggi presidente per il centro sinistra della municipalità di Marghera, città dove è nato nel 1955 e dove ambienta il suo nuovo romanzo Cracking (Mondadori, pp. 187, euro 17). 

Il protagonista, Celeste Vanni, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera appena andato in pensione, nell’isolamento suo che è l’isolamento degli operai e dei lavoratori di oggi, armato di corde e zaino salirà su una ciminiera altissima come atto disperato di protesta, di rivolta contro la rassegnazione in una «una delle più grandi industrie del mondo, produttrice di ricchezza e di morte, tra rovine spettrali e reparti in metamorfosi», ricordano le note di copertina del libro, reparti come cracking dove «si spaccano le molecole».

Con questo romanzo Bettin torna su un tema e un luogo a lui caro: nel 2002 con Petrolkiller indagò sui danni ambientali provocati alla salute dalle industrie del polo veneto alle porte di Venezia. Di cosa narra il nuovo romanzo lo ha sintetizzato in una illuminante e approfondita conversazione a tre uscita sulla Lettura del 16 giugno scorso con il segretario della Cgil Maurizio Landini e con il politologo Maurizio Ferrera.

«Racconto le storia di un operaio che a Porto Marghera difende la fabbrica da cui è uscito poco prima in pensione, in soccorso agli ex compagni di lavoro – ha detto lo scrittore alla Lettura a proposito di Cracking - . Siamo nel momento in cui la solitudine della classe operaia è massima, nella fase di metamorfosi tra le rovine del vecchio sistema industriale e le avvisaglie del nuovo. È una “terra di mezzo” in cui i lavoratori e il sindacato sono chiamati a esprimere una tensione, una capacità di andare oltre. Per venire incontro alle loro istanze ci sarebbe bisogno di una politica industriale, che però in Italia è stata abbandonata. Ho cercato di descrivere con gli strumenti della letteratura la trasformazione del lavoro, nei suoi aspetti sociali e umani, per richiamare l'attenzione su questa esigenza».

Bettin non vede un panorama incoraggiante: «Il guaio – dice più avanti - è che manca la consapevolezza dei problemi industriali, non solo nei politici, ma spesso anche nei manager […] Se non torna l'idea che bisogna rimettere al centro il versante produttivo rispetto alla finanza, rischiamo di perdere molte occasioni preziose e di ridurci a un Paese che vive di turismo e poco altro. Purtroppo la classe politica da questo orecchio non ci sente». Viene in mente la vicenda Whirlpool. 

«Se sono un precario abbandonato a me stesso e la mia solitudine resta uguale, che governi la destra o la sinistra, dove trovo una rappresentanza? – si domanda in quella lunga conversazione Landini - Per questo dico che la svolta da cui partire è rimettere al centro le persone che lavorano: nel mondo non sono mai state numerose come adesso, ma nemmeno così tanto divise e contrapposte». Con franchezza e onestà, osserva il segretario della Cgil: «Io non ho la soluzione in tasca, ma dico che ridare loro una rappresentanza e una speranza è il principale nodo da sciogliere».

da Globalist.it, 25 giugno 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Keith Richards, Big Enough [Keith Richards]
Marco Ponchiroli, Se ci penso [Marco Ponchiroli]
Alva Noto & Ryuichi Sakamoto, Iano [Ryuichi Sakamoto; Carsten Nicolai]
Deutsche Oper Orchestra und Chorus mit Gundula Janowitz, Carmina Burana - Cour D'Amours: In Trutina [Carl Orff]
Marco Ponchiroli, Passage [Marco Ponchiroli]
Marco Ponchiroli, Fast Marghera [Marco Ponchiroli]
Keith Richards, Take It So Hard [Keith Richards]
Luisa Ronchini, Ti passi de giorno da Porto Marghera [Luisa Ronchini]
Marco Ponchiroli, The Hidden Story of Music Angles [Marco Ponchiroli]
Wim Mertens, Mains [Wim Mertens]
Trent Reznor & Atticus Ross, Clue One [Atticus Ross; Trent Reznor]
Canzoniere delle Lame, Le otto ore [tradizionale]
Marco Ponchiroli, Via di fuga [Marco Ponchiroli]
Gualtiero Bertelli, Primo d’agosto Mestre ’68 [Gualtiero Bertelli]
Canzoniere Popolare Veneto, Devento mata in fabrica [Luisa Ronchini]
Batisto Coco, E mi me ne so ‘ndao [tradizionale]
Marco Ponchiroli, Bicuculla Jazz [Marco Ponchiroli]
Milva, Per i morti di Reggio Emila [Fausto Amodei]
Dead Can Dance, Orbis De Ignis [Lisa Gerrard & Brendan Perry]
La Camerata, Depart [Eleni Karaindrou]
Luca Ventimiglia, Carillon [Luca Ventimiglia]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_452_Gianfranco_Bettin_1]]>

Cedeste Vanni ha lavorato per una vita, quasi una vita, al Petrolchimico di Porto Marghera, e lì nello spettacolare scenario di una delle più grandi industrie del mondo, produttrice di ricchezza e di morte, tra rovine spettrali e reparti in metamorfosi, tra i quali il cracking in cui si spaccano le molecole, solo e isolato continua a vivere, a contare i morti, a raccontare storie di lotta e malavita, e a lasciarsi visitare da infiammati pensieri di giustizia. Gli è accanto, quasi figura di nebbia, la moglie Rosi, che, attraverso il filtro del tempo, gli appare indomita e dolcissima, a rammentare, senza nostalgia, quando esisteva una forte classe operaia, esistevano parole d'ordine fiere e condivise, ed esisteva anche il monte Civetta a promettere il conforto di fughe in altezza. E anche ora, mentre la fabbrica giace, smoke on the water, davanti alla laguna, Celeste pensa a un gesto che ha a che fare con l'altezza. Lui e la ciminiera incisa come un allarme nel cielo della notte: si arma di zaino, di corde, e sale, sale, sale, fin dove si può vedere in lontananza la cima pallida e rocciosa. Che cosa ha in mente? Che cosa ha da opporre al silenzio, alla rassegnazione, al vuoto? Cosa può fare un uomo solo? Mentre l'alba si avvicina, lungo la parabola della notte, torna la vita vissuta, tornano le promesse fatte, e, tornito nel buio, prende forma un gesto di rivolta, perché là sotto, da Venezia all’Europa, nella distesa del tempo bisogna decidere: se la storia è davvero finita o è appena cominciata”.
[Gianfranco Bettin, Cracking, seconda di copertina].


ReadBabyRead #452 del 22 agosto 2019


Gianfranco Bettin
Cracking

Brani scelti dall’autore

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Sognò navi cariche di sale, che entravano in porto dal mare.
 
Il sale, poi, veniva scomposto in sodio e cloro: il sodio venefico e nervoso, il cloro mefitico e letale.
Di questo è fatto, aveva detto l'insegnante alla scuola aziendale, mostrandone un po' nel palmo della mano.
E l'acqua?, aveva detto ancora, aprendo il rubinetto del laboratorio.
Lo sapete di cosa è fatta?
Idrogeno e ossigeno, certo. Ma, ci avete mai pensato? L’idrogeno è un gas esplosivo. E anche all'ossigeno gli scoppi e gli incendi piacciono un sacco. Eppure, legati insieme, due atomi di idrogeno e uno di ossigeno producono l'acqua, la cosa più buona e vitale che c’è.
È la chimica, ragazzi: spacchi il sale e ne ottieni due elementi aggressivi, pericolosi. Ne unisci due violenti, selvaggi, e ci ricavi l'acqua - la vita.
 
Sentì la voce di Rosi, dalla cucina: Il caffè è pronto!
Ma non c'era nessun profumo e capì che stava ancora sognando."



L’industria in crisi, l'operaio e Marghera in “Cracking” di Bettin

Nel romanzo lo scrittore e saggista immagina la protesta di un operaio. Per l'autore l’Italia ha abbandonato una politica industriale

La letteratura italiana torna in fabbrica. Nell’industria in crisi e con gli effetti su chi ci lavora. Con precedenti illustri come Le mosche del capitale di Paolo Volponi o La dismissione di Ermanno Rea. Stavolta lo scrittore torna nell’industria con la penna di Gianfranco Bettin, scrittore, saggista, politico già nei Verdi come consigliere regionale dei Verdi e oggi presidente per il centro sinistra della municipalità di Marghera, città dove è nato nel 1955 e dove ambienta il suo nuovo romanzo Cracking (Mondadori, pp. 187, euro 17). 

Il protagonista, Celeste Vanni, un operaio del Petrolchimico di Porto Marghera appena andato in pensione, nell’isolamento suo che è l’isolamento degli operai e dei lavoratori di oggi, armato di corde e zaino salirà su una ciminiera altissima come atto disperato di protesta, di rivolta contro la rassegnazione in una «una delle più grandi industrie del mondo, produttrice di ricchezza e di morte, tra rovine spettrali e reparti in metamorfosi», ricordano le note di copertina del libro, reparti come cracking dove «si spaccano le molecole».

Con questo romanzo Bettin torna su un tema e un luogo a lui caro: nel 2002 con Petrolkiller indagò sui danni ambientali provocati alla salute dalle industrie del polo veneto alle porte di Venezia. Di cosa narra il nuovo romanzo lo ha sintetizzato in una illuminante e approfondita conversazione a tre uscita sulla Lettura del 16 giugno scorso con il segretario della Cgil Maurizio Landini e con il politologo Maurizio Ferrera.

«Racconto le storia di un operaio che a Porto Marghera difende la fabbrica da cui è uscito poco prima in pensione, in soccorso agli ex compagni di lavoro – ha detto lo scrittore alla Lettura a proposito di Cracking - . Siamo nel momento in cui la solitudine della classe operaia è massima, nella fase di metamorfosi tra le rovine del vecchio sistema industriale e le avvisaglie del nuovo. È una “terra di mezzo” in cui i lavoratori e il sindacato sono chiamati a esprimere una tensione, una capacità di andare oltre. Per venire incontro alle loro istanze ci sarebbe bisogno di una politica industriale, che però in Italia è stata abbandonata. Ho cercato di descrivere con gli strumenti della letteratura la trasformazione del lavoro, nei suoi aspetti sociali e umani, per richiamare l'attenzione su questa esigenza».

Bettin non vede un panorama incoraggiante: «Il guaio – dice più avanti - è che manca la consapevolezza dei problemi industriali, non solo nei politici, ma spesso anche nei manager […] Se non torna l'idea che bisogna rimettere al centro il versante produttivo rispetto alla finanza, rischiamo di perdere molte occasioni preziose e di ridurci a un Paese che vive di turismo e poco altro. Purtroppo la classe politica da questo orecchio non ci sente». Viene in mente la vicenda Whirlpool. 

«Se sono un precario abbandonato a me stesso e la mia solitudine resta uguale, che governi la destra o la sinistra, dove trovo una rappresentanza? – si domanda in quella lunga conversazione Landini - Per questo dico che la svolta da cui partire è rimettere al centro le persone che lavorano: nel mondo non sono mai state numerose come adesso, ma nemmeno così tanto divise e contrapposte». Con franchezza e onestà, osserva il segretario della Cgil: «Io non ho la soluzione in tasca, ma dico che ridare loro una rappresentanza e una speranza è il principale nodo da sciogliere».

da Globalist.it, 25 giugno 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Keith Richards, Big Enough [Keith Richards]
Marco Ponchiroli, Se ci penso [Marco Ponchiroli]
Alva Noto & Ryuichi Sakamoto, Iano [Ryuichi Sakamoto; Carsten Nicolai]
Deutsche Oper Orchestra und Chorus mit Gundula Janowitz, Carmina Burana - Cour D'Amours: In Trutina [Carl Orff]
Marco Ponchiroli, Passage [Marco Ponchiroli]
Marco Ponchiroli, Fast Marghera [Marco Ponchiroli]
Keith Richards, Take It So Hard [Keith Richards]
Luisa Ronchini, Ti passi de giorno da Porto Marghera [Luisa Ronchini]
Marco Ponchiroli, The Hidden Story of Music Angles [Marco Ponchiroli]
Wim Mertens, Mains [Wim Mertens]
Trent Reznor & Atticus Ross, Clue One [Atticus Ross; Trent Reznor]
Canzoniere delle Lame, Le otto ore [tradizionale]
Marco Ponchiroli, Via di fuga [Marco Ponchiroli]
Gualtiero Bertelli, Primo d’agosto Mestre ’68 [Gualtiero Bertelli]
Canzoniere Popolare Veneto, Devento mata in fabrica [Luisa Ronchini]
Batisto Coco, E mi me ne so ‘ndao [tradizionale]
Marco Ponchiroli, Bicuculla Jazz [Marco Ponchiroli]
Milva, Per i morti di Reggio Emila [Fausto Amodei]
Dead Can Dance, Orbis De Ignis [Lisa Gerrard & Brendan Perry]
La Camerata, Depart [Eleni Karaindrou]
Luca Ventimiglia, Carillon [Luca Ventimiglia]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_451_Oscar_Wilde_10]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.


ReadBabyRead #451 del 15 agosto 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville
Il delitto di Lord Arthur Savile


(10a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Era l’ultimo ricevimento di Lady Windermere prima di Pasqua e Bentinck House era ancora più affollata del solito. Sei ministri in carica erano arrivati da un’udienza alla Camera dei Comuni agghindati con nastri e decorazioni, tutte le belle dame sfoggiavano i loro vestiti più eleganti e all’estremità della pinacoteca la principessa Sophia di Carlsrühe, una robusta signora dall’aspetto tartaro, con minuscoli occhi neri e meravigliosi smeraldi, vociava in un pessimo francese e rideva smodatamente di ogni cosa che le si diceva. Era proprio un miscuglio straordinario di gente. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con impetuosi radicali, predicatori comuni sfioravano le code di rondine con quelle di eminenti scettici, un compatto stormo di vescovi seguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale c'erano diversi membri dell’Accademia Reale travestiti da artisti, e si diceva che a un certo punto il salone dei rinfreschi fosse letteralmente zeppo di geni. Si trattava, in effetti, di una delle migliori serate di Lady Windermere, e la principessa si trattenne fin quasi alle undici e mezzo."



Un esteta che odiava il capitale 


Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Last Night The Moon Came [Jon Hassel]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Lobegesang Auf Die Feierliche Johannisloge, K 148 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Aurora [Jon Hassel]
Jon Hassell, Time And Place [Jon Hassel]
Jon Hassell, Clairvoyance [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 1) [Sleep]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Dir Seele Des Weltalls, K 429 - Dir Danken Wir Die Freude [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Light On Water (Live) [Jon Hassel]
Jon Hassell, Blue Period [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 5) [Sleep]
Jon Hassell, Scintilla [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 6) [Sleep]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Non Piu Andrai, Farfallone Amoroso [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_450_Oscar_Wilde_9]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.


ReadBabyRead #450 dell’8 agosto 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville
Il delitto di Lord Arthur Savile


(9a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Era l’ultimo ricevimento di Lady Windermere prima di Pasqua e Bentinck House era ancora più affollata del solito. Sei ministri in carica erano arrivati da un’udienza alla Camera dei Comuni agghindati con nastri e decorazioni, tutte le belle dame sfoggiavano i loro vestiti più eleganti e all’estremità della pinacoteca la principessa Sophia di Carlsrühe, una robusta signora dall’aspetto tartaro, con minuscoli occhi neri e meravigliosi smeraldi, vociava in un pessimo francese e rideva smodatamente di ogni cosa che le si diceva. Era proprio un miscuglio straordinario di gente. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con impetuosi radicali, predicatori comuni sfioravano le code di rondine con quelle di eminenti scettici, un compatto stormo di vescovi seguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale c'erano diversi membri dell’Accademia Reale travestiti da artisti, e si diceva che a un certo punto il salone dei rinfreschi fosse letteralmente zeppo di geni. Si trattava, in effetti, di una delle migliori serate di Lady Windermere, e la principessa si trattenne fin quasi alle undici e mezzo."



Un esteta che odiava il capitale 


Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Last Night The Moon Came [Jon Hassel]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Lobegesang Auf Die Feierliche Johannisloge, K 148 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Aurora [Jon Hassel]
Jon Hassell, Time And Place [Jon Hassel]
Jon Hassell, Clairvoyance [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 1) [Sleep]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Dir Seele Des Weltalls, K 429 - Dir Danken Wir Die Freude [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Light On Water (Live) [Jon Hassel]
Jon Hassell, Blue Period [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 5) [Sleep]
Jon Hassell, Scintilla [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 6) [Sleep]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Non Piu Andrai, Farfallone Amoroso [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_449_Oscar_Wilde_8]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.


ReadBabyRead #449 dell’1 agosto 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville
Il delitto di Lord Arthur Savile


(8a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Era l’ultimo ricevimento di Lady Windermere prima di Pasqua e Bentinck House era ancora più affollata del solito. Sei ministri in carica erano arrivati da un’udienza alla Camera dei Comuni agghindati con nastri e decorazioni, tutte le belle dame sfoggiavano i loro vestiti più eleganti e all’estremità della pinacoteca la principessa Sophia di Carlsrühe, una robusta signora dall’aspetto tartaro, con minuscoli occhi neri e meravigliosi smeraldi, vociava in un pessimo francese e rideva smodatamente di ogni cosa che le si diceva. Era proprio un miscuglio straordinario di gente. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con impetuosi radicali, predicatori comuni sfioravano le code di rondine con quelle di eminenti scettici, un compatto stormo di vescovi seguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale c'erano diversi membri dell’Accademia Reale travestiti da artisti, e si diceva che a un certo punto il salone dei rinfreschi fosse letteralmente zeppo di geni. Si trattava, in effetti, di una delle migliori serate di Lady Windermere, e la principessa si trattenne fin quasi alle undici e mezzo."



Un esteta che odiava il capitale 


Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Last Night The Moon Came [Jon Hassel]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Lobegesang Auf Die Feierliche Johannisloge, K 148 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Aurora [Jon Hassel]
Jon Hassell, Time And Place [Jon Hassel]
Jon Hassell, Clairvoyance [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 1) [Sleep]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Dir Seele Des Weltalls, K 429 - Dir Danken Wir Die Freude [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Light On Water (Live) [Jon Hassel]
Jon Hassell, Blue Period [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 5) [Sleep]
Jon Hassell, Scintilla [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 6) [Sleep]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Non Piu Andrai, Farfallone Amoroso [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_448_Oscar_Wilde_7]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.


ReadBabyRead #448 del 25 luglio 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville
Il delitto di Lord Arthur Savile


(7a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Era l’ultimo ricevimento di Lady Windermere prima di Pasqua e Bentinck House era ancora più affollata del solito. Sei ministri in carica erano arrivati da un’udienza alla Camera dei Comuni agghindati con nastri e decorazioni, tutte le belle dame sfoggiavano i loro vestiti più eleganti e all’estremità della pinacoteca la principessa Sophia di Carlsrühe, una robusta signora dall’aspetto tartaro, con minuscoli occhi neri e meravigliosi smeraldi, vociava in un pessimo francese e rideva smodatamente di ogni cosa che le si diceva. Era proprio un miscuglio straordinario di gente. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con impetuosi radicali, predicatori comuni sfioravano le code di rondine con quelle di eminenti scettici, un compatto stormo di vescovi seguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale c'erano diversi membri dell’Accademia Reale travestiti da artisti, e si diceva che a un certo punto il salone dei rinfreschi fosse letteralmente zeppo di geni. Si trattava, in effetti, di una delle migliori serate di Lady Windermere, e la principessa si trattenne fin quasi alle undici e mezzo."



Un esteta che odiava il capitale 


Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Last Night The Moon Came [Jon Hassel]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Lobegesang Auf Die Feierliche Johannisloge, K 148 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Aurora [Jon Hassel]
Jon Hassell, Time And Place [Jon Hassel]
Jon Hassell, Clairvoyance [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 1) [Sleep]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Dir Seele Des Weltalls, K 429 - Dir Danken Wir Die Freude [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Light On Water (Live) [Jon Hassel]
Jon Hassell, Blue Period [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 5) [Sleep]
Jon Hassell, Scintilla [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 6) [Sleep]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Non Piu Andrai, Farfallone Amoroso [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_447_Oscar_Wilde_6]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.


ReadBabyRead #447 del 18 luglio 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville
Il delitto di Lord Arthur Savile


(6a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Era l’ultimo ricevimento di Lady Windermere prima di Pasqua e Bentinck House era ancora più affollata del solito. Sei ministri in carica erano arrivati da un’udienza alla Camera dei Comuni agghindati con nastri e decorazioni, tutte le belle dame sfoggiavano i loro vestiti più eleganti e all’estremità della pinacoteca la principessa Sophia di Carlsrühe, una robusta signora dall’aspetto tartaro, con minuscoli occhi neri e meravigliosi smeraldi, vociava in un pessimo francese e rideva smodatamente di ogni cosa che le si diceva. Era proprio un miscuglio straordinario di gente. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con impetuosi radicali, predicatori comuni sfioravano le code di rondine con quelle di eminenti scettici, un compatto stormo di vescovi seguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale c'erano diversi membri dell’Accademia Reale travestiti da artisti, e si diceva che a un certo punto il salone dei rinfreschi fosse letteralmente zeppo di geni. Si trattava, in effetti, di una delle migliori serate di Lady Windermere, e la principessa si trattenne fin quasi alle undici e mezzo."



Un esteta che odiava il capitale 


Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Last Night The Moon Came [Jon Hassel]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Lobegesang Auf Die Feierliche Johannisloge, K 148 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Aurora [Jon Hassel]
Jon Hassell, Time And Place [Jon Hassel]
Jon Hassell, Clairvoyance [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 1) [Sleep]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Dir Seele Des Weltalls, K 429 - Dir Danken Wir Die Freude [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Light On Water (Live) [Jon Hassel]
Jon Hassell, Blue Period [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 5) [Sleep]
Jon Hassell, Scintilla [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 6) [Sleep]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Non Piu Andrai, Farfallone Amoroso [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_445_Camilleri_bis_2]]>

ReadbabyRead intende rendere omaggio al maestro Andrea Camilleri, riproponendo la lettura del bellissimo racconto "Il Giudice Surra", tratto dalla dalla raccolta "Giudici" (Einaudi, 2011), espressamente scritto per l'occasione. Da RBR #92 del 27 settembre 2012. Il secondo dei due racconti di Oscar Wilde proseguirà dopo questa replica.


ReadBabyRead #445 del 4 luglio 2019


Andrea Camilleri
Il giudice Surra

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Il giudice Efisio Surra arrivò direttamente da Torino a Montelusa quindici giorni dopo che il primo prefetto dell’Italia unita, il fiorentino Falconcini, aveva preso possesso della carica. Prima che il giudice si presentasse in città di persona, su di lui si vennero a sapere alcune cose. Come? Per quali vie? Forse qualcuno tra i collaboratori che Falconcini si era portato appesso lo conosceva e ne aveva parlato. Per esempio si seppe che pur avendo nome e cognome da sardo, proprio sardo non era in quanto che il suo bisnonno paterno, che era di Iglesias, quando i piemontesi avevano barattato la Sicilia con la Sardegna, si era trasferito a Torino e da lì, avendo messo su famiglia con una torinese, non si era più mosso. Si seppe anche che aveva cinquant’anni, che era un poco al di sotto della statura media, che vestiva sempre con proprietà, che era sposato e padre di un figlio avvocato, ma che a Montelusa sarebbe venuto da solo, almeno in un primo tempo, che come uomo era solitario e di scarsa parola. Come giudice però se ne sapeva poco, avendo sempre fatto parte degli uffici ministeriali e non avendo praticato tribunali. Veniva con un compito certo non facile, rifare di sana pianta il tribunale, che non esisteva più."



“Giudici”

di Francesco Forestiero

Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

Il primo racconto è "Il giudice Surra" di Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano narra di un inflessibile uomo di legge, di una persona mite che, senza saperlo, diventa un eroe per tutti gli abitanti di Montelusa, il piccolo paese siciliano in cui è ambientato il racconto. La storia si svolge in un periodo molto particolare: quello appena successivo all’unità d’Italia. Il giudice Surra, trasferitosi da Torino e ancora poco conoscitore del posto, entra in conflitto con un’organizzazione locale anomala: una strana associazione che si fa chiamare “Fratellanza”. Un gruppo di persone che presto verrà etichettato come “Maffia”. Inconsapevole del gioco sporco e della spietatezza di certa gente, Surra si troverà a fronteggiare un pericolo dopo l’altro e a combattere, inconsapevolmente, lo strapotere dei piccoli boss locali. 

Il giudice Surra, seguendo i suoi meticolosi principi e sorprendendo i suoi stessi collaboratori, non solo riesce a scampare ai macabri avvertimenti e agli agguati del preoccupatissimo don Nené ma, ignorando spontaneamente l'esistenza dell'organizzazione mafiosa, al tempo già ben definita e perfettamente strutturata, è capace di far trionfare la giustizia trasformandosi in una sorta di eroe involontario. Camilleri, come spesso accade, infarcisce la sua narrazione con battute in siciliano e colora la storia con quell'ironia amara che da sempre caratterizza la sua scrittura.

Scritto in maniera impeccabile, Il giudice Surra è un racconto che ricorda i romanzi gialli del commissario Montalbano. Lo stile è lo stesso: periodi concisi ed essenziali, descrizioni veloci e scarne, dialoghi brevi e stringati alternati da parole in dialetto siculo. Camilleri, ancora una volta, si conferma un maestro nel tratteggiare le bellezze della sua terra. E lo fa con sagacia ed ironia, strizzando l’occhio al lettore. In più d’una occasione, riesce a strappare un sorriso a chi legge; a volte per le traversie del protagonista narrate con disinvoltura, altre volte per i termini adoperati, scelti saggiamente con acume e sagacia. È un racconto geniale, surreale, che lascia l'amaro in bocca.


Nota al racconto "Il giudice Surra"

Riporto qui un passo della relazione di don Pietro Ulloa che sicuramente, se l’avesse letto, assai avrebbe interessato il giudice Surra.
«Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora d’incolpare un innocente...»
Dunque il giudice Surra ignorò l’esistenza della Fratellanza, che già ai suoi tempi si chiamava maffia e che poi, strada facendo, perdette una effe.
La domanda è: se ne fosse stato al corrente, il suo atteggiamento sarebbe stato diverso?
Sinceramente, crediamo di no.
Crediamo anzi che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agì come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò.

Andrea Camilleri 



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Quartetto italianoQuartetti per archi [Wolfgang Amadeus Mozart]
The Rolling StonesShake Your Hips [James Moore aka Slim Harpo]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_444_Camilleri_bis_1]]>

ReadbabyRead intende rendere omaggio al maestro Andrea Camilleri, riproponendo la lettura del bellissimo racconto "Il Giudice Surra", tratto dalla dalla raccolta "Giudici" (Einaudi, 2011), espressamente scritto per l'occasione. Da RBR #91 del 20 settembre 2012. Il secondo dei due racconti di Oscar Wilde proseguirà dopo questa replica.


ReadBabyRead #444 del 27 giugno 2019


Andrea Camilleri
Il giudice Surra

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Il giudice Efisio Surra arrivò direttamente da Torino a Montelusa quindici giorni dopo che il primo prefetto dell’Italia unita, il fiorentino Falconcini, aveva preso possesso della carica. Prima che il giudice si presentasse in città di persona, su di lui si vennero a sapere alcune cose. Come? Per quali vie? Forse qualcuno tra i collaboratori che Falconcini si era portato appesso lo conosceva e ne aveva parlato. Per esempio si seppe che pur avendo nome e cognome da sardo, proprio sardo non era in quanto che il suo bisnonno paterno, che era di Iglesias, quando i piemontesi avevano barattato la Sicilia con la Sardegna, si era trasferito a Torino e da lì, avendo messo su famiglia con una torinese, non si era più mosso. Si seppe anche che aveva cinquant’anni, che era un poco al di sotto della statura media, che vestiva sempre con proprietà, che era sposato e padre di un figlio avvocato, ma che a Montelusa sarebbe venuto da solo, almeno in un primo tempo, che come uomo era solitario e di scarsa parola. Come giudice però se ne sapeva poco, avendo sempre fatto parte degli uffici ministeriali e non avendo praticato tribunali. Veniva con un compito certo non facile, rifare di sana pianta il tribunale, che non esisteva più."



“Giudici”

di Francesco Forestiero

Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

Il primo racconto è "Il giudice Surra" di Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano narra di un inflessibile uomo di legge, di una persona mite che, senza saperlo, diventa un eroe per tutti gli abitanti di Montelusa, il piccolo paese siciliano in cui è ambientato il racconto. La storia si svolge in un periodo molto particolare: quello appena successivo all’unità d’Italia. Il giudice Surra, trasferitosi da Torino e ancora poco conoscitore del posto, entra in conflitto con un’organizzazione locale anomala: una strana associazione che si fa chiamare “Fratellanza”. Un gruppo di persone che presto verrà etichettato come “Maffia”. Inconsapevole del gioco sporco e della spietatezza di certa gente, Surra si troverà a fronteggiare un pericolo dopo l’altro e a combattere, inconsapevolmente, lo strapotere dei piccoli boss locali. 

Il giudice Surra, seguendo i suoi meticolosi principi e sorprendendo i suoi stessi collaboratori, non solo riesce a scampare ai macabri avvertimenti e agli agguati del preoccupatissimo don Nené ma, ignorando spontaneamente l'esistenza dell'organizzazione mafiosa, al tempo già ben definita e perfettamente strutturata, è capace di far trionfare la giustizia trasformandosi in una sorta di eroe involontario. Camilleri, come spesso accade, infarcisce la sua narrazione con battute in siciliano e colora la storia con quell'ironia amara che da sempre caratterizza la sua scrittura.

Scritto in maniera impeccabile, Il giudice Surra è un racconto che ricorda i romanzi gialli del commissario Montalbano. Lo stile è lo stesso: periodi concisi ed essenziali, descrizioni veloci e scarne, dialoghi brevi e stringati alternati da parole in dialetto siculo. Camilleri, ancora una volta, si conferma un maestro nel tratteggiare le bellezze della sua terra. E lo fa con sagacia ed ironia, strizzando l’occhio al lettore. In più d’una occasione, riesce a strappare un sorriso a chi legge; a volte per le traversie del protagonista narrate con disinvoltura, altre volte per i termini adoperati, scelti saggiamente con acume e sagacia. È un racconto geniale, surreale, che lascia l'amaro in bocca.

Nota al racconto "Il giudice Surra"

Riporto qui un passo della relazione di don Pietro Ulloa che sicuramente, se l’avesse letto, assai avrebbe interessato il giudice Surra.
«Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora d’incolpare un innocente...»
Dunque il giudice Surra ignorò l’esistenza della Fratellanza, che già ai suoi tempi si chiamava maffia e che poi, strada facendo, perdette una effe.
La domanda è: se ne fosse stato al corrente, il suo atteggiamento sarebbe stato diverso?
Sinceramente, crediamo di no.
Crediamo anzi che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agì come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò.

Andrea Camilleri 



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Quartetto italianoQuartetti per archi [Wolfgang Amadeus Mozart]
The Rolling StonesShake Your Hips [James Moore aka Slim Harpo]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_446_Camilleri_bis_3]]>

ReadbabyRead intende rendere omaggio al maestro Andrea Camilleri, riproponendo la lettura del bellissimo racconto "Il Giudice Surra", tratto dalla dalla raccolta "Giudici" (Einaudi, 2011), espressamente scritto per l'occasione. Da RBR #93 del 4 ottobre 2012. Il secondo dei due racconti di Oscar Wilde proseguirà dopo questa replica.


ReadBabyRead #446 dell’11 luglio 2019


Andrea Camilleri
Il giudice Surra

(3a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Il giudice Efisio Surra arrivò direttamente da Torino a Montelusa quindici giorni dopo che il primo prefetto dell’Italia unita, il fiorentino Falconcini, aveva preso possesso della carica. Prima che il giudice si presentasse in città di persona, su di lui si vennero a sapere alcune cose. Come? Per quali vie? Forse qualcuno tra i collaboratori che Falconcini si era portato appesso lo conosceva e ne aveva parlato. Per esempio si seppe che pur avendo nome e cognome da sardo, proprio sardo non era in quanto che il suo bisnonno paterno, che era di Iglesias, quando i piemontesi avevano barattato la Sicilia con la Sardegna, si era trasferito a Torino e da lì, avendo messo su famiglia con una torinese, non si era più mosso. Si seppe anche che aveva cinquant’anni, che era un poco al di sotto della statura media, che vestiva sempre con proprietà, che era sposato e padre di un figlio avvocato, ma che a Montelusa sarebbe venuto da solo, almeno in un primo tempo, che come uomo era solitario e di scarsa parola. Come giudice però se ne sapeva poco, avendo sempre fatto parte degli uffici ministeriali e non avendo praticato tribunali. Veniva con un compito certo non facile, rifare di sana pianta il tribunale, che non esisteva più."



“Giudici”

di Francesco Forestiero

Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

Il primo racconto è "Il giudice Surra" di Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano narra di un inflessibile uomo di legge, di una persona mite che, senza saperlo, diventa un eroe per tutti gli abitanti di Montelusa, il piccolo paese siciliano in cui è ambientato il racconto. La storia si svolge in un periodo molto particolare: quello appena successivo all’unità d’Italia. Il giudice Surra, trasferitosi da Torino e ancora poco conoscitore del posto, entra in conflitto con un’organizzazione locale anomala: una strana associazione che si fa chiamare “Fratellanza”. Un gruppo di persone che presto verrà etichettato come “Maffia”. Inconsapevole del gioco sporco e della spietatezza di certa gente, Surra si troverà a fronteggiare un pericolo dopo l’altro e a combattere, inconsapevolmente, lo strapotere dei piccoli boss locali. 

Il giudice Surra, seguendo i suoi meticolosi principi e sorprendendo i suoi stessi collaboratori, non solo riesce a scampare ai macabri avvertimenti e agli agguati del preoccupatissimo don Nené ma, ignorando spontaneamente l'esistenza dell'organizzazione mafiosa, al tempo già ben definita e perfettamente strutturata, è capace di far trionfare la giustizia trasformandosi in una sorta di eroe involontario. Camilleri, come spesso accade, infarcisce la sua narrazione con battute in siciliano e colora la storia con quell'ironia amara che da sempre caratterizza la sua scrittura.

Scritto in maniera impeccabile, Il giudice Surra è un racconto che ricorda i romanzi gialli del commissario Montalbano. Lo stile è lo stesso: periodi concisi ed essenziali, descrizioni veloci e scarne, dialoghi brevi e stringati alternati da parole in dialetto siculo. Camilleri, ancora una volta, si conferma un maestro nel tratteggiare le bellezze della sua terra. E lo fa con sagacia ed ironia, strizzando l’occhio al lettore. In più d’una occasione, riesce a strappare un sorriso a chi legge; a volte per le traversie del protagonista narrate con disinvoltura, altre volte per i termini adoperati, scelti saggiamente con acume e sagacia. È un racconto geniale, surreale, che lascia l'amaro in bocca.


Nota al racconto "Il giudice Surra"

Riporto qui un passo della relazione di don Pietro Ulloa che sicuramente, se l’avesse letto, assai avrebbe interessato il giudice Surra.
«Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora d’incolpare un innocente...»
Dunque il giudice Surra ignorò l’esistenza della Fratellanza, che già ai suoi tempi si chiamava maffia e che poi, strada facendo, perdette una effe.
La domanda è: se ne fosse stato al corrente, il suo atteggiamento sarebbe stato diverso?
Sinceramente, crediamo di no.
Crediamo anzi che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agì come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò.

Andrea Camilleri 



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Quartetto italianoQuartetti per archi [Wolfgang Amadeus Mozart]
The Rolling StonesShake Your Hips [James Moore aka Slim Harpo]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_443_Oscar_Wilde_5]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.

ReadBabyRead #443 del 20 giugno 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville

Il delitto di Lord Arthur Savile

(5a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Quando il signor Hiram B. Otis, ministro americano, acquistò Canterville Chase, tutti gli dissero che era una follia, poiché era risaputo che il posto era infestato dagli spiriti. Di fatto, lo stesso Lord Canterville, scrupolosissimo uomo d'onore, si sentì in dovere di accennare al fatto al signor Otis quando si trovarono per discutere delle condizioni di vendita.
«Noi stessi non ci abbiamo più voluto abitare," disse Lord Canterville, “da quando la mia prozia, l’anziana vedova del duca di Bolton, ha avuto un attacco di nervi dal quale non si è mai riavuta del tutto, avendo sentito due mani scheletriche sulle spalle mentre si stava vestendo per il pranzo. E devo dirle anche, signor Otis, che il fantasma è stato visto da diversi membri viventi della mia famiglia così come dal rettore della parrocchia, il reverendo Augustus Dampier, docente al King’s College di Cambridge. Dopo l’increscioso incidente occorso alla duchessa, nessuno dei domestici più giovani ha voluto restare con noi e spesso Lady Canterville non riusciva a dormire di notte per via di certi strani rumori provenienti dal corridoio e dalla biblioteca.»"



Un esteta che odiava il capitale
 

Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_442_Oscar_Wilde_4]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.

ReadBabyRead #442 del 13 giugno 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville

Il delitto di Lord Arthur Savile

(4a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Quando il signor Hiram B. Otis, ministro americano, acquistò Canterville Chase, tutti gli dissero che era una follia, poiché era risaputo che il posto era infestato dagli spiriti. Di fatto, lo stesso Lord Canterville, scrupolosissimo uomo d'onore, si sentì in dovere di accennare al fatto al signor Otis quando si trovarono per discutere delle condizioni di vendita.
«Noi stessi non ci abbiamo più voluto abitare," disse Lord Canterville, “da quando la mia prozia, l’anziana vedova del duca di Bolton, ha avuto un attacco di nervi dal quale non si è mai riavuta del tutto, avendo sentito due mani scheletriche sulle spalle mentre si stava vestendo per il pranzo. E devo dirle anche, signor Otis, che il fantasma è stato visto da diversi membri viventi della mia famiglia così come dal rettore della parrocchia, il reverendo Augustus Dampier, docente al King’s College di Cambridge. Dopo l’increscioso incidente occorso alla duchessa, nessuno dei domestici più giovani ha voluto restare con noi e spesso Lady Canterville non riusciva a dormire di notte per via di certi strani rumori provenienti dal corridoio e dalla biblioteca.»"



Un esteta che odiava il capitale
 

Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_441_Oscar_Wilde_3]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.

ReadBabyRead #441 del 6 giugno 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville

Il delitto di Lord Arthur Savile

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Quando il signor Hiram B. Otis, ministro americano, acquistò Canterville Chase, tutti gli dissero che era una follia, poiché era risaputo che il posto era infestato dagli spiriti. Di fatto, lo stesso Lord Canterville, scrupolosissimo uomo d'onore, si sentì in dovere di accennare al fatto al signor Otis quando si trovarono per discutere delle condizioni di vendita.
«Noi stessi non ci abbiamo più voluto abitare," disse Lord Canterville, “da quando la mia prozia, l’anziana vedova del duca di Bolton, ha avuto un attacco di nervi dal quale non si è mai riavuta del tutto, avendo sentito due mani scheletriche sulle spalle mentre si stava vestendo per il pranzo. E devo dirle anche, signor Otis, che il fantasma è stato visto da diversi membri viventi della mia famiglia così come dal rettore della parrocchia, il reverendo Augustus Dampier, docente al King’s College di Cambridge. Dopo l’increscioso incidente occorso alla duchessa, nessuno dei domestici più giovani ha voluto restare con noi e spesso Lady Canterville non riusciva a dormire di notte per via di certi strani rumori provenienti dal corridoio e dalla biblioteca.»"



Un esteta che odiava il capitale
 

Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_440_Oscar_Wilde_2]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.

ReadBabyRead #440 del 30 maggio 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville

Il delitto di Lord Arthur Savile

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Quando il signor Hiram B. Otis, ministro americano, acquistò Canterville Chase, tutti gli dissero che era una follia, poiché era risaputo che il posto era infestato dagli spiriti. Di fatto, lo stesso Lord Canterville, scrupolosissimo uomo d'onore, si sentì in dovere di accennare al fatto al signor Otis quando si trovarono per discutere delle condizioni di vendita.
«Noi stessi non ci abbiamo più voluto abitare," disse Lord Canterville, “da quando la mia prozia, l’anziana vedova del duca di Bolton, ha avuto un attacco di nervi dal quale non si è mai riavuta del tutto, avendo sentito due mani scheletriche sulle spalle mentre si stava vestendo per il pranzo. E devo dirle anche, signor Otis, che il fantasma è stato visto da diversi membri viventi della mia famiglia così come dal rettore della parrocchia, il reverendo Augustus Dampier, docente al King’s College di Cambridge. Dopo l’increscioso incidente occorso alla duchessa, nessuno dei domestici più giovani ha voluto restare con noi e spesso Lady Canterville non riusciva a dormire di notte per via di certi strani rumori provenienti dal corridoio e dalla biblioteca.»"



Un esteta che odiava il capitale
 

Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_439_Oscar_Wilde_1]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.

ReadBabyRead #439 del 23 maggio 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville

Il delitto di Lord Arthur Savile

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Quando il signor Hiram B. Otis, ministro americano, acquistò Canterville Chase, tutti gli dissero che era una follia, poiché era risaputo che il posto era infestato dagli spiriti. Di fatto, lo stesso Lord Canterville, scrupolosissimo uomo d'onore, si sentì in dovere di accennare al fatto al signor Otis quando si trovarono per discutere delle condizioni di vendita.
«Noi stessi non ci abbiamo più voluto abitare," disse Lord Canterville, “da quando la mia prozia, l’anziana vedova del duca di Bolton, ha avuto un attacco di nervi dal quale non si è mai riavuta del tutto, avendo sentito due mani scheletriche sulle spalle mentre si stava vestendo per il pranzo. E devo dirle anche, signor Otis, che il fantasma è stato visto da diversi membri viventi della mia famiglia così come dal rettore della parrocchia, il reverendo Augustus Dampier, docente al King’s College di Cambridge. Dopo l’increscioso incidente occorso alla duchessa, nessuno dei domestici più giovani ha voluto restare con noi e spesso Lady Canterville non riusciva a dormire di notte per via di certi strani rumori provenienti dal corridoio e dalla biblioteca.»"



Un esteta che odiava il capitale
 

Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_438_De_Silva_3]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #438 del 16 maggio 2019


Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

4.
Diego De Silva
Notturno pendolare

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Se le guardi di notte quando piove, le buste della spazzatura di via Chiaia, sembra che imbarcando acqua mettano pancia e sbuffino, si slaccino il cappio con cui i commercianti le hanno strette al collo prima di chiudere il negozio.
Da una un po' più gonfia delle altre cadono delle bucce di mandarino, spiccando sulla carta velina che avvolgeva il vestito della signora di mezza età che da anni torna nella stessa boutique a comprare lo stesso tailleur e quella mattina, forse, fuori del camerino s'è guardata nello specchio a figura intera dicendo qui va bene, lì è lungo, le spalline non tengono, e tra un apprezzamento e l'altro la commessa le ha chiesto di scusarla per andare ad accogliere il corriere all'ingresso, firmare la bolla di consegna e baciarlo fugacemente sulle labbra passandogli il sapore di mandarino, la sua colazione, e ora quelle bucce sono finite tra la velina che si rompe con niente e i cartoni inutilizzati che proprio lei, più tardi, con gesti rapidi ed esperti, ha spezzettato e ridotto a triangoli, schiacciandoli nelle buste nere che ora s'ammassano all'angolo della strada, gonfie di pioggia.
Antonia le guarda, quelle bucce che adesso la corrente di una piccola pozzanghera spinge verso i gradoni che portano ai Quartieri, avanti e indietro, avanti e indietro, e la loro inconcludenza la incanta, perché lenisce l’inquietudine che sempre l’accompagna quando esce di casa di notte.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Christ, Der Du Bist Der Helle Tag", BWV 766 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererFugue In C Minor, BWV 575 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770-3  [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererVater Unser Im Himmelreich, BWV 762 [Johann Sebastian Bach]
Leonard CohenHallelujah [Leonard Cohen]

Nuova Compagnia Di Canto Popolare'E spingule francese [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareRicciulina [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata alli uno…alli uno [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata nera [Tradizionale]

Nuova Compagnia Di Canto PopolareLi sarracini adorano lu sole. [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto Popolare‘O Guarracino [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareCicerenella [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareLa palummella [Tradizionale]
Franco BattiatoEra de maggio [Salvatore Di Giacomo, Mario Costa]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_437_De_Silva_2]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #437 del 9 maggio 2019


Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

4.
Diego De Silva
Notturno pendolare

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Se le guardi di notte quando piove, le buste della spazzatura di via Chiaia, sembra che imbarcando acqua mettano pancia e sbuffino, si slaccino il cappio con cui i commercianti le hanno strette al collo prima di chiudere il negozio.
Da una un po' più gonfia delle altre cadono delle bucce di mandarino, spiccando sulla carta velina che avvolgeva il vestito della signora di mezza età che da anni torna nella stessa boutique a comprare lo stesso tailleur e quella mattina, forse, fuori del camerino s'è guardata nello specchio a figura intera dicendo qui va bene, lì è lungo, le spalline non tengono, e tra un apprezzamento e l'altro la commessa le ha chiesto di scusarla per andare ad accogliere il corriere all'ingresso, firmare la bolla di consegna e baciarlo fugacemente sulle labbra passandogli il sapore di mandarino, la sua colazione, e ora quelle bucce sono finite tra la velina che si rompe con niente e i cartoni inutilizzati che proprio lei, più tardi, con gesti rapidi ed esperti, ha spezzettato e ridotto a triangoli, schiacciandoli nelle buste nere che ora s'ammassano all'angolo della strada, gonfie di pioggia.
Antonia le guarda, quelle bucce che adesso la corrente di una piccola pozzanghera spinge verso i gradoni che portano ai Quartieri, avanti e indietro, avanti e indietro, e la loro inconcludenza la incanta, perché lenisce l’inquietudine che sempre l’accompagna quando esce di casa di notte.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
Wolfgang Zerer,Partite Diverse Sopra "Christ, Der Du Bist Der Helle Tag", BWV 766 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererFugue In C Minor, BWV 575 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770-3  [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererVater Unser Im Himmelreich, BWV 762 [Johann Sebastian Bach]
Leonard CohenHallelujah [Leonard Cohen]

Nuova Compagnia Di Canto Popolare'E spingule francese [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareRicciulina [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata alli uno…alli uno [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata nera [Tradizionale]

Nuova Compagnia Di Canto PopolareLi sarracini adorano lu sole. [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto Popolare‘O Guarracino [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareCicerenella [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareLa palummella [Tradizionale]
Franco BattiatoEra de maggio [Salvatore Di Giacomo, Mario Costa]


]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_436_De_Silva_1]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #436 del 2 maggio 2019


Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

4.
Diego De Silva
Notturno pendolare

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Se le guardi di notte quando piove, le buste della spazzatura di via Chiaia, sembra che imbarcando acqua mettano pancia e sbuffino, si slaccino il cappio con cui i commercianti le hanno strette al collo prima di chiudere il negozio.
Da una un po' più gonfia delle altre cadono delle bucce di mandarino, spiccando sulla carta velina che avvolgeva il vestito della signora di mezza età che da anni torna nella stessa boutique a comprare lo stesso tailleur e quella mattina, forse, fuori del camerino s'è guardata nello specchio a figura intera dicendo qui va bene, lì è lungo, le spalline non tengono, e tra un apprezzamento e l'altro la commessa le ha chiesto di scusarla per andare ad accogliere il corriere all'ingresso, firmare la bolla di consegna e baciarlo fugacemente sulle labbra passandogli il sapore di mandarino, la sua colazione, e ora quelle bucce sono finite tra la velina che si rompe con niente e i cartoni inutilizzati che proprio lei, più tardi, con gesti rapidi ed esperti, ha spezzettato e ridotto a triangoli, schiacciandoli nelle buste nere che ora s'ammassano all'angolo della strada, gonfie di pioggia.
Antonia le guarda, quelle bucce che adesso la corrente di una piccola pozzanghera spinge verso i gradoni che portano ai Quartieri, avanti e indietro, avanti e indietro, e la loro inconcludenza la incanta, perché lenisce l’inquietudine che sempre l’accompagna quando esce di casa di notte.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Christ, Der Du Bist Der Helle Tag", BWV 766 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererFugue In C Minor, BWV 575 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770-3  [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererVater Unser Im Himmelreich, BWV 762 [Johann Sebastian Bach]
Leonard CohenHallelujah [Leonard Cohen]

Nuova Compagnia Di Canto Popolare'E spingule francese [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareRicciulina [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata alli uno…alli uno [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata nera [Tradizionale]

Nuova Compagnia Di Canto PopolareLi sarracini adorano lu sole. [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto Popolare‘O Guarracino [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareCicerenella [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareLa palummella [Tradizionale]
Franco BattiatoEra de maggio [Salvatore Di Giacomo, Mario Costa]


]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_435_Leogrande_2]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".

ReadBabyRead #435 del 25 aprile 2019


Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

3.
Alessandro Leogrande
Le maschere di San Giovanni

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Mi accoglie nel suo studio a due passi da piazza Venezia.
Siede dietro una pesante scrivania di legno scuro, dai piedi rifiniti, che poggia come un trono su un tappeto color castagno. Gli angoli del trono, le pareti e gli scaffali delle librerie sono pieni di cimeli garibaldini, editti della Repubblica Romana, ritratti dei martiri del Risorgimento. E poi carte, libri, volumi rilegati a mano. Sta al centro di questo regno come il testimone di un'epoca che non c'è più. Un nottambulo che dialoga con i fantasmi, con le parole del passato. Fuori dalla finestra, sotto la pioggerella del tardo pomeriggio, Roma appare per quella che è: il prodotto dell'aggrovigliarsi perenne di poteri fragili e angusti sottopoteri, un arcipelago sconnesso di tribù che raramente interagiscono in una lingua comune.
È stato ministro, in un'epoca in cui le bombe continuavano a esplodere sugli aerei e sui treni, addensando un fumo nero di sospetti e misteri. Ha fatto comizi e rilasciato interviste, in una stagione in cui uomini delle istituzioni venivano ancora uccisi lungo i marciapiedi, sulle scalinate delle facoltà universitarie, davanti all’ingresso dei palazzi, le portiere delle auto spalancate, i ghigni sinistri a storpiare i loro volti di morti.” 



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Christ, Der Du Bist Der Helle Tag", BWV 766 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererFugue In C Minor, BWV 575 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770-3  [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererVater Unser Im Himmelreich, BWV 762 [Johann Sebastian Bach]
Leonard CohenHallelujah [Leonard Cohen]

Nuova Compagnia Di Canto Popolare'E spingule francese [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareRicciulina [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata alli uno…alli uno [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata nera [Tradizionale]

Nuova Compagnia Di Canto PopolareLi sarracini adorano lu sole. [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto Popolare‘O Guarracino [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareCicerenella [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareLa palummella [Tradizionale]
Franco BattiatoEra de maggio [Salvatore Di Giacomo, Mario Costa]


]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_434_Leogrande_1]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".

ReadBabyRead #434 del 18 aprile 2019


Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

3.
Alessandro Leogrande
Le maschere di San Giovanni

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Mi accoglie nel suo studio a due passi da piazza Venezia.
Siede dietro una pesante scrivania di legno scuro, dai piedi rifiniti, che poggia come un trono su un tappeto color castagno. Gli angoli del trono, le pareti e gli scaffali delle librerie sono pieni di cimeli garibaldini, editti della Repubblica Romana, ritratti dei martiri del Risorgimento. E poi carte, libri, volumi rilegati a mano. Sta al centro di questo regno come il testimone di un'epoca che non c'è più. Un nottambulo che dialoga con i fantasmi, con le parole del passato. Fuori dalla finestra, sotto la pioggerella del tardo pomeriggio, Roma appare per quella che è: il prodotto dell'aggrovigliarsi perenne di poteri fragili e angusti sottopoteri, un arcipelago sconnesso di tribù che raramente interagiscono in una lingua comune.
È stato ministro, in un'epoca in cui le bombe continuavano a esplodere sugli aerei e sui treni, addensando un fumo nero di sospetti e misteri. Ha fatto comizi e rilasciato interviste, in una stagione in cui uomini delle istituzioni venivano ancora uccisi lungo i marciapiedi, sulle scalinate delle facoltà universitarie, davanti all’ingresso dei palazzi, le portiere delle auto spalancate, i ghigni sinistri a storpiare i loro volti di morti.” 



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Christ, Der Du Bist Der Helle Tag", BWV 766 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererFugue In C Minor, BWV 575 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770-3  [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererVater Unser Im Himmelreich, BWV 762 [Johann Sebastian Bach]
Leonard CohenHallelujah [Leonard Cohen]

Nuova Compagnia Di Canto Popolare'E spingule francese [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareRicciulina [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata alli uno…alli uno [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata nera [Tradizionale]

Nuova Compagnia Di Canto PopolareLi sarracini adorano lu sole. [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto Popolare‘O Guarracino [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareCicerenella [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareLa palummella [Tradizionale]
Franco BattiatoEra de maggio [Salvatore Di Giacomo, Mario Costa]


]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Gli Ultrauomini ]]>

“GLI ULTRAUOMINI– Terrestri d’Italia in contatto con altre dimensioni” è il nuovo libro di CTRL books, collana editoriale che nasce nella redazione di CTRL magazine.
È una strana creatura, un libro-reportage, un libro corale, di sole storie vere, che unisce:
- 1 reportage fotografico durato tre anni
- 11 reportage narrativi, affidati ad altrettanti scrittori e scrittrici
- 1 gran centrifugato finale di ultraumanità
Tutti gli autori e le autrici hanno incontrato in prima persona GLI ULTRAUOMINI, terrestri d’Italia in contatto con altre dimensioni.
Valerio Millefoglie ha raccolto le storie delle prime persone che, in Italia, hanno deciso di crioconservare un caro (che sia essere umano o animale); e ha incontrato il primo impresario di pompe funebri che, a Mirandola, fornisce servizi di ibernazione, congelando i cadaveri e spedendoli in Russia in un centro specializzato nella criogenesi. Qui i corpi riposeranno a meno 196 gradi, in attesa di una “resurrezione” perintercessione della tecnologia.
Giulia Callino ha trascorso 24 ore in un convento di suore di clausura: una bolla in cui vivono 19 donne, un mondo chiuso incastonato all’interno della dinamica e interconnessa Milano.
C’è poi la storia di Ortenzia Squillace, un’impiegata comunale calabrese che, a 40 anni, ha scelto di diventare una lottatrice di wrestling con il nome di Tenebra e ha raccontato di questa sua decisione a Maura Chiulli; e quella della dottoressa Lucrezia Furian, che ha aperto le porte della sala operatoria a Paolo Zardi per assistere a un trapianto di rene: donato da una moglie a suo marito.
C’è l’esperienza in prima persona di Alessandro Monaci, che ha trascorsi tre giorni nelle viscere della terra, al seguito di una spedizione di speleologi.
Un incontro fra Sofia Natella e una giovane tanatoesteta, che si occupa di truccare e preparare i defunti per l’ultimo addio; uno fra Luca Pakarov e le Persone Altamente Sensibili, che condividono un tratto comportamentale che le rende più recettive (e vulnerabili) alla realtà che ci circonda.
Matteo Trevisani, invece, ha intervistato (sotto anonimato) un maestro della cosiddetta “Quarta Via”, disciplina esoterica per il “reale e completo sviluppo dell’uomo”.
Donato Novellini ha suonato al campanello di un “alieno della porta accanto”, un alieno di paese che non ha mai lavorato (si dice) e sopravvive vendendo oroscopi personalizzati;
Martino Pinna è stato a pranzo con un cyborg: un ventiduenne transumanista che si è fatto impiantare un chip sottopelle.
Angelo Mozzillo, infine, ha incontrato un pensionato che da 14 anni va a caccia di messaggi in bottiglia sputati dal mare sulle spiagge di Termoli, in Molise; finora ne ha trovati e collezionati circa 800.
L’intero volume è percorso dalle immagini del reportage fotografico di Michela Benaglia.
Un lavoro durato tre anni, sulle tracce delle maschere del folklore italiano, dal Trentino alla Sardegna, alla Basilicata. Uomini, dunque, che quando indossano la maschera non sono più uomini, ma ponti tra questo mondo e un altro, tra la Bestia e il Divino. Ultrauomini, appunto.
A 500 anni dalla spedizione di Magellano, che per primo navigò nell’oceano che lui
battezzò “Pacifico”, e a 50 anni dal primo uomo sulla Luna, la redazione di CTRL ha scelto di occuparsi di quelli che vanno ultra, anche se vivono vite appartate, lontani dai riflettori e in luoghi fuori dai radar.

*********************

CHI SONO GLI AUTORI
Un mix fra giovani esordienti e affermati scrittori, con la direzione editoriale di Nicola Feninno.
Si va dai 25 anni di Giulia Callino ai 49 anni di Paolo Zardi, già finalista al Premio Strega2015.
Questo l’elenco completo: Giulia Callino, Maura Chiulli, Valerio Millefoglie, Alessandro Monaci, Angelo Mozzillo, Sofia Natella, Donato Novellini, Luca Pakarov, Martino Pinna, Matteo Trevisani, Paolo Zardi.
La fotografa: Michela Benaglia (1980). Free-lance. Il suo lavoro si concentra sul reportage documentaristico e sociale. I suoi servizi sono apparsi sui più importanti quotidiani e periodici nazionali.
Photoediting: Michele Perletti
Direzione editoriale: Nicola Feninno

************************

CTRL si occupa di reportage narrativi riguardanti persone e luoghi fuori dai radar, lontano dai soliti centri d’attenzione.
Nasce nel 2009 come magazine gratuito, distribuito inizialmente a Bergamo e poi in tutta Italia, per diventare infine casa editrice.
Attualmente pubblica su www.ctrlmagazine.it e libri-reportage nella collana CTRL Books.
Gli Ultrauomini è il suo secondo libro.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_433_Santoni_3]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #433 dell’11 aprile 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

2.
Vanni Santoni
La solitudine della verità

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Ma dove vai?
Lo sai... A dormire da Teresa, giù in paese. Basta che non andate su, dice a voce più bassa la mamma senza voltarsi dall’acquaio.
Su dove?
Ho letto sul giornale che ci sono dei matti che hanno messo in piedi una di quelle feste rave...
T'immagini mamma... Neanche ci piace quella musica.
Fosse la musica il problema!
Tranquilla. Ciao ma’.
Cate! dice ancora, e stavolta si gira.
Che c'è ancora?
Prendi almeno un po' di provviste. Aspetta, ti preparo una schiacciata, dice, e già tramena nella madia. 

Così Caterina aspetta che la mamma affetti schiacciata all'olio e finocchiona, col dubbio che in realtà sappia benissimo che appena uscita dal cortile prenderà la strada nella direzione che conduce al bivio per la bianca che sale verso la montagna. Mette nello zaino la schiacciata avvolta nello Scottex e nella stagnola e poi, quando la mamma è andata di là, sfila anche una bottiglia di vino dalla rastrelliera in basso e fìcca dentro pure quella.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_432_Santoni_2]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #432 del 4 aprile 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

2.
Vanni Santoni
La solitudine della verità

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Ma dove vai?
Lo sai... A dormire da Teresa, giù in paese. Basta che non andate su, dice a voce più bassa la mamma senza voltarsi dall’acquaio.
Su dove?
Ho letto sul giornale che ci sono dei matti che hanno messo in piedi una di quelle feste rave...
T'immagini mamma... Neanche ci piace quella musica.
Fosse la musica il problema!
Tranquilla. Ciao ma’.
Cate! dice ancora, e stavolta si gira.
Che c'è ancora?
Prendi almeno un po' di provviste. Aspetta, ti preparo una schiacciata, dice, e già tramena nella madia. 

Così Caterina aspetta che la mamma affetti schiacciata all'olio e finocchiona, col dubbio che in realtà sappia benissimo che appena uscita dal cortile prenderà la strada nella direzione che conduce al bivio per la bianca che sale verso la montagna. Mette nello zaino la schiacciata avvolta nello Scottex e nella stagnola e poi, quando la mamma è andata di là, sfila anche una bottiglia di vino dalla rastrelliera in basso e fìcca dentro pure quella.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_431_Santoni_1]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #431 del 28 marzo 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

2.
Vanni Santoni
La solitudine della verità

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Ma dove vai?
Lo sai... A dormire da Teresa, giù in paese. Basta che non andate su, dice a voce più bassa la mamma senza voltarsi dall’acquaio.
Su dove?
Ho letto sul giornale che ci sono dei matti che hanno messo in piedi una di quelle feste rave...
T'immagini mamma... Neanche ci piace quella musica.
Fosse la musica il problema!
Tranquilla. Ciao ma’.
Cate! dice ancora, e stavolta si gira.
Che c'è ancora?
Prendi almeno un po' di provviste. Aspetta, ti preparo una schiacciata, dice, e già tramena nella madia. 

Così Caterina aspetta che la mamma affetti schiacciata all'olio e finocchiona, col dubbio che in realtà sappia benissimo che appena uscita dal cortile prenderà la strada nella direzione che conduce al bivio per la bianca che sale verso la montagna. Mette nello zaino la schiacciata avvolta nello Scottex e nella stagnola e poi, quando la mamma è andata di là, sfila anche una bottiglia di vino dalla rastrelliera in basso e fìcca dentro pure quella.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_430_Lucarelli_3]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #430 del 21 marzo 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

1.
Carlo Lucarelli
Hanno ucciso l’Uomo Ragno

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sabato 4 luglio 1992 

Gli venne in mente quella storia che girava, chissà se era vera, lui l’aveva sentita a Faenza.
Un tizio con una grossa Mercedes sta per parcheggiare in piazza quando un altro con una piccola 500 gli passa davanti e gli frega il posto. Quello della Mercedes si lamenta, “c'ero prima io", ma quello della 500 si stringe nelle spalle. "Il mondo è dei furbi," gli dice. Allora quello della Mercedes ci pensa un po' su, poi scuote la testa e dice "no, il mondo è di chi ha i soldi” , ingrana la marcia e gli schiaccia il cinquino contro le colonne del porticato della piazza.
Gli venne in mente proprio perché era a Faenza, ad aspettare paziente che un 131 finisse di fare marcia indietro per liberargli il posto, quando ecco uno che arriva dall’altra parte e si infila, tutto storto, incurante della sua freccia paziente, e anche dei due colpi di clacson che gli aveva sparato dietro.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_429_Lucarelli_2]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #429 del 14 marzo 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

1.
Carlo Lucarelli
Hanno ucciso l’Uomo Ragno

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sabato 4 luglio 1992 

Gli venne in mente quella storia che girava, chissà se era vera, lui l’aveva sentita a Faenza.
Un tizio con una grossa Mercedes sta per parcheggiare in piazza quando un altro con una piccola 500 gli passa davanti e gli frega il posto. Quello della Mercedes si lamenta, “c'ero prima io", ma quello della 500 si stringe nelle spalle. "Il mondo è dei furbi," gli dice. Allora quello della Mercedes ci pensa un po' su, poi scuote la testa e dice "no, il mondo è di chi ha i soldi” , ingrana la marcia e gli schiaccia il cinquino contro le colonne del porticato della piazza.
Gli venne in mente proprio perché era a Faenza, ad aspettare paziente che un 131 finisse di fare marcia indietro per liberargli il posto, quando ecco uno che arriva dall’altra parte e si infila, tutto storto, incurante della sua freccia paziente, e anche dei due colpi di clacson che gli aveva sparato dietro.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_428_Lucarelli_1]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #428 del 7 marzo 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

1.
Carlo Lucarelli
Hanno ucciso l’Uomo Ragno

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sabato 4 luglio 1992 

Gli venne in mente quella storia che girava, chissà se era vera, lui l’aveva sentita a Faenza.
Un tizio con una grossa Mercedes sta per parcheggiare in piazza quando un altro con una piccola 500 gli passa davanti e gli frega il posto. Quello della Mercedes si lamenta, “c'ero prima io", ma quello della 500 si stringe nelle spalle. "Il mondo è dei furbi," gli dice. Allora quello della Mercedes ci pensa un po' su, poi scuote la testa e dice "no, il mondo è di chi ha i soldi” , ingrana la marcia e gli schiaccia il cinquino contro le colonne del porticato della piazza.
Gli venne in mente proprio perché era a Faenza, ad aspettare paziente che un 131 finisse di fare marcia indietro per liberargli il posto, quando ecco uno che arriva dall’altra parte e si infila, tutto storto, incurante della sua freccia paziente, e anche dei due colpi di clacson che gli aveva sparato dietro.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_427_Fitzgerald_12]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #427 del 28 febbraio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(12a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"All'ora della "Grande pausa americana per il pranzo”, il giovane George O'Kelly mise in ordine la scrivania con tutta calma e con un'aria di finto interesse. Nessuno in ufficio doveva sapere che aveva fretta, perché il successo è una questione di atmosfera e non è bene pubblicizzare il fatto che la tua mente è lontana settecento miglia dal luogo di lavoro.
Ma una volta fuori dall'edificio strinse i denti e si mise a correre gettando di tanto in tanto un'occhiata al gaio mezzogiorno d'inizio primavera che riempiva Times Square e ciondolava poco sopra la testa dei passanti.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana Del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]
Lana Del Rey, Love [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Benjamin Levin - Emile Haynie]
Lana Del Rey, Lucky Ones [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Don't Let Me Be Misunderstood [Bennie Benjamin - Gloria Caldwell - Sol Marcus]
Lana Del Rey, Cola [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, 24 [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, White Mustang [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Bel Air [Lana Del Rey - Dan Heath]
Lana Del Rey, Video Games [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Tomorrow Never Came [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Sean Lennon]
Lana del Rey, Freak [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana del Rey, Heroin [Elizabeth Grant - Rick Nowels]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_426_Fitzgerald_11]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #426 del 21 febbraio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(11a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"All'ora della "Grande pausa americana per il pranzo”, il giovane George O'Kelly mise in ordine la scrivania con tutta calma e con un'aria di finto interesse. Nessuno in ufficio doveva sapere che aveva fretta, perché il successo è una questione di atmosfera e non è bene pubblicizzare il fatto che la tua mente è lontana settecento miglia dal luogo di lavoro.
Ma una volta fuori dall'edificio strinse i denti e si mise a correre gettando di tanto in tanto un'occhiata al gaio mezzogiorno d'inizio primavera che riempiva Times Square e ciondolava poco sopra la testa dei passanti.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana Del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]
Lana Del Rey, Love [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Benjamin Levin - Emile Haynie]
Lana Del Rey, Lucky Ones [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Don't Let Me Be Misunderstood [Bennie Benjamin - Gloria Caldwell - Sol Marcus]
Lana Del Rey, Cola [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, 24 [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, White Mustang [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Bel Air [Lana Del Rey - Dan Heath]
Lana Del Rey, Video Games [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Tomorrow Never Came [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Sean Lennon]
Lana del Rey, Freak [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana del Rey, Heroin [Elizabeth Grant - Rick Nowels]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_425_Fitzgerald_10]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #425 del 14 febbraio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(10a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"All'ora della "Grande pausa americana per il pranzo”, il giovane George O'Kelly mise in ordine la scrivania con tutta calma e con un'aria di finto interesse. Nessuno in ufficio doveva sapere che aveva fretta, perché il successo è una questione di atmosfera e non è bene pubblicizzare il fatto che la tua mente è lontana settecento miglia dal luogo di lavoro.
Ma una volta fuori dall'edificio strinse i denti e si mise a correre gettando di tanto in tanto un'occhiata al gaio mezzogiorno d'inizio primavera che riempiva Times Square e ciondolava poco sopra la testa dei passanti.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana Del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]
Lana Del Rey, Love [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Benjamin Levin - Emile Haynie]
Lana Del Rey, Lucky Ones [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Don't Let Me Be Misunderstood [Bennie Benjamin - Gloria Caldwell - Sol Marcus]
Lana Del Rey, Cola [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, 24 [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, White Mustang [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Bel Air [Lana Del Rey - Dan Heath]
Lana Del Rey, Video Games [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Tomorrow Never Came [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Sean Lennon]
Lana del Rey, Freak [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana del Rey, Heroin [Elizabeth Grant - Rick Nowels]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_424_Fitzgerald_9]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #424 del 7 febbraio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(9a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Alcuni caddie erano poveri in canna e abitavano in case di un’unica stanza con una mucca nevrastenica in giardino, ma il padre di Dexter Green era il padrone del secondo negozio di alimentari di Black Bear - il migliore era II mozzo, finanziato dai ricchi di Sherry Island - e Dexter faceva il caddie solo per avere qualche soldo in tasca.
In autunno, quando le giornate diventavano frizzanti e grigie e il lungo inverno del Minnesota calava come il coperchio bianco di una scatola, gli sci di Dexter si muovevano sulla neve che nascondeva i fairway del campo da golf.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_423_Fitzgerald_8]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #423 del 31 gennaio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(8a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Alcuni caddie erano poveri in canna e abitavano in case di un’unica stanza con una mucca nevrastenica in giardino, ma il padre di Dexter Green era il padrone del secondo negozio di alimentari di Black Bear - il migliore era II mozzo, finanziato dai ricchi di Sherry Island - e Dexter faceva il caddie solo per avere qualche soldo in tasca.
In autunno, quando le giornate diventavano frizzanti e grigie e il lungo inverno del Minnesota calava come il coperchio bianco di una scatola, gli sci di Dexter si muovevano sulla neve che nascondeva i fairway del campo da golf.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_422_Fitzgerald_7]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #422 del 24 gennaio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(7a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Alcuni caddie erano poveri in canna e abitavano in case di un’unica stanza con una mucca nevrastenica in giardino, ma il padre di Dexter Green era il padrone del secondo negozio di alimentari di Black Bear - il migliore era II mozzo, finanziato dai ricchi di Sherry Island - e Dexter faceva il caddie solo per avere qualche soldo in tasca.
In autunno, quando le giornate diventavano frizzanti e grigie e il lungo inverno del Minnesota calava come il coperchio bianco di una scatola, gli sci di Dexter si muovevano sulla neve che nascondeva i fairway del campo da golf.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_421_Fitzgerald_6]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.

ReadBabyRead #421 del 17 gennaio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(6a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Alcuni caddie erano poveri in canna e abitavano in case di un’unica stanza con una mucca nevrastenica in giardino, ma il padre di Dexter Green era il padrone del secondo negozio di alimentari di Black Bear - il migliore era II mozzo, finanziato dai ricchi di Sherry Island - e Dexter faceva il caddie solo per avere qualche soldo in tasca.
In autunno, quando le giornate diventavano frizzanti e grigie e il lungo inverno del Minnesota calava come il coperchio bianco di una scatola, gli sci di Dexter si muovevano sulla neve che nascondeva i fairway del campo da golf.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_420_Fitzgerald_5]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.

ReadBabyRead #420 del 10 gennaio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(5a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Nel lontano 1860 era normale nascere in casa. Oggi, mi dicono, i grandi numi della medicina hanno decretato che i neonati debbano emettere i loro primi vagiti nell'anestetica aria di una clinica, meglio se alla moda. Il giovane Roger Button e consorte erano dunque in anticipo di cinquant'anni in fatto di stile quando decisero, un giorno dell’estate del 1860, che il loro primogenito sarebbe nato in una clinica. Se ci sia stato o meno un nesso fra questo anacronismo e la storia sorprendente che mi accingo a scrivere non si saprà mai."



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]


]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)