<![CDATA[Musica | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/16/musica/articles/1 <![CDATA[Hit-Kunle • SOL]]>

 

Mercoledì 24 gennaio dalle ore 19:30

Sherwood Open Live
vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

• Hit-Kunle •
tropical rock

evento Facebook -


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È da un po' di tempo che non vi portiamo una band: questa è quella che fa per voi.
Nel freddo di fine Gennaio ci sarà un rock tribale, caldo e colorato che vi porterà nella Foresta Pluviale.
A fare da guida gli Hit-Kunle.


Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery e la speciale Sherwood Blonde Ale alla spina, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi

Live dalle 21.30 alle 23.00 
Ultimo giro ore 00.15

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Non conosci gli Hit-Kunle? Te li presentiamo noi!

Tropical Rock!
Hit-Kunle è un melting pot di influenze in cui si miscelano il mondo afro-latin, il rock, il soul ed un pizzico di punk.
Dalla fusione tra il termine inglese "HIT" e quello yoruba (dialetto nigeriano) "KUNLE" si ottiene "Il colpo che riempie abbondatemente la casa".
Dal vivo è un trio composto da batteria, basso e chitarra/voce.
Le questioni fondamentali sono il groove e le vibrazioni positive.

New album : “In The Pot” 
"In the Pot" è l’album: una trama fitta di influenze che vorrebbe poter prescindere dalle definizioni, ma a dover proprio scegliere i ragazzi identificano la loro musica come Tropical Rock. Le loro composizioni attingono dal mondo afro-latin, così come dal soul, dal rock e dal punk, per un risultato all’insegna di un groove secco eppure immerso in atmosfere calde ed energiche. Musica vibrante e fervida per la quale è stato scelto un nome difficile da decifrare senza spiegazioni: il nome della band prende origine dalla fusione tra il termine inglese “HIT” e la parola yoruba (un importante dialetto parlato in Nigeria e in altri stati dell’Africa Occidentale) “KUNLE”, e
che dà vita al concetto che si potrebbe tradurre con "Il colpo che riempie abbondantemente la casa".

http://www.hit-kunle.com/
https://www.facebook.com/hit.kunle/

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<![CDATA[Ulisse Schiavo • SOL#24]]>

 

Mercoledì 20 dicembre dalle ore 18:30

Sherwood Open Live
vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

• Ulisse Schiavo •
folk - blues

evento Facebook -


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Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery e la speciale Sherwood Blonde Ale alla spina, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi

Live dalle 21.30 alle 23.00 
Ultimo giro ore 00.15

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Non conosci Ulisse Schiavo? Te lo presentiamo noi!


Singer/Songwriter/Storyteller/Sincerity
Miscela di rabbiosa dolcezza, pizzica corde e apre l’occhio cieco dell’anima dannata.

Ulisse Schiavo è potente. One man band, voce, chitarra e cassa. Folk Blues caldo, nervoso, diretto e delicato. La musa dei suoi testi è l’esperienza. Racconta squarci della sua vita e riflette sulla nostra. A volte sono essi stessi a riflettersi sulla nostra.

Nell’Aprile 2014 vince la prima edizione del “Senza Spine – Fishmarket Acoustic Contest” come One Man Band. Nel 2015 il progetto di Ulisse si arricchisce, dal vivo, con la partecipazione di Alessandro Peron (chitarra) Enrico Maragno (basso, percussioni) e Gianluca Bortolozzo (batteria), divenendo elettrico e svelando la doppia natura della propria essenza artistica.

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<![CDATA[Alessandro Ragazzo • SOL#23]]>

 

Mercoledì 13 dicembre dalle ore 19:30

Sherwood Open Live
vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

• Alessandro Ragazzo •
guitarist - songwriter

evento Facebook -


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Ogni tanto ci piace proporvi delle serate dedicate alla chitarra, anzi, al chitarrismo e questo mercoledì vi portiamo Alessandro Ragazzo, talentuoso chitarrista del veneziano.
Lasciatevi sfiorare.


Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery e la speciale Sherwood Blonde Ale alla spina, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi

Live dalle 21.30 alle 23.00 
Ultimo giro ore 00.15

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Non conosci Alessandro Ragazzo? Te lo presentiamo noi!

https://www.facebook.com/feyguitar/
https://www.youtube.com/user/FeyGuitar

 

Alessandro Ragazzo è un cantautore classe 1994 con alle spalle più di 250 live, svariate collaborazioni internazionali e diversi concorsi musicali vinti.
Ha studiato Chitarra Classica al Conservatorio B. Marcello di Venezia e Chitarra Jazz sempre nello stesso. Ha frequentato l’MMI con specializzazione Rock-Fusion studiando con Alberto Milani, Daniele Gottardo e Marco Andreoni. Studia canto con Giuseppe Lopizzo.
Tra gli altri ha studiato con Lino Rossi, Florindo Baldissera, Andrea Massaria, Angela Milanese..

Chitarrista, cantante e compositore, Alessandro Ragazzo ha calcato i più importanti palcoscenici italiani (Home Festival, Teatro Geox, Ferrock Festival, New Age Club, Suoni di Marca, Quirinetta, Astro Club..) aprendo a numerosi artisti di prestigio internazionale, da solista o con band, quali: Marky Ramone, Ian Anderson, Marillion, Patty Pravo, Giorgio Poi, Osc2x, Davide Shorty, Emily Wells e molti altri, coi quali ha avuto la possibilità di confrontarsi. Ha fatto parte della band Industria Onirica, il cui album è stato registrato a Milano e prodotto da Lele Battista. Parallelamente è stato componente di numerose band contribuendo alla nascita e crescita delle stesse tra cui La Febbre del Venerdì 13, Dan’s Apartment, The Rodriguez, Are You Real? ed Echoes. 

Dopo l'uscita ufficiale del suo primo Ep "Venice", disco del giorno su RockIt, presentato ufficialmente al Coin Store di Mestre, Alessandro inizia a suonare come solista con chitarra e Loop. 
I suoi brani sono classificati come Alternative Pop con influenze Rock.

Nell’Ottobre del 2016 Alessandro fa un mini tour per Londra che lo porta a suonare in diversi locali ed eventi della città ricevendo ottimi feedback.
Nel dicembre dello stesso anno partecipa ad un contest di Radio Popolare a Milano classificandosi secondo.

Il 24 Dicembre 2016 esce una versione Unplugged del suo Ep “Venice” con all’interno un inedito.
Nei Flux Studios di New York (Shakira, The do, David Crosby, Rolling Stones, Sean Lennon) ha registrato e prodotto il suo terzo Ep uscito l’8 Maggio 2017 per Nimiq Records.
Il videoclip del singolo “Freckles” è uscito in esclusiva per Panorama.it.

http://www.instagram.com/fey________________/
http://open.spotify.com/artist/5zcXt8JnA4jK1xjSd67aq2

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<![CDATA[Diserzioni: Evanescenti sirene]]>

Intro:

Calate nelle ombre
di chiaroscuri sonori
e dissolte sullo sfondo.
Sono melodie vocali
evanescenti e ondeggianti
come il sospiro delle sirene

Playlist:

Fume: The Fall Of Siren

Lazarus Moment: Yours Truly

CMA: Broken Thoughts

Blanc:11

Aether & Vacant: As She Wakes

Riversilver: Nevermind

Bearcubs: Elegy

East of Oceans: Broken Seas

NBSPLV: Mirrors

Airthrive: Unravels

AL-90: АРХВ 9

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<![CDATA[Meet The Residents]]>


Una conversazione con Matteo Torcinovich

Mirco Salvadori intervista l'autore di "Pics Off – l’estetica della nuova onda punk Fotografie e dischi 1976 – 1982"
e "Buy or Die! The Residents - Ralph Records Artworks 1972/2015"

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Tu sei una di quelle figure da sempre presenti nei ricordi di una Venezia che di notte si accendeva di furore post-punk, lontano dall’imperante moto ondulatorio reggae di quei tempi e ancor di più dall’ascolto rock tout-court. Partiamo quindi dall’inizio e citiamo due nomi ai quali sei legato: Plastic Flowers e Death Tricheco, usiamo i link necessari e partiamo da queste due realtà per conoscere il tuo percorso lungo la storia del suono indipendente anni ‘80/90 in una città che di quel suono serba ancora vivo il ricordo.

Negli anni ottanta suonare era una cosa “normale”... suonavamo tutti ... ho questo ricordo, io e tutte le persone che frequentavo avevano a che fare con la musica, è stato un periodo ricco di spunti musicali e novità che arrivavano soprattutto dall’Inghilterra, tutti i dischi della new wave passavano per casa mia e dei miei amici. Ci divertivamo ad inventare gruppi, io ero uno specialista inventore di bands, mi inventavo nomi di formazioni, facevo manifestini fotocopiati, li appendevo in giro per la città e qualche volta riuscivamo a fare una prova o ancor più raramente suonavamo in concerto davanti ad un pubblico. Assieme a Karletto (aka Karl Diane) avevamo messo insieme un po’ di musicisti,ci chiamavamo Vixinex...; poi ci son stati Orso and the Dements, il Miserable Contingents, i Punkreas (non quelli di San Lorenzo di Parabiago), sto parlando del 1980/81. Essere membro, leader di una bands era un atteggiamento giovanile, era il gioco di tutti i giorni, suonare con uno strumento vero in mano era una cosa secondaria, del resto avevamo solo 15, 16, 17 anni... Con i Plastic Flowers, è stato un po’ diverso, per tutto il 1982 abbiamo suonato e registrato in un vero studio e nell’arco di un anno abbiamo prodotto due demo tape. Poi non ricordo come è andata a finire, so solo che abbiamo smesso di incontrarci.

 Non ho mai abbandonato la musica, colleziono e ascolto dischi, continuo ad inventarmi gruppi musicali e continuo a produrre “cose” legate alla musica. In questo periodo ho rispolverato i nastri del 1989 dei Death Tricheco e grazie ad un paio di etichette discografiche stiamo ristampando un bel po’ di rumori e fruscii dell’epoca. Con i DT dal 1988 al 1990 abbiamo inciso una quantità enorme di nastri, all’epoca avevamo fatto uscire solo 4 Cassette C-46, non erano dei Demo, erano piccole creazioni di Industrial Music in tiratura limitata.

 Cosa ti lega al punk, è una vecchia passione indissolubilmente legata ad un glorioso passato o il termine in questione mantiene tutt’ora un senso.

Come ho già detto altre volte, avevo dodici anni quando rimasi folgorato dal suono di Pretty Vacant, ero uno bambino. La mia giovinezza sbocciò in quell’umus musicale degli anni ottanta... ero un fiore di plastica. Oggi sono un signore maturo di 52 anni e il termine in questione, come allora, rimane un gioco e continua a mantenere un senso.

Stesso discorso per un altro termine che tornerà utile nel prosieguo della nostra chiaccherata: il temine, underground. Ritieni esistano ancora i presupposti per un uso ‘moderno’ di questa parola o possiamo archiviarla come definizione usata un tempo e oramai svuotata della sua velocità e purezza iniziali.

L’underground è di ieri, di oggi e di domani. Si ci sono i presupposti per un uso “moderno”, ma ho come l’impressione che il termine underground sia come il formaggio: è apprezzato sempre di più quello stagionato…

Torniamo ai giorni nostri passando per i locali di una fornita libreria virtuale dove troviamo due pubblicazioni che portano il tuo nome come autore. Non sono libri che parlano in modo classico di musica, lo fanno anche e soprattutto per immagini sottraendo ad un passato, oramai per molti remoto, volti e nomi e copertine che appartengono alla storia della new-wave e del punk, appartengono ad un epoca lontana nella quale il termine underground su citato riusciva ancora a suscitare attenzione. Andiamo con ordine e iniziamo a parlare del primo volume, Pics Off – l’estetica della nuova onda punk. Fotografie e dischi 1976 – 1982 Nomos Edizioni 2016, scritto con la collaborazione del grafico Sebastiano Girardi. Il periodo della nuova onda e del punk, i suoi primi sussulti, visti attravero l’occhio dei fotografi che per primi hanno iniziato a fermare su pellicola le immagini di un mondo in pieno sommovimento. Parlacene.

 E’ una raccolta di immagini fotografiche, alcune mai viste prima dell’uscita del libro, alcune quasi sconosciute e poche altre già viste ma particolarmente belle e impossibili da non inserire in questo contesto. Ho messo assieme una settantina di dischi tra 1979 e 1982. Sono tutti dischi con un immagine fotografica in copertina, sono riuscito a trovare gli scarti di questi sets fografici, mai più utilizzati dai fotografi o dalle case discografiche che ne avevano comperato i diritti di riproduzione. Ogni disco è accompagnato da un piccolo testo che racconta curiosi aneddoti raccontati dai fotografi, storie di incontri e amicizie appuntamenti con i vari musicisti. E’ un tuffo in un passato inedito, paradossalmente ci sono dischi molto conosciuti alcuni addirittura scontati, dischi che ci son capitati mille volte tra le mani, con musiche che conosciamo alla nausea ma grazie ai quali son state ritrovate immagini di eccezionale bellezza e unicità.

Sfogliando le pagine del libro si capisce che il lavoro di ricerca deve esser stato decisamente lungo, come sei riuscito a raccogliere così tanto e prezioso materiale fotografico e come lo hai suddiviso?

Ci sono voluti tre anni circa, tutte le immagini che vedi mi sono state date personalmente dai fotografi. Ho passato mesi e mesi per trovare i contatti dei fotografi inglesi, americani, francesi, giapponesi, tedeschi... ho scritto centinaia di mails, a dire il vero il materiale che ho raccolto è molto di più di quello del libro, ma per esigenze editoriali abbiamo deciso di ridurre il tutto. Per questo volume, è stata fondamentale l’impostazione grafica. Se “Pics Off!” ha il giusto look lo deve a Seba Girardi. E poi, per finire, ci sono un paio di miei scritti, fantasticherie sull’arte punk, uno strepitoso scritto di Glenn O’brien, speditomi poco prima della sua scomparsa, un puntualissimo testo dell’amico Alberto Lot e poi, ancora uno del fotografo dei Ramones George Dubose.

La cosa che più ti ha colpito o impressionato durante la costruzione di queste pagine?

Durante la ricerca ho avuto a che fare con moltissime persone un centinaio di fotografi, produttori musicali, musicisti e scrittori di quell’epoca. Sono rimasto impressionato soprattutto dalla grande disponibilità di queste persone... un grande scambio intellettuale.

Dal movimento new-wave punk e quello ancor più agguerrito e politicizzato dell’underground americano il passo è stato breve. Ecco quindi comparire il tuo nuovo lavoro editoriale: Buy or Die! The Residents - Ralph Records Artworks 1972/2015 Goodfellas 2017. Stesso ‘format’ del primo libro ma qui si parla esclusivamente di una storica formazione e di una altrettanto storica etichetta discografica. A te la parola.

Mi interessa Ralph records e i suoi prodotti, ammiro la qualità inalterata della loro arte, sono riusciti a mantenersi interessanti dagli inizi degli anni settanta fino ad oggi. Mi interessa la loro musica imprescindibile dalla loro immagine, dai misteriosi costumi dei Residents, dalle raffinate grafiche delle copertine, dalle scenografie e da tutto il visivo prodotto sotto ogni forma e tecnica. Mi sembrava strano che non fosse ancora stato fatto un libro “da guardare” su queste incredibili produzioni. Buy or die! nasce da una mia esigenza personale volevo vedere raggruppato tutto quello che non era mai stato raggruppato, senza compromessi. Non è facile oggi giorno trovare un editore disponibile a stampare un libro di 400 pagine a colori sulla storia della Ralph. I The Residents non sono i Beatles, e un libro così costoso da produrre è stato una grande scommessa. Ho avuto la fortuna di incontrare Goodfellas edizioni, che non mi ha tolto neanche una pagina!

Segui ancora le vicissitudini dei bulbi oculari? La loro ironica aggressività trova ancora dei momenti di confronto degno di nota?

I The Residents continuo a seguirli, anche se ascolto meno musica di un tempo. Non mi annoiano come altri vecchi gruppi, non sono ancora arrivati alla fase di “gruppo Revival” di loro stessi, per fortuna sono ancora un valido e genuino prodotto artistico. Riescono ad essere interessanti anche nelle ristampe! Lo vedo in queste ultime cose che sta facendo uscire la Cherry Red. Dopo l’uscita del libro, per forza di cose, mi son trovato coinvolto in varie cose riguardanti i bulbi...Continuo a sentire Homer Flynn che è stato un simpatico disponibilissimo collaboratore e per questo ho avuto modo di conoscere i movimenti del gruppo in anteprima. Qualche mese fa ho cercato di dirottare la tournée europea qui in Veneto, ma ahimè non ci sono riuscito malgrado la grande disponibilità dei residenti e dell’agenzia che organizza i concerti in Europa.

Torniamo al termine ‘underground’, definizione che calza perfettamente nel caso del combo californiano. Quanto, secondo te, riusciamo ancora a percepire di ‘underground’, nell’ascolto della loro musica e nella visione delle loro copertine. Esiste un’attualità del messaggio, lo sguardo di quell’unico bulbo oculare riesce ancora a creare disagio o il tutto fa parte oramai di un passato sconvolgente che ha lasciato notevoli segni del suo passaggio ma appartiene oramai alla storia raccontata.

E’ difficile pensare che venga colta l’attualità nel messaggio dei The Residents, credo che oggi interessano di più per quello che son stati più che per quello che dicono ora (la teoria del formaggio stagionato). Come ho detto sopra i bulbi riescono ancora a sconvolgermi e ad affascinarmi ma è qualcosa di molto personale, qualcosa che fa parte della mia generazione. Poi la sensibilità dei più giovani per fortuna si sposta verso altre attualità... per fortuna.

La copertina del disco come introduzione ad un viaggio, con tanto di mappa da seguire per un ascolto migliore. Cosa secondo te è rimasto di questo mondo nell’era della musica definitivamente liquida.

Mi piace la musica liquida, ascolto spotify tutti i giorni e in un hard disc ho tutte le discografie complete della storia del rock, jazz, musica etnica classica. Ma il piacere di “leggere” un disco durante l’ascolto è unico... il formato LP è impareggiabile.

Stai girando per la presentazione di questo volume, hai qualche data da fornirci e, al contempo, hai nuovi progetti editoriali in cantiere?

No faccio molta fatica a fare presentazioni in pubblico, lo faccio solo quando trovo un posto che mi mette estremamente a mio agio. I nuovi progetti, si, ci sono varie cose in cassetto. Per il prossimo marzo mi piacerebbe chiudere un nuovo libro... in copertina ci sarà ancora la parola Punk... ma non voglio dire di più.

Chiuderei con una richiesta, quella che ritieni sia una delle frasi più incisive contenuta nelle liriche firmate Residents.

Bach is dead.

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<![CDATA[Canzoni per solitudini insonni]]>

25 canzoni che danno vita a 25 brevi ed introspettivi racconti, 25 micro storie intime e minimali.

… sono cresciuto negli anni 80 e il punk aveva già imboccato la via della new wave e del dark, gruppi come Joy Division, Bauhaus, The Cure, Sisters of Mercy, Danse Society salivano alla ribalta ed io non potevo che seguire l’onda. E da quel momento c’ è sempre stato un elemento, una sorta di entità spirituale assieme alla quale le note diventano magiche e le parole poesia. Quando non c’è mi manca in modo crudele e lo cerco: è il feeling con la notte, sono le canzoni per la mia solitudine insonne. Canzoni che ti fanno entrare in mondi paralleli popolati di strani personaggi con strane storie. Storie che ti fanno sentire meno solo, almeno per la durata di una canzone. In questo libro cerco di raccontarne alcune.

Titolo: Canzoni per solitudini insonni
Autore: Andrea De Rocco
Pagine: 92
Collana: EDI(ser)ZIONI
Editore: Youcanprint
ISBN: 9788892641549

Il libro si può acquistare in rete – su IBS, Feltrinelli, Amazon e su altri siti di vendita al dettaglio online. Inoltre, il lavoro è inserito tra i titoli di Fastbook e può essere ordinato, quindi, nelle librerie tradizionali.

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"Ghosts" è un racconto estratto dal libro, letto a Radio Sherwwod e ispirato dall'omonima canzone dei Japan.
Buon ascolto!

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Andrea De Rocco (San Donà di Piave) fuori orario “lavorativo” è conduttore radiofonico (Radio Sherwood), redattore del sito multimediale sherwood.it e attivo nei comitati ambientali del basso Piave. Ha collaborato con Radio San Donà, dove ha trasmesso dal 1989 fino alla chiusura dell’emittente nel 2016 e con Radio Popolare Verona.
"Diserzioni", la sua trasmissione radiofonica, nel tempo è diventata una vera e propria rivista online dove approfondire le tante facce del nuovo suono elettronico (e non solo).
Ha inoltre pubblicato “Diserzioni – naufragi nell'oceano di suono”: una raccolta di riflessioni sul mondo musicale che indaga attraverso le sue emissioni nell'etere e nella rete.

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<![CDATA[Elli de Mon • SOL#19]]>

 

Mercoledì 15 novembre dalle ore 19:30

Sherwood Open Live vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

Elli de Mon
onewomanband - garage blues

evento Facebook

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A noi ce piace 'o Blues.
L'appuntamento di questa settimana è con Elli de Mon - onewomanband, e non ce ne sarà per nessuno.
Se vi piace il Blues, quello torrido e sudaticcio, è la serata che fa per voi.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianaliCRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live PUNTUALE alle ore 21.30 
Fine live alle 23.00 d'orologio

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Non conosci Elli de Mon - onewomanband?

Te la presentiamo noi!

https://www.facebook.com/ellidemon.onegirlband/
https://ellidemon.bandcamp.com/

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<![CDATA[Her Skin • SOL#20]]>

 

Mercoledì 22 novembre dalle ore 19:30

Sherwood Open Live
vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

• HER SKIN •
folk songwriter

evento Facebook -


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Continuiamo la nostra passeggiata nelle lande del Nord America, ma questa volta ci spostiamo nelle zone montuose degli Appalachi con HER SKIN, che dipinge il folk delle colonie in maniera delicatissima.
Siete mai stati accarezzati?


Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery e la speciale Sherwood Blonde Ale alla spina, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi

Inizio live PUNTUALE alle ore 21.30
Fine live alle 23.00 d'orologio

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Non conosci HER SKIN? Te la presentiamo noi!
https://www.facebook.com/herskinmusic/
http://www.herskin.tumblr.com/


Her Skin è Sara Ammendolia. Ama i concerti, i libri, l'arte, i viaggi e il caffè. Non in questo ordine. Ha vent'anni e nasce e cresce tra Modena e la sua provincia. Scrive le sue prime canzoni nel 2013 ma le fa uscire dalla cameretta solo nel Settembre del 2015, con un ep registrato tutto in un giorno dal titolo Goodbyes and Endings. A Maggio del 2016 diventa co-fondatrice di Tempura Dischi e fa uscire il suo secondo ep Head Above the Deep, registrato e prodotto da Bruno Mari nella sua mansarda. Tra il 2016 e il 2017 Her Skin inizia a suonare il suo ep per tutta l'Italia con un tour che la porta fino in Sicilia e condivide il palco con artisti come Francesco Motta, Colombe, Bob Corn, Giorgio Canali, Zen Circus e Kele Okereke (Bloc Party).
Nella musica di Her Skin si sentono le atmosfere dei The Head and the Heart e di Cat Power, la malinconia di Laura Marling e gli arpeggi dolci di Iron and Wine, ma è tutto declinato in una direzione molto personale: l'atmosfera creata da Sara rilassa e conforta, e porta in luoghi lontani.

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<![CDATA[Al & Jay • SOL#18]]>

 

Mercoledì 08 novembre dalle ore 19:30

Sherwood Open Live vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

Al & Jay
funkyreggaeblues

evento Facebook

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Abbiamo deciso che Mercoledì vi faremo ballare, e quindi vi portiamo Al & Jay, duo funkyreggaeblues Veneziano che vi farà vibrare il bassoventre e muovere il culo!

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianaliCRAK Brewery vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live PUNTUALE alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

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Non conosci Al & Jay? Te li presentiamo noi!

https://www.facebook.com/funkyreggaeblues/

Al & Jay sono un duo funkyreaggeblues nato dagli 'Zingari di via dei Randagi 23' e ha come fiamme danzanti Jay Zonta (voce, ukulele, chitarra, armoniche, kazoo) cantautore bassanese naturalizzato veneziano seguito da Alessandro Brunetta (sax tenore, clarinetto, pianoforte, armoniche) polistrumentista di Mussolente.

Foto di : Elisa Ceccon

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<![CDATA[MET • SOL#22]]>

 

Mercoledì 6 dicembre dalle ore 19:30

Sherwood Open Live vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

MET
duo acustico

evento Facebook

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Questo mercoledì cambiamo rotta: se fino ad ora vi abbiamo portato sempre degli artisti noti, questo giro vi facciamo conoscere qualcuno che non avete mai sentito.
MET è un progetto al femminile.
Una chitarra e due voci che vi parlano piano all'orecchio.
Sono blues, sono soul, cantautorali e intime.
Altro non vi diciamo, venite a sentirle per scoprile.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery e la speciale Sherwood Blonde Ale alla spina, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Live dalle 21.30 alle 23.00 
Ultimo giro ore 00.15

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Non conosci MET? Beh, questa volta vieni a scoprirle!

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<![CDATA[Diserzioni: Cielo sepolto]]>

Intro:

Toccarlo con un dito
o cadere nell'abisso,
volare o precipitare,
vivere di capovolgimenti
tra il cielo lì sopra
e il cielo sepolto

Playlist:

Rafael Anton Irisarri: Sky Burial

Olan Mill Ft. Isnaj Dui : Zazen

Jessica Moss: Glaciers (pt 1)

Lau Nau: Kun Lyhdyt Illalla Sytytetään, Ne Eivät Sammu Koskaan

My Home, Sinking: D'automne (The Sobs Of The Violins)

Coh: Exercise In Colour (feat. Ann Demeulemeester)

Hidden Orchestra: Alyth (Nuage Remix)

Dictaphone: Lofi Opium

Strië:12 87 Billion Suns.

Murcof & Vanessa Wagner: Avril 14th (Aphex Twin) (Loscil Remix)

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<![CDATA[Pietro Berselli • SOL#17]]>

 

Mercoledì 1 novembre dalle ore 19:30

Sherwood Open Live vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

Pietro Berselli
duo session

evento Facebook

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Novembre si apre cosparso di nebbia, e quale miglior modo di venirgli incontro se non facendoci cullare in una foschia onirica?
Sherwood Open Live festeggia il giorno di Ognissanti con Pietro Berselli, cantautore mezzo Padovano e mezzo Bresciano che ci ha raccontato del sogno e dell'offuscamento nel suo disco "Orfeo l'ha fatto aposta".

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live PUNTUALE alle ore 21.30
Ingresso offerta libera

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Non conosci i Patois Brothers? Te li presentiamo noi!



Non conosci Pietro Berselli? Te lo presentiamo noi!

https://www.facebook.com/pietrobersellilive/

Il progetto solista di Pietro Berselli, bresciano d’origine e padovano d’adozione, nasce nel 2014. L’intenzione fondamentale é quella di scrivere canzoni dove ciò che conta è la ricerca del suono, anche attraverso il testo. Il suono delle parole, infatti, è basilare quanto il loro significato e deve essere concepito allo stesso modo di ogni altra parte della canzone. Il risultato è un Cantautorato dalle sonorità Post Rock che con disillusa amarezza racconta situazioni, circostanze, momenti. La formazione si completa con Edoardo Della Bitta alla chitarra, Roberto Obici alla batteria, Marco Sorgato al basso e Francesco Aneloni alle tastiere. Esistono varie facce con cui il progetto si presenta live, sia con la band al completo che in set ridotto.

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<![CDATA[Blindur • SOL#21]]>

 

Mercoledì 29 novembre dalle ore 19:30

Sherwood Open Live vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

Blindur
indie folk-rock

evento Facebook

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Di certo una dote dei Blindur è la spontaneità.
Quello che scrivono e che suonano non è per caso: parlano di sè delle loro esperienze, del loro modo di vedere le cose. 
E lo fanno con gli strumenti del musicista da strada: chitarra, cassa, banjo e sentimento, e lo fanno nella maniera più spensierata possibile.

Come di consueto si apre alle 19.30 per l'aperitivo tra spritz, birre artigianali CRAK Brewery e la speciale Sherwood Blonde Ale alla spina, vini scelti accuratamente, cicchetti e piatti sfiziosi preparati da noi.

Inizio live PUNTUALE alle ore 21.30 - facciamo sul serio!
Fine live alle 23.00 d'orologio - ahinoi il vicino è fiscale!

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Non conosci i Blindur? Te la presentiamo noi!


https://www.facebook.com/Blindur/
https://www.instagram.com/blindurofficial/
https://www.youtube.com/user/blindurofficial
www.twitter.com/BlindurOfficial

Blindur è un duo nato nella primavera del 2014 da Massimo De Vita, cantautore, polistrumentista e produttore, e Michelangelo Bencivenga, polistrumentista. Il sound del duo si ispira alle atmosfere del folk e del post rock, con un piede a Dublino e l'altro a Reykjavík. L'amore per il Nord Europa permea tutto il lavoro della band, a partire dalla scelta del nome, una parola islandese. Per i testi il riferimento è sicuramente da rintracciare nella tradizione e la poetica del cantautorato italiano, con un occhio più attento a quello moderno.
Nonostante siano solo 2 i musicisti in scena, il suono è ricco e articolato e l'ampio set up (chitarre acustiche ed elettriche; banjo; glockenspiel; effettistica ed elettronica minimale; cassa, rullante e tamburello, il tutto rigorosamente a pedale) contribuisce a dare la sensazione di stare ascoltando una band composta da più elementi. Il trucco è semplicemente godersi il tutto ad occhi chiusi.
Il duo napoletano in tre anni di attività ha già collezionato circa 250 concerti tra Italia, Belgio, Islanda, Francia, Germania e Irlanda, prendendo parte ad importanti festival internazionali, ad esempio il Body&Soul Festival a Westmeath e l'Airwaves festival a Reykjavik. La band ha prodotto nel 2014 un Ep dal vivo presso gli studi di registrazione Casa Lavica e nel 2016 un mini album acustico "Solo Andata - Live in giardino"; il 13 gennaio 2017 è stato pubblicato per l'etichetta "La Tempesta dischi" l'omonimo disco d'esordio; vinto l'edizione 2014 del premio Donida, il premio Muovi la Musica 2014, il premio Nuova Musica Italiana 2015, il premio Pierangelo Bertoli 2015; il premio Fabrizio De Andrè 2015, il premio Buscaglione “Sotto il cielo di Fred” 2016 e il premio Tempesta Dischi sempre nell'ambito dell'edizione 2016 di "Sotto il cielo di Fred"; nel 2016 Blindur riceve il premio Discodays giovani nell'ambito della diciassettesima fiera del disco di Napoli. Inoltre la band è tra i 16 finalisti per l'edizione 2016 di Musicultura e tra i 9 finalisti per Musica da bere 2016. 
Nel 2016 Blindur è inoltre tra le 10 band rivelazioni dell'anno secondo la rivista Keepon.
Ha aperto i concerti di numerosi artisti del panorama indipendente italiano come Tre allegri ragazzi morti, Dellera, Dimartino, Giorgio Canali e Rossofuoco, Cristiano Godano (Marlene Kuntz), Il disordine delle cose, Iosonouncane, Dente, Nobraino, Bandabardò, Sick Tamburo, Calcutta, Zen Circus.

Blindur ha collaborato in ambito internazionale con vari artisti come: Damien Rice, per il quale è stato open act e con cui ha duettato durante il suo primo concerto a Napoli; Johnny Rayge, con il quale ha realizzato un mini tour di 11 date in Italia nel novembre 2014; Blindur inoltre ha condiviso il palco con il poeta e cantautore canadese Barzin nella data napoletana del suo ultimo tour europeo; ha lavorato con Birgir Birgisson, storico fonico e produttore di Sigur Ros e non solo.

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<![CDATA[Diserzioni: Attraverso Gli Alberi]]>

Intro:

il suono del vento tra i rami
sembra spogliare il bosco dai colori
stendendoli a terra come un manto
e facendo così suonare i miei passi
mentre cammino tra gli alberi

Playlist:

Chilllito: Through The Trees

Kosikk: The Road Home

Podval Capella: Caprice

Blanco Billions: Should've Known From The Start

Gaika: The Riches

Yrshprod: B R E A T H E

Nuage: You

Hermei: Dreams (Original Mix)

Singular Mind: Lost

Vacant: Leaving You

Iketa: Far

Vesky :Midnight

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<![CDATA[Diserzioni: Interiorità profonda]]>

Intro:

è una lingua interiore
che nello spleen ti allontana
dalla superficiale realtà

è un suono introspettivo
che nella sua dolce malinconia ti spinge
nell'interiorità profonda


Playlist:

Volor Flex: Inwardness

Synkro: Automatic Response

Vandaii: Solitude

Kakjai: Repetance

Djrum: Showreel, Pt. 1

Blut Own & Blure: Interval

Flvke: How Fo You Fell It

Carmen Villain: Planetarium (Gigi Masin Remix)

Kazukii Ft. Meseta: Empty

Kuroiumi 黒い海 X Maynovsky: Black And Blue

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<![CDATA[Diserzioni: Camminando con i fantasmi]]>

Intro:

Nei sotterranei della tristezza,
dove il mondo spesso ti relega
a dipingere le misteriose tenebre,
provi ad indagare ed analizzare l'animo,
e camminando con i tuoi fantasmi
finalmente riesci ad ascoltarti


Playlist:

Access To Arasaka, Dirk Geiger & Erode - Walking with Ghosts (Lights out Asia Remix)

Displacer: Out of Time (feat Snowbeasts)

Tapage: Search

Semiomime: Holding Patterns

Subskan: Nattagon's Memento

Autechre: JNSN CODE GL16

Bucky: Time

Emiliano Secchi: Ignition

Jan Amit: Lost

my.head: XVIII - MOON (w-o U)

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<![CDATA[Il Suono discosto e le sue vicende]]>

Mi piace il salto rapido di un buon racconto, l'emozione che spesso comincia già nella prima frase, il senso di bellezza e mistero che si riscontra nei migliori esemplari; e il fatto [...] che un racconto può essere scritto e letto in una sola seduta (proprio come una poesia!).
(Raymond Carver - Da dove sto chiamando)

Mi piace il salto rapido di un buon suono, l'emozione che spesso comincia già nel primo fraseggio, il senso di bellezza e mistero che si riscontra nei migliori esemplari; e il fatto [...] che un disco può essere ascoltato in una sola seduta (proprio come una poesia!).

Questa la possibile traduzione piratesca e poco rispettosa della frase appartenuta al divino minimalista, una traduzione che usa il linguaggio caro a coloro che seguono le vicende del suono discosto, a chi solitamente legge quanto scriviamo in queste pagine.

Seguiteci…

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MY HOME, SINKING
King Of Corns
Infraction Records – Settembre 2017

George Gordon, Percy, John, Mary e tutti voi laggiù, anime in quiete nel silenzio del sonno dettato dall’assenzio. Harold, vecchio viandante del deserto, tu che usi la solitudine della nota per orientarti e tu Brian, gran cerimoniere di epoche future immerse nell’immobile svolgersi del tempo. Vi invito tutte, anime gentili, vi indico la via verso un luogo segreto abitato dal vento e dal frastuono silenzioso delle spighe di mais da lui accarezzate. Vi troverete a vostro agio in questa casa che dolcemente naufraga nell’immensità di un suono che colpisce il cuore radunando attorno a sé il ricordo di uno sguardo rivolto all’oscurità e la visione luminescente di un venire che sa mantenere la memoria e la dolcezza appartenenti ad epoche lontane. Enrico Coniglio, novello King of Corns banchetta attorniato dalla grazia dei suoi commensali in un salone sospeso nel tempo, un luogo dal quale si può intravvedere il futuro del suono, quantomeno un suo possibile sviluppo. Molti sono gli artisti invitati a questa celebrazione. Tra i presenti spiccano per intensità e dolcezza, le tre diverse firme vocali di Chantal Acda, Jessica Constable e Violeta Paivankakkara. La sensibilità inconfondibile del tocco di James Murray e la splendida magia pianistica di Elisa Marzorati. A chiudere il parterre artistico, Peter Paul Gallo al vibrafono e Gabriele Mancuso alla viola. A dirigere questa orchestra tutta virtuale, il sorprendente sound designer veneziano che riesce a tessere un complicato e sofisticato arazzo con i fervidi e al tempo stesso oscuri colori di un futuro sonoro che tenta di svincolarsi con somma intelligenza dalla stagnazione imperante di un secondo millennio bloccato dentro canoni di insostenibile ripetitività. Ci verrebbe da definire King of Corns come un disco post-tutto, i suoi solchi reclamano l’appartenenza al suono ambient, folk...con qualche accento, credo non voluto, al neo-folk. Si ritrovano intrecci classici, contemporanei e post-moderni, sound-art e video arte presente con i filmati che accompagnano questa e le altre uscite discografiche del progetto MHS – MHS/Fluid Audio 2013 e Sleet/cassetta autoprodotta uscita nel 2015 – . Probabilmente una delle più interessanti uscite di quest’anno.

...sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando… (G. Leopardi)

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FRANCIS M GRI
Fall and flares
KrysaliSound – Ottobre 2017

Scuole di pensiero che si rifanno all’espressione elegante del gesto, all’armonia della posa, al lieve procedere del tempo che regala esperienza e capacità di metterla a dimora. Scuole di pensiero alle quali appartengono, in numero esiguo musicisti, sound artists e qualche etichetta discografica. Spicca tra queste ultime la milanese KrysaliSound, per la costante e assoluta qualità delle sue produzioni. A guidare questa piccola label artigianale un reduce della seconda ondata crepuscolare italiana, l’ex All My Faith Lost, quel Francis M Gri che ha trovato nella silente dilatazione del suono la sua nuova strada da solista nei panni di Apart e in seguito con il suo vero nome. La crisalide è giunta alla sua nona muta e i colori che un tempo apparivano all’interno del dorato bozzolo che la racchiudeva si sono trasformati in vividi segnali di maturità artistica. La pupa si è liberata ed ora vola, libera farfalla lungo i confini di un suono in continua espansione. Le sei corde si insinuano nel processo che trasforma il suono della loro vibrazione in altro. Assistiamo al volo magnifico sopra un placido oceano di silenzio sul quale la farfalla rilascia parte della soffice patina colorata che la ricopre. Non ci resta che seguire quelle tracce per scoprire tutta la vastità di un suono che sa raggiungere altezze sublimi per poi ripiegarsi lentamente nel lento respiro di un’unica nota che placida galleggia nel riverbero dell’infinito.

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HAVENAIRE
Rabot
Glacial Movement – Novembre 2017

Roland Juno-106, Moog Sub Phatty, Grendel Drone Commander, piano, macchine e strumenti che producono una potenza di fuoco capace di incitare il suono e farlo dilagare ancor più in profondità, possono spronarlo ad aumentare la propria già incredibile potenza aumentando la frequenza del battito contro cui andrà fragorosamente a frangersi. Roger Olsson in arte Havenaire è maestro di cerimonie armonionose, sa incantare l’animo con l’iterazione concentrica del suono, sa rapire e ipnotizzare usando le antiche e basse frequenze del Moog e delle sue creature liquide in espansione costante ai confini del cuore. Il musicista, produttore e compositore svedese riesce a produrre sonorità che alcuni definirebbero pop per il loro facile inchinarsi all’ascolto melodico. In realtà le sue sono brevi e complesse sinfonie elettroniche composte sul bordo di una modernità al collasso, alla ricerca di un rifugio dove finalmente poter riprendere il dialogo interrotto con la natura, magari proprio lì, sulle pendici del ghiacciaio Rabot, nel profondo nord della Svezia.

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ADRIANO ZANNI
Disappearing
Boring Machines – Novembre 2017

Torna il fotografo dell’immobilità, colui che ferma l’immagine l’attimo esatto nel quale l’immagine esclude sè stessa dall’obbiettivo, scompare lasciando a testimonianza del suo passaggio il simulacro di ciò che era e l’insieme di suoni che in essa viveva. Adriano Zanni torna a sfidare le regole della visione e dall’ascolto proponendo un ennesimo sussurro prima della fine. Come sempre nel suo percorso, immagine e suono viaggiano nella stessa dimensione. Con l’una si documenta il visibile, con l’altro l’invisibile che ne fa parte. Disappearing cerca di documentare questa esperienza immersiva rilasciando sul vinile la registrazione del respiro in affanno di una realtà assediata, sull’orlo del collasso. Ciò che vediamo in copertina, nella bella foto che rappresenta una strada solitaria, la sua curva e la silenziosa presenza della pioggia che la bagna è solo il simulacro di quanto rimane. Sotto le radici degli alberi apparentemente senza tempo che ne delineano le curve, nel cuore dell’asfalto che blocca il suo respiro, si muove lenta una fiumana di materia viva che scivola nel suono, diretta verso la fine, il silenzio, la scomparsa. Zanni ha la capacità di annullare la classica ricerca musicale che vorrebbe catalogare per generi quanto si ascolta, il lavoro dell’artista ravennate mira più in alto, trasformando il suono e l’immagine che da esso scaturisce in racconto che non ha bisogno di catalogazione. Oltre il suono, oltre l’immagine, ai confini di una realtà che sta scomparendo.

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GEL-SOL
Horse Head Bookends
Verses Records – Settembre 2017

Il mio primo incontro con l’incontenibile Andrew Reichel in arte Gel-Sol, lo ebbi nei primi anni del secondo millennio con un disco inciso per una delle allora top records labels di nicchia, la defunta em:t inglese. Un musicista che difficilmente si scorda e che ricompare nel mio ascolto a distanza di anni con uno dei lavori più complessi e divertenti ascoltati ultimamente. Reichel è il classico personaggio multitasking che si muove nel panorama elettronico internazionale dalla fine degli anni ‘90. Il suo suono letteralmente esplode di contenuti artistici, come le illustrazioni psichedeliche che accompagnano i suoi lavori. Horse Head Bookends è una festa di colori, la confusione organizzata, il delirio cosmico nel quale danzano al ritmo del suo famoso e massivo sintetizzatore modulare chiamato amichevolmente Mort, decine di generi musicali: lo space rock in primis, a seguire il freddo pensiero tedesco mixato con il rithm’n blues americano e il funk, passando per il suono contemporaneo d’avanguardia. Nulla viene escluso in questo helzapoppin sonico nel quale la splendida follia concettuale di Reichel trova la sua massima espressione. Progressive futurista da assaporare sorseggiando aperitivi nucleari su spiagge di sabbia blu, bagnata dai raggi cosmici delle tre lune di Goldilocks.

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ISLAJA
Tarrantulla
Svart Records – Dicembre 2017

Ascolto Merja Kokkonen, in arte Islaja, e brividi di piacere scivolano lungo la schiena. Balzo istantaneamente indietro nel tempo e mi ritrovo davanti al mio vecchio giradischi, ad ascoltare estasiato la voce e il suono dei Bel Canto. Assonanze presenti in alcuni brani, non v’è dubbio, ma talmente esplosive che muovono ad emozione. Islaja mette alla prova, affascina e sorprende, seduce e ti incatena all’ascolto. Il suo è folk del millennio a venire, è techno che profuma di resina, tribalismo minimale, astrattismo graffiato di pop e fervore sintetico. Vocalità che si esprimono in una lingua arcaica supportata dal suono di un sax metropolitano. Blues macchiato di sporco trip-hop che sa ancora reggere il termine underground. E poi c’è il suo canto, la vocalità della sirena che si esprime in un lingua sconosciuta, il linguaggio che rapisce, un disco che incanta.

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HIDDEN REVERSE
Six Cases Of Sleep Disorder
Azoth – Ottobre 2017

Andiamo con ordine e non diamo tutto per scontato. Chi è Simon Balestrazzi? I più anziani tra voi sorrideranno chiedendosi il motivo di tale inutile domanda ma il tempo passa così come gli ascolti, di padre in figlio, verrebbe da dire. Ecco il motivo della domanda ed ecco perché esordisco con il nome di una formazione che molto ha dato nel campo della ricerca sonora italiana negli anni ‘80 e a seguire ovvero T.A.C. che sta per Tomografia Assiale Computerizzata. Con questa formazione, per certi versi legata ad un altro importante nome ‘di confine’, Kino Glaz, Balestrazzi è entrato da subito in rotta di collisione con il suono inteso musicalmente, ciò che abitualmente ascoltiamo. T.A.C. ha iniziato un viaggio di ricerca tentando di sezionare il suono al pari della macchina medica usata per le scansioni degli organi interni. Un percorso oscuro, ostico, per nulla illuminato neanche dalla più flebile sorgente luminosa legata magari a qualche riverbero rock. Sempre ostinatamente oltre, stravolgendo il concetto stesso di genere, lungo i confini del puro sperimentalismo. Altra domanda che ci si pone, abitando oramai il secondo millennio, è se ancora esiste uno spazio per questa ricerca, se alla fin fine non sia una ripetizione infinita di quanto coraggiosamente esposto in epoche che offrivano una risposta ermetica all’innovazione sperimentale, rifuggendola come male assoluto. I tempi, come accennavo, sono molto cambiati ma certa sperimentazione, la più seria e longeva ha diritto d’asilo, assediata com’è dall’insipienza musicale ostentata da un numero sempre maggiore di sound designers, sound artists, programmatori, field recordists e chi più ne ha.
Questo prologo credo sia basilare per capire il senso di un lavoro come questo, firmato da Balestrazzi assieme a Massimo Olla, più giovane sperimentatore conosciuto con il moniker Noisedelik e produttore di macchine per il suono che stanno alla base di questa release. Sei casi di disordine del sonno, un viaggio impressionante ed immersivo a contatto con il malessere, sul confine tra insonnia ed incubo. A rendere ancor più reale il racconto, l’uso di strumentazioni non convenzionali, auto costruite come il [d]Ronin, uno strumento a corde che rende assai più reale il dipanarsi del viaggio a contatto con la notte e l’assenza di pace donata dal normale riposo. Un disco che contiene materiale altamente cinematico racchiuso in un’interessante confezione che ne esalta il cipiglio oscuro, quasi esoterico. Tenere lontano dalla portata degli insonni.

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LALLI E STEFANO RISSO
un tempo, appena
Silentes – stella*nera – Dethector – BrunoAlpini – Novembre 2017

“… conobbi i Franti e questa mia urgenza trovò una nuova via d’espressione, che passava attraverso la musica. Non c’era solo il punk, come poi si dirà, certo credevamo fermamente nell’autoproduzione e nell’autogestione della merce musica, ma quello che condividevamo era soprattutto una passione che, nel mio caso, ha sempre riguardato anche la melodia e il canto”.

(Marinella “Lalli” Ollino nel capitolo a lei dedicato in Gli Altri Ottanta di Livia Satriano – Agenzia X 2014)

Quelli come lo scrivente, che in campo musicale si occupano anche di libera circolazione del suono attraverso le regole del creative commons, non possono che ringraziare i Franti che in tempi lontani già si battevano per l’autogestione del proprio prodotto artistico. Stiamo parlando dei primi anni ‘80, un periodo carico di fermento e progettualità, termini che ai giorni nostri hanno perso valore e significato. Tutto si stava muovendo, le uscite discografiche permettevano l’accesso a sempre nuovi mondi musicali e anche in Italia la sana violenza sonora del punk trovava nei torinesi Franti una delle sue prime espressioni. La voce di questa formazione era lei, Marinella Ollino da tutti conosciuta come Lalli, una forza espressiva che la rese famosa nel mondo ‘nascosto’ dell’underground di quei tempi. Nella resoconto contenuto nel bel libro della Satriano si può ben capire qual’era la realtà del periodo, cosa e come succedevano le cose e soprattutto il perché dell’urgenza espressiva citata nelle poche righe usate come introduzione a questa recensione. Erano tempi che a fatica si dimenticano, lampi di ricordi che ognuno di noi serba nel proprio intimo da cui difficilmente ci si separa.
Con questo carico di esperienze ed emozioni giunge l’ultima fatica discografica di Lalli assieme al produttore, compositore e contrabbassista Stefano Risso, conosciuto artista decisamente eclettico che si muove liberamente tra il jazz, l’avangardia e la canzone d’autore. Un tempo, appena raccoglie tredici tracce di esplosiva ed intima poesia che trasuda da ogni singola nota, da ogni singolo testo cantato con quella voce inconfondibile che, se ascoltata da chi possiede gli stessi anni di Lalli, ti fa sentire a casa. Una serie di liriche tra le quali compaiono anche delle covers di pezzi firmati da un pacifista Boris Vian nella verione italiana di Fossati, la splendida e dolcissima versione di Birds di Neil Young e la cover degli Husker Du con l’impressionante ‘Diane’, canzone più che attuale sulla violenza contro le donne, apparsa nel 1983 sull’EP Metal Circus.
Ascolto e mi chiedo perché questo andare continuamente alla ricerca di nuovi suoni, perché lasciarsi alle spalle l’immediatezza della parola quando basta la melodia di una sola frase avvolta nella più seducente delle musiche per fermare il tempo e lasciare che la suggestione abbracci il ricordo in una danza che mai avrà fine.
La più intensa uscita discografica dell’anno.

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Nuova ossessione]]>

Intro:

Per quanto finga di non ascoltarti
continuo a sentire la tua voce.
La tua ombra è diventata ormai la mia
e mi accompagna dappertutto.
Il tuo morbo mi ha infettato
e adesso sono malato
di questa nuova ossessione

Playlist:

Visionist - New Obsession

Rabit : Supreme Theme (Reprise)

Celestial Trax: Not In Control

Lapalux: Holding On

Francesco Maria Narcisi & Giacomo Fidanza: D1 - (Voce Celeste I)

Alessandro Cortini: Vincere

Mirco Magnani + Ernesto Tomasini: Sous La Voute De Saintdenis

Jarboe & Father Murphy: The Ferryman

Carla Dal Forno - The Garden

Scanner: The Scar

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Beatitudine inquieta]]>


Intro:

La stessa vertigine dello stare in alto

la stessa ansia dello scivolare giù

le stesse suggestioni confliggenti

di un volo nel vertice profondo

di una beatitudine inquieta


Playlist:

Desolate: Blessedness

Irrelevant: Nothing But Tears Feat. Atsuko

Honeyruin - Angel Of Mercy

Klimeks & MYSTXRIVL: Ultra

craset: silver lining

Smokefishe: shimmer

Amphior - Ancient Dreams

Dashevsky: introvert

Asa – Hymnal

VVV x Sangam: breathless

Hammock: mysterium

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Vecchio silenzio]]>

Intro:

Per far esistere il suono

c'è bisogno della sua assenza,

di quella cosa che intervalla

le parole e le note

quel linguaggio del vuoto

che a volte si riempie di meraviglia

e che chiamiamo silenzio

Playlist:

Elodie: Vieux Silence

Lorenzo Masotto: Window

Enrico Coniglio & Matteo Uggeri: Open To The Sea

Tristan Eckerson: Ruts

Akira Kosemura: In The Dark Woods

Jason Van Wyk: Recollect

Arovane & Hior Chronik: Lightbeams

Balmorhea: Dreamt

Hecq: Home By Night

Giulio Aldinucci: Exodus Mandala

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Patois Brothers + Toni BC • SOL#16]]>

 

Mercoledì 25 ottobre dalle ore 19:30

Sherwood Open Live vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

Patois Brothers + Toni BC 

evento Facebook

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Il 25 Ottobre Sherwood Open Live riapre le porte e si prepara ad una nuova stagione con una serata in grande stile.

Il tema della serata è la Giamaica e i due ospiti saranno i Patois Brothers, che avrete sicuramente visto allo Sherwood Festival e , a portarci la sua selecta di vinili, Toni BC di BomChilom Sound.

Come di consueto si apre tra spritz, vini e birre artigianali CR/AK, ma questa volta c'è di più, dalle 19.30 alle 21, ad accompagnare l'aperitivo, ci sarà un FREE BUFFET.

Apertura porte alle ore 19:30
Il live inizierà alle 21:30

ENTRATA LIBERA
Contributo associativo di 1€

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Non conosci i Patois Brothers? Te li presentiamo noi!



Patois Brothers sono una band nata nel 2010 a Venezia, Italia. Il loro nome indica un’ espressione lirico-musicale non standard: come il Patois trae origine da lingue diverse, la loro musica vuole essere qualcosa di originale tra le influenze delle diverse sonorità del Reggae. Dopo la pubblicazione del loro primo singolo ‘Politician’, nel 2014 la band inizia il suo primo tour che li porterà da subito ad esibirsi su palchi nazionali ed internazionali, come Overjam, One Love, Jamrock, e molti altri. Terminato il tour estivo, i Patois Brothers si dedicano alla registrazione del loro primo album ‘Mighty Ways’, in uscita a gennaio 2015. Con l’album, la band esprime forti messaggi sia nelle liriche, sia nella musicalità dei brani, esortando ad un positivo cambiamento sociale ed educazionale attraverso la musica.

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Non conosci BomChilom Sound? Te li presentiamo noi!

BomChilom nasce a Padova nel Ottobre 2004 e in poco tempo si afferma come uno dei sound più attivi del Nord-Est. La formazione, inizialmente fondata da Alex (Mc) e Pinecone (Selecta), si allarga nel 2006 con l'entrata nel sound di Toni (uno dei primi selecta Reggae di Padova), Peppo (Selecta, Collezionista di rarities) e Nevo (Sound designer, Ex producer dei “DozHenS”, storica formazione Hip Hop padovana). Nel 2009 entra nel sound Nino (Selecta, Sound engineer, ex membro di Vibrabbona) e nel 2013, con l'arrivo di Skinny B e Luca (Ex NoBorder), si completa la compagine attuale.

I vari background musicali dei componenti del sound, permettono a BomChilom di spaziare attraverso molteplici stili e sonorità, suonando dalla Foundation al Digital, passando per l'Hip Hop e arrivando fino al Bashment.

La yard storica del sound è fin dall'inizio il C.S.O. Pedro di Padova, che nel giro di pochi anni diventa una delle realtà più calde d'Italia, ospitando tra gli altri: Cocoa Tea & Frankie Paul, Junior Kelly, Aidonia, General Levy, David Rodigan, Stone Love, Freddie Krueger, Puma (LP International), Supersonic, King Turbo, Sentinel, Herb-a-lize It, City Lock, Luv Injection, Taranchyla (Outta Poison Dart), Warrior Sound, Tek-9 Europe, Ma Gash, G-Spot, Sud Sound System, Brusco, Villada, BoomDaBash, Mellow Mood, One Love Hi Pawa, Heavy Hammer, Gramigna, Mad Kid, Kalibandulu, Northern Lights, I-Shence e molti altri.

Nel 2010 BomChilom diventa resident sound anche del Centro Sociale Rivolta di Marghera (VE), dove organizza grandi eventi che vedono salire sul palco dello Spazio Sociale lagunare artisti del calibro di: The Skatalites, Lee Scratch Perry, Yellowman, The Gladiators, Johnny Osbourne, The Abyssinians, The Congos, Horace Andy, Alborosie & Friends, Luciano, Ward 21, Chuck Fenda, Gappy Ranks, Etana, Bunny General, Wayne Marshall, Mad Professor, General Levy, Mojo Morgan, Zion Train, Bass Odyssey, Massive B, David Rodigan, Supersonic e molti altri.

Il 05 Marzo 2011 BomChilom si aggiudica il “Go Hard or Go Home Soundclash”, al Pop Corn di Marghera (VE), battendo gli udinesi Red Storm e diventando di fatto il primo sound veneto ad aggiudicarsi un clash.

Per quanto riguarda la promozione di soundclash nel 2006 BomChilom, in collaborazione con Northern Lights, organizza al C.S.O. Pedro lo storico clash italiano “4th FarEast X-Mas War Clash”.che vede sfidarsi Villa Ada (vincitori del trofeo), I-Shence e GodZilla. Dopo 8 anni, nel 2014, BomChilom torna alla grande nella promozione di clash di spessore internazionale. Nel 2014, infatti, sempre al C.S.O. Pedro, prende vita il “Worries In The Area Soundclash”. La prima edizione vede contrapposti MaGash dalla Svizzera ed I-Shence, e proprio i perugini portano a casa la coppa. Nel 2015 il livello si alza e sul palco del Pedro si fronteggiano Warrior Sound dalla Germania e Young Hawk da New York e il trofeo vola Oltreoceano.

Dal 2012 al 2014, in collaborazione con Rasta Snob, BomChilom è promotore del Venice Sunsplash, festival estivo che si svolge al Parco San Giuliano di Mestre, che ha visto esibirsi nelle ultime edizioni artisti come: Beres Hammond, Tarrus Riley, Shaggy, Busy Signal, Alborosie, Horace Andy, Morgan Heritage, Mr. Vegas, Jah Sun, Sud Sound System, Mellow Mood, Skardy, Ska-J, Brusco e Lion D.

BomChilom ha selezionato musica nelle migliori yard italiane come: Roma, Torino, Milano, Firenze, Bologna, Udine, Trento, Trieste, Pescara, Catanzaro, Cosenza, Alessandria, Senigallia, Macerata, Arezzo ecc. 
Nel corso degli anni, inoltre, ha anche avuto la possibilità di suonare all'estero in Canada, Germania, Austria e Slovenia.

Dalla prima edizione partecipa al “Veneto Blaze”, serata promossa da Zion Cuts, che dal 2005 riunisce in un unico evento i sound e le crew Reggae, Dancehall e Dub del Veneto.

To be continued …

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<![CDATA[Diserzioni: Nella città oscura]]>

Intro:

nello specchio delle prospettive

ho visto la mia faccia riflessa

tentare di tenere gli occhi aperti

mentre sognava di svegliarsi

nel suono sporco

di una città oscura



Playlist:

Andrew Weatherall - Darktown Figures

Ghostpoet: End Times

Tricky: The Only Way

Brokenchord: Ochra

Blood Language: Wires

Jabu: Fool If

Blanc - Nblwld

Prayer: First Light

Mønic - Deep Summer (Burial mix)

Four Tet: Daughter

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[LiberaLaParola. Aperitivo!]]>


Mercoledì 11 ottobre ore 19

Radio Sherwood, vicolo Pontecorvo 1/A, Padova


LiberaLaParola. Aperitivo! 

Alla consolle TONI outta BOMCHILOM 

100% finest Reggae Music Played on Vinyl e breve presentazione della scuola

evento Facebook

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Anche quest'anno riapre la scuola di italiano LiberaLaParola. Per questa occasione vi invitiamo a una serata per conoscerci e fare festa. 
Vi aspettiamo numerosi in vicolo Pontecorvo, storica sede di Radio Sherwood e, da un anno ormai, sede anche della nostra scuola. 
Sulle note dei vinili di Toni BC, vi proporremo spunciotti, spritz, vini e birrette a prezzi popolari. Il ricavato della serata andrà interamente a sostenere attività e progetti della scuola. 
Nel corso della serata introdurremo brevemente chi siamo e cosa facciamo: non siate timidi, chiedete informazioni, condividete le vostre idee e le vostre esperienze e fatevi avanti se vorrete unirvi a noi come maestri!


INFO SERATA:
Apertura h 19:00
Alla consolle TONI outta BOMCHILOM - 100% finest Reggae Music Played on Vinyl
h 21 breve presentazione della scuola

INGRESSO LIBERO!

Se ancora non ci conosci, intanto un breve spoiler...
La scuola di italiano Liberalaparola si è costituita a partire dalla condivisione di idee e intenti su ciò che riguarda le pratiche di accoglienza dei migranti e il loro diritto a partecipare in prima persona ai processi di costruzione di una società aperta e antirazzista. L'idea e la pratica dell'insegnamento della lingua italiana ai migranti si è maturata da almeno una quindicina d'anni e si è poi rinvigorita in risposta alle normative,che hanno introdotto il permesso di soggiorno a punti (10 marzo 2012) legandolo al livello di padronanza della lingua. Inizialmente le lezioni si teneveno nei locali dell'Associazione Razzismo Stop di via Gradenigo, poi per tre anni la scuola si è trasferita tra le mura del cso Pedro, per "migrare" nell'anno trascorso (2016/2017) al piano superiore di vicolo Ponte Corvo 1/a, presso la sede di Radio Sherwood.
Nella scuola tutti e tutte vengono accolti senza discriminazioni e si mira a creare un clima sereno di condivisione e scambio tra insegnanti e "allievi", lontano dalle lezioni ex cathedra.Molti sono anche i progetti trasversali : laboratori di fotografia, uscite nella città,....
Liberalaparola è un'esperienza di crescita umana per tutti quelli che vi partecipano!

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<![CDATA[La visione della musica assoluta e gli occhiali dell’ortodossia]]>

“A Berlino Varèse faceva spesso visita a Busoni per discutere sulla musica del futuro e avere un giudizio critico sulla sua. Il pianista […] fu “così fruttuoso” per Varèse “quanto il sole, il fertilizzante e la pioggia lo sono per la terra”. Varèse si stupì però nel trovare “i gusti musicali del Maestro e la sua stessa produzione tanto ortodossi”. Era come se Busoni avvertisse il sole della “musica assoluta” senza riuscire a sopportarne la luce, sopportata invece benissimo dagli occhi d’aquila di Varèse”. (Evan Eisemberg – L’angelo con il fonografo – Instar Libri 1997)

Al che si evince che la natura del musicista o del sound artist è permeata di volontà assoluta, bisogno di andare oltre, scoprire, correre anche il rischio di farsi accecare da quella luce che altri bravi compositori prima di lui hanno visto ma non sostenuto a causa del loro sguardo velato dagli occhiali dell’ortodossia. Su queste pagine noi non raccontiamo storie di musica contemporanea intesa in senso accademico ma siamo sicuri che ciò che muoveva Varèse o Busoni, muove anche il più giovane dei sound artists alle prese con la sua prima uscita discografica o release digitale. Il nostro compito è quello di fermare il tempo per qualche attimo, giusto per fissare sulla carta il racconto del loro passaggio; domani sarà già il passato e i suoni già saranno altri suoni.

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PRIMA VISIONE

Siinai: Skli

Svart Records – Ottobre 2017

Questa è una danza psichedelica eseguita seguendo le linee tracciate lungo gli stipiti dei portali che conducono al cosmo, attraverso un’epica odissea sonora tra le più avvincenti mai ascoltate ultimamente. Nelle distese di vinile arse dal sole, soffia violento il vento solare, la fisica di scuola tedesca e la metafisica dei circuiti elettronici anni ‘70, si interfacciano con la strumentazione rock del periodo e danzano assieme in uno splendido lavoro che riporta indietro il tempo. Siamo nell’epoca d’oro degli albums concept, quelli seri. Siinai è una formazione finnica che usa senza pudore alcuno l’esperienza ancora vivida di formazioni come Neu o La Dusseldorf. All’attivo hanno una manciata di uscite discografiche di notevole corposità, questa la loro ultima esplosiva creazione. Un disco che sinceramente lascia attonito, al limite della commozione, il povero cronista. Skli significa ciclo e ciò che ascoltiamo durante tutta la durata di questo splendido lavoro è proprio la rappresentazione sonora di un ciclo, sia esso astrale, o semplicemente quotidiano. Vita alla fin fine, la traduzione in suono dell’infinita potenza della Vita. Costruzioni soniche che poggiano sull’iterazione del suono. Ipnotico e visionario urlo maledettamente e meravigliosamente retrò. Skli come mantra poetico per ricordarci la brevità del nostro passaggio, per ricordarci l’inizio e la fine del nostro CICLO.

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SECONDA VISIONE

Ghost And Tape: Vàr

Home Normal – Ottobre 2017

Esistesse la modalità di scrittura “sottovoce” sarebbe l’unica utilizzabile per iniziare a descrivere la serena tranquillità dei suoni che albergano in questa nuova produzione della Home Normal. Il significato del titolo è Primavera, scritto in un’antica lingua germanica diffusa un tempo  nel nord Europa. Un suono che vive e pulsa nutrendosi nella rinascita della natura e delle mille tonalità con la quale si accompagna. Ambient certo ma trasmutato in rugiada che bagna il passo, profumo di bosco, rumore di acqua, nebbia che dirada evaporando verso un cielo che tutto racchiude. Vàr è ciò a cui tutti noi tendiamo, qualcosa che difficilmente ormai fa parte del nostro andare quotidiano: l’armonia. Bisogna averne molta per riuscire ad esternarla mantenendo intatti i suoi preziosissimi colori. Sembra che Heine Christensen in arte Ghost and Tape sappia come raccoglierla, distribuendola con tutta la calma possibile, adagiando piano piano le decine di textures contenute nella composizione sopra un tappeto di impercettibili droni che  profumano di dolcezza, semplice delicata dolcezza. Vàr uscirà il 29 di ottobre ed è già in pre-order nella pagina Bandcamp della label di stanza a Tokyo. Ascoltatelo e abbiatene cura. DELICATESSEN.  

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TERZA VISONE

A Sphere Of Simple Green: With an oblique glance

AZOTH – Ottobre 2017

“Nell’antica musica cinese l’mprovvisazione si basava su testi scritti in cui era fissato un parametro – quello dell’altezza del suono – mentre gli altri erano lasciati liberi all’improvvisazione. L’esecuzione di tali improvvisazioni era sempre riservata a determinate caste, nell’interno delle quali quei metodi venivano trasmessi di generazione in generazione. Nè si deve scordare che tali improvvisazioni erano sempre atti di culto, e perciò si riferivano ad un essere superiore, a una divinità”. (Enzo Restagno – Nono – E.D.T. 1987)
Due sono le modalità d’ascolto...almeno due, quando ci si trova in presenza di lavori interamente dedicati all’improvvisazione, come questo firmato da Adriano Orrù (contrabbasso), Silvia Corda (piano) e Simon Balestrazzi (elettronica). O al pari dei musici cinesi si segue la via del credo, che nella nostra era ha trasformato gli antichi dei in dettami di contemporaneo comportamento dottrinale. In pratica si traduce quanto si ascolta secondo i parametri fissati. O ci si avvicina con circospezione cercando di penetrare il suono… i molti suoni all’apparenza confusi che contengono però un alfabeto di interpretazione non necessariamente cattedratica. Adriano Orrù è un compositore noto assai nel mondo dell’improvvisazione radicale, del jazz e della musica classica. Silvia Corda è una pianista compositrice attiva nel campo del suono contemporaneo e della multimedialità. Simon Balestrazzi ha un trascorso storico come co-fondatore dei T.A.C e founder dei Kino Glaz, il suo nome è legato anche alla storica formazione dei Kirlian Camera. Da sempre comunque si occupa di suono elettronico legato alla ricerca e alla sperimentazione. Tre storie che si ritrovano a distanza di sei anni dal loro primo lavoro come ASOSG ed iniziano a dialogare creando uno spazio virtuale di interpretazione nel quale potersi inserire con lo strumento dell’ascolto. Dopo il primo momento di smarrimento dovuto ad un’educazione musicale abituata a visualizzare da subito la materia sonora, si inizia a percepire il dialogo, si comprende che quella sorta di ‘confusione’ è solo apparente, l’intreccio e lo scambio continuo tra le parti crea un linguaggio solido, distinto; crea oltre il già creato. Una dislocazione percettiva che conduce alla comprensione di un mondo apparentemente impenetrabile. INDIE ADDICTED NOT ALLOWED.

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QUARTA VISIONE

Adamennon & Luciano Sanna: Iris

Souterraine.org – Luglio 2017


Ebbene si, esiste ancora qualche coraggioso disposto a perdere il sonno solo perché ha deciso di fondare una nuova etichetta discografica. Il coraggioso del caso è Marco Ferretti che ha deciso di inaugurare la Souterraine.org e di farlo con una release profondamente iconografica, legata a quel mondo cinematografico nel quale regnava il profondo colore rosso. A riproporre questo salto indietro nel tempo il duo formato da Luciano Lamanna, dj e produttore romano e Adamennon, personaggio con alle spalle una serie di sanguinolente releases dal 2006 fino ad oggi. Iris è operazione musicale che viaggia perfettamente, composta con estrema professionalità e giusto senso delle misure. Ci si chiede però il motivo di tali operazioni. Il suono ovviamente nulla ha di innovativo anche se, lo ripeto, è costruito alla perfezione. E’ anche vero che le giovani generazioni non hanno mai assaporato l’ansia musicale dei Goblin. Ecco quindi che la release diventa opera propedeutica, testo sul quale studiare “il suono di una volta” anche se forse si dovrebbe farlo con i tomi originali. Un vinile 12” dedicato ai nostalgici e agli amanti dell’oscurità che alberga nelle sale cinematografiche desinate alla programmazione horror, una sostanza che ancora stranamente alberga nel cuore di molti ascoltatori che faticano ad evolversi. ARRIVA IL BUIO.    

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<![CDATA[Diserzioni: Finestre sorde]]>

Intro:

La mia prigione, a volte,

ha finestre sorde,

perché sente l'assenza desolata di un fuori,

sente l'isolamento che ti urla dentro,

e solo il respiro del suono è capace di fari sentire

quel desiderio di liberazione

che non vuole finire.

Playlist:

Delete: Deaf Windows (distance Remix)

Wen: Blips

Sorrow: Frumoasa

Alis: Sai Strong

Mana: Crystalline

Offsoundbeat: Weekdays With Her

Menual X Spaceouters: Nightscape

Ambyion & Phelian: Farewell

Khalil:The White Hoodie I Wear Because I Love You

Christian.Loeffler: Haul (Max Cooper Remix)

Lali Puna: Two Windows

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<![CDATA[Estetizzare lo spazio urbano]]>

'Estetizzare lo spazio urbano' è una frase di Michael “Professor iPOd” Bull, ricercatore sonoro all'Università del Sussex specializzato nella ricerca sulla comunicazione mobile. Quando camminiamo e ascoltiamo musica, lo spazio attorno a noi acquista le sfumature e le sembianze di quanto in quel preciso istante noi stiamo udendo attraverso le cuffie inserite nell'advice che amplifica le nostre scelte sonore. In parole povere estetizziamo lo spazio che ci circonda. Lo trasformiamo in un luogo di racconto intimo, trasmutiamo la realtà stendendola sopra il palco del teatro che alberga nel nostro intimo e ascoltiamo ad occhi aperti.

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ATTO PRIMO: del ricordo

Francesco Maria Narcisi & Giacomo Fidanza
The Accordion Sessions
Time Released Sound – Giugno 2017

La ricordo benissimo, quando posso riapro la porta dell'armadio nella quale è riposta ed inizio a guardarla con tutto l'amore che si ripone nell'accarezzare con lo sguardo una cosa appartenuta alle persone care, coloro che ci hanno lasciato. Lei è sempre lì, rilucente nella sua bianca madreperla con le decine di tasti che non hai mai capito come tuo padre riuscisse a farli suonare, donando voce alla sua fisarmonica di Castelfidardo. Era un'amica fidata nelle feste del dopoguerra, quelle riunioni famigliari nei quali i sopravvissuti celebravano ballando la gioia del ritorno, la vita. Immagino mio padre sorridente mentre suona Rosamunda, il suo cavallo di battaglia e virtualmente mixo quel suono con la maestosità che sento giungere dal profondo del mio ascolto. Esiste un minimo comune denominatore tra i due ascolti: la fisarmonica. A Giacomo Fidanza il ruolo del fisarmonicista astrale, colui che accende i suoni poi processati da Francesco Maria Narcisi attraverso l'uso delle macchine; benvenuti nelle Sessioni di Fisarmonica. Un suono che letteralmente catapulta in un'altra dimensione con l'incedere magnifico di una tempesta virtuale nella quale si nasconde un'anima antica, naturale, capace di travolgere e colpire direttamente al cuore. Nove composizioni che sanno amplificare al massimo il senso del tatto musicale; il suono accoglie la sostanza e assume forme con le quali possiamo interfacciare il nostro pensiero. Qui tutto è futuro possibile e al contempo passato vissuto. L'esperienza ambient si colora di irresistibili richiami tardo romantici, il respiro accelera e la gioia del volo dilaga. SPIRALI DI PIACERE.

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ATTO SECONDO: del future pop

Lali Puna
Two Windows
Morr Music – Settembre 2017

Tricoder 1999, Scary World Theory 2001, Faking the Books 2004 e poi non li ho più seguiti. Ascoltavo si i loro nuovi albums ma non sentivo più quella consonanza che un tempo mi legava alla fredda matematica del cuore che la voce di Valerie Trebeljahr da sempre mi sussurrava. Nel frattempo il connubio di coppia finiva e anche Markus Acher se ne andava portando con sé il rigido pensiero à la Notwist. L'avventura del nuovo “pop” teutonico sembrava conclusa per questa formazione, così come per tutto quel movimento che tanto aveva fatto girare i dischi nei nostri santuari d'ascolto casalingo. Sembra però che le cose a Monaco seguano un percorso assai più legato alla consistenza artistica delle proposte, evitando le regole commerciali con i suoi obbrobri chiamati reunions o back on stage after long silence. Dopo sette anni mi ritrovo in mano la grafica essenziale del nuovo lavoro dei tre Lali Puna e sorrido con piccoli brividi di piacere che solleticano il mio ascolto. Un disco completo, di quelli che potete posizionare nel lettore e lasciar andare per ore. I toni vocali si sono ammorbiditi dimostrando una dolcezza di fondo dai colori quasi anglosassoni. Il suono ha acquistato più corposità anche se l'impostazione teutonica, quel minimalismo krafterkiano che nessun sound artist tedesco è mai riuscito a scrollarsi di dosso, fa continuamente capolino nelle strutture ritmiche. Ad ascoltarlo bene è solo musica pop di derivazione 'altra' ma ci piace e tanto. SIMPATICI MINIMALISMI.

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ATTO TERZO: della perdizione

Gianluca Becuzzi & Massimo Olla
RedruM
Luce Sia/Show Me Your Wounds Production – Settembre 2017

Chi segue le vicissitudini dell'oscuro e impenetrabile mondo industriale con noise annessi e connessi, senz'altro non può non conoscere il toscano Gianluca Becuzzi, sound artist di notevole coraggio visto che cavalca il suo destriero dai lontani anni '80. I più fetish tra voi ricorderanno senz'altro la cover di My Whip Your Flesh, era il 1989: i suoi Limbo. Di acqua ne è passata molta sotto i ponti e molti sono stati e sono i progetti e le collaborazioni di Becuzzi in area non solo industriale – cito per esempio l'ottima esperienza come Kinetix - , tutti comunque pensati all'interno di una realtà che si dedica interamente alla ricerca e alla sperimentazione. Prepariamoci quindi a camminare calpestando la nera fuliggine che si stende con immobile lentezza sopra i solchi di questo nuovo lavoro creato assieme a Massimo Olla aka Noisedelik, inventore di strumenti – [d]ronin - che sanno ben amplificare il senso di abbandono e disperazione che permea solitamente queste produzioni. Il segreto del nuovo lavoro di Becuzzi&Olla sta tutto nel titolo, se lo si legge al contrario appare Murder, omicidio. Indaghiamo ascoltando e scopriamo che il disco contiene una serie di murder ballads in formato gotico industrial dark-ambient, se così possiamo definirlo. La sorpresa è notevole. Il pensiero vola subito a Johnny Cash, ovviamente a Nick Cave, perfino ai Wilco, si sofferma sul folk mortale dei Death in June ma fatica ad inquadrare tale espressione musicale all'interno di un progetto legato al lato oscuro del software. Abbandoniamo quindi la sei corde acustica, il pianoforte o il violino e inoltriamoci all'interno di questo racconto di morte. La prima domanda che sorge spontanea riguarda la lingua, perché non pensare di usare l'italiano visto che tutto il lavoro gira attorno alla forma canzone, perché non osare – visto che già si sta cercando di proporre una cosa inusuale – creando vere e proprie murder ballads, le ballate degli assassini in italiano? Altra domanda, l'uso di software e strumentazione minimale non rende forse ripetitivo un lavoro di per sé stesso di non facile rappresentazione? Dopo l'attento ascolto delle notevoli tracce contenute nel disco, si può dire che RedruM è un ottimo prodotto, forse, come già detto, troppo ripetitivo che soffre altresì di mancanza di innovazione, è lo specchio di una generazione di bravissimi sound artists che hanno tutte le potenzialità e capacità per proporre lavori di impronta personale ad altissimo livello ma rimangono ingabbiati dentro schemi desueti, derivativi, slegati da una realtà che corre velocissima e richiede forza immaginativa e notevole attitudine al continuo rinnovamento. TOO NOIR.

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ATTO QUARTO: dell'immersività

James Murray
Heavenly Waters
Slowcraft Records – Settembre 2017

Esistono sound artists che sanno tessere finissimi filamenti sensoriali dentro i quali intrappolano l'ascolto. Al pari di un'elegante e leggiadra creatura artropode loro sanno come immobilizzare l'attenzione, instillando dolcissima sostanza sonica direttamente nell'apparato sensoriale. Rimaniamo così sospesi, avvolti tra le spire di un suono impalpabile. Musica come diretta discendenza di una filosofia ambient che qui viene ulteriormente sviluppata in una visuale cosmico-silente. James Murray aggiunge un altro capitolo alla sua storia, disegnando un ennesimo splendido affresco di luminoso minimalismo elettronico. Le celestiali sorgenti di liquida e cosmica consistenza attendono quasi invisibili il nostro passaggio, preludio di un viaggio astratto nell'immersività senza tempo, ai confini della percezione, nel regno del silenzio. INNERSPACE.

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ATTO QUINTO: dello sperimentare

GALATIMOSCONI
Penombra
KrysaliSound – Settembre 2017

Continua questo pellegrinaggio virtuale nelle platee dei teatri dell'immaginario. Sul palco si dispiega la forza del racconto mentre i nostri sensori captano le emozioni. Le luci si spengono per l'ennesima volta e ci ritroviamo in un ambiente saturo di pesantezza. I movimenti, i pensieri e le visioni, la nostra percezione è permeata di insondabile pesantezza. La stessa della materia: pietra, monolite, opale e basalto, che sovrasta il nostro respiro. Un senso di immobilità che lentamente si trasforma in sacra ed antica celebrazione del regno della penombra, lì dove pericolosamente si sono avventurati Roberto Galati e Federico Mosconi, riportando alla luce otto tracce di purissima poesia sperimentale che fuoriescono e scorrono colme di maestosa sostanza. Le chitarre di Mosconi urlano, si dibattono e infrangono contro il muro di noise sonico innalzato da Galati durante la sacra processione del suono. L'urlo brucia a contatto con l'eco dei droni, esplode di galassia in galassia, tutte racchiuse nell'attimo iterato di un ascolto finalmente placato, ai confini della penombra. IN HEAVY ROTATION.

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ATTO SESTO: della liquidità

Mingle
Ephemeral
Kvitnu – Settembre 2017

Nel riflesso blu cobalto di un'immensa vasca dove nuotano in assenza di peso i suoni trasportati dai nostri pensieri, lì in quello spazio mai immobile che accoglie le nostre istanze di instancabili sognatori, transitiamo lievi. Creature di natura liquida immersi dentro la liquidità del suono, sperduti nell'immensità di un eco che nutre la nostra inesauribile sete di silenziosa calma. Il nostro è un viaggio dentro il battito del tempo, lo sentiamo scricchiolare, sentiamo il ritmo dei suoi meccanismi in eterno movimento. Riusciamo a vederlo mentre, distesi nel segnale trasmesso dalle nostre cuffie, riusciamo appena a riconoscerlo. La stasi indotta dall'ascolto ci rende creature virtuali, capaci di sorvolarlo, penetrarlo a tutta velocità per poi riaffiorare in luoghi dove ancora deve giungere. Sono brevi e veloci salti attraverso le solitarie pianure del sentire, dentro la sostanza stessa del suono e del tempo che lo governa, sù sù sempre più veloci fino all'apice, lì dove tutto si azzera nel riflesso blu cobalto di un'immensa vasca dove nuotano i nostri pensieri in compagnia dei suoni di Andrea Gastaldello in arte Mingle, autore eccelso che sa come usare la musica per viaggiare attraverso il tempo. SENSORIALITA'.

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ATTO SETTIMO: del sentimento, della bellezza

Jason Van Wyk
Opacity
Home Normal – Settembre 2017

Give me a golden pen, and let me lean
On heap’d-up flowers, in regions clear, and far;
Bring me a tablet whiter than a star,
Or hand of hymning angel, when ’tis seen
The silver strings of heavenly harp atween:
And let there glide by many a pearly car,
Pink robes, and wavy hair, and diamond jar,
And half-discover’d wings, and glances keen.
The while let music wander round my ears,
And as it reaches each delicious ending,
Let me write down a line of glorious tone,
And full of many wonders of the spheres:
For what a height my spirit is contending!
‘Tis not content so soon to be alone.

D’oro una penna datemi, e lasciate
che in limpidi e lontane regioni
sopra mucchi di fiori io mi distenda;
portatemi più bianca di una stella
o di una mano d’angelo inneggiante
quando fra corde argentee la vedi
di arpe celesti, un’asse per scrittoio;
e lasciate lì accanto correr molti
carri color di perla, vesti rosa,
e chiome a onda, e vasi di diamante,
e ali intraviste, e sguardi penetranti.
Lasciate intanto che la musica erri
ai miei orecchi d’intorno; e come quella
ogni cadenza deliziosa tocca,
lasciate che io scriva un verso pieno
di molte meraviglie delle sfere,
splendido al suono: con che altezze in gara
il mio spirito venne! Nè contento
è di restare così presto solo.

- John Keats 'On Leaving Some Friends At An Early Hour' 1871 -

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<![CDATA[Diserzioni: Montagna fumante]]>

intro:

quel suono timido e schivo

che ci sembra da sempre di sentire

nella montagna e nei suoi boschi

tra i secolari tronchi rivestiti di muschio

ed tra il manto di foglie che ricopre

il suo fumante terreno


Playlist:

Synkro & Micheal Red: Smoke Mountain

Rift: Fornever

Brimstone: Reminiscence

Insomnia - Monochrome

Detz - You And Me

Honeyruin: I'll Follow You Into The End

Gacha Bakradze - Knowledge

Jameson Hodge & Waller - Beyond (CITYTRONIX Remix)

b.b. – hope u know

Palence: Phaedra

Phaeleh - Everyone

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<![CDATA[La scandalosa osservanza della passione ]]>

“La prefazione a questo libretto, in cui l'erotismo è rappresentato senza veli, e che vuol essere il preliminare alla consapevolezza di una lacerazione, è per me l'occasione di un appello che rivolgo in tono volutamente patetico. Non che ai miei occhi sia sorprendente che lo spirito si distolga da se stesso, per così dire volga le spalle a se stesso, e diventi, nella propria ostinazione, la caricatura della propria verità. Se l'uomo ha bisogno della menzogna, dopo tutto è affar suo. L'uomo che per caso abbia una sua fierezza, è soffocato dalla massa. Ma che importa? Non dimenticherò mai ciò che, di violento e meraviglioso, si ricollega alla volontà di aprire gli occhi, di guardare in faccia "quel che accade, ciò che è". E io non conoscerei "ciò che accade", se non sapessi nulla del piacere estremo, se nulla sapessi dell'estremo dolore” (George Bataille prefazione a Madame Edwarda – 1956 Éditions Pauvert ).

Autore discusso, assertore di quel nichilsmo che oltrepassa il pensiero politico trasformandosi in iper-politico, in filosofo, pensatore che si esprime oltre gli schieramenti in una realtà destinata comunque a schierarsi da una o dall'altra parte rendendo quindi il suo pensiero utilizzabile attraverso interpretazioni politiche le più disparate. George Bataille (1897-1962) autore di Madame Edwarda, dissacrante ed estremo romanzo breve che promuove religiosamente il credo della carne e della dissolutezza come anticamera della fine eterna, della morte, del vuoto.

Una brevissima premessa – assolutamente non esaustiva – per presentare un lavoro di notevole rilevanza uscito nel Gennaio di quest'anno ma che a nostro avviso non ha avuto il riscontro dovuto. Madame E, un doppio album che si ispira all'omonimo romanzo di Bataille. Un lavoro composto da Mirco Magnani assieme a Ernesto Tomasini. Il primo conosciuto come T.C.O. co-fondatore dei mai dimenticati Minox. Con Andrea De Witt e Marco Monfardini nella Technophonic Chamber Orchestra, come 4Dkiller assieme a Marco Monfardini. Tomasini da par suo è un artista totale che si occupa di teatro, arte performativa, musica contemporanea e cultura alternativa in genere. Al suo attivo una serie di album tra i quali Devotional Songs con Shacketlon, nel 2016. Notevoli le sue doti canore che esprime anche all'interno degli undici episodi di questo lavoro. Da aggiungere che il mastering è stato eseguito da Murcof mentre all'engineering vi sono Luca Sella e il 'nostro' Mauro Martinuz. Esce per la label di Magnani, la Undogmatisch, un collettivo artistico nel quale milita anche Valentina Bardazzi, pittrice responsabile della bella copertina.


Nella rilettura del romanzo scandalo di Bataille i duo artisti si sono divisi i compiti. Magnani alla composizione elettronica con l'aiuto della Technophonic Chamber Orchestra, mentre Tommasini si è occupato della regia per una trasposizione di non facile accesso, creando le melodie vocali e scrivendo undici episodi che rappresentassero comunque lo scritto bataillano, aiutato dallo splendido apporto violoncellistico di Stella Veloce.

Al primo ascolto ciò che subito colpisce è l'assonanza con una pietra miliare del suono degli anni che ci siamo lasciati alle spalle, lo splendido L'Esclave Endormi interpretato da Richenel in un 12” storico ristampato dalla 4AD nel 1986, un vinile nel quale si celebrava la poetica del decadentismo in formato new-wave. Ma è solo un cenno, una manciata di ricordi dispersa dal soffio imperativo di una texture elettronica densa e oscura in costante dialogo con una voce che sa donare visioni. Altre assonanze si ergono silenziose nella semioscurità di un ascolto votato all'introspezione e al dramma. Cindytalk si rispecchia in alcune sequenze ma ciò che più colpisce è l'atmosfera legata ad una realtà musicale mitteleuropea cara ai Tuxedomoon o ai meno conosciuti Mecano. Volutamente però abbandoniamo gli scomposti traumi post anni '80 e torniamo qui e adesso. L'angosciosa e colante materia organica contenuta nelle pagine di Bataille scorre lenta e silenziosa lungo i cavi che trasportano il suono. Il desìo, le dèsir qui mène à la morte, diventa palpabile. Se ne percepisce la consistenza, l'odore, mentre ci si abbandona al piacere di un ascolto intrigante e di rara bellezza.


“La passione ci consacra alla sofferenza, giacché, in fondo, essa è la ricerca di un impossibile.” G. Bataille

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Link: Bandcamp

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<![CDATA[Suoni dal confine ]]>

La musica ci accompagna durante la nostra giornata, accende l'immaginazione, è fonte di suggestioni dolorose o, al contrario, serene. Noi diamo per scontata la sua presenza senza però soffermarci sulla sua vera essenza: il suono. Una componente fondamentale presente nella quotidianità ma che vive e si sviluppa anche ai confini della nostra esperienza uditiva. Esistono dei ricercatori che sanno come riconoscerlo e, soprattutto, sanno descriverlo. Leandro Pisano è uno di questi.

Leandro Pisano o forse dovrei dire Dottor Pisano, dietro il tuo nome si muove un universo di incarichi e iniziative culturali. La tua storia in poche righe, riesci a raccontarla?

È una storia radicata nella provincia del Sud, tra Venosa, in Basilicata, dove ho vissuto gli anni della mia adolescenza e la Valle Caudina, area di confine tra Sannio ed Irpinia e luogo di origine della mia famiglia, in cui ho cominciato a fare esperienza nell’organizzazione di piccoli eventi culturali su scala locale. Tutto ha cambiato improvvisamente prospettiva quando nei primissimi anni del nuovo secolo ho cominciato ad accostarmi alle arti digitali e a una serie di ascolti legati alla ricerca estetica di etichette come Raster-Noton, Rune Grammofon, Touch, Line e 12k ed ad artisti come Alva Noto, Ryoji Ikeda, Fennesz, Pan Sonic, Richard Chartier, Taylor Deupree o Biosphere. L’idea di portare alcuni tra questi artisti a performare nei luoghi rurali in cui vivevamo è stata la scintilla da cui è nato nel 2003 il festival Interferenze, di cui ricorre in queste settimane il quindicesimo anniversario. Da lì sono partite e si sono ramificate tutte le connessioni e le dinamiche che hanno generato un movimento di tipo geografico – da allora abbiamo presentato la nostra ricerca in più di venti stati e tre continenti in giro per il pianeta – e di ricerca, che ha prodotto nel corso degli anni festival, residenze artistiche ed altri tipi di format, fino ad arrivare alla pubblicazione del libro di cui parliamo in questa intervista.

I molti che seguono le vicissitudini legate al suono innovativo ti conoscono come fondatore e art director del ben conosciuto festival “Interferenze”. Come è nata l'idea e come si è sviluppata?

Nata come fascinazione pura rispetto agli ascolti ai quali facevo prima accenno ed alla scoperta di certe sperimentazioni artistiche in campo digitale (la software e la new media art), l’idea di Interferenze è poi stata influenzata in modo decisivo dalla dimensione territoriale del progetto. Rispetto al formato del festival di arti elettroniche, vincolato indissolubilmente - a cavallo tra i due secoli - allo spazio urbano e metropolitano, Interferenze proponeva invece una sorta di displacement, di sconfinamento atipico verso il territorio rurale. A partire dalla riflessione su questa irregolarità, abbiamo pensato che il nostro progetto potesse diventare una sorta di spazio di sperimentazione su temi come la ruralità, la comunità, l’ecologia, in intersezione con i linguaggi e i modelli culturali legati al digitale. Lavorando su questa formula, Interferenze è diventato nel corso del tempo un piccolo caso di studio nella scena internazionale, suscitando la curiosità di curatori, istituzioni ed organizzazioni, il cui interesse si è spinto fino all’invito ad organizzare un’edizione giapponese del festival, tenutasi nel 2010 a Tokyo.

Aggiungiamo un altro tassello. Nella tua bio si legge il termine “curatore”. Spiegaci.

Nel linguaggio dell’arte contemporanea, il termine “curatore” fa tradizionalmente riferimento ad una figura in grado di costruire ed attivare connessioni tra gli artisti, le istituzioni ed il pubblico. Si tratta di un ruolo che agisce, dunque, soprattutto all’interno delle istituzioni museali o delle gallerie ed intorno al quale negli ultimi due decenni è nata una questione relativa al senso stesso della sua presenza all’interno delle dinamiche dell’arte del nuovo millennio. Se penso alla definizione di questo profilo, devo dire che la mia esperienza “curatoriale” ha sovente sconfinato, configurandosi molto spesso come un lavoro in larga parte indipendente, di relazione comunitaria, spesso completamente al di fuori degli spazi e dei contesti istituzionali dell’arte. In generale, nel corso del tempo questa ricerca si è focalizzata sull’idea di territorio declinata come tema e strategia curatoriale. Tema, in riferimento alle modalità con cui insieme agli artisti abbiamo discusso e sviluppato pratiche su questioni come la relazione tra rurale ed urbano, la cartografia, l’identità, la comunità, le dinamiche coloniali; strategia curatoriale, e cioè il tentativo di sviluppare i singoli progetti in stretta relazione e dialogo con il contesto all’interno del quale essi sono stati attivati.

Quali i progetti che più ti hanno coinvolto e perché?

È difficile dare una risposta a questa domanda, nel senso che durante il mio percorso ho avuto la possibilità di lavorare a progetti che avessero sempre un significato preciso in senso strategico rispetto alla linea curatoriale e di ricerca che andavo sviluppando. Così, il livello di coinvolgimento è stato sempre alto, sia nel caso in cui mi sia trovato a lavorare a budget zero in progetti indipendenti e di scala molto piccola, come è spesso accaduto negli ultimi anni, sia quando si è trattato di collaborare con istituzioni museali riconosciute, come nel caso della mostra sulla sound art cilena che ho curato al MACRO di Roma insieme ad Antonio Arévalo poche settimane fa.

Gran parte del tuo lavoro lo svolgi all'estero, america latina in particolare. Come è nata questa relazione geografica, un'altra ennesima fuga dalla nostra penisola o una scelta dovuta ad altro?

Una delle questioni attorno alle quali si è articolata la mia ricerca di dottorato è proprio quella relativa alle voci degli artisti sonori provenienti dal Sud del mondo e in senso specifico dall’America del Sud. Nei miei viaggi di ricerca precedenti, dall’Europa agli Stati Uniti al Canada, fino al Giappone, ad Hong Kong e alla Corea, non avevo percepito tracce di connessioni o intersezioni con lavori o contributi di artisti sonori provenienti dall’area sudamericana, sia nelle sedi accademiche che nei contesti di presentazione tradizionali (gallerie, musei, festival). È da questa domanda che è nato un rapporto sempre più profondo di scambio e ricerca con quest’area, che si è sviluppato attraverso viaggi, incontri con artisti e curatori, collaborazioni con alcune istituzioni accademiche, la mostra al MACRO di cui dicevo prima e l’invito a sette artisti di stanza in Colombia, Cile, Uruguay e Peru a prendere parte alle residenze di Liminaria negli ultimi tre anni. Altri progetti sono in cantiere: la traduzione del mio libro in spagnolo da parte di una casa editrice cilena, con pubblicazione e distribuzione in tutta l’area latinoamericana e la partecipazione ad un programma speciale all’interno del progetto Encuentro Lumen nella Patagonia cilena, al quale parteciperò come curatore invitato nel novembre 2018.

In generale, al di là dell’interesse specifico per le pratiche e le riflessioni intorno al suono in area latinoamericana, mi interessa continuare a costruire questo tipo di connessioni in virtù anche dello sviluppo futuribile di una ricerca "da Sud”, anzitutto in senso epistemologico. Proprio in quest’ottica di intersezione relativa alle geografie critiche sul Sud, stiamo lavorando per esempio per portare Liminaria l’anno prossimo in Sicilia, aggiungendo un ulteriore livello alla ricerca "acustemologica” su spazi, territori e paesaggi delle aree mediterranee.

Lecture a Valparaíso, Cile, 2015

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Veniamo al suono, qual'è il tuo rapporto con questo elemento e come si è trasformato nel corso del tempo?

Partirei da un dato importante: il mio interesse intorno al suono non si è combinato ad alcun tipo di percorso di formazione “tecnica”, nel senso che non ho studiato come musicista, non sono un artista sonoro né un musicologo. Il mio approccio alla materia è stato mediato dai cultural studies e da altri tipi di letture trans-disciplinari, penso ai new media studies, alla filosofia, alla geografia critica. È una ricerca supportata da un lavoro di pratiche immersive nel suono stesso, tramite due tipi di esperienze: quella curatoriale e quella dell’ascolto riflesso attraverso la critica musicale in senso stretto, legata alla collaborazione con Blow-Up, cominciata nel 2007 e terminata poche settimane fa. L’avvicinamento alle arti sonore parte da lì, dall’ascolto di una serie di lavori di sperimentazione elettronica, per trovare definizione poi negli ultimi anni in un interesse sempre più orientato al suono come elemento materiale nei processi politici, culturali e dell’arte contemporanea.

A tal proposito mi piacerebbe sentire due parole anche sul progetto che condividi assieme ad Enrico Coniglio con l'etichetta digitale Galaverna. Una domanda che mi serve per entrare in un'area ben specifica.

Galaverna è una piattaforma di produzione di lavori sonori e visuali, nata nel 2012 dal tentativo di tradurre in un progetto una visione condivisa con Enrico intorno ad una serie di elementi estetici ed etici relativi alla produzione ed alla distribuzione di contenuti digitali. In questo senso, richiamarsi a teorie come quella del post-digitale o della decrescita ha rappresentato un modo per attivare insieme agli artisti una riflessione critica rispetto a certe modalità di creazione e diffusione di artefatti digitali nel mercato. Ma il modificarsi rapido dei contesti di riferimento, sia per quanto concerne i processi che le modalità di distribuzione e fruizione dei contenuti, ci ha recentemente posti di fronte ad una serie di interrogativi sul senso stesso del lavoro che stiamo facendo con Galaverna. L’esito di questa riflessione porterà nei prossimi mesi ad una serie di cambiamenti di direzione e di struttura del progetto, di cui stiamo al momento discutendo insieme ad Enrico.

Leandro Pisano e il paesaggio sonoro come nuova esperienza capace di contenere più realtà culturali, compresa ovviamente quella sonora. Come spiegare ad un pubblico abituato a proposte musicali tradizionali questa nuova forma di comunicazione.

Il concetto di soundscape, “paesaggio sonoro”, nato alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo in seno alle ricerche di Murray Schafer e della sua scuola, è stato oggetto negli ultimi anni di una serie di riletture critiche, che ne hanno messo in discussione non solo la nozione originaria di semplice ambiente acustico naturale, che comprende i suoni delle forze umane e non umane nel contesto naturale, ma anche la sua connotazione in senso musicale, come elemento talvolta armonico, per esempio nel caso di alcuni soundscape rurali. Quello che trovo particolarmente interessante in queste recenti riletture è la possibilità di ricollocare il paesaggio sonoro nel dinamismo degli spazi acustico-mediali della contemporaneità e di definire, attraverso di esso, dei percorsi che mettano in discussione il punto di ascolto antropocentrico. In questo rimescolamento di prospettiva, ogni tipo di gerarchizzazione dell’ascolto – mi riferisco a paesaggi sonori ad alta o bassa fedeltà ed in generale ad un approccio musicale più o meno colto – viene messa in questione.

Dall’altra parte, la stessa radice etimologica del termine connota il suono come elemento contiguo alla sfera visuale, attivando una molteplicità di riferimenti sensoriali e culturali che lo rivelano come contesto complesso e dinamico. In questo senso, è proprio a partire dal concetto di soundscape che si può rintracciare la possibilità di accostarsi al paesaggio, in senso lato, attraverso i suoi livelli di multisensorialità ed invisibilità.

Giungo alla parte centrale di questa intervista, dedicata al tuo libro, “Nuove Geografie del Suono – Spazi e Territori nell'Epoca Postdigitale”, da molti considerato come testo illuminante per meglio comprendere i cambiamenti in atto a livello territoriale e paesaggistico. Come sei giunto a tale pubblicazione, cosa ti ha spinto a farlo?

Nel libro converge integralmente il testo, opportunamente rivisto ed aggiornato, della dissertazione dottorale in Studi culturali e postcoloniali del mondo anglofono che ho difeso presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” lo scorso anno. L’esperienza del dottorato ha rappresentato la possibilità di dare una sistemazione accademica alla ricerca indipendente svolta a lungo negli anni precedenti e mi ha fornito una serie di elementi metodologici ed epistemologici che hanno sostanziato la mia prospettiva di studio dandole, appunto, una cornice teorica più solida.

All’interno di questo framework di ricerca, ho avuto modo di sviluppare una ricerca legata al suono inteso come strumento di indagine per comprendere quelle che sono le trasformazioni territoriali a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, in seguito all’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione e dei processi legati alla globalizzazione. In questo senso, il suono diventa un elemento di analisi di indagine di dinamiche invisibili, impercettibili spesso allo sguardo.

Domanda iniziale che i molti non introdotti si pongono: il paesaggio e il suono, due realtà (solo) apparentemente separate, diverse, lontane. Come interagiscono e cosa possono produrre?

Credo di aver risposto in buona parte alla questione già in precedenza. Come dicevo, la radice del termine paesaggio sonoro/soundscape fa riferimento ad un contesto visualista nell’ambito del quale si articola la presenza del suono. In questo senso, paesaggio/paysage, come “ciò che si vede di...”, e suono costituiscono cioè i poli di tensione di un dualismo, quello visione/ascolto, che tende a sussumere il suono stesso nella sfera visuale. Riconsiderare in senso critico la nozione di paesaggio sonoro apre il campo ad un riequilibrio sensoriale – penso per esempio a quanto siano stati illuminanti in tal senso gli studi di Michel Serres - che parte dalla riconfigurazione del ruolo del suono all’interno del contesto del paesaggio. Questo processo implica anche una possibile riconsiderazione del lessico tradizionalmente adoperato dai sound studies, in relazione per esempio all’uso di soundscape o “ecologia acustica”, che richiede – a mio parere - non l’abbandono verso nuove terminologie, ma piuttosto un rinnovamento linguistico che passa attraverso un processo di riflessione e di rilettura concettuale.

Visto da fuori, sembra un'operazione, un progetto destinato ad un pubblico abituato al linguaggio cattedratico. Il libro stesso non è di facile consultazione per chi non possiede gli strumenti necessari. Ti sei posto il problema della semplificazione del messaggio durante la stesura del testo? A chi è rivolto il tuo lavoro?

Il libro è diviso tre capitoli e solo il primo, che pone le basi teoriche per il resto della trattazione, può essere ostico alla lettura per chi non è addentro ai temi del suono in senso stretto, ma è in ogni caso essenziale perché va a colmare, almeno nelle intenzioni, un vuoto bibliografico esistente in Italia su certi argomenti. Gli altri due capitoli sono decisamente più scorrevoli: in generale penso che questo libro, nell’attraversare tramite il suono territori trans- ed interdisciplinari – dalla filosofia alla geografia, dall’antropologia agli studi culturali - possa riscontrare attenzione da parte di lettori che hanno background, interessi, vocazione e provenienze disparate.

Si pronuncia poco la parola Musica, in queste pagine. Si preferisce usare il termine Suono o meglio, Sound Art. Cerchiamo di spiegare la diversità tra le due esperienze: musica e sound art.

In realtà i due elementi, quello musicale/musicologico e quello della sound art non vengono presentati mai in modo antitetico all’interno della trattazione, quanto piuttosto in tensione tra di loro, con l’idea di non mettere in opposizione due domini disciplinari differenti, nel tentativo di ibridarli per arricchire ciascuno di essi di questioni, prospettive ed approdi nuovi o inattesi. D’altra parte, è vero che una delle riflessioni da cui muove il libro è la possibile messa in discussione dello status minoritario della sound art rispetto alla musica e del suo ruolo di appendice nel dominio delle arti visuali. Questo lavoro di decostruzione poggia dunque su un’ipotesi di allargamento del campo di indagine del sound studies, in un’ottica che libera il suono da ogni subalternità disciplinare nei confronti della musicologia, producendo una moltiplicazione dei livelli di contatto ed intersezione del suono stesso con altre discipline: la filosofia, prima di tutto. È questo uno dei punti più delicati del libro, quello che più ha suscitato discussioni, affrontate in maniera serrata con alcuni musicologi nel corso delle diverse presentazioni in giro per l’Italia nelle scorse settimane. L’idea è quella dell’affermazione della possibilità di un ascolto altro, al di fuori delle coordinate e delle articolazioni musicali, soprattutto quelle della musica ‘colta’.

Può il termine soundscape esser la risposta alla crescente mancanza di innovazione in campo musicale? Potrà contribuire a risollevare la stanchezza nell'ascolto percepita dai più attenti fruitori di innovazione sonora?

Non so. Credo si tratti alla fine poi di percorsi, di traiettorie d’ascolto molto personali. Per quanto mi riguarda, proprio la stanchezza verso un certo tipo di proposte che invece mi avevano entusiasmato negli ultimi due decenni, insieme naturalmente ad un interesse specifico e crescente per alcune pratiche estetiche maturato - per così dire - sul campo, mi hanno spinto sempre di più verso “altri” tipi di territori.

Leandro Pisano con Taylor Deupree, Pedro Tudela, Miguel Carvalhais ed Aurelio Cianciotta a Barsento Mediascape 2013

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Tornando alle tue pagine, esattamente alla 160, si legge: “Il sound artist non si appropria della comunità politicamente o simbolicamente ma, servendosi della forza concreta del suono, contribuisce alla 'liberazione' del paesaggio sonoro della comunità, insieme ad essa, rendendolo spazio attivo al di fuori dalla rappresentazione, dalla referenza, dalle verità oggettive e lo articola come un ambiente fluido (…) nel quale è possibile inscrivere nuove storie, nuove narrazioni, che rimettono in circolo attraverso le pratiche del suono e dell'ascolto elementi già esistenti ed in circolazione nel paesaggio stesso”. Credo che questo passaggio tratto dal capitolo dedicato agli spazi sonori della ruralità, racchiuda gran parte delle intenzioni progettuali legate a questa ancora nuova modalità di ascolto. Potresti tradurre concretamente quanto scritto?

Queste righe sono estrapolate da una riflessione ampia, oggetto di trattazione del terzo capitolo, che riguarda le dinamiche di interazione tra comunità ed artisti sonori, con riferimento specifico ad una serie di pratiche sviluppate nelle aree rurali ed analizzate nel volume. Il punto di partenza è la possibilità di considerare il territorio rurale stesso come un laboratorio culturale in cui riassemblare, attraverso questa interazione, pratiche ed elementi culturali che sono già esistenti. Non più luogo nostalgico, il territorio rurale emerge, attraverso le pratiche dell'arte (sonora) e di un ascolto “profondo”, come uno spazio critico in cui mettere in questione il significato di termini come "comunità" o "identità" ed individuare nuove modalità di traduzione anche rispetto alle tradizioni. L’incontro tra artisti e comunità, attraverso processi temporanei e imprevedibili di traduzione, lascia riaffiorare frammenti di un passato che si apre alle voci ed alle risonanze del presente, alimentando un processo nel quale, a partire dalla rielaborazione dell’attuale, si può re-immaginare il territorio come un “paesaggio diverso”, al di fuori dei luoghi comuni di una ruralità ereditata e posta ai margini dai discorsi della modernità. Ascoltare, in questo senso, prelude alla possibilità di “riguardare” il proprio territorio con occhi diversi, adoperando una metafora usata da Franco Cassano.

Un altro passaggio che ho trovato interessante è quello riguardante il sound mapping e il field recording in relazione a forme di ascolto legate alla consapevolezza di classe. Amerei una tua spiegazione.

Più che di consapevolezza di classe, io parlerei di subalternità e differenze. Come ha scritto Chantal Mouffe, il suono ci mette di fronte all’“ineradicabilità” delle differenze. Lo spazio uditivo, in quanto libero da frontiere in senso visuale, si rivela come un ambiente particolarmente produttivo nel quale pensare alle identificazioni ed alle disarticolazioni culturali – non solo nei discorsi orali e musicali, ma anche nel più ampio contesto del paesaggio sonoro in cui siamo immersi. Al di là di un approccio puramente musicale, la cultura del suono, considerata nel senso più ampio possibile del termine, può potenziare le relazioni inter-culturali, favorire incontri e forme di traduzione culturale, configurare le pratiche di attraversamento dei confini, contribuire a ridefinire i discorsi sul genere, la razza e la differenza e dando nuovo significato a concetti come “identità” e “comunità”.

La suddivisione che fai tra i 'luoghi abbandonati del suono' e 'gli spazi sonori della ruralità'. mi ha particolarmente interessato. Ti ascoltiamo.

Più che una suddivisione, si tratta – di nuovo – di un attraversamento di geografie e dei territori che emergono dal contesto post-globale: aree rurali, luoghi abbandonati, zone ai margini affiorano attraverso modalità di ascolto e pratiche artistiche che le rivelano come spazi “aumentati”, sia dal punto di vista sensoriale che delle risonanze del pensiero. In questo senso, il suono non è semplicemente un linguaggio o uno strumento, ma piuttosto un metodo ed un dispositivo di indagine che invita a riconsiderare l’esperienza e la conoscenza dei luoghi secondo modalità differenti rispetto a quelle mediate dalle categorie del pensiero della modernità. Quanto ai luoghi abbandonati del suono, e cioè quelli che rientrano nel Terzo Paesaggio Sonoro ed agli spazi sonori della ruralità, essi vengono letti come ambienti di conflittualità e problematicità riverberata sul territorio e nello spazio sociale. L’ascolto, all’interno di essi, rende udibile tutto ciò che è invisibile, assente, intangibile, residuale in una sorta di geografia delle rovine: in questo senso, l’attraversamento sonoro palesa un’attenzione “ecologica”, o “ecosofica”, nel momento dell’incontro con il territorio.

Esiste una componente utopica all'interno di questo pensiero o, anche in base alla tua notevole esperienza sul campo, hai assistito a reali cambiamenti o per ora si tratta solo di enunciazioni?

Credo che l’impatto di questo tipo di pratiche e riflessioni sia legato ad una serie di questioni, che sono alla base dell’analisi su cui si costruisce il mio libro: è possibile che le pratiche artistiche sonore producano in qualche modo tensioni “agonistiche” rispetto alle forme egemoniche di soggettivazione, mettendo in discussione le dinamiche di dominazione? Possono aiutarci a rendere percepibili “altre” posizioni, nel momento in cui ci costringono a pensare e a sentire, a continuare ad apprendere? Se la risposta a queste domande è affermativa, allora possiamo, come scrive Owen Hatherley, “cercare di scavare l’utopia”.

Dovessi riassumere illustrando fisicamente la materia, che suoni intesi come supporti discografici e altre letture ci proporresti?

 Cinque lavori discografici:

- Chris Watson, “El Tren Fantasma”, Touch (2011);

- Angus Carlyle & Rupert Cox, “Air Pressure”, Gruenrekorder (2012);

- Budhaditya Chattopadhyay, “Landscape In Metamorphoses”, Gruenrekorder (2007);

- Peter Cusack, “Sounds from Dangerous Places”, ReR Megacorp (2012);

- Francisco López, “Wind (Patagonia)”, and/OAR (2007).

Cinque libri:

- Salomé Voegelin, Sonic Possible Worlds, Bloomsbury, London/New York 2014;

- Anja Kanngieser, Experimental Politics and the Making of Worlds, Ashgate, Farnham 2013;

- Brandon LaBelle, Acoustic Territories. Sound Culture and Everyday Life, Continuum New York, NY 2010;

- Gilles Clément, Manifeste pour le Tiers paysage, Éditions Sujet/Objet, Paris 2004;

- Franco Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino 2003.

Chiudo con una domanda “filosofica”: cos'è per Leandro Pisano l'esperienza d'ascolto

Semplicemente, l’esperienza dell’ascolto è un atto di contatto e di immersione nel mondo ed allo stesso tempo un atto di affermazione su più livelli: culturale, sociale, politico.

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<![CDATA[Se la musica è troppo alta tu sei troppo vecchio, dice Ozzy]]>

Potrei aggiungere anche la frase di Groucho Marx che raccontava di suonare al conservatorio ma mai nessuno che gli aprisse la porta. Musica, quella materia che non abbandona mai il nostro quotidiano, sostanza forse nociva per gli altri, assolutamente benefica per noi se riusciamo a trasformarla in suono, se entriamo in confidenza con lei e scegliamo il suo percorso, direttamente dalla fonte.
Durante questa caldissima estate, di musica ne ho ascoltata molta, selezionata e sezionata altrettanta. Mi sono rimasti alcuni titoli in tasca, pochi granelli in un oceano di sabbia in continuo mutamento, li raccolgo dentro questo recipiente immaginario, una sorta di bottiglia virtuale che lascerò scivolare sulle acque sempre assai frequentate della rete per il piacere (si spera) di chi vorrà raccoglierla ed aprirla.

Primo granello ovvero delle sorprese: WE PROMISE TO BETRAY Nothing is as it Seems – cd Oltrelanebbiailmare 

In Italia, sì specialmente in questo Paese, esiste una sorta di maniacale sudditanza all'atavica oscurità industriale, all'oscurantismo rumoristico, alla fredda tutela del rigido beat vintage e del drone darkotico (dark/narcotico). Non che la cosa – specialmente il dark ambient... anzi scusatemi, solo il dark ambient che il resto personalmento fatico oramai ad ascoltarlo – crei problemi, ma alla lunga stanca, sfibrisce (sfibra e avvilisce). La cosa forse l'hanno intesa anche due bravissimi (non lo scrivo per farmeli preventivamente amici) soundartists da sempre in viaggio dentro quei mondi sù descritti. Giuseppe Verticchio aka Nimh e Twist of Fate, per segnalarne due. Davide Del Col aka Antikatechon, cito il suo moniker più conosciuto, quello che al solo pronunciarlo scatta l'immagine catacombale. I due, già abituati ad usanze decisamente darkdroniche escono alla luce del fu odiato sole e stampano lì un cd che ha del magico. Pura meraviglia sonora contenente quattro lunghe tracce che lievi ed ipnotiche viaggiano sul confine tra il nuovo pensiero noise-ambient (Cfr bvdub) e un personalissimo colto e avvolgente shoegaze in divenire con forti richiami al folk e tutto giocato naturalmente sull'uso della chitarra e la magia che le sue corde sa sprigionare. Da ascolti in random repeat.

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Secondo granello ovvero: dalla poetica del mare (mentre scrivo mi affaccio sull'Adriatico) all'affascinante potenza del fiume: DEISON & MINGLE - Tiliaventum – lmt box cd Loud!/FinalMuzik

Un cofanetto che a ben ascoltare, avvicinandolo lentamente all'orecchio, sussulta e vibra, manda echi e pesa di liquida materialità. Nasconde molte cose al suo interno ma la prima a colpirti è la presenza di un semplice sasso di fiume, una falsa semplicità a ben guardare, che si palesa in tutta la sua bellezza quando lo prendi nel palmo della mano ed inizi a fissarlo con attenzione. Migliaia di anni lo hanno levigato lasciando però piccole fessure nelle quali abitano i riflessi del tempo remoto, altre vite segnate da una stretta linea bianca, roccia di natura diversa saldata con la pazienza dei secoli e perennemente immersa nel respiro di un fiume che scorre per 170 km. lassù, nel Friuli-Venezia Giulia, Tagliamento si chiama, Tiliaventum o Tiliavemptus, Tilavento, Tiliment, Tilimint, Tuliment, Taiament e chissà quanti altri nomi ancora, perduti nel tempo. E' a questo lungo e intrecciato serpente che Deison e Mingle hanno dedicato il loro ultimo lavoro, un progetto nato da un'idea di Sandra Tonizzo al quale hanno partecipato musicisti, scrittori, fotografi quali: All My Faith Lost…, The Haunting Green, xoX, Matteo Dainese, Tony Longheu (Yton) e Lorelei Facile, Alberto Novello (JersterN), Maba (Len), Anna Comand e Giulia Spanghero. Anche nel caso del duo in questione, il contenuto esce dal canone di ricerca usato abitualmente. Pur mantenedo saldi i 'fondamentali', Deison e Gastaldello iniziano un dialogo intenso con la parte più umana e natura-le (Arteria – Tiliment - Agane) del suono, del loro intimo dialogo con il fiume percepiamo la fascinazione. Il loro è un racconto scandito dal passare dei millenni, dai bruschi cambiamenti, dal contatto diretto con il greto di un corso mai simile a sé stesso. Così dovrebbe essere per il suono, così è per certi suoni, i più intimi e struggenti, quelli celati dentro le rilucenti fessure di un piccolo sasso di fiume.

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Terzo granello ovvero dell'elettronico algido e sinfonico andare:SCANNER – The Great Crater – cd digipack lmt Glacial Movement

Altro gioiello che va ad aggiungersi agli altri custoditi nel visionario scrigno di ghiaccio antartico della Glacial Movements, da dieci anni al servizio dell'ascolto altro. Robin Rimbaud in arte Scanner, uno dei nomi chiave del nuovo pensiero sonoro europeo, soundartist continuamente alle prese con impegni lavorativi che lo vedono alternarsi nel mondo della moda così come nell'universo della musica contemporanea, immerso nella composizione di soundtracks e instancabile lavoratore della multimedialità. Un artista multitasking, rappresentante del mondo a venire, che pubblica un vero e proprio diario di viaggio nei ghiacci, chissà per quanto ancora tali. A ben pensare il contenuto dei dischi qui recensiti altro non è che la descrizione sonora di una storia, un racconto. Anche quest'ultimo non si discosta e narra la storia di strani cerchi del diametro di due chilometri, scoperti sulla superficie antartica nel 2014. Due anni più tardi si venne a conoscenza della vera ragione di quei segni nel ghiaccio, erano laghi formatisi in una depressione, fragili lacrime nascoste all'uomo per orgoglio da parte di una natura offesa e a fine vita. Scanner penetra dentro quelle formazioni circolari, si immerge sotto la superficie, vaga nell'assenza di peso e nel silenzio dell'immenso spazio liquido racchiuso nel ghiaccio. Innalza un peana in suo favore, una silenziosa astratta sinfonia che profuma di abbacinante candore e mesta rassegnazione. Il battito della Terra, forse il suo ultimo manifestarsi.

 

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Quarto granello ovvero dello struggimento:FRANCESCO GIANNICO & GIULIO ALDINUCCI – Reframing – cd lmt. Eilan Rec.

Volete toccare con mano la dolce vulnerabilità dell'animo umano, volete oltrepassare la soglia del reale per immergervi in uno stato di grazia onirica che vi permetta di essere in voi, eco di voi stessi, testimoni degli accadimenti più intimi come la nascita di una lacrima o la percezione infinitesimale delle cose? Vi interessa abbandonare tutte le scuole di pensiero, sciogliere qualsiasi legame allontanandovi lievi nella reale percezione del sentire? In fin dei conti questo dovrebbe essere il compito della musica e questo è ciò che il suono firmato Giannico-Aldinucci riesce a fare. Ogni loro produzione è un viaggio, una trasmutazione in altro. Nessun volo nello spazio ma piedi ben piantati sulla terra, sulla propria terra, immersi nella realtà di un quotidiano che si trasforma in straordinario. A questo serve l'eco del field recording, il noise in presa diretta, la melodia stemperata lungo il flusso modulare. E' un processo di riappropriazione sentimentale, di empatia verso l'altro, l'estraneo, colui oramai visto come minaccia. Esiste una realtà altra, splendida nel suo scintillìo di sole e risate, nel rumore di onde che si infrangono lungo spiagge abitate dal soffio leggero di frasi che si perdono dolcemente nella melodia che mai si vorrebbe veder svanire. Volete toccare con mano la dolce vulnerabilità dell'animo umano? Ponetevi all'ascolto.

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Quinto granello ovvero della Processione Sintetizzata del Santo Sentire: AVSA – Parallel -cd Manyfeetunder Concrete

La cerimonia del distacco va a compiersi, oramai non cerchiamo più di tradurre il linguaggio della macchina in naturale espressione umana, i cavi che ci collegano alla strumentazione sono gli stessi che trasmettono il nostro battito e quanto stiamo analizzando. Il residuo di comunicazione ancora umana viene analizzato e campionato, trasformato in linguaggio altro che va ad unirsi alle migliaia di espressioni ancora aliene alla nostra vista. L'urlo sotterraneo formato dalla lenta processione di dati sintetizzati e pronti per l'ascolto, quel Santo Sentire che tutto travolge e tutto cambia si palesa. E' una marcia che non prevede soste fianco a fianco all'armonia. Tutto viene avvolto nel fragore sommesso del motore che scava e scava, deciso a scoprire, capire, rompere le barriere e le definizioni. Elettronica, ambient, glitch, sperimentazione sono termini senza più valore, costruzioni fittizie che non riescono a sostenere la potenza della massa sonica lanciata alla velocità del pensiero contro il nostro ancora antico ascoltare. Sergio Albano e Anacleto Vitolo strappano il velo che ci nasconde il futuro e lanciano delle corde alle quali aggrapparsi per raggiungere nuovi livelli di consapevolezza nella ricerca del suono unico che sa scomporsi e dialogare a più livelli. Non ci rimane che procedere aggrappati a quelle corde, nell'infinito spazio che racchiude la virtualità del nostro ascolto.

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Sesto granello ovvero del dolce silenzio che avvolge le stanze di una casa normale: JASON VAN WYK – Opacity – cd Home Normal

Forse l'ultima frontiera musicale che vive sospesa nell'indefinito, senza soggiacere ad alcuna norma, senza definizioni o nomi, musica che respira neo-classicismo ma suona lieve e futura, espressione silente di quel mondo nascosto che tutti noi amiamo frequentare, solitari e sognanti, testardi testimoni di un credo commovente e minimale che si sta estinguendo. I suoni diffusi dalla Home Normal, la label che ha licenziato questo splendido lavoro di van Wik, sono plasmati nel silenzio, si possono accarezzare ricevendone in cambio il sussurro, un leggero alito profumato di ambient ed seducente minimalismo elettronico. E' puro piacere cedere alle lusinghe del pianoforte, adagiarsi sull'eco formatosi tra una nota e la successiva e rivivere lo splendore del brutale ardore tramutato in lento e discreto abbraccio musicale. La nuova via al sogno è aperta, la potete percorrere seguendo la strada che porta in una casa del tutto normale.

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<![CDATA[ReadBabyRead_345_Matteo_Strukul_9]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #345 del 3 agosto 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 9 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_344_Matteo_Strukul_8]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #344 del 27 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere

Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 8 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
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“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #343 del 20 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 7 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_342_Matteo_Strukul_6]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #342 del 13 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 6 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Mark Lanegan live a Sexto 'Nplugged]]>

Mark Lanegan parla poco, molto poco, si limita ad un “thank you” ogni tanto e a dichiarare suo nemico il caldo di questa sera d’estate. Parla poco ma non è silente, anzi. Ci parla, da trent’anni, attraverso canzoni dall'innata capacità di infilarsi dannatamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Riesce a parlare con la sua bellissima, cavernosa voce, anche a chi, come il sottoscritto, si è allontanato da tempo dall’ascolto del “rock”, e lo fa non rinunciando alla sua camicia nera a maniche lunghe a costo di ricorrere spesso ad un asciugamano (nero anche quello) per asciugarsi. È così che questa calda serata d'apertura di Sexto 'Nplugged si tinge di nero trasmettendo un feeling “dark” attraverso un mix sapiente di rock-blues elettrico e new wave, ma soprattutto attraverso il canto rauco e profondo di Lanegan che ci accompagna nell' abisso del suo animo.
Ma partiamo dall'inizio. Sexto 'Nplugged, ovvero quando il luogo determina la musica, ed il luogo è il sagrato dell’abbazia di Santa Maria, a Sesto al Reghena (PN), location splendida dove da anni si svolge un festival unico e non solo per la bellezza del posto. Un luogo dove appena iniziano i concerti si chiude il bar e si spengono gli smartphone e si lascia spazio solo alla musica. Qui, in questo spazio magico, a sorpresa alle 20:30 ad aprire il live ci sono due inattesi musicisti (scopriremo che fanno parte della band di Lanegan) con due performance minimali ed intime ma di grande impatto emotivo. Lyenn e Duke Garwood accompagnandosi con la sola chitarra ci fanno capire che i loro sono nomi da tener d’occhio.
Alle 21.45 puntuale sale sul palco Lanegan con la sua band. Fin da subito è evidente come abbia trovato nella chitarra Jeff Fielder la spalla ideale ma è tutta la band ad essere affiatata. Il setlist del concerto alterna songs dall'ultimo "Gargoyle" a quelle degli album precedenti mantenendo un sound malato ed oscuro. A mio avviso "Nocturne", dall'ultimo disco, è la vetta della performance con quel incipit sulle note di un basso inequivocabilmente darkwave.
Dopo un’ora e un quarto di musica di grande impatto, la band saluta e se ne va. Tornerà acclamata dopo poco e quel basso darkwave risalterà ancor di più con le cover di “Atmosphere” e "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division.
Mark Lanegan parla poco, molto poco e a volte usa parole di altri (in questo caso quelle di Ian Curtis) ma lo fa andando sempre al cuore pulsante della cosa, che poi è sempre la stessa: la parte più profonda e oscura dell'animo umano.

Ps) a Sexto 'Nplugged il 20 luglio arrivano gli Air; il 26 luglio è la volta di Benjamin Clementine; il 27 luglio chiude in bellezza Trentemøller. Non mancate!

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Setlist Concerto Mark Lanegan

Death’s Head Tattoo
The Gravedigger’s Song
Riot in My House
No Bells on Sunday
Hit the City
Nocturne
Emperor
Goodbye to Beauty
Beehive
Ode to Sad Disco
Harborview Hospital
Deepest Shade
Harvest Home
Torn Red Heart
One Hundred Days
Head
The Killing Season

BIS

Atmosphere
Love Will Tear Us Apart

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_341_Matteo_Strukul_5]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #341 del 6 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 5 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 29 giugno 2017]]>

Beh, siamo arrivati di nuovo al capolinea estivo, alla pausa. Tempo di bilanci e sommari, tempo che utilizziamo per un viaggio attraverso le etichette discografiche che collaborano durante tutto l’anno alla realizzazione del programma, che ne permettono il continuo aggiornamento con le varie novità discografiche puntualmente inviate (questa settimana il nuovo disco degli Oregon, per Cam Jazz). Un viaggio che vede almeno un ascolto per ognuna delle etichette, un viaggio che al suo interno vede altri viaggi, immaginari, musicali, ma geografici grazie ai riferimenti dei titoli dei brani scelti, oppure solo onirici, veramente immaginari, spaziali, financo fiabeschi… e poi viaggi con la memoria… e infine un curioso e semplice viaggio nell’attualità (ius soli). Alcune etichette, per ragioni di tempo, non sono state trasmesse questa volta quindi, oltre a Ponderosa Music, Cam Jazz, Abeat For Jazz, Alfa Music, Itinera, Parco della Musica, Tuk Music, Tosky Rec., Auand, Dodici Lune, Artesuono, Ultra Sound rec., ringrazio ECM dalla Germania, Albore dal Giappone, Via Veneto Jazz da Roma e gli indipendenti autoprodotti qui rappresentati, arbitrariamente, per colpa mia, da Massimo Barbiero con i suoi Odwalla… l’estate offre molte possibilità di godere della musica dal vivo andateci, se potete, ma poi, passata la bella stagione, state connessi, cercate il certo ritorno di “Take Five, Jazz & dintorni”, sempre il giovedì sera dalle 23:00 ma, se volete, se vi piace, cercate la mia voce e la musica brasiliana che, insieme anche a Ligia França, precederà il jazz alle 21:30 sempre del giovedì con “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”.  Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. viaggio (R. Galliano) – Richard Galliano – new jazz musette (ponderosa music)  - 2016

03. Dolomiti dance (R. Towner)  - Oregon – lantern (cam jazz) - 2017

04. flying to Florence (J. Bodilsen) – Max De Aloe Baltic Trio – valo (abeat) - 2017

05. dolce Napoli (E. Amazio) – Enzo Amazio – essence (alfa music) - 2014

06. Napoli centrale (M. Zurzolo) – Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera) - 2015

07. Roma non fa la stupida stasera (Garinei/Giovannini/Trovajoli) – Fabrizio Bosso/Antonello Salis – stunt (parco della musica) - 2008

08. Isfahan (T.Tracanna) – inside jazz 4et  – four by four (abeat) - 2017

09. Alabama (F. Ponticelli) – Francesco Ponticelli – Kon Tiki (tuk music) - 2017

10.my journey (F. Giachino) – Fabio Giachino – north clouds (tosky rec) - 2017

11. belo monte/sobre as nuvens (E. Taufic/R. Taufic) – Roberto Taufic/Fausto Beccalossi/Carlos Buschini – tres mundos(abeat) - 2017

12. la bella e la bestia (M. Barbiero) – Odwalla + Baba Sissoko – ancestral ritual (autoprodotto) - 2017

13. ricordi nella pioggia (V. Maurogiovanni) – Cercle Magique Trio – cercle magique (dodici lune) - 2017

14. windy (F. Vignato) -  Filippo Vignato – plastic breath (auand) - 2016

15. Moon song (S. Coslow/A. Johnston) – Vanessa Tagliabue York – we like it hot (artesuono) - 2016

16. ¾ di Luna (L. Mazzaglia) – Les Sens Jazz – Earth (USR) - 2017

17. East of the Sun (B. Bowman) – Stefano Bagnoli We Kids Trio – un altro viaggio (USR) - 2013

18. ius soli (F. Morgera) – Fabio Morgera & NY Cats – ctrl z (alfa music)  - 2015

19. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

 
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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_340_Matteo_Strukul_4]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #340 del 29 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 4 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 22 giugno 2017]]>

Protagonista della penultima puntata del ciclo 2016-2017 è l’anno 1917! A parte la Grande Guerra mondiale, a parte la Rivoluzione Russa, un anno più o meno come tutti gli altri, un anno in cui molti nascono e molti se ne vanno, un anno come sempre di avvenimenti positivi e negativi, insomma, cosa può spingere a dedicare una puntata ad un anno in particolare? Beh, per noi jazzomani è l’ Anno con la A maiuscola, l’anno in cui viene prodotto quello che ufficialmente viene considerato il primo disco di jazz della Storia, anzi, di JASS, come si diceva allora, giusti giusti 100 anni fa!!! Era “Livery stable blues”, incisa dai bianchi della Original Dixieland Jass Band, di New Orleans, subito vittima di sporchi giochi di appropriazione per quanto riguarda la paternità compositiva! E, curiosamente, in quell’anno, mentre nasceva il jazz, moriva Scott Joplin, il re, la personificazione dello stile pre-jazz, il ragtime, un vero passaggio di consegne! giochi della Storia! E allora ascolteremo insieme qualcosa di Joplin per introdurre poi le originali registrazioni di un secolo fa alternate ad alcune versioni attuali, tra le quali una di un virtuosismo pazzesco, all’organo Wurlitzer. Ma in quell’anno sarebbero nati anche alcuni grandi personaggi che avrebbero onorato e resa preziosa la Storia proprio di quel genere loro coetaneo: Ella Fitzgerald, Buddy Rich, Henry Salvador e, soprattutto, l’immenso Thelonious Monk. Inevitabili alcuni ascolti ad essi relativi, ovvio, con un paio di interpretazioni (Ella ed Henry) di classici brasiliani perché, come sapete, almeno una volta ad ogni puntata devo rendere omaggio alla mia terra d’origine (che nel 1917 dichiarava guerra alla Germania insieme agli USA). Ma, sorpresa! Il 1917 è pure l’anno di uscita sul mercato del primo disco ufficiale della Storia del Samba!!! Era “Pelo Telefone”… Un’annata veramente straordinaria!!! E infatti, a fine puntata si potrà ascoltare l’originale del secolo scorso e una interpretazione moderna… buon ascolto.   JPY

************************************************************************************

Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. solstizio (V. Abbracciante) – Vincenzo Abbracciante – sincretico (dodici lune) - 2017

03. solace, a mexican serenade (s. Joplin) – Claudio Cojaniz – stride vol.2 (caligola) - 2016

04. maple leaf rag (S. Joplin) – electro swing skeewiff T.D. H. L. O. & T.D.O.D.

05. livery stable blues (Nunez/Lopez) - Original Dixieland Jass Band 1917

06. livery stable blues (Nunez/Lopez) – The Hugee Swing Band live

07. tiger rag (N. La Rocca & Original Dixieland Jazz Band) – Nick La Rocca & Original Dixieland Jazz Band 1917

08. tiger rag (N. La Rocca & Original Dixieland Jazz Band) – Pasadena Roof Band live

09. tiger rag (N. La Rocca & Original Dixieland Jazz Band) – Richard Hills – organ solo

10. buggle call rag (Pettis/Meyers/Schoebel) – Buddy Rich Orchestra live at Statler Hotel in New York 1982

11. night and day (C. Porter) – Ella Fitzgerald

12. one note samba/samba de uma nota so (A.C. Jobim)  - Ella Fitzgerald live 22.06.1969

13. eu sei que vou ti amar/tu sais je vais t’aimer (A.C. Jobim) – Henry Salvador/Giberto Gil live

14. le blues du dentist (H. Salvador) – Henry Salvador/Ray Charles live

15. it don’t mean a thing (D. Ellington) – Thelonious Monk – plays the music of Duke Ellington (riverside) - 1955

16. pelo telepone (Donga/De Almeida + vari) – Baiano (oden) – 1917

17. pelo telefone (Donga/De Almeida + vari) – Martinho da Vila/Nelson Sargento/Diogo Nogueira – live samba na Gamboa

18. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[ReadBabyRead_339_Matteo_Strukul_3]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #339 del 22 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 3 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_338_Matteo_Strukul_2]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #338 del 15 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 2 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[ “ALAIN DANIÈLOU - IL LABIRINTO DI UNA VITA” del regista veneziano RICCARDO BIADENE]]>

Avrà la sua anteprima nazionale al Biografilm Festival edizione 2017 il documentario del regista veneziano Riccardo Biadene, dedicato alla figura emblematica di Alain Daniélou e alla straordinaria vita dell’uomo che ha portato l’India in Occidente, con proiezioni giovedì 15 giugno e lunedì 19 a Bologna. “Alain Daniélou. Il labirinto di una vita”, questo il titolo del film, racconta l’avventuroso viaggio musicale, esistenziale e spirituale che Alain – bretone d’origine, figlio di un ministro socialista e con un fratello cardinale, amico di A. Gide e J. Cocteau – intraprende dal 1932, con il compagno fotografo svizzero Raymond Burnier, alla volta dell’India, lasciando un Occidente che non lo soddisfa. Il documentario parte dalla Bretagna e accompagna lo spettatore in India (Shantiniketan, Varanasi, Chennai, Pondicherry...), a Berlino, Venezia, e Roma, seguendo la storia del francese Daniélou, indologo e musicologo che ha vissuto, soprattutto in India, tra gli anni ‘30 e ‘60 del ‘900. A Benares (ora Varanasi), Daniélou, insieme a Burnier, abita per 15 anni nel palazzo di Rewa, sulle rive del Gange, dove incontra fra gli altri, Eleanor Roosvelt o Roberto Rossellini.

Qui Daniélou si dedica allo studio del sanscrito, viene iniziato all’induismo, e studia la musica classica indiana e la Veena a livello professionale. È a quegli anni che si deve la stesura di diversi libri sulla filosofia indù, lo shivaismo e i testi vedici. Dal 1950 è curatore della prima collana di world music classica per l’UNESCO. Nel 1963, di ritorno in Europa, fonda e dirige l’Istituto Internazionale di Studi per la Musica Tradizionale (IITM) a Berlino, e in seguito crea a Venezia l’Istituto Internazionale per gli studi di musica comparata, affinché la musica orientale abbia importanza paritaria rispetto a quella occidentale, e dove tale studio è mantenuto vivo oggi dalla Fondazione Giorgio Cini. E, proprio per raccontare il periodo in cui visse in Laguna il regista è tornato, nella sua città natale, per effettuare parte delle riprese del documentario, sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Gli ultimi anni di vita, Alain Daniélou, li trascorre tra Roma, Losanna, Berlino e Parigi, con una certa preferenza per la villa sulle colline di Zagarolo, un paesino vicino a Roma. Musica, danza, religione, tradizione e modernità, scultura e filosofia vengono esplorati in questo documentario attraverso le parole dello stesso Daniélou, tratte dall’autobiografia “La via del labirinto”.

Il regista, classe 1973 ­­– agli inizi della carriera cinematografica co-diresse “Come un uomo sulla terra” con Andrea Segre – dopo l’anteprima nazionale, accompagnerà il film il 22 al Ravenna Festival, importante manifestazione dedicata alla musica, il 29 al SummerMela, il festival di arte e cultura indiana a Roma, il 30 giugno a Padova al River Film Festival, in una serata particolare, a chiusura della rassegna, e l’8 luglio al Soleluna Festival a Palermo. Il progetto poi si aprirà a una distribuzione internazionale, che lo farà sbarcare in molti paesi europei, fra cui la Germania e l’India, nel corso del 2017. Ma per Biadene ci sarà unulteriore ritorno a Venezia il 2 luglio, al Teatro la Fenice, in veste di produttore, con la sua Kama Productions per il documentario “Aquagranda in crescendo” che racconta il Teatro La Fenice durante la realizzazione di “Aquagranda” – l’opera-evento che commemora i 50 anni dalla terribile alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966 – diretto da un altro veneziano Giovanni Pellegrini, e trasmesso lo scorso maggio su Rai 5.

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 8 giugno 2017]]>

Forse un malinteso senso del pudore, forse il tentativo di non cadere nel conflitto d’interesse, mi hanno impedito inconsapevolmente sino ad oggi di farvi ascoltare una serie di cd assolutamente interessanti ma prodotti da un’etichetta alla quale sono legato da tempo in quanto diretta emanazione di un’associazione culturale a cui ho avuto l’onore, la fortuna, il piacere di far parte da decenni ormai… parlo di Associazione Culturale Caligola, di Mestre (VE) e di Caligola Records, frutto del lavoro di Claudio Donà, Valerio Bonicelli, Raffaello Patron e di quelli che volta per volta entrano a far parte di questo o quel progetto. Rimedio allora con un’intera “puntata caligolense”. Facile sentirsi dire, in questi casi, che ogni oste vende il vino più sublime, il suo, quindi niente di meglio che non fidarvi delle mie parole e ascoltare questa dozzina di assaggi da altrettanti dischi, dischi che offrono, tra l’altro, un ventaglio di generi, stili, modi e formazioni tale da suscitare sicuramente l’interesse degli appassionati… musicisti di pregio e fama, musicisti esordienti, solisti o quintetti, alcune riletture ma molti originali, dallo “stride” al “baiao”. È proprio a causa dell’ascolto di questo tipico genere musicale e danzante del nord-est del mio Brasile, che la puntata si chiude con un trittico dedicato al grande Paese sudamericano spesso presente in questo programma in attesa del nuovo inizio di quello specifico, a lui dedicato, condotto sempre da me e da Ligia França. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. ceci n’est pa un blues (T. Troncon) – Venice Connection Quartet (caligola)  - 2016

03. frame by frame (A. Belew/King Crimson) – Riccardo Morpurgo 5et – lemniscata (caligola)  - 2015

04. lunaria (D. Vianello) – Davide Vianello – lunaria (caligola)  - 2016

05. hercules (M. Ponchiroli) – The New House Quartett – tommitu (caligola)  - 2016

06. rag per Danilo (C. Cojaniz) – Claudio Cojaniz – stride vol.2 (caligola)  - 2016

07. thanatos (A. Ruggieri) – Aisha Ruggieri – southlitude (caligola)  - 2016

08. Shardana (Z. Pia) – Zoe Pia – Shardana (caligola)  - 2016

09. the owl of Cranston (P. Motian)  - Groove & Move/Mitelli & Mirra – water stress (caligola)  - 2016

10. pequod (M. Brunod/D. Gallo/M. Barbiero) – Maurizio Brunod/Danilo Gallo/Massimo Barbiero – extrema ratio (caligola)  - 2016

11. 100% organic (M. Brunod/D. Gallo/M. Barbiero) – Maurizio Brunod/Danilo Gallo/Massimo Barbiero – extrema ratio (caligola)  - 2016

12. abendai (M. Donà) – Mssimo Donà Trio – il santo che vola (caligola)  - 2016

13. il sogno di una cosa (B. Cesselli/m. De Mattia) – Javier Girotto/ Massimo de Mattia/Bruno Cesselli/ /Zlatko Kaucic - il sogno di una cosa (caligola)  - 2016

14. baiao nosso (T. Goulart) – Gileno Santana & Tuniko Goulart – inevitavel (caligola)  - 2016

15. baiao do amor (D. Firpo) – Daniella Firpo – vento di Bahia e nebbia (alfa music) - 2016

16. choro do casamento (G. Guaccero) – Giovanni Guaccero & Choro de Rua – a roda dos planetas errantes (Alfa music) - 2016

17. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

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<![CDATA[ReadBabyRead_337_Matteo_Strukul_1]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #337 dell’8 giugno 2017


Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere

Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 1 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 1 giugno 2017]]>

C’è un’interessante rassegna che giunge alla sua sesta edizione e che colpisce per la sua struttura: musicisti prestigiosi, concerti gratuiti in località scelte con cura fra le più attraenti della zona sotto il punto di vista storico e ambientale, due crociere, ovviamente a suon di jazz nel cartellone… e via dicendo. Parlo di Sile Jazz 2017, un evento che mescola le acque del fiume che attraversa il trevisano, e che da lui prende il nome, con le genti che suonano e quelle che ascoltano, che mescola tradizioni antiche con suoni contemporanei. La rassegna ha un sottotitolo, “Di Resta in Corda”, che ancor di più risulta essere un manifesto programmatico essendo la Resta una corda con cui si legavano le barche ai buoi che, dalle rive, trainandole, permettevano di risalire la corrente dei fiumi su cui si svolgevano gli antichi traffici. E di corde si parlerà, anzi, si ascolterà, per tutta la manifestazione che vedrà protagonisti gli strumenti che su esse si basano per suonare:  chitarre varie e diverse, bassi e contrabbassi, oud, banjo, violoncelli ma anche pianoforti, con le loro corde percosse dai martelletti. Una dozzina i Comuni interessati dalla manifestazione, da Treviso a Mogliano Veneto, da Preganziol a Quarto D’Altino e decine i musicisti, daEvan Parker a Massimo Barbiero, da Giovanni Guidi a Linda Oh, da Danilo Gallo a Greg Burk, da Maurizio Brunod a Bruce Ditmas ma, per una completa visione di luoghi e artisti, consiglio ovviamente di consultare il sito della rassegna. Come colonna sonora della parte di serata dedicata a questo avvenimento, ho scelto di fare ascoltare un assaggio di quasi tutti i cd prodotti dall’etichetta Nusica.org, accomunata alla rassegna grazie ad Alessandro Fedrigo che ne è il direttore artistico ma anche uno dei fondatori dell’etichetta. Nell’altra parte di puntata una bella serie di ascolti relativi a recenti pubblicazioni di varie etichette amiche del programma, da ECM a Tuk Music, da Alfa Music a Abeat e Itinera. Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

02. life and death (A. Cohen) – Avishai Cohen – into the silence (ecm) - 2016

03. break stuff (V. Iyer) – Vijay Iyer Trio - break stuff (ecm) - 2015

04. eros mediterraneo (P. Fresu) – Paolo Fresu & Omar Sosa – Eros (tuk music) - 2016

05. the sound of silence (P. Simon) – Alessandro La Corte 5et – smile in winter (alfa music) - 2017

06. zona di transizione (B. Ferra) – Bebo Ferra/Gianluca di Ienno/Nicola Angelucci – voltage (abeat) - 2016

07. dea (A. Rea) – Dea Trio – secret love (itinera) - 2016

08. alagitz (L. Martinale) – Luigi Martinale – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

09. diva (E. Rava) – Enrico Rava- wild dance (ecm) - 2015

10. autumn leaves (J. Kosma) – Alessandro Fedrigo – solitario (nusica.org)

11. space jazz astro bop (A. Fedrigo) – Quartetto Terrestre – secondo gradino (nusica.org)

12. spirali (A. Fedrigo) – XY Quartet – idea F (nusica.org)

13. astronautilo (A. Fedrigo) – XY Quartet – XY (nusica.org)

14. per sempre (R. Gemo) – Roberto Gemo & Alessandro Fedrigo – corde alterne (nusica.org)

15. n°44,45,46,1,2 (N. Fazzini) – Nicola Fazzini Minimum Sax – random2 (nusica.org)

16. kosh reng (A. Elsaffar) – Hyper + Amir Elsaffar – saadif (nusica.org)

17. Valentina Tereskova (S. Tasca) – XY Quartet – orbite (nusica.org)

18. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

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<![CDATA[ReadBabyRead_336_Éric_Faye_8]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #336 dell'1 giugno 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 8 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

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<![CDATA[Diserzioni: Viaggio notturno]]>

Lungo una strada bagnata
scorrevano le mie emozioni
e attraverso le gocce sul finestrino
scivolavano nell'ignoto
riflettendosi nell'orizzonte buio
di un viaggio notturno

 

Les Discreet: Virée nocturne

Mark Lanegan: Nocturne

Hante: Eternite

Hunϯer.ѧnѧmi: Orlog.in

Noire Shapes: Claire

ZéM: True

Wu Wei - Automated Shadows

Neozaïre: Blue Bell Treasure

Slowdive: Falling Ashes

Telefon Tel Aviv: Something Akin To Lust

Stefano Guzzetti: Night

 

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<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 25 maggio 2017]]>

Poche chiacchiere! senza scuse, senza fili conduttori, senza temi o argomenti ispiratori, stavolta ci ascoltiamo una bella serie di novità discografiche, molte delle quali provenienti da alcune delle etichette nazionali amiche di questo programma, Abeat, Via Veneto, Parco della Musica, ma non mancano neppure alcune produzioni internazionali per rendere la puntata un po’ più completa nel suo panorama… un suggerimento: ascoltate bene le riletture comprese in questa lista, specialmente quella di Mussorsky da parte di Vito di Modugno, e quella dei King Crimson da parte di B. Ferra/P. Dalla Porta/F. Sferra e G. Petrella, imperdibili, anche se poi ci sono quelle di Charlie Chaplin, Dizzy Gillespie, Kenny Wheeler e Sam Rivers… un consiglio: godetevi il Brasile tradotto in Napoletano, di Maria de Vito, una perla!  e poi un finale infiltratissimo di suoni e sapori dal mondo, lingua occitana, Cuba, il mio buon Brasile (un eccellente Roberto Taufic), Argentina, Napoli…

Buon ascolto.   JPY

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Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. con alma (D. Gillespie) – Gonzalo Rubalcaba – fe/faith (passion rec.) - 2010

03. promenade 1 (M.P. Mussorsky) – Vito di Modugno – my pictures at an exibition (Abeat) - 2017

04. revontulet (M. de Aloe) – Max de Aloe Baltic Trio – valo (Abeat) - 2017

05. Beatrice (S. Rivers) – Lorenzo Cominoli – city of dreams (Abeat) - 2017

06. smatter (K. Wheeler) – Inside Jazz 4et – four by four (Abeat) - 2017

07. now! (R. Gatto) – Roberto Gatto 4et – now (Abeat) - 2017

08. I talk to the wind (Mc Donald/Sinfield) – Bebo Ferra/ Paolino Dalla Porta/Fabrizio Sferra/Gianluca Petrella – frames of Crimson (Via Veneto Jazz) - 2017

09. skyscapes (Y. Goloubev) – Roberto Olzer 4et – floatin’ (Abeat) - 2017

10. cantor (M. Zenon) – Miguel Zenon – tipico (miel) - 2016

11. smile (C. Chaplin) – Mirko Signorile/Claudio Filippini/Giovanni Guidi – the three pianos (musica jazz ed.) - 2017

12. better than yesterday (J. De Francesco) – Joey De Francesco – project freedom (mc avenue) - 2016

13. mains libres (D. Douglas) – dada people (greenleaf) - 2016

14. giant steps (J. Coltrane) – Matt Criscuolo – dialogue (jezzeria)

15. keter (G. Coen) – Gabriele Coen 6et – Sephirot, Kabbalah in music (parco della musica)  - 2017

16. a costruçao/ ‘a costruzione (C. Buarque/M.P. De Vito) – Maria Pia de Vito – core/coraçao (via veneto jazz) - 2017

17. segrados (R. Taufic) – Roberto Taufic/Fausto Beccalossi/Carlos Buschini – tres mundos (abeat) - 2017

18. la rumba me llamo yo (D. Arocena) - Daymè Arocena  - Cubafonia (brownswood) - 2017

19. navega (Moussu T) – Moussu T e Lei Jovents – navega (world village) - 2016

20. wish you were here/skip step – Nate Smith – kinkfolk, postcards from everywhere (ropeadope) - 2016

21. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

 
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<![CDATA[Eraldo Bernocchi & Netherworld: Himuro]]>

Sintoniazziamo il nostro battito, lo avvolgiamo nei quattro quarti del più prezioso e morbido dei tessuti disponibili abbracciandolo stretto mentre vibra cadenzato, lento; mentre inspira ed espira note indissolubilmente legate alla religiosa dottrina del silenzio e del suo infinito riverbero. Un procedimento in divenire, una creatura che lentamente cresce, affiora lieve mentre immerge le sue sensibili vibrisse bene a fondo nell'immaterialità del nostro ascolto. Procediamo nella ricerca della sintonia agganciando stabilmente quel segnale che giunge da lontano e ancor più lontano ci condurrà, in un viaggio dentro la percezione del bianco e delle sue ghiacciate e solitarie pianure.

Siamo parte del tutto racchiuso nell'immensa vastità di una particella di ghiaccio che si nutre del respiro ritmico del suo grandioso custode, l'iceberg. Im-mobile ed instabile solcatore di correnti oceaniche e autostrade oniriche, creatura dalla gelida anima avvolta nei quattro quarti del più prezioso e morbido dei tessuti disponibili, l'Himuro.

Così ci piace pensarlo, come un tessuto fine che mantiene incredibilmente la temperatura sotto lo zero, la conserva e preserva rendendo fruibile quanto avvolge, anche nei periodi di piena siccità musicale. Chi ha ideato tale materia appartiene al mondo altro, quello della sovranità del silenzio e della maestosità del gesto sonoro, il mondo dal quale provengono Eraldo Bernocchi e Netherworld, al secolo Alessandro Tedeschi.

Sei pericolosissime tracce che rilasciano ipnotici filamenti ambient immersi sotto la superficie spaziale di un mare immoto sul quale galleggia la massa imponente di una creatura che pulsa lento dub tecnologico e narcotici intrecci sonici sprigionati da baritone guitars e field recordings, essenza elettronica trattata e macchine sensibili al sogno. Una liturgia del freddo che scalda il cuore e infiamma la visione. Elegia per un'intimità di confine.

Tu sei bella, o bianca distesa!
Il lieve gelo mi riscalda il sangue!

S.A. Esenin

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<![CDATA[Diserzioni: Deep down]]>

sconfinare nel silenzio
oppure in suoni emozionanti
quelli che ti scuotono dolcemente
quelli che spingono l'animo
a coltivare la sensibilità
ad andare in profondità

Vacant: Deep Down

Vagrant: Riverboat

Ecepta: By My Side

Deadboy: Cabalero

Tim Schaufert & Cashforgold: Lost

Axel Grassi-Havnen: Arcane

Tru.Ant: My Dreams

Marco Shuttle : Adrift

Burial: Beachfire

Fis & Rob Thorne: Phase Transition.

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