<![CDATA[francesco-lubian | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/152/francesco-lubian/articles/1 <![CDATA[Addio, monti - Michele Masneri]]>

Addio, Monti, esordio narrativo di Michele Masneri, è senz'altro il caso letterario di inizio 2014, accuratamente alimentato già lo scorso anno da gustose anticipazioni nonché dalla coincidenza con l'Oscar vinto recentemente dalla Grande Bellezza di Sorrentino, che al libro è da più parti stato avvicinato.

E del resto il libro di Masneri non poteva certo passare inosservato nel panorama piuttosto desertificato della scrittura italiana contemporanea: impastando azzeccatamente una tecnica di "name dropping" à la Arbasino, l'autore ritrae con efficacia i lustrini che ricoprono il vuoto sentimentale ed emotivo dell'intellighenzia radical-chic romana responsabile della recente gentrificazione del rione Monti, con i suoi riti, le sue località di villeggiatura e le sue marche prestigiose a nascondere un desolante nulla umano. Fra i tavolini dei bar di Monti ed i suoi minimarket bio, fra aperitivi e improbabili postdottorati in diritto della navigazione, si dipanano le vicende di una compagine (molto maschile) di escort che hanno studiato alla LUISS, immobiliaristi rapaci, editoralisti economici marchettari, conduttori televisivi cocainomani in cerca di una riabilitazione professionale. Sullo sfondo, una Roma hype e beceramente provinciale, che sfrutta l'eredità di Pasolini per alzare le quotazioni al metro quadro delle case ma allo stesso tempo è sempre prigioniera di se stessa.

Addio, monti è un libro divertente e anche crudele nel mettere in luce i vizi della fauna radical-chic romana; allo stesso tempo, a partire dalla citazione manzoniana del titolo, Masneri strizza forse anche troppo l'occhio al lettore  "giusto" (anche dal punto di vista della connotazione sociale), quello che, al di là del tono beffardo, sorriderà a riconoscersi nei tic e nelle abitudini di chi ha la casa piena di Micromega impilati e compra i rustici da Panella.

Nel complesso, Addio monti è senz'altro uno dei libri di inizio 2014 più consigliati per capire una fetta dell'Italia degli anni Zero.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Un sinuoso contenitore smussato]]>

Spiccano per intensità i racconti che Cristiano Prakash Dorigo ha raccolto in Un sinuoso contenitore smussato, recentemente edito in formato ebook per i tipi della giovane casa editrice Meligrana Editore.

Solo apparentemente disorganici, i testi qui raccolti sembrano dare vita ad una sottile trama, tenuta insieme da fili trasparenti ma saldi: la riflessione sul corpo umano che si trasforma (è quello il "sinuoso contentiore smussato" che dà il titolo alla raccolta) raccontato in Verso casa e Passaggio, la violenza insita al nostro modello di società e di sviluppo, trattenuta come quella che impregna le pagine di Carnevale o esplosiva come quella di Ventisette coltellate, la grande Storia che irrompe nella vita delle persone, lasciando traumi e ferite difficilmente sanabili, ma che in fondo fanno di noi quello che siamo (Verso casa, Sto galleggiando nell'aria, Scrittura e cura). Ed è proprio qui che Dorigo si mostra fedele al suo stile e ad i suoi temi - a partire dal G8 di Genova del 2001, spartiacque ancora vivissimo per la generazione che aveva vent'anni quando "c'erano i modem a 56k e tutto sembrava ancora possibile" - così come ad un'ostinata, vitale speranza che trapela alla fine di un libro che comunque ha il coraggio di guardare in faccia la brutalità del nostro presente.

Un libro consigliato a tutti coloro che sono affezionati alla scrittura di Cristiano Dorigo, e anche a coloro che vogliono accostarvisi per la prima volta. Non ve ne pentirete.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Le formiche - Boris Vian]]>

Nell'anno che ha segnato un revival dell'interesse intorno alla sua figura anche per via del (non riuscitissimo) Mood Indigo di Michel Gondry, fa assolutamente piacere trovare in libreria, per i tipi di marcos y marcos, un libro di Boris Vian di cui da tempo si sentiva la mancanza dagli scaffali.

Stiamo parlando di Le formiche, raccolta di racconti pubblicata per la prima volta nel 1949 e composta negli anni di febbrile creatività che portarono l'autore alla scrittura anche di La schiuma dei giorni e Autunno a Pechino (1947).

Negli undici racconti compresi nella raccolta Vian sfoggia davvero il meglio della sua fantasia e della sua vena letteraria, come sempre sospesa fra surrealismo, gusto per il paradosso e una toccante, talvolta lacerante poesia blues: lo testimonia alla perfezione già il racconto incipitario, Le formiche, dedicato all'esperienza tragica, ma anche insensata e per nulla mitizzabile della guerra. Se il tono torna più leggero con Allievi modello, sferzante apologo dedicato all'ottusità e alla violenza delle forze di polizia, Vian dà forse il meglio di sè in La strada deserta, racconto toccante e dal montaggio serratissimo dedicato alla storia d'amore Fidèle e Noémi, bellissima e tragica come quella della Schiuma dei giorni, e in un divertissement dal finale inaspettato come La comparsa.

Consigliato a tutti coloro che amano Vian e il suo impasto dolceamaro di surrealismo, carica libertaria e tenerezza aliena da ogni retorica, Le formiche è davvero un piccolo grande libro a cui non si può non voler bene.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Gli occhi dell'eterno fratello - Stefan Zweig]]>

Dall'anno scorso, quando i 70 anni trascorsi dalla morte dell'autore hanno sancito l'entrata della sua opera fra quelle di pubblico dominio, si sono moltiplicate in Italia le traduzioni di testi editi ed inediti di Stefan Zweig. Da tempo introvabile in libreria, torna ora disponibile per i tipi di Adelphi, nella nuova traduzione di A. Vigliani, uno dei racconti più affascinanti dell'autore viennese, Gli occhi dell'eterno fratello.

Il 1922 è l'anno di pubblicazione di Siddharta, il celeberrimo romanzo di Hermann Hesse, che scatena nella Mitteleuropa la passione per l'Oriente della spiritualità e del mito. Nello stesso anno anche Zweig, in quel momento uno degli scrittori europei più acclamati, si misura con lo stile dell'apologo di ambientazione orientale ed impregnato di filosofia buddhista che era allora assai di moda. Il risultato, Gli occhi dell'eterno fratello, è sorprendente per originalità e, letto a distanza di novant'anni, conferma la felice grazia di cui la scrittura di Zweig era depositaria all'inizio degli anni '20.

Il nobile guerriero Virata detto "Lampo della spada", vissuto cinquecento anni prima di Buddha, è il braccio destro del saggio re Rajputas, ed il suo braccio destro nel sedare i nobili rivoltosi. Fra questi vi era anche il fratello di Virata, Belangur, che lo stesso Virata uccide nell'assalto notturno all'accampamento dei nemici. Quest'episodio segnerà irrimediabilmente la vita del protagonista, che per vie graduali (giudice, privato cittadino, anacoreta e infine umile guardiano di cani) si distaccherà del tutto dalla violenza da cui il mondo gli pare irrimediabilmente intriso.

Virata, che finisce la sua vita in solitudine ed indigenza, dedica la vita alla propria ricerca della giustizia, seguendo una traiettoria assolutamente individuale in cui ogni decisione presenta risvolti irrimediabili, e che lo conduce alle estreme conseguenze del rifiuto del mondo e della sua violenza. In questo senso, a differenza del Siddharta di Hesse, Gli occhi dell'eterno fratello non è un libro conciliatorio e rasserenante, mostrando gli esiti di scelte radicali come quelle di Virata, che rifiuta la guerra, l'istituzione carceraria, la schiavitù e il concetto di proprietà in nome di un ideale come la giustizia.

Quello di Zweig è dunque un racconto che, sotto le forme della parabola ascetica orientale, intendeva parlare ai suoi contemporanei dei temi cari all'autore e non smette di interrogare anche noi, oggi.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Imparo il tedesco - Denis Lachaud]]>

"Che senso ha chiamarsi Ernst Wommel e non sapere il tedesco?" Questa è la domanda che, dovendo scegliere la lingua straniera da studiare in prima media, si pone il protagonista del romanzo Imparo il tedesco di Denis Lachaud, domanda che funge in pratica da motore narrativo di questo delicato ed intenso romanzo di formazione.

Il romanzo, pubblicato in Francia nel 1998 dalla casa editrice Actes Sud e recentemente tradotto in italiano da 66thand2nd, è uno spaccato di vita in un'Europa ancora divisa, soprattutto nelle coscienze dei suoi abitanti. Ernst, il protagonista, è figlio di due tedeschi trasferitisi a Parigi subito dopo il matrimonio, entrambi gravati da un'eredità pesante e decisi a chiudere per sempre, anche se per motivi diversi, i conti con la terra d'origine. Sarà Ernst a mettere in crisi il fragile equilibrio familiare, basato su silenzi e rimozioni, con la decisione di partecipare ad un programma di scambio fra scuole francesi e tedesche. A Saarbrücken, in Germania, Ernst conoscerà Rolf Bauer, con cui avrà la propria iniziazione sessuale e con cui scoprirà lentamente e dolorosamente le colpe della generazione dei padri e dei nonni.

Imparo il tedesco diventa quindi la storia della difficile e tormentata ricerca dell'onestà e della verità nel rapporto con il passato, vinta ogni illusione che l'innocenza sia ancora alla portata di quest'Europa gonfia di tragedie. Ernst, forte di un'omosessualità vissuta con naturalezza, dedicherà tutte le proprie energie a questa azione di scavo nella memoria dei propri familiari e nella propria coscienza: neppure in capo al mondo, infatti, il protagonista riesce a disfarsi dei propri cromosomi e della colpa che vi crede infitta, e dovrà alla fine, in tutti i sensi, fare i conti con l'eredità del nonno paterno.

Il romanzo di Denis Lachaud, caratterizzato da una lingua sensibile e al contempo affilata e da una scrittura intensa che intreccia narrazione in prima ed in terza persona, fila dritto verso la conclusione ricostruendo una vicenda atipicissima eppure esemplare (anche se, va detto, forse quindici anni fa più che oggi) di quello che è stato il Novecento europeo, e nel personaggio di Ernst disegna una traiettoria poetica e fortemente personale per liberarsi dai suoi fantasmi. Un libro davvero consigliato.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Weiweismi - Ai Weiwei]]>

"La mia parola preferita? Azione"



La forma dell'aforisma, come dimostrano gli esempi già di Confucio e poi di Mao, evidentemente ben si presta alla densità semantica ed evocativa della lingua cinese. Oggi, al tempo di twitter, lo provano anche le massime dell'artista, designer ed attivista Ai Weiwei, raccolte dalla Princeton University in occasione di una mostra organizzata dalla stessa università americana lo scorso anno e tradotte in italiano da Einaudi.

L'artista è noto nel mondo per le sue opere (da ricordare almeno la dissacrante performance Dropping a Han Dinasty Urn, oltre naturalmente al bellissimo stadio Olimpico di Pechino) ma soprattutto per il suo attivismo politico: il suo seguitissimo blog fu chiuso dalla polizia nel 2009, e nel 2011 Ai Weiwei fu arrestato con l'accusa di evasione fiscale e detenuto per 81 giorni in una località segreta, e rilasciato solo grazie alle grandi pressioni di artisti ed attivisti in tutto il mondo.

Negli aforismi qui raccolti, Ai Weiwei parla della sua carcerazione, del rapporto fra Internet e libertà, del ruolo dei social network nelle sollevazioni globali, della polizia di Pechino responsabile del suo pestaggio, apertamente sbeffeggiata nel video di Dumbass (a lato) e anche nel libro ("Ribaltare le auto della polizia è probabilmente l'unico sport che mi diverte"), della Cina di oggi e del suo turbocapitalismo autoritario ed antidemocratico.

Ma soprattutto Weiwei parla del suo modo di intendere l'arte, che per essere vero, specie in un Paese come la Cina, non può che essere intrinsecamente politico ("Tutto è arte. Tutto è politica"), perché in fondo, come afferma lo stesso artista, "per esprimersi serve un motivo. Ma esprimersi è il motivo".

Una riflessione, questa, che interroga anche noi e la nostra parte di mondo.

Links utili:
http://aiweiwei.com
http://freeaiweiwei.org
https://twitter.com/freeaiww

"); this.fullscreenMessageTimeoutId = setTimeout(function(){ $(".fullscreenMessage").fadeOut(function(){$(this).remove()}); },5000); }); } });$(".galleria-53d8577fc8bc1_fullscreenHook").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-53d8577fc8bc1") { this.enterFullscreen(); } }); });$("#galleria-53d8577fc8bc1 .galleria-stage .galleria-image img").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-53d8577fc8bc1") { if ( this.isFullscreen() ) { this.next(); } else { this.enterFullscreen(); } } }); });}); ]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Dell'editoria italiana della crisi e altro]]>

Nell’ambito della Fiera delle Parole 2013, che si è svolta come di consueto a Padova dall’8 al 13 ottobre, il Progetto Giovani - Padova ha organizzato un mini-ciclo di incontri dedicato ai "Mestieri del libro": mercoledì 9 ottobre la Sala dei Giganti di Palazzo Liviano ha visto dialogare Marco Di Marco, editor della casa editrice Marsilio, ed Isabella Ferretti, editrice insieme a Tommaso Cenci della giovane 66thand2nd; venerdì 11, nella sala Palladin di palazzo Moroni si è svolto l’incontro con Jacopo De Michelis (responsabile della narrativa italiana per Marsilio), Manuel Orazi (responsabile comunicazione di Quodlibet), e Chiara Di Domenico (ufficio stampa della neonata casa editrice L’Orma); sabato 12, infine, al Centro Culturale San Gaetano è stata la volta del dibattito su “Lettori e critici ai tempi di Wordpress”, con lo scrittore e coach letterario Mattia Signorini, Alberto Bullado (conaltrimezzi, Scuola Twain), Marco Pollichieni di 20lines e Anna Mioni dell’agenzia letteraria AC².

Nel complesso, e al netto dell’orientamento più nettamente “professionalizzante” dei primi due dibattiti dedicati a specifiche figure professionali della filiera libraria, gli incontri hanno offerto un panorama aggiornato e realistico sull’editoria italiana nella crisi. I dati infatti parlano chiaro: dopo anni in cui il mercato editoriale italiano, a causa della congiuntura economica, è stato caratterizzato da una flessione continua delle vendite, si è avuto un ulteriore tracollo piuttosto improvviso che ha portato a un calo del 5% del fatturato negli ultimi sei mesi. Se a questi dati si aggiunge che il mondo del libro in Italia è già di base caratterizzato da un volume d’affari di varie volte inferiore a quello di Francia o Germania (il rapporto dell’Associazione Italiana Editori presentato quest’anno alla Buchmesse di Francoforte mostra che i lettori in Italia sono ancora solo il 46% della popolazione), i dati non sono certo confortanti. Ma al di là dei numeri, sono tante le domande che oggi si fa chi nel mondo editoriale lavora, o vorrebbe farlo: esploderà definitivamente anche in Italia il mercato degli ebook, per ora fermo a percentuali da prefisso telefonico? Come cambierà il mondo editoriale il fenomeno del self-publishing? Che influenza ha il web 2.0 su scrittori, lettori e critici?

La crisi conclamata del libro minaccia soprattutto i piccoli editori, in molti casi costretti a cedere quote ai grossi gruppi editoriali (quattro dei quali, ovvero Mondadori, RCS, Gems e Feltrinelli, controllano oltre il 70% del mercato), soprattutto perché questi ultimi - caso pressoché unico in Europa -, controllano anche le maggiori catene di distribuzione e di librerie del Paese. E tuttavia, mentre la grande editoria sembra caratterizzata solo dall’inseguimento del mega-seller, non importa se si tratta di un libro di cucina o dell'opera di un non-scrittore, e, pur pubblicando tantissimo, investe esclusivamente sui propri titoli di punta, al massimo due o tre per stagione, è forse dall’editoria indipendente che è possibile trarre qualche lezione: chi va bene e riesce ad espandersi in questa fase (fra le case editrici rappresentate negli incontri, 66thand2nd e la marchigiana Quodlibet), lo fa perché ha un progetto editoriale forte, caratterizzato da riconoscibilità e cura del dettaglio. In questo quadro si inseriscono le numerosissime iniziative indipendenti sparse per la pensiola, come festival e fiere, che danno letteralmente ossigeno ad un mondo mainstream sempre più asfittico.

Non ci vuole molto a capire che il web, in particolare il web 2.0, ha cambiato radicalmente il mondo editoriale, anche italiano: è stato già Giulio Mozzi con Vibrisse a sperimentare lo scouting letterario via Internet, e oggi basta pensare a progetti molto diversi come quello di Scrittura Industriale Collettiva o della start-up letteraria 20lines per capire che il web sta cambiando non solo le forme della distribuzione e della fruizione libraria, ma anche le regole del linguaggio letterario.

Anche la perdita di autorevolezza dei giornali cartacei, le cui recensioni sono notoriamente pilotate e talvolta foraggiate dai grossi gruppi editoriali di cui sopra, è ormai conclamata e va letta insieme al crescente ruolo di Internet come orientamento del mercato e degli interessi dei lettori. Si è calcolato che una recensione sul Corriere della Sera, che fino a dieci anni fa faceva vendere 1000 copie, oggi muove forse 100 copie: si tratta di smottamenti significativi che vengono osservati attentamente dagli editori, se anche un colosso come Mondadori, per la prima volta, ha organizzato un’intera campagna di lancio pubblicitario (quella per Le affinità alchemiche della giovanissima Gaia Coltorti) quasi interamente su Instagram. È in questo quadro che si apre lo spazio per blog letterari come Nazione indiana, Le parole e le cose, o anche il padovano Conaltrimezzi: se infatti il mito internettiano dell’orizzontalità assoluta sembra mal adattarsi al mondo letterario ed è paradossalmente più suscettibile di incorrere nelle falle di sistema sempre in agguato (si pensi alle recensioni prezzolate scoperte su amazon.com o Anobii), alcuni blog letterari sono diventati veri e propri trendsetter e possono aspirare all’autorevolezza una volta detenuta dalla carta stampata, e in più ad una più spiccata autonomia da ricatti e pressioni da parte del mercato editoriale.

Tutto il panorama dell’editoria italiana nella crisi, mosso e frastagliato, è insomma da osservare attentamente, specie per chi ha occhi e cuore attenti all’indipendenza e considera un valore la bibliodiversità.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Intervista a Massimo Carlotto sul nuovo romanzo "Sara - Il prezzo della verità"]]>

Uno degli eventi clou dell'edizione 2013 del Festival di SugarPulp - Le culture del pop è stata la presentazione in anteprima di Sara. Il prezzo della verità di Massimo Carlotto, il terzo romanzo del ciclo Le Vendicatrici, in uscita in libreria l'8 ottobre.

Dopo aver partecipato alla tavola rotonda coordinata da Silvia Gorgi sul rapporto fra cinema e scrittura insieme a Nicolai Lilin e Tim Willocks, Carlotto ha presentato il romanzo in una sala gremitissima. Come gli altri libri della tetralogia delle Vendicatrici, anche Sara è stato scritto a quattro mani con Marco Videtta ed è pubblicato per i tipi di Einaudi Stile Libero.

Come ci racconta Carlotto nell'intervista, Sara è la più misteriosa fra le donne protagoniste della serie di romanzi: racchiude dentro di sè un grande dolore e progetta da sempre la propria vendetta. Come sempre nel caso di Carlotto, anche nel ciclo delle Vendicatrici la narrativa di genere serve a raccontare questo Paese, i suoi (molti) vizi e le (poche) virtù. L'autore ha anche sottolineato come il genere noir, che in questi anni è stato capace di anticipare e raccontare al pari di pochi altri l'Italia della crisi, sia ora chiamato a diventare, da "letteratura della crisi", "letteratura del conflitto": Carlotto e Videtta lo fanno con i romanzi dedicati alle Vendicatrici, dove quattro donne ferite e offese si ribellano alla loro condizione di vittime designate e, vendicandosi dei loro uomini "sbagliati", si conquistano una vita degna.

In chiusura delle tre giornate del Festival 2013, che ha registrato quest'anno un record di presenze, sono infine dovuti i complimenti ai raqazzi di SugarPulp, che hanno ancora una volta dimostrato come sia possibile fare rete, creare cultura e raccontare in modo non banale il nostro territorio.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Intervista a Roberto Recchioni, autore della serie Orfani]]>

Roberto Recchioni è l'uomo del momento nel fumetto italiano: di fresco nominato curatore del leggendario Dylan Dog, è autore insieme a Emiliano Mammucari (copertine di Massimo Carnevale) di una nuova, attesissima serie, Orfani, in uscita il 16 ottobre per la Sergio Bonelli Editore.

La serie, ambientata in un futuro post-atomico e apocalittico, sarà la prima interamente a colori della storica casa editrice italiana e, mescolando due piani temporali, racconterà la vicenda di un gruppo di ragazzini sopravvissuti ad un attacco alieno alla Terra. Rimasti orfani di guerra, i giovani verranno addestrati per diventare i soldati del futuro e combattere la potentissima minaccia proveniente dallo spazio, mentre un gruppo di adulti li osserva con freddezza, come fossero gli dèi dell'Olimpo che dall'alto di divertono a contemplare le miserie umane.

Orfani, di cui sono previste due annate per un totale di 24 numeri, è stato presentato in anteprima nazionale a Padova, al Festival Sugarpulp 2013 - Le culture del pop: è stata l'occasione per discutere con Recchioni dei suoi diversi progetti e soprattutto di Orfani (definito dall'autore "il mio lavoro più politico"), fumetto che dimostra una volta in più come gli elementi tipici di un genere definito "minore" come la fantascienza riescano ad aprire prospettive critiche sul mondo che ci circonda, trattando temi come anaffettività, guerra, ma anche la piaga dei bambini soldato.

"); this.fullscreenMessageTimeoutId = setTimeout(function(){ $(".fullscreenMessage").fadeOut(function(){$(this).remove()}); },5000); }); } });$(".galleria-53d8845d60272_fullscreenHook").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-53d8845d60272") { this.enterFullscreen(); } }); });$("#galleria-53d8845d60272 .galleria-stage .galleria-image img").live("click",function(){ var galleries = Galleria.get(); $.each(galleries,function(){ if ( $(this._target).attr("id") == "galleria-53d8845d60272") { if ( this.isFullscreen() ) { this.next(); } else { this.enterFullscreen(); } } }); });}); ]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Amianto. Una storia operaia - Alberto Prunetti]]>

Amianto di Alberto Prunetti racconta la storia di Renato, operaio specializzato e trasfertista nell’Italia del post-miracolo economico. La sua specialità sono le saldature speciali, quelle fatte vicino a grandi cisterne di petrolio o altri materiali infiammabili, che era prassi realizzare sotto grandi teloni d’amianto. Oggi questa parola evoca subito il processo Eternit, la dignità e il coraggio delle famiglie di Casale Monferrato, ma negli anni Settanta essa era solo sussurrata, occultata nelle buste paga degli operai più a rischio sotto la voce “premio per disagio cantiere”. E di “disagi” del genere Renato ne patisce parecchi: respira ogni sorta di metalli pesanti, soprattutto piombo e zinco, ha i timpani pressoché distrutti dai colpi della sua mazzuola in ferro, ma soprattutto non sa ancora che una fibra d’amianto gli è penetrata nei polmoni e ha cominciato la sua micidiale missione cancerogena.

Renato, è bene dirlo, di cognome si chiama anch’egli Prunetti ed è il padre di Alberto: Amianto purtroppo non è un libro di fantasia. L’autore, ripercorrendo la vita del padre a partire dalla propria nascita a metà anni ‘70, offre un ritratto salace della provincia toscana fra Livorno, Pisa e Grosseto, della Maremma al tempo stesso operaia e contadina, ma soprattutto una mappa d’Italia alternativa e anti-turistica, tutta vissuta negli alberghi da operai vicini alle grandi fabbriche attraversate da Renato: Rosignano Solvay, Piombino, Casale Monferrato, Novara, Taranto. Mentre il figlio si laurea e approda  a mille lavori precari, scoprendo tutta la falsità della retorica meritocratica sull’università come occasione di ascesa sociale, Renato, sempre più conscio della pericolosità del suo mestiere e della violazione dei propri diritti, approda alla pensione in un’Italia desertificata dal punto di vista industriale e culturale. Non se la godrà per molto, Renato, la pensione: lo si sa dall’inizio del libro, ma le pagine dedicate alla malattia e alla morte sono intense e commoventi come raramente accade nel territorio dove la letteratura lambisce la realtà. Verrà poi la rabbia, ed il difficile conseguimento del riconoscimento dell’esposizione di Renato all’amianto, che ha poco di materiale e molto di simbolico: una sorta di appendice postuma della lotta del padre per i suoi diritti.

Amianto è un libro importante, non solo perché, come recita il sottotitolo, racconta “una storia operaia” in una panorama letterario che di solito le fabbriche le evoca nei titoli dei libri per poi subito dimenticarle (lo sottolinea Valerio Evangelisti nella bella, sentita prefazione), ma anche perché riscrive un pezzo di storia italiana, quello che inizia alla fine delle lotte sociali di fine anni Settanta, imposte dallo Stato e dal Partito Comunista “il cui compito storico era evitare che in Italia avvenisse la rivoluzione” (cit.), e si protrae per gli anni Ottanta e Novanta delle ristrutturazioni industriali, della marginalizzazione della figura e del ruolo storico e simbolico degli operai, dell’imposizione definitiva dell’immaginario piccolo-borghese e di un'idea accattona del self-made man. Una storia di parte, e non pacificata, e che come ogni tragedia non consola né ha niente da insegnare; semplicemente, cambia un po’ la vita di chi legge, e aiuta a trovare in fondo al dolore e alla rabbia le forze per costruire un po’ di speranza.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Jim entra nel campo da basket - Jim Carroll]]>

Il lavoro di recupero di classici della (contro-)cultura americana, da sempre missione della casa editrice romana minimum fax, ci consente di leggere in traduzione italiana (curata, come la prefazione, da Tiziana Lo Porto) The basketball diaries. 1963-1966, il libro-scandalo con cui Jim Carroll, già autore di apprezzati libri di poesie, nel 1978 entrò nel gotha della letteratura americana "maledetta" e beat.

Le pagine di diario di Jim raccontano una vicenda drammatica, come può esserlo l'avvicinamento all'eroina all'età di 13 anni di un ragazzino irlandese dei quartieri poveri di New York. Jim è un promettentissimo giocatore di basket, ambito dalle squadre giovanili di tutta Manhattan, porta i capelli lunghi ed è ossessionato dall'incubo nucleare. Jim semplicemente cresce troppo in fretta, e a 13 anni comincia con l'eroina perché credeva che fosse la marijuana a dare dipendenza, e non viceversa.

Il libro trabocca di sesso fra adolescenti, tossici che si dondolano sull'altalena di Central Park, marchette nei bagni della stazione, truffe a vecchie cattoliche, riformatorio e naturalmente di eroina, ma in qualche modo la voce del narratore conserva una naturale purezza, restando lucida e asciutta. I suoi commenti sulla realtà degli anni '60 trovano forma in un ritmo vertiginoso, al tempo stesso cinico ed innocente: veramente incredibile, come disse una volta Kerouac, che un tossico quindicenne scrivesse meglio della grandissima parte dei romanzieri americani.

Quindici anni dopo Il giovane Holden, Carroll offre un ritratto della gioventù sottoproletaria americana che è crudele e toccante come può esserlo solo la vita vera, tragica eppure "messa in forma" dalla poesia: una ricerca ostinata di purezza che passa anche attraverso l'inferno. Da leggere.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Le pioniere della musica elettronica - Johann Merrich]]>

Le pioniere della musica elettronica, libro con cui Johann Merrich prosegue ed espande le interessanti ricerche che da anni i conoscitori del suo blog e della sua attività hanno imparato a conoscere, è un libro importante per venire a contatto con “l’altro lato” della musica elettronica, quello femminile, spesso ignorato o snobbato, ma che in realtà è in grado di riservare molte sorprese.

L’autrice affronta quest’avventura con un’ammirabile attitudine: la sua è una posizione di parte (la stessa Johann-Giulia è una musicista attiva nella promozione dell’elettronica femminile), ma, come affermato nella premessa, nel libro non si troveranno polemiche contro il maschio “porco e sciovinista”: è nella stessa scrittura, nel collage di vite spesso straordinarie delle artiste, che il libro raggiunge il suo obiettivo, quello di illuminare un universo creativo rimasto troppo a lungo nell'ombra e che merita senz'altro di essere conosciuto meglio.

Fin a partire dagli esperimenti pionieristici di Lady Ada Lovelace, la figlia di Lord Byron che è stata la vera inventrice della musica elettronica nell’Inghilterra vittoriana, e dal rapporto di Lucie Bigelow, Clara Rockmore e Johanna Beyer con Leon Theremin, l’inventore dell’omonimo strumento musicale basato sugli oscillatori, la storia attraverso cui l'autrice ci conduce è decisamente affascinante, anche per i non addetti ai lavori. Le successive e decisive tappe saranno le pionieristiche attività del BBC Radiophonic Workshop nell’Inghilterra della seconda guerra mondiale e soprattutto la fervida atmosfera dei campus americani degli anni ’60, dove la nascita dei primi sintetizzatori analogici (Moog e Buchla Box su tutti) si accompagna al diffondersi della prima “vera” musica elettronica, con colonne sonore e performance live.

In tutto questo percorso, la presenza femminile, a volte sottotraccia (tecniche di laboratorio, assistenti etc...) è stata fondamentale: molti sono i nomi di artiste e performer che si intrecciano a quelli più noti di teorici e musicisti del calibro di Varèse, Cage, Ussachevsky e tanti altri; e forse pochi sanno che Walter Carlos, l’autore del celebre Switched on Bach (1968) che dimostrò per la prima volta le potenzialità del sintetizzatore, nel 1972 decise di diventare Wendy, per mezzo di un’operazione chirurgica.

La nascita del MIDI a metà degli anni Ottanta e la diffusione di synth digitali sempre più maneggevoli segna il passaggio verso la contemporaneità dell’elettronica: dopo una storia quasi centenaria, il futuro dell’elettronica, anche femminile, resta ancora tutto da scrivere.

P.S.: La rivelazione sconvolgente sul padre della musica barocca raccontata nell’introduzione vale da sola il libro... Leggere per credere!

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L'inviato dalla rete - Alessandro Ticozzi]]>

Dopo aver fatto parlare di sé con Diario di un cinemaniaco di provincia e con il saggio L’Italia di Alberto Sordi, Alessandro Ticozzi torna in libreria con L’inviato dalla rete, una poderosa raccolta dei suoi scritti sul cinema, comparsi principalmente sui siti dell’Asssociazione Unis@und, Quarto Potere e Le reti di Dedalus.

Prendendo a prestito il titolo del suo romanzo, che raccontava con gli stilemi della “commedia all’italiana” le tragicomiche avventure accademiche e sessuali di un giovane universitario iscritto al DAMS, possiamo affermare che con questo libro Ticozzi dimostra di essere veramente un “cinemaniaco”. Su tutto il cinema italiano, dai telefoni bianchi di Camerini ad una rilettura sociologica dello stracult di Jerry Calà, passando naturalmente per il nostro cinema forse migliore, quello di impegno civile da una parte (Rosi e Germi su tutti) e quello ferocemente satirico dall’altra (Risi, Scola, Monicelli), l’autore mostra infatti una competenza quasi sbalorditiva, specie se confrontata alla sua età: lo mette in luce anche Enrico Vaime, che firma la prefazione. Non sono dimenticati gli aspetti meno visibili, ma fondamentali, della settima arte: così non mancano le interviste dedicate a sceneggiatori e critici, oltre che sporadiche incursioni nel mondo della televisione e del teatro.

Quello che emerge dal libro è senz’altro una grande passione per il cinema italiano, e la voglia di metterne in luce gli aspetti anche meno noti e che pur meriterebbero di essere valorizzati. L’inviato dalla rete è insomma un libro che un appassionato di cinema non dovrebbe lasciarsi sfuggire, e da cui si possono imparare tante cose: dal fatto che l’“eroe buono” del Neorealismo Raf Vallone era stato allievo di Leone Ginzburg ed Einaudi nella Torino della Resistenza, alle notizie sulla poco conosciuta attività teatrale di Adolfo Celi e Luciano Salce in Brasile.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Il condottiero - Georges Perec]]>

Dopo aver recentemente pubblicato Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, la casa editrice Voland riporta in libreria Georges Perec, stavolta con un romanzo inedito, Il condottiero.

Il romanzo, scritto da un giovanissimo Perec fra il 1957 e il 1960 e rifiutato all'epoca dalla casa editrice Gallimard (Perec esordirà solo nel 1965, con lo straordinario Le cose), ha avuto esso stesso una sorte avventurosa, come ci racconta Claude Burgelin nella bella Postfazione. Durante un trasloco, Perec aveva infatti collocato i suoi scritti giovanili in una valigetta e gli scartafacci di cui voleva disfarsi in un’altra, ma poi aveva gettato la valigia che voleva conservare: il romanzo si è salvato solo perché alcune copie erano ancora in possesso di vecchi amici dello scrittore, morto nel 1982.

Il romanzo, tradotto magistralmente da Ernesto Ferrero, ha per tema  un delitto: l'insospettabile falsario Gaspard Winckler, su commissione del ricco Anatole Madera, intende realizzare un falso del Condottiero di Antonello da Messina, esposto al Louvre. Il corpo a corpo con l’opera del grande maestro rinascimentale è però sfida impossibile per Winckler che, resosi conto del proprio fallimento, assassina Madera. Il romanzo prende le mosse da questo delitto (prima frase, indimenticabile: “Madera era pesante”) e, a metà fra il flusso di coscienza e l’interrogatorio poliziesco, ricostruisce la vita del protagonista, con la sua ambizione di realizzare il falso come se fosse un nuovo originale, e la paradossale libertà che scaturisce dal compiere un atto, come l’uccisione di Madera, da cui non si può più tornare indietro.

Chi ama Perec troverà in questo libro, sia pure in forma ancora talvolta acerba, molto del suo stile e dei suoi temi prediletti: la realtà come puzzle, il gioco di specchi fra falso e reale (si pensi a Storia di un quadro, a sua volta recentemente tradotto in italiano), perfino il personaggio di Winckler che ritorna nel suo capolavoro, Vita istruzioni per l’uso. Per i tanti amanti del grande scrittore francese, ma anche per tutti gli appassionati di quella “linea ideale” che va da Flaubert a Queneau e Calvino, Il condottiero è un libro da non perdere.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Dio odia il Giappone - Douglas Coupland]]>

Douglas Coupland, uno dei più grandi scrittori dei nostri giorni, torna in libreria grazie a ISBN con Dio odia il Giappone, scritto nel 2000 ma rimasto inedito ovunque fino a oggi, tranne che nel paese del Sol Levante (quella di Anna Mioni è la prima traduzione mondiale).

Il romanzo è una sorta di foto di gruppo nella Tokyo di fine anni '90. Hiro Tanaka e i suoi amici, semplicemente, vivono la loro giovinezza: studiano, escono a ballare, si ubriacano, flirtano con le ragazze, prendono droghe e sono preda dello spleen adolescenziale. Ma essere giovani con sulle spalle il peso di una cultura millenaria al tracollo non è facile: Hiro non sa cosa vuole dalla vita, sa solo che non vuole diventare come i propri genitori. Lui e l'amico Tetsu si trasferiscono in un ufficio sfitto chiamato "Bubble Palace", e da lì si dipanano le loro disgraziate vicende lavorative e gli inseguimenti alle ragazze, in una Tokyo popolata di burattini vestiti all'ultima moda, patetici gaijin, estremisti religiosi e pornoragazzine provocanti.

A cambiare le carte in tavola è l'improvvisa occasione per partire, e lasciare l'odiato Giappone: all'inseguimento dell'irrequieta Naomi, sorella di Tetsu, lui e Hiro volano dall'altra parte del Pacifico, a Vancouver, dove una vasta comunità di giovani giapponesi passa il tempo a fumare marijuana e a vivere al di sopra delle proprie possibilità grazie al cambio favorevole con il dollaro. Ma anche Vancouver non è che un miraggio, una soluzione troppo semplice per essere vera: e così Hiro tornerà a Tokyo, dopo aver sperimentato il preciso momento "in cui finisce la giovinezza". Ma, come in ogni libro di Coupland, l'Apocalisse è dietro l'angolo, e il ritorno in Giappone non sarà semplice come Hiro l'aveva immaginato.

"Romanzo d'amore e fine del mondo": questo il sottotitolo del libro, e bisogna dire che il romanzo, paradossale ibrido fra manga e romanzo esistenzialista, mantiene tutte le sue promesse. Subito ci si trova a parteggiare per Hiro e i suoi amici, impegnati in una lotta impari con un Giappone immobile e immobilizzante, mentre la trama si dipana in maniera surreale ma geometricamente irresistibile, come ben sa chi ha amato altri libri dell'autore come (per dirne una) Eleanor Rigby; le illustrazioni di Michael Howatson contribuiscono a rendere il libro un piccolo gioiello. Consigliatissimo.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Homo sapiens Nord Est - Cristiano Prakash Dorigo]]>

Scritti nell’arco di una decina d’anni, i quindici racconti raccolti in Homo sapiens Nord Est (Mare di carta, 2011) offrono uno spaccato originale e toccante dell’umanità che abita (come tanti di noi) a Nord-Est. Un Nord-Est, quello raccontato da Cristiano Dorigo, che da geografico diventa anche in qualche modo “luogo dell’anima”, in una cartografia dei sentimenti inevitabilmente complessa e a tratti anche contraddittoria, campo di tensione dove convivono individualismo ed edonismo, m anche un disperato bisogno d’amore e di socialità.

Secondo i dettami di quella che potremmo chiamare “autofiction” (l’autore stesso fa i nomi di  Bret Easton Ellis, Mauro Covacich, Giuseppe Genna, Walter Siti, Philip Roth), spesso il protagonista dei racconti si chiama Cristiano come l’autore, quindi il libro dà l’idea di ritrarre lo stesso personaggio in fasi diverse della sua vita: giovane che si perde (e forse si ritrova) un viaggio estremo ad Amsterdam, in un racconto disturbante ma bellissimo che ricorda Tondelli, quarantenne ad una festa fra vecchi amici stile “Il grande freddo”, lavoratore disilluso in un supermarket, vecchio che ha ancora il coraggio di indignarsi e scrive al Presidente del consiglio. Il Nord-Est cambia, e così anche la scrittura di Dorigo (i racconti, lo ricordiamo, sono stati scritti in un periodo di tempo sensibilmente ampio): per questo quella dell’autore è una sorta di “fotografia in movimento”, che dà l’idea dell’evoluzione anche antropologica che ha segnato i nostri territori nel corso del tempo, dagli anni Novanta dell’apogeo del mito del Veneto come Baviera d’Italia, agli anni Zero della crisi e dei suicidi. Tutti i racconti sono tasselli del mosaico che l’autore ci propone, ognuno un ritratto, una singola prospettiva, parziale eppure credibile, di quello che accade alla periferia dell’impero.

Come scrive Pino Roveredo nella prefazione, contribuisce alla godibilità del libro di Dorigo lo stile scelto dall’autore, che rifiuta “il rumore dello scalpore” per prediligere i toni di una “rispettosa dignità”.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Morte di un Casanova - Leonard Cohen]]>

Pubblicato originariamente nel 1978 e oggi riproposto dalla casa editrice minimum fax, Morte di un Casanova di Leonard Cohen è un libro veramente sorprendente, a tratti diseguale (i testi raccolti sono davvero troppi) ma senz’altro consigliato a tutti i fan del grande cantautore canadese.

Aprendo il libro di Cohen sembra di entrare in un labirinto, anzi in un gioco di specchi: quasi tutte le poesie, infatti, sono seguite da un brano in prosa, in forma di appunto o di pagina di diario, che funge da contrappunto alla poesia, spesso rovesciandone il senso, demistificandolo con ironia o al contrario accrescendone il pathos doloroso. Sembra quasi che in Cohen convivano due persone, l’autore e un suo alter ego più segreto, che glossa e commenta le pagine del libro, tutte dedicate all’amore, visto in tutte le sue sfumature. Un amore che, per il poeta-cantautore, è, allo stesso tempo e inscindibilmente, salvezza e dannazione.

La struttura del libro ben si adatta al Leonard Cohen di fine anni '70: quegli anni sono stati un periodo difficile per il cantautore, che aveva avviato un improbabile sodalizio artistico con Phil Spector e viveva una fase di esaltazioni e acute depressioni.  Ma la stoffa dell’artista si riconosce anche dalla maggior parte delle poesie raccolte in Morte di un Casanova, a volte spirituali, a volte esplicitamente sessuali, spessissimo disperatamente sincere. Anche nel turbinio di fine anni ’70, Cohen non poteva fare a meno di cercare, sempre, le parole giuste per parlare del sentimento più complesso di tutti, l’amore. Del proprio, e anche di quello di tutti gli altri.

Completa il libro una prefazione di Vasco Brondi, appassionata e appassionante. A tutti i fan del menestrello di Montréal, dunque, buona lettura.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Notte fantastica - Stefan Zweig]]>

Adelphi continua nella meritoria pubblicazione delle opere fondamentali di Stefan Zweig, uno dei grandi narratori del secolo scorso, non ancora notissimo in Italia ma fra coloro che meglio hanno incarnato l'atmosfera segreta e pulsionale della Vienna di inizio Novecento, in compagnia di nomi del calibro di Hofmannsthal, Schnitzler e Freud.

Nei quattro racconti raccolti in Notte fantastica, l'autore racconta con diverse sfaccettature la violenza delle passioni umane. In La donna e il paesaggio il tema è l'amore per una sonnambula, in una notte descritta con forte carica onirica. In Il vicolo al chiaro di luna, Zweig racconta invece il delirio di un marito abbandonato che implora ogni notte la moglie, diventata prostituta, di tornare con lui, mentre in Leporella al centro della scena è il rapporto di totale dedizione di una serva nei confronti del padrone, che non sembra arrestarsi nemmeno di fronte ad un'azione irreparabile. Ma è forse nell'omonimo Notte fantastica, il racconto più lungo, che Zweig dà il meglio delle sue doti di superbo narratore, nel ritratto di un uomo preda di una patologica apatia, che si scuote dal torpore e torna a provare sentimenti in seguito ad un evento fortuito e criminale, con cui si immerge di nuovo nel flusso della vita che da troppo tempo si limitava a contemplare come spettatore.

Protagonista di tutti i racconti è naturalmente Vienna, capitale asburgica indolente ma segretamente passionale, città di grandi case nobiliari e altoborghesi ma anche dell'umanità afflitta che si raduna intorno alla ruota del Prater, e che affolla i vicoli del centro. Per tutti quelli che amano le atmosfere mitteleuropee, ma soprattutto per chi a Vienna ha vissuto (chi scrive è fra questi), questo e tutti gli altri libri di Zweig sono una lettura davvero imprescindibile.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Al limite boschivo - Thomas Bernhard]]>

É tornato disponibile nel 2012, dopo parecchi anni di assenza dalle librerie, Al limite boschivo di Thomas Bernhard, apparso per la prima volta nel 1969: un evento di cui rallegrarsi, e per cui essere riconoscenti a Guanda, la casa editrice che tradusse il libro nel 1981, facendo conoscere per la prima volta ai lettori italiani il controverso scrittore austriaco.

Il libro è composto da tre racconti brevi, che pur nella brevità offrono un ricco spaccato dei temi e dello stile di Bernhard. In Kulterer, un recluso vive gli ultimi giorni di detenzione prima della rimessa in libertà, una libertà che però un ex-carcerato come lui non può che vivere con angoscia, come un’altra forma di isolamento e reclusione; ne L’Italiano, un funerale e la visita di un conoscente straniero increspano la placida tranquillità di una villa di campagna e della famiglia che la abita, portando alla luce un passato di efferatezze che si credeva sepolto per sempre; infine il racconto che dà il nome alla raccolta, Al limite boschivo, è una sorta di enigmatico giallo senza detective ambientato fra le impervie montagne dell’Austria.

Chi ha amato, ad esempio, Perturbamento e Antichi maestri (ma anche i libri del nostro Vitaliano Trevisan) riconoscerà anche nel breve Al limite boschivo lo stile inimitabile di Bernhard, uno dei più spietati cronisti, direi entomologi del male di vivere del Novecento.  La sua prosa cronachistica e regolare, fatta di frasi scarne e silenzi, sembra dire che nulla mai succede, che tutto è già successo, salvo poi metterci davanti agli occhi il male con una tale inevitabilità da lasciare il lettore sopraffatto, annichilito. E stranamente impaziente di ricominciare a leggere.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Cielo nero - Arnaldur Indriðason]]>

Ritorna in libreria Arnaldur Indriðason, il giallista islandese edito da Guanda che da qualche anno appassiona sempre più lettori italiani. Nel suo nuovo libro, Cielo nero, il caso affidato al detective Sigurður Óli è in apparenza quasi banale: un’aggressione finita male ai danni di Lína, impiegata scambista e ricattatrice dilettante. L’omicidio di Lína ha tutta l’aria di essere la reazione a uno dei ricatti a sfondo sessuale della donna, la cui vita era in superficie perfettamente normale. Sigurður ha ben altro a cui pensare: la separazione dall’amata BergÞora, i guai in cui si cacciano i suoi amici, nonché il dramma di Andrés, alcolista disadattato che cerca disperatamente di riprendersi la vita che gli è stata sottratta da giovanissimo e di mettersi in contatto con il detective per raccontargli la sua storia di orrore.

Ma la Reykjavík degli ultimi anni è una città più oscura di quello che sembra: con il progredire delle indagini sotto gli occhi di Sigurður si apre uno scorcio inquietante sulla bolla finanziaria islandese degli ultimi anni, che sul boom delle banche e dei mutui a basso interesse ha costruito progresso di cartapesta sul punto di crollare. Tutti in Islanda vogliono arricchirsi, e per i più la strada più facile è rappresentata dall’indebitamento, mentre negli ultimi piani dei palazzi delle banche d’affari si architettano piani per riciclare denaro sporco, evadere le tasse e trasformare i soldi pubblici in profitti privati. Anche Sigurður, animatore da giovane di un giornale liberale, sarà costretto a mettere in dubbio la propria ammirazione incondizionata per il “miracolo islandese” ed il suo disprezzo per i delinquenti comuni delle periferie, sprezzantemente definiti “reietti”.

Indriðason ha scritto un giallo avvincente e molto teso, che si muove fra il centro metropolitano di Reykjavík e i paesaggi spettacolari e desolati dei ghiacciai. Una storia senza lieto fine, quella di Cielo nero, che racconta la perdita dell’innocenza di un Paese nell’inseguimento del miraggio della speculazione finanziaria.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L'aspra stagione - Tommaso De Lorenzis, Mauro Favale]]>

Ci sono vite, come quella di Carlo Rivolta, raccontata da Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale nel consigliatissimo L’aspra stagione (Einaudi, 2012) che sembrano correre troppo veloci. A ventisei anni, questo calabrese trapantato a Roma è già uno dei cronisti più autorevoli del neonato quotidiano “la Repubblica”. Look da capellone, vicino al PSDUP, Rivolta frequenta regolarmente le assemblee de “la Sapienza” e scrive alcuni degli articoli più noti sul ’77 romano, come quello, celeberrimo, sulla cacciata di Lama dall’Università.
Ma anche in questa fase di entusiasmo, segnata più da luci che da ombre, Rivolta è come già predestinato a una vita complicata: scrive di quello che lo appassiona, si sente “militante” (è uno dei fondatori di Radio Città Futura), ma al tempo stesso rivendica, da cronista, il proprio diritto di giudizio, autonomo sia da un PCI che già viveva una sindrome da assedio, sia dal movimento per cui pure simpatizzava, e anche, coraggiosamente, dalla linea editoriale del suo quotidiano.

Come in un plot tragico, il destino di Rivolta non tarda a manifestarsi: incrinatosi il rapporto con il quotidiano di piazza Indipendenza per la sua posizione eterodossa sul caso Moro, favorevole alla trattativa all’interno di una redazione compattamente schierata per la “ragione di Stato”, egli è ancora in grado di scrivere pezzi magistrali come quelli sul terremoto in Irpinia. Ma Carlo stava pericolosamente intensificando i propri rapporti con una droga, l’eroina, che proprio in quel periodo invade improvvisamente le piazze italiane. Lette sotto questa luce, le pagine della sua pionieristica inchiesta sugli stupefacenti, con la descrizione del tossico che gira i quartieri della Capitale per trovare da svoltare, fanno palpitare sotto le spoglie del reportage tutta la loro trattenuta drammaticità.

Fatto infine fuori da “Repubblica” per aver firmato come direttore responsabile, nel clima plumbeo del dopo 7 aprile, il terzo numero di Metropoli, la rivista di Piperno, Scalzone e dell’Autonomia operaia romana, Rivolta passa al quotidiano Lotta Continua, dove scriverà fino alla morte, avvenuta nel 1982 dopo l’ultimo, sofferto e purtroppo inefficace tentativo di disinossicazione.

L’aspra stagione è un libro importante e, attraverso la prospettiva così particolare della vita di Rivolta, De Lorenzis e Favale parlano anche di un’intera generazione, o almeno di una sua parte: “la meglio gioventù” di chi, dopo aver attraversato con entusiasmo il ’77, non ha retto alla spietata alternativa fra lotta armata e riflusso nel privato, e ha trovato nella “roba” una disperata ancora di salvezza. Dopo aver letto L’aspra stagione, in ogni caso, anche noi come gli autori non possiamo che "tifare Rivolta".

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Manhattan Transfer - John Dos Passos]]>

A distanza di più di ottantacinque anni dalla prima edizione americana (1925), grazie ad una meritoria iniziativa della casa editrice Baldini Castoldi Dalai esce per la prima volta in Italia la versione integrale (in una nuova traduzione) di Manhattan Transfer, uno dei capolavori del grande romanziere John Dos Passos, autore per troppo tempo sottovalutato ma che in realtà si ritaglia un ruolo di primo piano nella storia della narrativa del ‘900. Un percorso esemplare quello di Dos Passos, che muove da modernismo della “generazione perduta” dell’età del Jazz e arriva alle soglie del radicale sperimentalismo joyciano.

In Manhattan Transfer, Dos Passos racconta la storia della città di New York nel suo periodo d’oro, quello da fine Ottocento agli anni Venti, e lo fa attraverso il collage di una miriade di vicende personali, fortunate o drammatiche, che compongono un mosaico di impressionante forza. Dal lattaio che si arricchisce grazie ad un premio assicurativo e diventa uno spietato affarista fino alla seducente ed inquieta ballerina, tutti i personaggi che popolano le pagine di Manhattan Transfer sono portatori di quell’irrefrenabile energia che ha fatto di New York “la città dove tutto accade”. Energia su cui, beninteso, lo sguardo critico dell’autore si posa lucidissimo, e già capace di cogliere, lui allora marxista libertario, tutti i rischi che consumismo, esasperata competizione e affarismo spietato potevano causare ai più deboli e al mondo intero (esemplari le chiacchierate fra industriali “registrate” durante i preparativi della Prima guerra mondiale).

Dos Passos è innovativo anche per la volontà di non distogliere lo sguardo da temi allora scabrosi come le relazioni omosessuali e gli aborti e per l'attenzione e la simpatia riservata a lavoratori, sindacalisti radicali, anarchici e comunisti; alcuni di questi passaggi (in particolare le pagine dedicate ad un anarchico italiano), “censurati” dalla prima - e fino a oggi unica - traduzione italiana, apparsa in epoca fascista, sono quelli che appaiono per la prima volta oggi, tradotti da Stefano Travagli.

Manhattan Transfer, insomma, è un ritratto mobilissimo e potente di una metropoli, la New York di Greenwich e Wall Street, ancora oggi brulicante di vita, affascinante e inquietante, e anche una prova magistrale dello stile di Dos Passos, che si affinerà ancor di più con il montaggio “alla Ejzenstejn” del successivo Il quarantaduesimo parallelo (1930).

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[La ballata degli incazzati - Italia Peggiore]]>

Fra i numerosi istant book che, dopo lo straordinario successo di Indigatevi! di Stéphane Hessel, hanno cominciato a popolare le librerie, merita di essere segnalato questo Ballata degli incazzati, opera di una giovane precaria, "una ragazza come tante, laureata con il massimo dei voti e cresciuta con tanti sogni", che si cela dietro lo pseudonimo di Italia Peggiore (ricorderete l’insulto di Brunetta ai precari della Pubblica Amministrazione che lo contestavano).

Il libretto adotta  toni da pamphet nello stemperare con sarcasmo (vedi la citazione di Villon del titolo) la drammaticità dei problemi che, purtroppo, più o meno tutti ci troviamo a sperimentare nelle nostre vite: la fatica di raggranellare un reddito che consenta di arrivare a fine mese, la frustrazione di non vedere mai ripagati i sacrifici, la nausea per il degrado culturale degli ultimi vent’anni, e soprattutto una precarietà onnipervasiva che, per chi “non è riuscito a diventare una velina o a entrare in qualche casta”, dal piano lavorativo si estende sempre più a quello esistenziale e affettivo.

Eppure il libretto dà anche una nota di speranza: è nel rapporto con gli altri, nell’autorganizzazione, nella lotta per la difesa e l’allargamento dei diritti che si può superare lo sconforto e ritrovare una speranza “incazzata” e non pacificata. Perchè fra “Francesca C., 37 anni, laurea e dottorato, impiegata in un call center” e “Sergio M., 59 anni, top manager milionario, col pallino dello smantellamento del diritto del lavoro”, non è poi così difficile scegliere da che parte stare.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Franco Quinto - Friederich Dürrenmatt]]>

Nel 1959, a Zurigo, andava in scena la prima di Frank der Fünfte – Oper einer Privatbank di F. Dürrenmatt. Mai riproposto in volume singolo in Italia, il testo esce oggi in libreria per  i tipi di marcos y marcos, e letto nel 2012 non può non far sorgere legittimi sospetti sulle doti profetiche possedute dal geniale drammaturgo e romanziere svizzero.

Sorta di esemplificazione in forma drammatica del celebre motto brechtiano “Che crimine è rapinare una banca in confronto a fondarne una?”, quest’opera in quattordici scene racconta la storia della dinastia dei Franchi, celebre famiglia di banchieri privati dal passato glorioso ma ora a un passo dalla rovina. E dire che Franco Quinto, l’attuale proprietario, ce l’ha messa proprio tutta per far prosperare i propri affari: non si contano negli anni truffe, corruzioni, rapine ai danni di clienti e dipendenti, il tutto non senza una generosa quantità di omicidi a oliare il meccanismo del profitto. Eppure Franco non ha la stoffa del capostipite che aveva fondato il suo patrimonio sul commercio degli schiavi o del nonno che aveva spolpato la Cina e Hong Kong, ed è perfino costretto a simulare la propria morte (il cadavere sarà opportunamente rimpiazzato da quello di un cassiere) per non finire in bancarotta. Fra il padrone e i pochi dirigenti rimasti si scatena una guerra senza esclusione di colpi: tutti soffrono di ben pochi rimorsi, tutti tengono nascoste ovunque copie della chiave della cassaforte e nessuno ha intenzione di investire i propri risparmi “onestamente” guadagnati nel salvataggio dell’impresa, come ora esige Franco Quinto. La salvezza per la banca arriverà grazie ai rampolli della famiglia Franco, Herbert e Franziska, che nei loro esclusivi college hanno imparato che il padre con i suoi delitti volgari non era che un dilettante: il vero successo si ottiene “lavorando legalmente con brutale onestà”, con crimini di ancor più larga scala, quelli perfettamente legali, senza bisogno di sporcarsi le mani come un qualunque gangster.

Dürrenmatt, come suo solito, ha confezionato una piéce lucidissima e ferocemente allegra nel fare a pezzi la morale borghese del suo Paese, la Svizzera, alla metà del secolo scorso; ma, come chiunque può giudicare, ancora oggi l’apologo di Franco Quinto è attualissimo per noi, impantanati fra spread, recessione e litanie varie sui sacrifici, e racconta una verità disturbante e fondamentale sulla follia del finanz-capitalismo, qui messo a nudo nei suoi gangli più inconfessabili.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[American Dust - Richard Brautigan]]>

Nel 1982, quando scrisse American Dust (So the wind won’t blow it all away), il suo ultimo libro, Richard Brautigan era per molti un ex-talento della letteratura nordamericana: il suo capolavoro, Pesca alla trota in America, risaliva a ormai 15 anni prima, e l’alcolsimo e la depressione avevano ormai da tempo minato il fragile equilibrio di questo scrittore originalissimo, spesso catalogato come hippy o beat ma in realtà assolutamente inclassificabile: un vero genio naïf sbocciato chissà come dal cuore del Paese.

É per questo che il romanzo, oggi ripubblicato da Isbn nella collana Reprints, ha qualcosa di miracoloso: è miracolosa la mescolanza di tono leggero ed elegiaco, e l’urgenza di tenere insieme queste schegge di passato quando ormai anche il presente è scardinato, “prima che il vento si porti via tutto”.

American Dust mescola continuamente i piani temporali, seguendo il vagabondare dei ricordi della voce narrante mentre mette insieme i frammenti di un episodio traumatico e fondamentale accaduto nel 1948, quando egli aveva tredici anni e viveva nell’Oregon, sotto i cieli sterminati e piovosi del Nord-Ovest. Tramite la storia del bambino che, sparando alle mele in un campo con un fucile calibro .22, uccide accidentalmente l’amico che era con lui, pare parzialmente autobiografica, Brautigan porta alla luce i fantasmi personali che lo attanagliavano negli ultimi anni e quelli collettivi di un’America sempre in guerra con gli altri e con se stessa, eppure paradossalmente struggente ed indifesa come un bambino con un fucile in mano.

Un libro (ed una traduzione, di Enrico Monti) consigliatissimo a tutti.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Come se Dio esistesse e altri racconti - Ettore Astny]]>

Un libro di racconti sul Nord-Est in balia della crisi, che non è solo economica, ma anche affettiva, relazionale, umana. È soprattutto questo Come se Dio esistesse e altri racconti di Ettore Astny, esordiente appena giunto in libreria grazie a Giuliano Ladolfi Editore.

Come accennato i racconti del libro, soprattutto i primi, ritraggono un’umanità sconfitta, fatta di uomini anagraficamente maturi ma che non hanno mai imparato ad avere un rapporto disinteressato con gli altri, e vivono in balia di un destino che non si sono scelti; degli analfabeti dei sentimenti che avvertono confusamente di vivere una vita che va alla deriva, ma sono del tutto sprovvisti degli strumenti per riprenderla in mano. Così è il pensionato di Lancenigo che fa il pendolare sulla tratta per Venezia per stare meno solo e ripensa a tutti gli errori della propria vita, così Filippo e Pietro, magazzinieri qualunquisti fatti fuori dalla crisi, due ragazzini delle medie dentro dei corpi da cinquantenni, amici da una vita senza mai essersi veramente conosciuti, e così soprattutto Roberto, protagonista del racconto forse più bello del libro, operaio che la mobilità e la perdita dell’indipendenza economica conducono ad un’apatia senza speranza e al distacco dalla famiglia. Una nota di speranza è data invece dall’ultimo racconto, La vita accanto, il più lungo e didascalico, che pare suggerire la possibilità che non sia troppo tardi per dire “sì” alla vita e liberarsi finalmente dall’oppressione di un’esistenza inautentica.

Come prevedibile dalle tematiche trattate, per buona parte questo è un libro dolente; ancora più doloroso il fatto che queste storie siano ambientate nel nostro Nord-Est, forse la regione d’Italia dove il benessere che si misura in cifre e statistiche è più alto, ma dove in tanti si sentono dentro quel grumo inesplicabile di frustrazione e rimpianto cui Astny ha il merito di dare voce.

In un momento drammatico come questo, dove il Veneto gode anche del triste primato dei suicidi per cause economiche, Come se Dio esistesse offre un’occasione per riflettere su cosa succede all’interno di quello che da qualcuno è stato definito il nuovo paradigma antropologico di questi anni, l’uomo indebitato, l’uomo-nella-crisi. Dandoci, forse, un’occasione per conoscerci meglio.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Eddy il santo - Jakob Arjouni]]>

Un simpatico musicista-truffatore, la più importante famiglia di imprenditori della Germania, e soprattutto una Berlino vivissima e camaleontica: sono questi gli ingredienti esplosivi di Eddy il santo, con cui Jakob Arjouni, il padre del genere “ethno-noir”, torna in libreria per i tipi di marcos y marcos.
Il protagonista, Eddy, è un uomo dalle molte facce: innanzitutto è un musicista di strada che a quarant’anni rimane ancora fedele ai sogni che aveva da ragazzo, e si esibisce con un gruppo rock nelle piazze e nei mercati di Berlino. Per arrotondare, Eddy pratica con successo anche l’attività di truffatore, in cui sprigiona una fantasia da vero artista (la spiegazione del “trucco del cieco” vale il libro). Nel suo quartiere, Kreuzberg, invece, egli mostra il suo lato più rispettabile di cittadino onesto, un po’ noioso e rigorosamente eco-friendly.

A turbare questo delicato equilibrio irrompe Horst König, il più grande imprenditore di Berlino, con cui Eddy ha un battibecco e che gli muore sotto gli occhi in un banalissimo incidente. Il libro diventa quindi una sorta di Delitto e castigo picaresco e hard-boiled: divorato dai sensi di colpa, Eddy vuole conoscere la figlia di König, che si rivela bellissima e tormentata, mentre la stampa comincia a salutare il presunto assassino del magnate come un eroe popolare, dato che König stava per mettere in piedi un gigantesco taglio di personale nel suo stabilimento berlinese...

Fra cambi repentini di ritmo narrativo e colpi di scena, Eddy il santo è un romanzo che si legge tutto d’un fiato, mentre Arjouni, con il suo stile frizzante e ironico, non rinuncia come sempre ad una precisa contestualizzazione sociale delle sue storie, stavolta nella Berlino dell’Hartz IV e della mania per il biologico, ma anche della crisi economica e degli inconfessabili rapporti fra politica, mondo imprenditoriale e grandi gruppi editoriali.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Romolo il Grande - Friederich Dürrenmatt]]>

“Commedia storica che non si attiene alla storia”: è questa la definizione che F. Dürrenmatt diede del testo teatrale in quattro atti Romolo il Grande, che torna in libreria per i tipi di Marcos y Marcos nella collana Mini Marcos.

La vicenda si svolge tutta nel palazzo imperiale in Campania, alla vigilia del crollo dell’impero romano d’Occidente: Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore, si disinteressa platealmente della calata dei Germani di Odoacre, e sembra pensare soltanto alla liquidazione del patrimonio dell’impero, ormai ridotto in bancarotta, e soprattutto al proprio allevamento di galline, che portano i nomi dei grandi imperatori del passato. Nei primi due atti l’autore fa di tutto per renderci antipatico questo imperatore pigro e indolente: nemmeno quando il ricchissimo industriale Cesare Rupf, produttore di un capo di vestiario dal fortunato avvenire (i pantaloni) si propone di salvare l’impero in cambio della mano della principessa Rea, l’imperatore si scuote dal suo torpore. Romolo è solo contro tutti: l’imperatrice lo pianta e fugge, l’imperatore d’Oriente Zenone lo disconosce, e i generali di corte ordiscono una bislacca congiura subito sedata. È solo nell’ultimo atto che Romolo svela al lettore le proprie ragioni: egli aveva consacrato la propria vita alla consapevole distruzione dell’impero, giudicandolo indegno di sopravvivere a causa della sua storia fatta di guerra e sopraffazione. Questa posizione rigorista entra però in crisi di fronte alla sofferenza e al dolore causati dal suo stesso comportamento (il fidanzato della figlia torturato dai Germani), fino all’ulteriore, imprevedibile colpo di scena finale...

Dürrenmatt, autore di alcuni fra i più bei gialli “esistenziali” del Novecento, è qui alle prese con una commedia che fa molto divertire (le galline con i nomi degli imperatori, i bizantinismi della corte di Zenone) ma che è capace di affrontare con sarcasmo temi universali come la guerra e la violenza del potere, in una pièce dal sapore brechtiano che si legge tutta d’un fiato.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Grazie, nebbia - Wystan H. Auden]]>

Wystan H. Auden è stato senza dubbio una delle figure chiave della letteratura del Novecento: dalla fase dell’impegno marxista alla conversione al cattolicesimo, dagli anni di Oxford a quelli americani, il poeta inglese naturalizzato statunitense non ha mai smesso di innovare e sperimentare, plasmando una lingua dalla musicalità senza pari. Gli estremi frutti del suo lavoro sono raccolti in questo Grazie, nebbia, scritto nel 1972 e pubblicato postumo nel 1974, recentemente tradotto da Adelphi.

Il libro testimonia il ritorno di Auden alla “sua” Oxford dopo i tanti anni passati a New York e in Austria, e ripropone i modi e i temi classici della sua poesia orgogliosamente “minore”: l’amore per la natura, anche nelle sue manifestazioni meno appariscenti (Grazie, nebbia), l’influenza della psicanalisi (Ode al diencefalo), soprattutto una critica corrosiva del progresso e della civiltà occidentali, visti attraverso l’ottica di una straniante ironia (cos’ha di più civile Cartesio, nei ritratti in cui è imparruccato e incipriato, rispetto a uno stregone amazzonico?). Un cenno merita anche lo sperimentalismo formale di queste liriche: il poeta sembra quasi divertirsi ad impiegare forme metriche inconsuete, e qui il suo stile alliterativo e muiscalissimo, con il caratteristico impasto di termini aulici e slang che i lettori di La verità, vi prego, sull'amore e Shorts conoscono bene, tocca davvero i suoi vertici.

Grazie, nebbia va dunque letto con l’attenzione che si deve prestare all’ultima prova di un grande maestro; e forse Auden emoziona soprattuttto quando, proprio alla fine della sua attività, si ferma a ringraziare i maestri di una vita, da Orazio a Goethe, da Frost a Brecht, e confessa che senza di loro non sarebbe riuscito a scrivere “neppure il più modesto” dei propri versi.

* Dedicato a Zeno, fratello del Nord-Est

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Dieci libri del 2011, dieci consigli per il 2012!]]>

I dieci libri elencati qui sotto sono alcuni dei testi che non solo hanno aiutato la redazione di BlowBook a crescere operativamente, ma sono stati anche fonte d'ispirazione e di accrescimento per il nostro vivere quotidiano.
I libri sono l'universo in cui rifuggiamo quando siamo alla ricerca di solitudine e pace. Questo tesoro infatti ci ha sempre lasciato la lettura: riappropriarci del nostro tempo e utilizzarlo come più ci piace.

Il lavoro redazionale è stato ispirato, coadiuvato, supportato e vivacizzato dai tanti libri che sono passati tra le nostre mani e sotto i nostri occhi. Recensioni, interviste e reportage sono frutto della nostra creatività e delle suggestioni letterarie che abbiamo ricevuto anche grazie alla collaborazione con le case editrici. 
Si può trovare tutto ciò che la redazione ha prodotto in quest'anno appena trascorso a questo link.

In fondo BlowBook non è altro che un'esplosione di letteratura

Buona lettura!

Indignatevi, Stèphan Hessel, Add Editore
E' appena terminato un anno carico di indignati e di indignazione. Come non citare tra i libri che hanno influenzato il 2011 appena trascorso questo pamphlet di Stèphan Hessel? Un monito di una trentina di pagine per tenere alta l'attenzione su ciò che ci circonda, per combattere l'indifferenza e risvegliare le coscienze. Questo testo dovrà accompagnarci ancora per molto tempo perché "creare è resistere, resistere è creare".

Genova dentro, Luca Casarini, Editori Internazionali Riuniti
L’anno che sta per volgere al termine è stato anche il decennale di un evento, il G8 di Genova, che ancor oggi influenza pesantemente l’immaginario e la narrazione metapolitica in Italia e non solo. Evitando i rischi dell’autocelebrazione, Luca Casarini ricostruisce, con un occhio allo zapatismo e uno ai movimenti di oggi, la propria personale storia del movimento no global, in un libro che è anche una (soprendente) autobiografia.

Mr Gwyn, Alessandro Baricco, Einaudi
Jasper Gwyn è uno scrittore. Anzi, era uno scrittore, perchè "scrivere libri" è all'ultimo posto nella lista che pubblica sul Guardian con le 52 cose che si è ripromesso di non fare mai più. E Mr Gwyn non è tipo da vuote provocazioni: porta fino in fondo ogni suo proposito e con la minuziosità di un cesellatore si reinventa. Di più, inventa un mestiere fino ad allora inedito: il copista di persone."Scrittore esegue ritratti", cita laconicamente il biglietto da visita.Una vecchia e impalpabile signora con un foulard impermeabile, una stagista e il suo editore ed unico amico, lo accompagneranno in questo suo nuovo inizio, tra scetticismo, affetto e qualche stravaganza.

Momenti di trascurabile felicità, Francesco Piccolo, Einaudi
Un libro leggero ma denso, che apre al lettore la propria quotidianità lasciandogliela   completamente stravolta. Da leggere dappertutto, sull'autobus, al bar o prima di una lezione, sempre però con un occhio di riguardo. Infatti non siamo invitati a concentrarci sui gesti plateali o gli episodi da film, ma sui piccoli momenti che ci attraversano continuamente. Perché in fondo, come mi disse qualcuno, viviamo di momenti trascurabili e non, dove l'importante è averli davvero vissuti. Grazie.

Le Ragazze nello studio di Munari, Alessandro Baronciani, Black Velvet
Fabio: tre storie finite nella testa e mille e più nell'aria. Una libreria, la passione per Bruno Munari e i film di Antonioni. Ispirato da “Fantasia” (Munari, 1977), Baronciani crea una sorta di graphic novel interattiva, un vero e proprio manuale di sopravvivenza pre-relazionale con tanto di schema che tutti vorremmo avere sul comodino quando ci innamoriamo: a ricordarci che a causa-conseguenza e che l'essenziale è essere creativi.

Settanta acrilico trenta lana, Viola Di Grado, Edizioni E/O
Il romanzo di Viola Di Grado, ventitreenne da anni residente a Leeds vincitrice quest’anno del premio Campiello giovani, è, con pochi dubbi, l’esordio italiano dell’anno. Settanta acrilico trenta lana racconta,con sorprendente personalità e uno stile difficile da dimenticare, la cupa storia di Camelia, le cui tendenze sadiche e autopunitive sono rischiarate come da un lampo dalla (impossibile) storia d’amore con il mite cinese Wen: una “scrittura della crudeltà” che lascia davvero il segno.

Il secondo amore, Joseph Roth, Adelphi
Adelphi sta da tempo curando la pubblicazione di tutti i lavori del grande Joseph Roth, cantore del tramonto della Vienna imperiale di inizio secolo. Ne Il secondo amore sono raccolti i suoi racconti brevi, popolati di personaggi stralunati e poetici, funzionari malinconici e barboni di buon cuore, in un mondo che pare fuori dalla storia e invece ne è già segretamente minacciato.

Come diventare se stessi, David Lipsky, Minimum Fax
Il caso Wallace ormai è esploso da qualche anno ed in libreria le sue copie tracimano dagli scaffali. Ma chi era davvero DFW? Ecco che attraverso una lunga intervista - viaggio, David Lipsky, ci apre al mondo di questo bellissima mente “che vien voglia di frequentare”. Un ritratto di cui lo stesso Wallace ridefinisce i contorni. Un libro che letta l'ultima pagina fa venir voglia di rimboccarsi le maniche e far davvero qualcosa. Buon anno quindi.

L’inconfondibile tristezza della torta al limone, Aimee Bender, Minimum Fax
La piccola Rose Edelstein, addentando una fetta della torta di compleanno, si accorge di avere un bizzarro superpotere: riesce a capire dal gusto di un cibo lo stato d’animo di chi lo ha preparato. La sua capacità la costringe a fare i conti con una famiglia meno perfetta di quella che immaginava. Aimee Bender, una delle scrittrici più promettenti della nuova scena americana, racconta con tenerezza una storia a metà fra realismo psicologico e fiaba, con uno stile che ricorda Calvino e Garcia Marquez e ha fatto parlare i critici di un “nuovo realismo magico”.

In Sardegna non c'è il mare, Marcello Fois, Editori Laterza
Scordatevi qualsiasi racconto amarcord delle vacanze: questo è un libro sardo in ogni sua pagina.Di sicuro non troverete la Sardegna da cartolina ma neanche, grazie al cielo, quella trasudante di tradizione tipica della nostalgia indipendentista. Leggerete di una terra, la Barbagia, che è un'isola dentro l'isola stessa e di un popolo, i barbaricini, che sono più sardi dei sardi stessi.Ne esce così un racconto, genuino e diretto, a tratti crudo, ma che restituisce a questa terra enigmatica la dignità che spesso perde quando si ironizza sulla propria cultura senza magari non averne neppure attraversato il mare.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L'inconfondibile tristezza della torta al limone - Aimee Bender]]>

Pensate che sorpresa se, al posto di sentire il gusto dei cibi, improvvisamente cominciassimo a percepire i sentimenti provati da chi li ha preparati. E certo la sorpresa diventerebbe trauma se, dentro la torta fatta da nostra madre per il compleanno, quella che ci era sempre piaciuta tanto, sentissimo un forte gusto di vuoto, un vuoto fatto di angoscia e frustrazione. L’improvvisa epifania capita a Rose Edelstein, la piccola protagonista de L’inconfondibile tristezza della torta al limone, il giorno del suo nono compleanno, e dopo quella fetta di torta al limone e cioccolato per lei niente sarà più come prima. Tutto quello che Rose credeva riguardo alla propria famiglia, che le era sempre sembrata la perfetta, rassicurante incarnazione del lifestyle losangelino, le si rivela da quel momento falso, e attraverso il gusto dei cibi la bambina impara a conoscere la segreta delusione della madre, donna vivace e impulsiva, per il marito distratto e in carriera, e i pericolosi meandri in cui è avviluppata la mente del fratello adolescente. Con il passare degli anni vediamo Rose crescere e affacciarsi alla maturità passando attraverso le proprie iniziazioni, sentimentali e professionali, ma sempre impegnata nel tentativo di convivere con il suo strano superpotere e di comprendere una famiglia in cui le debolezze di ciascuno sembrano sempre nascondere un dono speciale.

Aimee Bender, con questo suo nuovo romanzo, tocca con leggerezza corde assai profonde, gettando squarci di pura verità su cosa significa per ognuno crescere e trovare la maturità per fare i conti con la propria famiglia. La cosa soprendente per il lettore è che l’autrice coniuga questa lucida attenzione per il realismo psicologico con uno stile lieve e fiabesco che ha fatto parlare, per il suo lavoro, di un revival del realismo magico. Come è stato detto, insomma, ne L’inconfondibile tristezza della torta al limone logica della veglia e logica del sogno convivono, e nella famiglia Edelstein, con la sua malinconia e i suoi piccoli, bizzarri superpoteri, tutti possiamo in qualche modo riconoscerci.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L'arte o la vita! - Tzvetan Todorov]]>

L’affascinante e complessa figura di Rembrandt è al centro de L’arte o la vita!, l’ultimo libro di Tzvetan Todorov, tradotto recentemente per le cure di Donzelli. Todorov, classe 1939, bulgaro di nascita ma parigino d’adozione, è celebre soprattutto per gli studi nel campo della semiotica letteraria, ma non disdegna, soprattutto nell’ultimo periodo, incursioni in campi come la storia moderna, il rapporto con l'altro, e, appunto, la grande pittura europea.
In questo saggio l’autore propone uno svelto itinerario attraverso la produzione rembrandtiana, soprattutto quella minore: è infatti da incisioni e disegni, dove vengono privilegiate le rappresentazioni realistiche, che si innesca la vera rivoluzione dell’artista di Leida, che consiste per l’appunto nel mettere in crisi il concetto stesso di una delimitazione netta fra pittura storica e pittura quotidiana. Todorov lo dimostra bene con numerosi esempi di figure e personaggi che “migrano” dai lavori minori alle grandi tele e viceversa. Da ultimo è lo stesso confine fra sacro e profano a rivelarsi insabile: così scene contemporanee sono trattate come se fossero episodi della storia sacra, e i bozzetti biblici sono popolati da da personaggi che non sarebbe stato difficile incontrare nei Paesi Bassi del ‘600.
Ma è soprattutto nell’ultimo capitolo che la domanda che percorre in filigrana tutto il libro si fa esplicita: qual è il rapporto fra arte e vita? E soprattutto, quale prezzo esistenziale deve pagare l’artista alla propria ispirazione? Nonostante la morte in tenera età di tre dei quattro figli, nonostante la malattia della moglie Saskia, Rembrandt non accenna a diminuire la propria frenetica attività, e anzi tutte le situazioni, anche le più dolorose, sono viste innanzitutto come un’occasione per perfezionare la propria pittura. Todorov, in ultima istanza, sta insomma parlando dell’eterno dilemma fra arte vita, e Rembrandt viene collocato con Beethoven, Flaubert, Rilke, Cézanne, fra quegli artisti per cui “il fiume della vita si separa in due rami che non comunicano fra di loro”.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[S'è fatta ora - Antonio Pascale]]>

Pubblicato nel 2006 da minimum fax e subito acclamato dalla critica, torna oggi in libreria per la collana Beat uno dei libri più belli e sinceri di Antonio Pascale, S’è fatta ora. Pascale è uno degli autori italiani di punta della nuova generazione, ed è riconoscibile per uno stile sinuoso e allo stesso tempo lucidissimo, e per una scrittura malinconica ma che non rinuncia all’ironia. In S’è fatta ora troviamo l’alter ego dell'autore, Vincenzo Postiglione, alle prese con cinque temi chiave della propria vita: l’infanzia, il dolore, la politica, l’amore e il rapporto con la tecnologia. A ognuno di essi è dedicato un capitolo, in cui l’autore gioca con i piani temporali realizzando ogni volta una specie di affresco, che attraversa diverse fasi della vita dell’io narrante e trova appunto nel tema, e non nella linearità dell’intreccio, una sorta di "basso continuo" che garantisce unitarietà. Quello che lentamente si dipana nelle pagine di S’è fatta ora è dunque una sorta di romanzo di formazione, la storia delle cinque iniziazioni fondamentali di un uomo nevrotico e idealista, alieno a compromessi e orgoglioso del proprio “cattivo carattere”.
Qualche parola a parte merita Cinque minuti, il nuovo capitolo, davvero bellissimo, scritto da Pascale appositamente per questa nuova edizione. La tecnica dell’autore è diventata quasi virtuosistica, si parte dalla spiaggia di Cetrara (Calabria) nel 1974 e subito ci si ritrova sul lettino di un dermatologo nel 2010, si citano Il diario di Adamo ed Eva di Mark Twain e le frasi sconce dei delinquentelli di Caserta, ma il messaggio è chiaro: è solo l’amore che dà a tutti noi la forza per andare avanti, e che ci spinge a chiedere, anche quando sembra del tutto irrazionale e impossibile, con l’ostinazione dei bambini, “ancora cinque minuti”.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Indignados - Aa. Vv.]]>

Oggi che anche le nostre città si riempiono di tende, con perfetto tempismo giunge in libreria per i tipi di Editori Riuniti questo pamphlet che raccoglie i contributi di Jaume Botey, Rafael Díaz-Salazar, Oscar Mateos, Jesús Sanz, attivisti del movimento spagnolo degli Indignados. L’agile libretto offre una panoramica sul movimento europeo che più tutti negli ultimi anni è stato capace di rinnovare le pratiche e l’immaginario di milioni di persone e di proporre dal basso un’alternativa credibile in un Paese, la Spagna, come il nostro asfissiato dal refrain dell’inevitabilità di misure impopolari (leggi: antipopolari) per uscire dalla crisi.

Nella sua prima parte il libro ricostruisce la storia del 15M ripercorrendone le tappe principali: la prima acampada a Puerta del Sol a Madrid il 15 maggio, lo sgombero di Plaça Catalunya a Barcellona del 27 maggio cui si è risposto con una nuova, partecipatissima occupazione, la manifestazione contro “il patto dell’euro” del 19 giugno e le marce del 23 luglio. L’impressione è quella di un movimento molto creativo e giovane, quasi naïf, privo di grosse basi teoriche e non inibito da ingombranti riferimenti storici: molto più Indignez-vous di Hessel che i Grundrisse, molto più piazza Tahir che il ’68 o il ’77.

Un movimento fortemente innovativo dunque, nelle pratiche (l’acampada con le tende, la diretta streaming delle assemblee) ma anche per la maturità dei ragionamenti espressi collettivamente, dato che gli attivisti sono stati fin da subito in grado di evidenziare la comune radice delle tante crisi (occupazionale, abitativa, democratica, ma anche climatica) in cui oggi tutti ci troviamo immersi. Proprio questa freschezza ha permesso di costruire una piattaforma politica basata su poche, semplici richieste, da una nuova legge elettorale alla moratoria sugli sfratti, richieste condivise, secondo i sondaggi, dal 70% della popolazione iberica.

Ora certo, come emerge dall’intervento che chiude il volume, si pone per gli Indignados il problema di radicarsi, durare e proliferare, ma Zuccotti Park è lì a dirci che il 15M, almeno a livello di influenza su una nuova narrazione metapolitica, ha senz’altro già fatto storia.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Richard Yates - Tao Lin]]>

C’è chi lo considera “il Kafka della generazione i Phone”, e chi lo ritiene semplicemente illeggibile. Stiamo parlando di Tao Lin, giovane autore americano originario di Taiwan, di cui il Saggiatore ha appena tradotto il secondo romanzo, Richard Yates.
La trama è presto riassunta: due ragazzi, Haley Joel Osment e Dakota Fanning (entrambi portano i nomi di due teenage-star celebri in America) si conoscono in chat e cominciano a frequentarsi. Lui ha ventidue anni, vive a New York, fa lo scrittore ed è fissato con il cibo biologico, lei è una sedicenne del New Jersey con disturbi dell’alimentazione e con una famiglia troppo ingombrante. A unirli, l’amore per gli stessi gruppi indie (Jets to Brazil etc.), l’abilità nel rubare vestiti e cibo, e un ostentato senso di inadeguatezza rispetto alla propria vita che potremmo chiamare depressione. A dividerli, oltre a quattro ore di treno, le intemperanze della famiglia di lei, le tournée letterarie di lui, e, in fondo, la stessa depressione che li aveva fatti avvicinare.
Tao Lin, nel suo romanzo, sembra non salvare nessuno, dai feticci degli hipster d’oltreoceano come American Apparel e Whole Foods (l’autore ha anche scritto un racconto intitolato perfidamente Shoplifting from American Apparel) agli autori dell’Olimpo indie americano come, appunto, il Richard Yates che dà il titolo al libro. Eppure, nella storia d’amore dei due giovani, che il narratore racconta con un vocabolario volutamente povero e facendo uso di un’ostentata anaffettività (“Lui la guardò con espressione facciale seria”), c’è anche tanta tenerezza per questi due giovani hikikomori sperduti in un’America ai loro occhi svuotata di qualunque senso e che, in definitiva, possono contare soltanto uno sull’altro.
Insomma, Richard Yates è un romanzo consigliatissimo per chi vuole sapere cosa succede di nuovo nella scena dell’East Coast americana, dove le atmosfere shoegaze (si pensi, per fare solo un nome, anche a gruppi come i The Pains of Being Pure at Heart) sono il vero fenomeno del momento.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Marrakech - Esther Freud]]>

Tangeri, fine anni ’60: in mezzo al folto gruppo di hippies europei che ogni giorno attraversano lo stretto di Gibilterra in fuga dall’Europa e dalle sue asfissianti convenzioni borghesi ci sono anche le piccole Lucy e Bea, al seguito di una madre single in cerca di se stessa. Così prende l’avvio Marrakech (titolo originale: Hideous Kinky), di Esther Freud, appena tradotto da Voland.
La particolarità del bel romanzo, in parte autobiografico, sta nella scelta dell’autrice (che poi è figlia del pittore Lucien Freud e dunque discendente del fondatore della psicanalisi) di raccontare tutta la vicenda attraverso lo sguardo curioso della piccola Lucy, catapultata all’improvviso in un mondo per lei completamente nuovo. Ma se è vero che i bambini si sorprendono di tutto, nulla per loro è davvero stupefacente: così Lucy e Bea si abituano in fretta a vivere come le coetanee marocchine, e ben presto le ritroviamo a girovagare con naturalezza nel labirinto del suq.

Davvero ben ritratto, dal punto di vista della psicologia delle piccole protagoniste, è l’affetto che le lega alla madre: le bambine, anche quando non ne comprendono gli atteggiamenti, dimostrano per la mamma, esuberante ma fragile, un grandissimo attaccamento, e sono pronte a sostenerla negli espedienti per rimediare qualche soldo come a sopportarne con un sorriso la fascinazione per il misticismo sufi.
A fare da contorno a questa famiglia tutta al femminile una serie di uomini che vi si affiancano per periodi più o meno lunghi, e in cui le bambine cercano in maniera toccante di trovare un surrogato del padre, a loro noto solo per i ritardi con cui paga l’assegno di mantenimento: Luigi Mancini, ricco italiano sempre vestito di bianco che abita in un castello, Atari, agente immobiliare col sogno poetico di aprire un cinema, Pedro-toppe-nel-sedere, e soprattutto Bilal, acrobata affettuoso e fedele, costituiscono una costellazione di personaggi tutti ben caratterizzati.

Ma forse la vera protagonista del romanzo, discreta ma onnipresente anche quando l’azione si sposta in campagna o in Algeria, è la città di Marrakech: fra saltimbanchi, saggi sufi, nobili europei in buen ritiro, commercianti e ladruncoli essa offre uno spaccato di vita assolutamente unico, e un’ambientazione ideale per le piccole avventure di ogni giorno delle due sorelline.

Per chiunque sia stato a Marrakech, e senta la nostalgia di piazza Djema el-Fnaa, il libro sarà sicuramente un piacevole modo per reimmegersi nel suo turbinio di odori e colori; chi non c’è ancora stato, invece, avrà l’occasione di farvi una capatina, sia pure solo con la fantasia, a un prezzo imbattibile per qualunque low cost.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Marshall McLuhan - Douglas Coupland]]>

A cent’anni dalla nascita (20 luglio 1911) è proprio il caso di festeggiare una delle menti più rivoluzionarie del XX secolo: Marshall Mc Luhan. Douglas Coupland, l’autore di quell’incredibile Decamerone postmoderno che risponde al nome di Generazione X, lo fa al meglio in questa biografia del celebre massmediologo canadese, pubblicata nel 2009 per la collana “Extraordinary Canadians” della Penguin e oggi tradotta in italiano da ISBN. Coupland, canadese pure lui, si interroga a proprio modo su Marshall, sulle sue teorie e sulla sua vita, e il risultato finale è un libro godibilissimo e allo stesso tempo un tentativo di valutare la tenuta, a distanza di una cinquantina d’anni dalla loro formulazione, delle più celebri teorie di Mc Luhan (“Il medium è il messaggio”; “Il mondo contemporaneo è un villaggio globale”).
Il libro, sorta di “biografia esplosa” intervallata da mappe, test, schede prese da amazon, serie di (gustosissimi) anagrammi, segue tutta la parabola intellettuale di Mc Luhan, dagli inizi in tono minore (l’università a Winnipeg, il dottorato su un oscuro trattatista retorico del Cinquecento) al vero e proprio tour de force intellettuale che, a partire dall’inizio degli anni Cinquanta, lo vide fondare, forse inconsapevolmente, un’area di studi del tutto nuova, i media studies. Lo studioso diventò nel 1962, con la pubblicazione di La galassia Gutenberg, una vera e propria superstar accademica, anche se la passione per le formulazioni paradossali, probabilmente influenzata anche da una leggera forma di autismo, lo portava spesso e volentieri ad essere frainteso: così gli venne contestata un’entusiastica adesione al mondo contemporaneo di cui parlava nei suoi libri, mentre egli, piuttosto conservatore nei gusti personali, era decisamente ostile a televisione e pubblicità. Dopo il boom degli anni Sessanta, però, Marshall (morto nel 1980) ebbe davanti una lunga parabola discendente: divenne sempre più intrattabile e ossessionato da teorie apocalittiche, e la sua passione per teorie allora al limite della scientificità come quella sugli emisferi del cervello gli alienò molte simpatie nelle università. Paradossalmente, però, sono proprio questi gli anni di Counterblast, forse il suo libro migliore, sorta di esperimento pop che merita di essere riscoperto.
Coupland, definito a sua volta “profeta della Internet generation”, è inoltre molto interessato a valutare l’influenza attuale del pensiero di Marshall. Essa è stata, fino a vent’anni fa, enorme: basti pensare che le sue previsioni un po’ apocalittiche sull’uomo digitale, un “nuovo primitivo” che ha ricollocato il proprio sistema nervoso all’esterno di sè, nei nodi della rete globale, e dunque ha superato l’identità individuale come risultato dell’unione corpo-anima, sono alle basi di movimenti come il cyberpunk. E anche se è vero che, come sostengono molti suoi critici, la teoria del ritorno ad una fase orale della cultura per opera di radio e TV non ha retto all’affacciarsi di Internet e degli SMS, le idee di questo canadese un po’ strambo, cattolico praticante che amava circondarsi di hippies, studioso di Joyce ma convinto che “la pubblicità è l’arte del XX secolo”, sorta di Andy Warhol accademico, specie se se ne enfatizza l’aspetto critico, possono dire ancora molto sul mondo di oggi (e di domani).

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L'idiota in politica. Antropologia della Lega Nord - Lynda Dematteo]]>

Chi l’avrebbe detto che un giorno ci saremmo dovuti servire di Simulacri e impostura di Baudrillard, dello spazio simbolico di Pierre Bourdieu e della cassetta degli attrezzi dell’antropologia al gran completo per spiegare il fenomeno-Lega?
Eppure è proprio quello che succede in questo L’idiota in politica, della ricercatrice francese Lynda Dematteo. La studiosa ha trascorso un anno e mezzo a Bergamo, nella roccaforte dell’ideologia e del potere leghista, per condurre quella che in etnografia si chiama “osservazione partecipante”: in pratica la Dematteo ha vissuto a stretto contatto con i militanti leghisti, e in particolare con l’allora segretario provinciale bergamasco Davide Belotti (ex capo ultras dell’Atalanta) cercando di capire dall’interno come funziona la macchina del consenso del partito.
Per la studiosa il successo della Lega ha basi lontane, fondandosi in ultima istanza sull’ostilità, di matrice neoguelfa,  delle comunità montane delle Prealpi nei confronti dell’unità d’Italia, e sull’autonomismo nordista post-risorgimentale degli eredi di Carlo Cattaneo (che pure faticherebbe non poco a riconoscersi nel populismo della Lega).
Dalle prime riunioni semiclanestine nei bar della provincia di Varese agli ultimi exploit elettorali, la Dimatteo segue la storia del movimento leghista, il cui successo sta nell’aver unito un’ideologia reazionaria a una macchina della propaganda capillarmente diffusa sul territorio, e nello spacciarsi per una forza contro il potere che essa stessa contribuisce a rafforzare.
Ma è soprattutto nelle pagine più strettamente antropologiche che risiede l’interesse di questo saggio sorprendente: la Dimatteo analizza il sistematico détournement operato dalla Lega, che trasforma in proprie bandiere identitarie le caratteristiche sociali tradizionalmente disprezzate di cui i militanti si sentono portatori: ignoranza e volgarità diventano dunque i valori positivi con cui il popolo padano, “semplice” ma “schietto”, si contrappone al “terún cola cravatta”. Il leghista è dunque un “idiota”, in senso etimologico (“idios” = “proprio”, “particolare”): è colui che, agli stimoli dell’esterno, reagisce con irriducibile autoctonia e ripiego identitario. Vera e propria incarnazione del rovesciamento carnevalesco operato dal leghismo è la figura di Umberto Bossi, che incarna compiaciuto tutte le caratteristiche del Buffone della Commedia dell’Arte: ed è proprio grazie allo screditamento della sua figura a cui Bossi ci ha abituato che ormai nessuno si scandalizza più delle parole a volte gravissime del Senatúr.
Infine, anche se il saggio si concentra in particolare sulla genesi del successo leghista, la Dimatteo non trascura quella che definisce la “seconda generazione” degli amministratori padani. Giovani, con un grado di istruzione medio-alto, spregiudicati nell’uso dei mezzi di comunicazione ma al tempo stesso attenti al contatto con i cittadini, sempre inclini alle “sparate” populiste ma anche in grado di crearsi una rete di potere in fondazioni e municipalizzate: la nuova “razza padrona” che anche qui in Veneto conosciamo bene.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Dove sono andati a finire i soldi - Kevin Canty]]>

Leggere questo nuovo libro di Kevin Canty, Dove sono andati a finire i soldi (minimum fax 2011), è un po’ come fare un viaggio di qualche giorno in un’America per molti versi inedita. Quella che fa da sfondo ai racconti di Canty (di cui in Italia era stata pubblicata nel 2007 un’altra raccolta di racconti, Tenersi la mano nel sonno, sempre per i tipi di minimum fax) è infatti un’America minore, quella delle foreste del Kentucky, dei deserti del Midwest e di città dai nomi per noi esotici di Helena (Montana) e Tucson (Arizona): una terra di mezzo lontanissima dagli stereotipi legati all’hollywoodiana West Coast  da un lato e dall’altro alle grandi città dell’Est europeizzato e progressista.

In questo spazio rarefatto abita un’umanità sofferente, che spesso deve fare i conti con un passato difficile, eppure piena di vita e ancora capace di seguire il proprio cuore nella, forse impossibile, ricerca della felicità.
Quasi tutti i racconti presenti nella raccolta hanno per protagonisti uomini intorno ai quarant’anni, sul punto di prendere una decisione difficile, o che ne stanno scontando le conseguenze. Alcuni di loro però hanno la forza e il coraggio di tramutare questi momenti di crisi in altrettante svolte per la propria vita: così per il protagonista di I sacrificati, che si riprende faticosamente dalla scomparsa della compagna grazie ad una donna che riesce a rompere la sua barriera di solitudine, o come il bellissimo racconto finale Ponti tagliati, vetri infranti, in cui i due protagonisti (un uomo che ha deciso di disintossicarsi dall’alcool in un ranch superlusso nel deserto e la moglie di uno dei medici della clinica) si incrociano, si abbandonano, e si ritrovano per cercare di mettere insieme le proprie due solitudini. Raramente quelli di Canty sono racconti del tutto a lieto fine, ma l’autore pare suggerirci che una relazione completamente soddisfacente è soltanto un miraggio, un covo di ipocrisie e di rancori (vedi le coppie fedifraghe di La bella addormentata), e che quindi l'unica soluzione possibile sta nell'abbandonarsi all’intensità dei sentimenti.

Le emozioni dei protagonisti sono descritte da Canty col tono sobrio e tagliente che ha fatto parlare di lui come di uno dei migliori eredi di Raymond Carver, e proprio grazie a questo programmatico anti-sentimentalismo i rari squarci introspettivi assumono una forza eccezionale nel mostrare quanta fragilità è nascosta dietro all’apparente granitica solidità del “maschio americano”. Dove sono andati a finire i soldi, insomma, è una lettura consigliatissima per i fan di quello stile minimale che ha fatto le fortune dello storytelling nordamericano.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Settanta acrilico trenta lana - Viola Di Grado]]>

I giudizi entusiasti dei critici (Paccagnini, Ferroni etc.) sulla quarta di copertina lasciano poco spazio ai dubbi: l’esordio letterario di Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana (e/o 2011), fresca vincitrice del Campiello sezione Opera prima e adesso in corsa per il Premio Strega, è già un evento per la narrativa italiana.
A contribuire al clima di entusiasmo è sicuramente anche la personalità dell’autrice, giovanissima (ha solo ventitré anni) e dal look vagamente goth, il che non guasta in fase di promozione.
E anche se (come, sono costretto ad ammettere, nel mio caso) si parte leggermente prevenuti, temendo di trovarsi davanti all’ennesimo caso editoriale preparato a tavolino da editor e addetti stampa, il romanzo di Viola Di Grado non può non lasciare impressionato il lettore: per la storia, una sorta di romanzo nero impregnato di delirio, ma soprattutto per come la scrittrice esordiente usa lo strumento linguistico, torcendolo verso un’espressività che non ha davvero simili nel panorama attuale.
La storia di Camelia, studentessa italiana a Leeds la quale reagisce alla morte del padre fedifrago con l’afasia e l’autopunizione, salvo sperare in un’impossibile storia d’amore con il mite Wen, gestore di un negozio di abbigliamento cinese che vorrebbe insegnarle la sua lingua, è raccontata dall’autrice con una potenza davvero travolgente.
Una vera e propria scrittura della crudeltà, quella di Viola, sadomasochistica direi, che ben si presta al racconto di una storia familiare e affettiva dove la speranza non brilla che per pochi istanti, come il sole su Leeds d’inverno. E se a volte alcune immagini possono sembrare gratuite (i tramonti che sembrano “petti di pollo”) le metafore ricorrenti che innervano il romanzo (le parole come vomito, i buchi sui vestiti, nelle foto e dentro i cuori, i tagli negli abiti e sulla pelle della protagonista) conferiscono al romanzo un’atmosfera che è difficile dimenticare.
Settanta acrilico trenta lana è una lettura, quindi, davvero consigliata, e un’esordio sotto ottimi auspici.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA["Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno" ovvero, Guardando Kafka - Philip Roth]]>

Bisogna essere grati a Einaudi per aver ripescato e tradotto questo «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, Guardando Kafka, un racconto di Philip Roth di quasi quarant’anni fa ancora inedito in Italia. In questo testo breve ma geniale, pubblicato per la prima volta sulla «American Review» nel 1973, l’autore prende spunto da una fulminante apologo dello scrittore praghese (Il digiunatore) e dall’osservazione di una sua famosa foto all’età quarant’anni, pochi mesi prima della morte, per comporre una specie di suite in due parti in cui realtà e finzione operano un felice cortocircuito, e in cui sono due i Kafka che si muovono sotto i nostri occhi.
Nella prima parte Roth, a partire dalla fotografia, si interroga sull’impossibile, estremo sogno di felicità di coppia che Kafka visse a Berlino nel 1924, a solo sei mesi dalla morte, con la diciannovenne Dora Dymant. Perché Kafka, che aveva avuto altre due fidanzate e le aveva entrambe abbandonate prima del matrimonio (perché, come scrive in una lettera, “era già sposato con l’angoscia a Praga”) tronca improvvisamente i legami castranti con la propria famiglia e si decide ad andare a convivere con Dora? È stata quest’ultima o il senso della morte imminente ad indicare la nuova via? Roth, per l’occasione nelle vesti di (lucidissimo) critico letterario, cerca la risposta in uno degli ultimi racconti composti da Kafka a Berlino, La tana, in cui sembra emergere, proprio sulla soglia della fine, una specie di tolleranza verso le proprie ossessioni, tolleranza che non si percepiva nell’ironia masochistica delle Metamorfosi o del Processo, che poteva essere il punto di partenza per qualcosa di troppo bruscamente interrotto.
Nella seconda parte, una spassosa rêverie, Roth immagina che il “dottor Kafka” sia sopravvissuto alla tubercolosi e sia scampato all’olocausto (le tre sorelle minori morirono in un lager) rifugiandosi in America, dove in piena seconda guerra mondiale sopravvive in una stanza in affitto della periferia di Newark insegnando ebraico ai bambini. Fra questi c’è il giovane Philip, che, sognando di salvare il malinconico esule, organizza per lui un appuntamento con l’esuberante zia Rhoda. Ed è davvero straniante immaginarsi un Kafka sessantenne a passeggio per New York con zia Rhoda, o in coda con lei per il cinema… Perfino Kafka, insomma, sembra pronto a convertirsi ad una domestica felicità americana, anche se alla fine il destino non si può davvero cambiare, e l’angoscia, sembra suggerire Roth, rimane sposa troppo fedele.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[La bellezza nonostante - Fabio Geda]]>

Ha il sapore delle cose buone l’ultimo libro di Fabio Geda, La bellezza nonostante, pubblicato quest’anno dalla casa editrice Transeuropa per la collana Inaudita.
Geda ci racconta, con una partecipazione quasi autobiografica (si scopre invece nella nota al testo che il libro è frutto delle esperienze di due maestri conosciuti dall’autore al Salone del libro di Torino), la storia di un universitario in crisi che decide quasi per gioco di iscriversi al concorso per diventare maestro. Siamo nella Padova del 1982, del rapimento di Dozier da parte delle Brigate Rosse e del lento, problematico riflusso nel privato, e il nostro protagonista, superato l’esame di Stato, sceglie per comodità di lavorare nel comprensorio didattico più vicino a casa. Al giovane insegnante viene però proposto di svolgere il primo incarico alla Montagnola, il carcere minorile di Padova. Dapprima assai titubante, il maestro è infine convinto dall’entusiasmo del collega Gianni, che con poche parole gli esprime l’importanza che la scuola assume nel carcere minorile: “Semplicemente, in carcere la scuola è tutto”. Così comincia l’avventura quotidiana di un uomo che sviluppa una passione speciale per il suo lavoro, e ritrae la realtà del carcere minorile in una specie di fotografia in movimento lunga trent’anni. Dai primi anni Ottanta, in cui era popolato soprattutto da immigrati del Sud Italia, al giorno d’oggi, in cui, svuotato di ragazzi italiani (che, dopo la riforma del codice di procedura del 1989, vengono seguiti soprattutto dalle comunità), vi si trovano praticamente soltanto extracomunitari, il carcere minorile è in effetti cambiato parecchio. E anche la professione del maestro carcerario si è evoluta: il protagonista stesso racconta ad esempio di essersi battuto per l’introduzione in carcere dei primi computer, che consentivano ai ragazzi di scrivere con il correttore automatico ed evitare dunque l’imbarazzo per gli errori di ortografia.
È soprattutto nella consapevolezza di svolgere una “didattica istantanea” (“Devi cogliere l’attimo. Oggi ci sono – domani? Oggi è arrivato un rinnovo della pena, domani, forse, una scarcerazione”) che va colto il senso della difficile professione del maestro carcerario, una professione le cui fatiche sono però ripagate fino all’ultimo dal rapporto speciale che si crea con i ragazzi. E l’amore del maestro per il proprio lavoro si nota soprattutto quando il protagonista racconta che ogni anno bisogna compilare un modulo e fare domanda formale per essere assegnati alla Montagnola: una scelta consapevole, una vera missione.
Una segnalazione va riservata in ultimo all’amorosa cura editoriale con cui è stato confezionato il volume. Il testo di La bellezza nonostante, immaginato come un monologo teatrale (“Ho immaginato un teatro, un palco, una luce che illumina una sedia e su quella sedia, seduto, un uomo; dietro quell’uomo una vita”), è infatti impreziosito dalle fotografie tratte dal catalogo della mostra “Dentro… Immagini dal mondo degli Istituti Penitenziari Minorili Italiani”, e va affiancato all’audiodocumentario A voce sola, prodotto da Doc in Progress insieme a Fabio Geda e registrato nel carcere minorile di Torino, scaricabile con il codice contenuto nel libro: un monologo composto da tante voci diverse, frammenti di vita quotidiana in carcere che si ricompongono in una narrazione drammatica ma coinvolgente.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Come si diventa "Michelangelo" - Claudio Giunta]]>

Recensione

Ogni tanto capita di riconoscere, in una delle tragicomiche vicende che occupano le cronache nazionali, qualcosa di emblematico. Un evento di per sé marginale sembra in questi casi portare lo stigma di tutte le peggiori caratteristiche italiote (pressapochismo, provincialismo intellettuale, e soprattutto un grande infantilismo), funzionando, in qualche modo, anche come una metafora del nostro Paese.

Quella del crocifisso attribuito a Michelangelo e comprato nel 2008 dal ministero guidato da Sandro Bondi per oltre tre milioni di euro, raccontata con competenza e ironia da Claudio Giunta (docente di letteratura italiana all’Università di Trento) in Come si diventa “Michelangelo” (Donzelli 2011), è proprio uno di queste vicende-simbolo. Ma veniamo ai fatti.

È il dicembre 2008 quando l’antiquario torinese Giancarlo Gallino, dopo una lunga trattativa, vende allo Stato italiano un piccolo (cm. 40 per 40) crocifisso ligneo attribuito alla fase giovanile di Michelangelo per 3 milioni e 250 mila euro. Già dai mesi successivi, però, cominciano a sollevarsi dubbi sulla paternità dell’opera. Già il prezzo del crocifisso, sceso durante la trattativa da 18 a 3 milioni di euro, dovrebbe indurre a più di un sospetto, dal momento che anche solo gli schizzi del maestro fiorentino vengono regolarmente battuti all’asta per 30 milioni di euro. E in effetti la parte più “tecnica” del saggio di Giunta è dedicata alla ricostruzione di come, negli anni fra il 2004 e il 2008, il crocifisso “diventa” di Michelangelo. Esso fu esposto per la prima volta a Firenze nel 2004 nella mostra Una proposta per Michelangelo, mostra il cui catalogo (dove del resto la paternità michelangiolesca, più che dimostrata, non è esclusa) venne curiosamente edito dallo stesso editore di Gallino, il proprietario del crocifisso. Il catalogo del 2004, inoltre, conteneva un capitolo con le foto di altri crocifissi lignei cinquecenteschi fondamentale per il dibattito fra i pro-Michelangelo (secondo cui essi derivano tutti dall’opera scolpita dall’allora giovane maestro) e gli anti-Michelangelo (che ritengono al contrario quest’ultima solo “un’opera di rispettabile serialità”). Nel dicembre 2008, quando l’editore ripubblica il catalogo dopo l’acqusizione statale, questo capitolo viene tagliato e il titolo del volume viene cambiato da Una proposta per Michelangelo a Michelangelo giovane: il crocifisso ritrovato, senza che siano apparsi ulteriori interventi critici a motivare l’attribuzione. La paternità dell’opera, in pratica, è stata “costruita” senza essere mai seriamente discussa, e ignorando deliberatamente i pareri contrari di famosi esperti.

La tormentata vicenda del crocifisso, che vedrà interrogazioni parlamentari, l’apertura di un’inchiesta della Corte dei Conti per danno erariale, la perquisizione del ministero di Bondi con relativo sequestro degli atti e l’avvio di un’indagine per truffa ai danni dello Stato, non è ancora, ad oggi, conclusa. Ma, più che la ricostruzione della vicenda giudiziaria, è interessante seguire Claudio Giunta mentre ci fa rivivere il clima entusiasta che, nei primi mesi, accompagnò l’acquisizione del crocifisso: un vero e proprio loop informativo, dove Bondi poteva vantarsi al Tg1 delle 20 della politica di recupero-capolavori del ministero da lui guidato, e dove il tour che il crocifisso compì nell’inverno 2009, un tour che toccava molto più i musei diocesani che quelli civici, era salutato dai giornali con toni misticheggianti (il crocifisso come opera “di arte e fede”). La macchina perversa della retorica si era messa in atto, e, unita al provincialismo, altro male nazionale, avrebbe portato a eventi come la mostra (?) milanese del 2009 al Castello Sforzesco, costituita in realtà da  due sole opere, la Pietà Rondanini che fa parte della collezione permanente del Castello e il nostro crocifisso, avvolte da giochi di luce e con sottofondo di musica misticheggiante, e presentata dall’assessore alla cultura di Milano Finazzer Flory con queste parole: «Da Passio a Passio. Come abitare la distanza? Con la pietà del pensiero insieme a una domanda: che cos’è la passione? Nell’interrogativo vi è già la risposta, l’opera che va verso l’ispirazione».

Anche la storia di un piccolo crocifisso ligneo di attribuzione controversa può dire molto sulla politica culturale italiana, sul perenne coinvolgimento del clero, su vizi e virtù dei nostri intellettuali, e sul sogno (spesso infranto) di un Paese migliore.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Berlusconi passato alla storia - Antonio Gibelli]]>

È di sicuro stata programmata con perfetta tempistica da parte di Donzelli la riedizione, riveduta e ampliata, dell’ultimo libro di Antonio Gibelli, Berlusconi passato alla storia.
Quello di Antonio Gibelli, storico dell’Università di Genova, finora noto soprattutto per lavori sulla Prima Guerra Mondiale, è un esperimento un po’ provocatorio: l’autore intende sfidare chi sostiene che è necessario aspettare decine di anni per la valutazione storiograficamente rigorosa di un fenomeno, e afferma che ormai “è venuto il tempo di prendere Berlusconi – dal punto di vista storiografico – sul serio”. E in effetti è sempre più chiaro che è proprio il Mister B. di Arcore la figura che nei libri di storia darà il nome a questi anni, quelli che, a partire dallo sfaldarsi del sistema corrotto della Prima Repubblica, arrivano ai nostri giorni e agli scandali quotidiani che hanno ormai reso la cronaca politica virtualmente indistinguibile dal gossip.
Già nella passata edizione del 2010, sempre per i tipi di Donzelli, l’autore innanzitutto ricostruiva con sveltezza, ma senza tralasciare interessanti particolari, la genesi del sistema berlusconiano, il quale fonda le sue radici su uno strano connubio fra l’edonismo di massa degli anni ’80, che trovava perfetta espressione nei programmi trash delle sue televisioni private, e un atavico anticomunismo di matrice ultracattolica. Gibelli poi si concentrava sulle varie tappe dell’inarrestabile ascesa del Cavaliere (le vittorie elettorali del ’94 del 2001 e del 2008), per chiudere con un capitolo in cui si analizzavano alcuni eventi del 2009 (gli screzi già palesi all’interno del PDL, lo scandalo delle “veline” candidate alle Europee e il lancio della statuetta di Milano) come possibili sintomi della fine di un’epoca.
Nel capitolo aggiunto per la presente edizione, “Colpi di coda”, Gibelli affronta “l’improvvisa precipitazione” che la democrazia autoritaria targata Berlusconi ha subito nell’ultimo anno, dalla cacciata di Fini dal PDL all’inaugurazione della macchina del fango, dallo scandalo Rubygate alle rivelazioni di Wikileaks, per concludersi con la fosca pagina della votazione di fiducia del 14 dicembre, ottenuta grazie al voto decisivo di transfughi dell’ultimo minuto, che regala un tratto quasi grottesco alla fase declinante del sistema di potere berlusconiano.
Interessanti sono comunque soprattutto i capitoli dove l’autore si interroga su alcuni dei nodi decisivi della politica italiana dell’epoca berlusconiana. In quello intitolato “Corpo e immagine”, Antonio Gibelli riflette sulla costruzione dell’immagine di Berlusconi, primo vero esempio di leader dell’era virtuale, e si sofferma in particolare su un’analisi dell’espressione del volto di B., che, “esempio pressoché unico nella storia dei volti carismatici”, ha adottato come modello espressivo il sorriso a mezza bocca, che non comanda e non spaventa, ma “invita a imitarlo facendo, come lui, i propri comodi”. Nel capitolo sulla Lega Nord (“Leghismo: il carnevale xenofobo”) l’autore tratteggia invece senza ombra di ironia, con lo sguardo asettico dell’antropologo, il ritratto di un partito che ha adottato come propria una forma di comunicazione carnevalesca, introducendo in politica l’idiotismo, la maschera dello sciocco autorizzato a dire l’indicibile, e i cui stessi leader (Borghezio, Calderoli) sembrano evocare, già nelle fattezze, il mondo delle maschere popolari.

Ogni tanto fa rabbia pensare che gli anni in cui siamo cresciuti e ci siamo formati, gli anni in cui siamo stati giovani, nei libri di storia verranno chiamati “epoca berlusconiana”. La via per uscirne, comunque la si pensi, non può che passare per una riflessione anche amara sul nostro tempo. Se si vuole capire come tutto questo è stato possibile, come tutto sia infine diventato naturale, libri come questo Berlusconi passato alla storia sono un prezioso aiuto.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)